domenica 21 luglio 2013

Sul diritto di lamentarsi

La prima cosa che si fa al momento della nascita è lamentarsi, cioè tentare di spiegare al resto del mondo che qualcosa non va bene, e con ciò domandare aiuto a chiunque possa darne. A quei vagiti, negli anni successivi, si aggiungono numerose altre sofisticate forme di lamentela, tutte sullo stesso schema: accertato che qualcosa non va, impossibilitati a identificare rapidamente una soluzione operativa ed efficace, tentiamo di proporre delle dolorose certezze all'attenzione altrui.[1]

Purtroppo in questo mondo ingiustizie, miserie e sofferenze sono tante e tali da far sembrare fastidiosa qualsiasi lamentela. Col risultato che a lamentarsi poco, si finisce per dare l'impressione che non c'è un vero problema, a lamentarsi troppo si finisce per dare la stessa impressione, e a lamentarsi moderatamente si finisce per far credere che si tratta solo di una seccatura come tante altre, non meritevole né di attenzione né di trattamento urgente.

Orecchie sagge sanno estrarre dalla lamentela più complessa e bizzarra l'effettiva necessità che l'ha fatta sgorgare. La virtù del santo è non solo nel saper ascoltare il lamentoso ma anche nel saper dare un nome preciso al problema e descrivere la soluzione in modo comprensibile. La raccomandazione spirituale del lamentarsi il meno possibile è in realtà un incoraggiamento ad allenarsi ad osservare, comprendere, capire tutti i fattori della realtà.

Ieri tentavo di riflettere sulla diffusa epidemia di imborghesimento spirituale nel movimento di CL. Ciò che tentavo di rendere chiaro ai miei quattro o cinque lettori è che vedo tutto intimamente connesso: la Chiesa si indebolisce perché la fede si indebolisce,[2] nel movimento di CL si diffonde l'imborghesimento perché nella Chiesa tutta è in corso la stessa epidemia. I cristiani, sale della terra, finiscono per essere uguali agli altri, senza sapore.[3] Per me tutto questo è più facile da riconoscere perché vivo circondato da persone pregiudizialmente ostili a CL e i gruppi del movimento che posso raggiungere in tempi e modi ragionevoli manifestano proprio quei segni di imborghesimento contro cui ci metteva ripetutamente in guardia don Giussani.

Non c'è niente di più noioso delle omelie ciellinizzate di coloro che (involontariamente, talvolta persino in buona fede) riducono il movimento di CL ad un club dotato di un suo gergo, di suoi libri, di suoi canti, di sue attività. È l'unica, vera, concreta critica che ho accettato di discutere in questi anni, dal momento che gli altri “difetti” di cui viene quotidianamente accusato il movimento sono o i difetti presunti di un singolo oppure equivoci involontari o deliberati su cosa siano esattamente CL e la Chiesa cattolica. Io sono il primo a lamentarmi di “giussanologi” e “cielloti” perché ne sono la prima vittima. Di fronte alle omelie ciellinizzate, i primi sbadigli sono i miei.[4] Quando la scuola di comunità si riduce a un collage di noiosi “interventi”, le mie gambe si muovono da sole, spostandomi altrove. Quando il buono di CL lo riesco a estrarre solo da Tracce e dagli Esercizi Spirituali della Fraternità, quando coloro che stimo di più sono parecchi chilometri più in là dei gruppetti di fraternità dei dintorni, capisco che qualcosa non va bene, che il movimento così come l'ho conosciuto è -almeno in queste lande desolate- arretrato, se non addirittura soppiantato, rispetto al movimentismo di “giussanologi” e “cielloti”. Che ci sono sempre stati, ma non mi erano mai sembrati così tanti.[5]

Un tempo la fatica era spiegare cos'è il movimento a coloro che ne erano fuori. Ora la fatica è dover ri-spiegare cos'è il movimento a tanti che dicono di farne parte (come se fosse un bel club), la fatica è dover ri-chiarire e ri-spiegare “cosa c'entra Cristo”. Opera su cui evidentemente si sta cimentando anzitutto il don Carròn.


1) Persino il chiedere preghiere è tutto sommato una forma di lamentela.

2) Un feroce e dettagliato atto di accusa sulle storture della Chiesa contemporanea è l'enciclica di “Benedetto XVIII”, Quanta cura in cordibus nostris, scritta in maniera “papale”, elegante, nel senso di una lamentela non lamentosa. Ma nonostante la notevole raffinatezza della penna che l'ha redatta dubito che scuota davvero gli animi degli ecclesiastici che la leggeranno. Anche la più “positiva e propositiva” delle lamentele... viene percepita come una lamentela.

3) Ciò che avviene nel movimento rispecchia ciò che avviene nella Chiesa. Questo è talmente vero, che si può verificare perfino se ci limitasse al campo della statistica. Chiunque sia convinto come me della bontà del movimento, non finisce mai di notare quanto le vicende della Chiesa e quelle del movimento si somiglino.

4) Le omelie ciellinizzate sono i discorsini imbottiti di parolame ciellino, fini a se stessi anche quando tentano di esprimere qualcosa di intelligente, ma solo chi non è “imborghesito” può notare la differenza rispetto a ciò che è davvero l'anima del movimento. Un esempio facilmente riconoscibile di “omelia ciellinizzata” è quando qualche alto papavero della Chiesa viene a celebrare Messa per il movimento e sciorina un'omelia zeppa di citazioni di don Giussani (una captatio benevolentiae, insomma).

5) Ricordo, ai bei tempi, un lungo viaggio in auto con due amici in cui ridemmo a crepapelle per ore intere ironizzando sulle meschine manovrine di certi capetti dell'epoca, intese a consolidare il potere sui piccoli feudi ciellini che pensavano di aver conquistato e l'ascendente sulle numerose donne che pensavano di dover conquistare. Pare purtroppo che oggi siano alquanto aumentati i motivi per deridere.

sabato 20 luglio 2013

Il carro sul pendio

Uno dei momenti che mi hanno maggiormente colpito quest'anno negli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione è stato quando don Carròn ha rendicontato entrate e uscite. Nel 2012 è stata raccolta in Italia mezza dozzina di milioni di libere offerte (“fondo comune” degli aderenti alla Fraternità), cioè 200.000 euro in meno dell'anno scorso. Nello stesso anno le spese sono aumentate di 200.000 euro solo di tasse sugli immobili.

Sono misere briciole rispetto ad altri ambienti (non solo ecclesiali), specialmente in tempi di crisi, briciole su cui grava ogni anno una pioggia di nuove tasse. È stata una doppia stangata contro le opere del movimento (caritative, editoria, eccetera), tanto più che don Carròn notava con ironia che c'erano almeno tremila partecipanti agli esercizi che non avevano mai versato neppure un centesimo.[1]

Chi nutre davvero fiducia in qualcosa, mette mano al portafoglio quasi senza accorgersene. Si spende con gusto, per ciò che ci inonda il cuore. Difficile pensare che sia colpa della sola crisi economica.[2]

C'è un altro evento che mi ha colpito. C'era stata un po' di sorpresa, nel salone, coperta da un non proprio universale e convintissimo applauso,[3] quando don Carròn ha dato lettura del telegramma di auguri e di ammirazione inviato al rieletto presidente della Repubblica. Qualche giorno dopo ho saputo di amici che non verseranno più un centesimo alla Fraternità finché non ci saranno adeguati chiarimenti sulla aumentata «ammirazione» ivi espressa.[4]

La notizia è talmente inaudita che mi ha lasciato di sasso: è come se uno mi dicesse che ha deciso di smettere di respirare. Per me già suonava assurda fino al comico la notizia che tremila sedicenti ciellini abbiano partecipato agli Esercizi senza aver mai versato nulla al fondo comune (riducendo così il movimento di CL ad una faccenda intimistica per il tempo libero).

Nella ripresa della scuola di comunità, altra scenetta da teatrino dell'assurdo: un insulso fiume di parole dai mille rivoli, attorno alla grazia e alla libertà, senza che se ne venisse a capo. Mi sono seriamente chiesto se avessero già dimenticato il Catechismo. E sono stato preso da un po' di nostalgia per quei tempi in cui si andava “assetati” alla scuola di comunità per capire, per domandare, per imparare, per seguire, per guadagnare certezze sulla fede e sulla Chiesa... E lì invece, proprio a margine degli esercizi, proprio dopo che don Carròn ha richiamato con pazienza e precisione ciò che dà origine al movimento, vedevo ricominciare di nuovo il fiume degli “interventi”. Certe volte si sente il bisogno di parlare per trasmettere qualcosa di bello e di grande: certe volte, appunto. Tutte le altre sono soltanto un dare aria all'ugola, trasformando gli incontri in un collage di improvvisazioni di noiose omelie “ciellinizzate”.[5]

Noiose omelie e dunque noioso burocraticismo. Come l'anno scorso, in quello sguardo gelido inteso a fulminarmi perché avevo osato nominare la lettera di don Carròn al Papa che era trapelata sui giornali, lettera che lasciava capire ciò che tutti -amici e nemici- avevano sempre saputo, con o senza soffiate giornalistiche. È legittimo essere restii a parlare di quella lettera: non siamo così tonti da farci dettare l'agenda da (vere o false) “rivelazioni” giornalistiche del momento. Ma in quello sguardo burocraticamente gelido del capetto si condensava una malintesa ubbidienza ad un presunto ordine di nascondere e dimenticare una presunta vergognosa macchia del movimento.

La crisi di CL consiste dunque nell'imborghesimento. Cioè nel ridursi a “giussanologi”, dotati di gergo elegante, libroni difficili da leggere[6] sui quali qualche capetto si compiace di elargire articolate spiegazioni, tutti assetati delle Notizie del Giorno sulle quali emanare un giudizio prevedibile e ciellinizzato.[7] Oppure nel ridursi a “cielloti”, dotati di gergo elegante, attività socioculturalcaritative belle, utili, elaborate e dispendiose, tutti presi dalle Notizie del Giorno sulle quali imbastire un discorso ciellinizzato ed un'ulteriore attività intra- o extra-parrocchiale.

Il tutto sottilmente scollato[8] dal carisma del movimento (quello che impercettibilmente e imprevedibilmente trasforma la vita da così a così, come per Edimar), e per di più fatto come se si dovesse sfuggire alla minacciosa domanda televisiva: ma tu non fai mai niente di ciellino? Non c'è bisogno di essere ciellini per fare i “cattolici auto-impegnati”, categoria ultimamente gradita alle burocrazie laicali e clericali.

C'è stato un tempo in cui il movimento di Comunione e Liberazione era in continua crescita.[9] Non solo seminaristi cacciati via, preti e vescovi ostili, curie rabbiose e neroniane, ma anche pestaggi gratuiti, attentati incendiari, gambizzazioni a pistolettate: il movimento era qualcosa di genuinamente cristiano e otteneva quel trattamento perché era correttamente percepito come tale. Ora siamo nella fase di decrescita, cioè la fase degli applausi mondani dati e ricevuti, la fase della “istituzionalizzazione”, ovvero la riduzione ad etichette e attività: una crisi che ha origine all'interno del movimento, non più eccezioni sporadiche ma tumefazioni sparse a macchia di leopardo,[10] qualcosa che davvero non va bene. Come se la parte genuina del movimento stesse cedendo terreno. Ne parlo col mio migliore amico e mi sento ripetere, tra le risate, che è inutile affaticarsi a trattenere il malridotto carro che sta sbandando sul pendìo.

“Speriamo che sia tu a perturbare l'autoreferenzialità del tuo gruppetto di fraternità”, rispondeva don Carròn ad un giovane che con sgomento aveva scoperto che il movimento all'università era più vivo e vero di quello che ha trovato tornando al suo paesetto al termine degli studi. Solo che la perturbazione delle anime intiepidite non verrà dall'effettuare una qualsiasi sequenza di operazioni. L'orgoglioso e pigro imborghesimento di tanti che amano qualificarsi ciellini, abituati ormai alla “mangiatoia bassa”, sta silenziosamente devastando il movimento, e l'ho percepito con dolore agli scorsi Esercizi. Mi sento spesso circondato da gente con una strana miopia spirituale: pronti a lottare per la difesa della libertà del singolo pelo del leone, ma incapaci di avvertire la pericolosità del leone intero e affamato che ci sta puntando. Sedicenti ciellini che sono solo dei “cattolici adulti” con qualche frase di don Giussani infilata qua e là.

Don Giussani nel 1981, dopo la sconfitta del referendum contro la legge sull'aborto, disse che a quel punto sarebbe stato bello ripartire in undici. Potrebbe darsi che presto don Carròn si ritrovi a ripetere quelle stesse parole.


1) Per le libere offerte degli aderenti alla Fraternità (il “fondo comune”) conta solo la fedeltà del gesto, non la quantità di soldi effettivamente versati. Infatti non esistono né quote prefissate né controlli, ma solo statistiche.

2) Le opere del movimento di CL sono frutto della libera generosità dei singoli. Non ci sono Piani Quinquennali da rispettare, né previsioni di gettito da assicurare, né moralistiche verifiche di moralistiche tassazioni. Per questo c'è una dose annuale di sacrosanta ironia su coloro che si comportano come se CL fosse una qualsiasi delle disincarnate spiritualità che offre il supermarket delle religioni.

3) Tempi, molto giornalistically correct, lo chiama invece "lungo".

4) Il dovuto rispetto per le autorità è sempre accompagnato dalla franchezza, dalla chiarezza e dalla ragionevolezza dei motivi. Altrimenti è servilismo.

5) La tentazione di ridurre la scuola di comunità ad un parlatorio è proporzionale all'affievolirsi della sete di verità. Chi meno ha da domandare, più ha voglia di arieggiare l'ugola. Così mi tocca spesso dover pazientemente ascoltare montagne di parole prima di veder giungere il “dunque”. La perla è nel campo, ma per ottenerla bisogna comprarlo e perlustrarlo proprio tutto, il campo.

6) Don Giussani ha adoperato con chirurgica precisione una terminologia cristiana comprensibile. Se ne sono accorti tutti quelli che -come me- leggendo o ascoltando si sono detti: ma sta parlando proprio della mia vita! Il “gergo ciellino” è in realtà il risultato di una maniacale chiarezza nel descrivere qualcosa di vivo e di verificabile. Non come nella barzelletta dell'omelia del vescovo: “di cosa ha parlato il vescovo?” “Del peccato”. “E cosa ha detto?” “Pof, era contrario”.

7) Ancor oggi mi meraviglio di come tanti cattolici credano ciecamente nel sacro Telegiornale come fonte suprema della conoscenza della realtà (e dunque indispensabile fonte quotidiana dove attingere la “questione del giorno” su cui prendere posizione). Bramano il sacro Telegiornale allo stesso modo con cui santa Teresa di Lisieux aspettava il momento della Comunione.

8) Sorprendente e allarmante il fatto che certe comunità cielline restino sempre le stesse col passare del tempo. Si capisce non solo dal fatto che non crescono (cioè sono spiritualmente infeconde), trasformandosi in un mini-club delle stesse facce che “si parlano addosso” per interi decenni. Ma anche per il loro modo preconfezionato di vivere le cose della vita e le indicazioni del movimento. Sedicenti ciellini che discettano di stupore, ma incapaci di stupirsi. Chi detesta CL gioisce di tale effetto Chernobyl.

9) A titolo di curiosità si potrebbe sfogliare la rivista Tracce più recente e un numero qualsiasi di vent'anni fa per osservare le differenze (non enormi ma neppure piccolissime) tra i temi trattati e i toni utilizzati. Oppure la statistica dei partecipanti agli Esercizi Spirituali (universitari e fraternità).

10) Una delle primissime e incancellabili immagini del movimento scolpite nei miei occhi fu ciò che vidi partecipando per la prima volta ad una “Messa ciellina”: tutti inginocchiati alla consacrazione a costo di star stretti e sul pavimento, nessuno spalancava le braccia come un cretino al Pater Noster, la devozione con cui il sacerdote amministrava la Comunione... “Una vera Messa cattolica!” gridai dentro di me, sorpreso e vinto dalla gioia. Agli Esercizi di quest'anno si è vista la scena opposta: qua e là vedevo tanti che non si inginocchiavano, tanti che al Pater Noster spalancavano le braccia come dei deficienti, e più di un sacerdote frettoloso e seccato nel distribuire l'Eucarestia. Sì, nel movimento c'è proprio qualcosa che non va.

mercoledì 24 aprile 2013

lunedì 15 aprile 2013

Lo spreco come categoria universale

Sui fogli dei miei appunti ripesco per caso una delle mie vecchie freddure: “vorrei scrivere un libro che descrive l'universo e l'umanità usando esclusivamente la categoria dello «spreco»”.

Da un lato, in natura (cioè nella Creazione) vediamo lo “spreco” di Dio.[1] Le stelle e l'universo che stanno lì a provocarci a riflettere sull'infinito, stupendoci per la nostra misera piccolezza. L'infinità dell'universo di fronte alle nostre quotidiane contorsioni (fisiche e mentali): un vero spreco. Lo “spreco” sulla Terra, un'infinità di specie animali e vegetali, e poi la trasmissione della vita (umana, animale, vegetale) a partire da una percentuale di semi talmente bassa da suonare ridicola. Cose che hanno fatto pensare a più d'uno che l'intero universo sia fatto per essere osservato, l'intera Creazione sia anzitutto “spettacolo” ai nostri occhi e alle nostre anime.

Dall'altra parte, gli “sprechi” umani: il peccato come ricerca di un bene minore sacrificando un bene maggiore. Gli sprechi di attimi della nostra vita (e di minuti, ore, settimane, anni) in attesa di “qualcosa” di imprecisato, attesa inquieta e rabbiosa di qualcosa che il nostro cervello ha pianificato, magari come vogliosa adesione a quello che già si manifestava essere ingannevole. Gli “sprechi” a cascata, quando scelte capricciose, banali, sentimentali, commerciali, provocano sofferenze (piccole e grandi) incalcolabili. Lo spreco della vita, in onore a dinamiche umane fastidiosamente riassunte nella lista dei sette peccati capitali.

E il paradosso di riuscire a riconoscere tanti di questi “sprechi” (umani e divini) unito all'incapacità di tirare le più elementari conseguenze nonostante l'intelligenza di cui siamo dotati.

È ciò che mi è ronzava per la testa stamattina, vedendo quella faccia stanca, “in attesa” di qualcosa, attesa rassegnata e rabbiosa, quegli occhi spenti, quel respirare che sembra funzionale solo al ritmare i secondi che passano. Quanti battiti del cuore sprecati, quanti secondi sprecati, quanti respiri sprecati. Una vita passata aspettando un imprecisato “bel futuro” talmente improbabile che solo col più feroce dei capricci può essere ancora immaginato. “Tristezza sì, stanchezza no”, mi dice abbandonando lo sguardo ad un punto qualsiasi della parete, attendendo pigramente qualche secondo prima di rimettere il pilota automatico.[2]


1) Una simpatica presentazione "animata" delle grandezze dell'universo ci fa capire quanto siamo “piccoli” e “grandi” rispetto al Creato.

2) Ho involontariamente fatto sobbalzare dalla sedia un vecchio amico “ciellino certificato” ma da anni col “pilota automatico”. Sperando che i prossimi Esercizi della Fraternità completino l'opera. L'amicizia “operativa” è diventata routine, è diventata operatività di routine. Dev'esser peggio di una doccia gelata il risvegliarsi accorgendosi dell'imborghesimento. Che, come diceva Bernanos, è quel sottile filo di polvere che più stai fermo e più s'ispessisce... e più ti dà tremendamente fastidio sentirti ricordare che c'è.

giovedì 28 febbraio 2013

Nell'anno della fede, il Papa si ritira

Qualche giorno fa leggevo finalmente la gradita notizia della imminente chiusura dei Twitter di Benedetto XVI. La scusa ufficiale è che con la sede vacante non è il caso di tenerli attivi. Il motivo inconfessabile è che gli ideatori della sesquipedale iniziativa hanno finalmente intuito che utilizzare la figura del Santo Padre per favorire l'imminente ingresso in Borsa di un'azienda americana, con vastissimo corollario di irrisione e insulti, è stata semplicemente una pessima idea. Che purtroppo non è estranea da una diffusa mentalità.

Certo cattolicume parrocchiardo dalla pancia piena e dalla connessione internet sempre funzionante pensava che ostentare sul proprio blog immaginette da tifoseria papista fosse sufficiente per stare una spanna al di sopra dei tiepidi e dei cretini. Tifoseria che generalmente plaudiva compiaciuta ai patetici tweet dell'apposita équipe vaticana che riduceva le lezioni di Benedetto XVI a melense frasette da incarti di cioccolatino. Si illudeva che bastasse “prendere posizione”, magari con tre righe di proclama sulla propria bacheca Facebook e qualche re-tweet per mantener viva e scalpitante la santa Chiesa. E all'improvviso arriva la doccia fredda delle “dimissioni” del Papa. Che sconvolge anzitutto i semplici. Che sconvolge chi veramente ama il Papa.

Mia madre, stupita e allarmata, mi chiedeva: “ma tu non dicevi che il coriaceo Papa tedesco non si sarebbe mai dimesso?” Non sapevo cosa rispondere. Ancor oggi non so cosa rispondere. Neppure il giudizio di don Carròn mi basta di fronte allo sbigottimento di mia madre. Specialmente domenica scorsa a mezzogiorno, quando sul TG4 vedevamo la diretta dell'ultimo Angelus mentre il cineoperatore indulgeva sullo striscione “Comunione e Liberazione”. Oppure ieri, quando alla sua ultima udienza è stato accolto ancora una volta non dalla sincera supplica di resistere e di ritirare le “dimissioni”, ma dalla festosa rassegnazione contornata di applausi, di sventolio di bandiere e di cori da stadio, come se si trattasse di un atleta che annuncia trionfante la conclusione della propria carriera agonistica.

La barca di Pietro è nella tempesta più nera. Il Papa annuncia le proprie “dimissioni”. Orde indiavolate di avvoltoi si levano in volo agguerrite come non mai. E l'unico segno di vita proveniente da tanti cattolici è qualche timido belato. Chi ha osato implorarlo di ritirare le “dimissioni” ha ricevuto una pioggia di sinistri insulti, specialmente “fuoco amico”. I cattolici rassegnati, plaudenti e sorridenti come se nulla fosse successo, crogiolantisi in un pietismo provvidenzialistico, nulla hanno avuto da dire sul coro unanime di elogi da parte di quella stampa abituata a fabbricare quotidianamente accuse contro il successore di Pietro. Elogi provenienti naturalmente anche da tante serpi dotate di berretta cardinalizia: “il Papa rompe un tabù”, “si è dimesso dal suo servizio di capo”, “come se avesse detto: 'meglio che me ne vada'”, “ha rotto il tabù della sua inamovibilità”...

Tutta la recentissima “apologetica da social network” mi pare solo un tentativo di non pensare all'evento epocale e sconvolgente. Un tentativo di esibire una parvenza di fedeltà. Un tentativo di non accorgersi della eccezionale gravità della situazione. Un modo per non pensare a folle sobillate dalla stampa che in piazza san Pietro gridano: Dimettiti! Dimettiti! Il Papa ha dovuto parlare di sé stesso e della sua decisione. Ha esordito dicendo “vedo una Chiesa viva!” ma proprio quelle parole riportavano alla mente le tante brucianti sconfitte. Riportavano alla mente la confusione moderna: liturgica, disciplinare, dottrinale.


“In tutto questo disastro chi ama veramente il Papa? Ama il Papa chi è preoccupato della fede. Il successore di Pietro c'è nella Chiesa come custode della fede e dell'unità disciplinare che da essa discende. Allora amare il successore di Pietro, amare il Papa, vuol dire amare il suo compito, cioè il custodire il deposito e il confermare nella fede i fratelli. Amare il Papa fino alle lacrime, vuol dire amare la fede cattolica fino a morire per essa, come i martiri”.

lunedì 11 febbraio 2013

Sempre a ricordare la libertà

Una persona tutta pimpante mi segnala il comunicato di don Carròn sulle “dimissioni” del Papa. Nel leggerlo, ho avvertito tutto il dolore di don Carròn.

A causa della decisione del Papa, da domani -anzi, già da stasera- avrò il poco piacevole onore di distinguere con enorme chiarezza i ciellini imborghesiti da quelli che hanno capito almeno qualcosa del movimento. Vedrò coloro che si riempiono la bocca di paroloni ciellini come “drammaticità” e vedrò i (temo assai meno numerosi) ciellini come me che quando pronunciano la parola drammaticità avvertono una fitta lancinante.

Don Carròn ha ben presente l'imborghesimento di ampi settori del movimento di Comunione e Liberazione. Dove la virtù della speranza viene comodamente trasformata in un sorridente ottimismo. Dove la virtù della carità viene trasformata in un generoso impegno (magari anche fruttuoso, magari anche sincero, ma tutto sommato “impegno” incastonato nella propria agenda ed a cui si dedica più il corpo che l'anima, più i soldi che le virtù teologali). Dove la virtù della fede viene trasformata in imponente e perspicace ripetizione dei “discorsi del movimento” (magari anche comprendendoli un po', ma spendendo cento parole laddove ne basta una: annacquando cioè quello che ci ha davvero svegliati, rimessi in piedi, acceso il fuoco dentro, guariti dallo scandalo dei nostri stessi peccati). Che poi in fondo in fondo sono le stessissime cose che avvengono in tutti gli altri settori della Chiesa.

Ciononostante, proprio il don Carròn stesso deve indicarci la direzione da guardare: la libertà di don Joseph, libertà grandissima perché capace di operare una scelta grandissima (in qualità di Papa, è assai più conscio di me e di te delle difficoltà di essere Papa adesso), una scelta che era stata inimmaginabile da sei secoli. Don Carròn deve ricordare quanto sia necessario -subito, senza sconti- mettere da parte l'entusiasmo umano per capire cosa significhi libertà in quella circostanza e cosa c'entri con la nostra vita.

Don Carròn lo fa perché al di là dei tipici peccatucci dei singoli, al di là delle comodissime sbandate (che qui chiamo “imborghesimento”), il problema principale è ancora capire cosa significhi essere liberi. Uno può sapere a memoria tutta la dottrina della Chiesa, eppure scegliere il “bene minore” rispetto al bene maggiore; uno può aderire a Cristo con tutta la propria volontà, eppure desiderare altro, avvertendo la fede come un peso anziché come una liberazione.

Quando don Giussani ci augurava di non vivere mai tranquilli, ce l'aveva proprio contro l'imborghesimento. Il cui primo comodo frutto è dimenticare la libertà. Ridurla ad un concetto astratto. Esonerarla dal dolore. Renderla una cosa asettica. Il ciellino tutto volantoni, telegiornale, scuola di comunità, telegiornale, banco alimentare, telegiornale, vacanzina, finisce a poco a poco per non capire più cos'è la libertà.

giovedì 15 novembre 2012

C'è sempre stato, dunque... The End.

Mi è capitato anche oggi un sedicente cattolico “ben ferrato” che in un impetuoso riflesso pavloviano ha voluto a tutti i costi impartirmi la solita lezione: il peccato c'è sempre stato, dunque sarebbe inutile “scandalizzarsi” del marciume di questa società.

Sotto questo comodo sofisma il sedicente “ben ferrato” può poi proseguire nel dichiararsi sommamente indignato per alcuni precisi componenti secondari di detto marciume, minimizzando tutti gli altri e mal sopportando che non gli si dia immediatamente ragione su tutto.

La realtà è ben diversa, anzitutto per il fatto che il peccato non è inevitabile (e questo la Chiesa lo insegna perfino ai bambini). Anche il più incallito dei peccatori può -anche in modo scostante- rifiutarsi di aggiungere un'altra macchia alla sua anima, cioè può collaborare con la propria volontà (pur imperfetta) al disegno divino. E questo vale anche per una società.

Una società è “marcia” nella misura in cui il peccato è addirittura promosso e finanziato dalla legge. Dirsi che il peccato “c'è sempre stato” non è dare una risposta ma è solo un modo per eludere la domanda (dimenticando fra l'altro cosa dice la Chiesa in merito fin da quando è stata fondata). Che poi la società in cui viviamo promuova e finanzi molto di più che altre passate e presenti, è un dato di fatto che non si può coprire con paroloni gravi pronunciati con un vocione da professore pedante.

Ma il perno centrale di quel riflesso pavloviano era nello scaraventare addosso all'interlocutore il termine “scandalizzarsi”, carico di emozioni e di un'aura addirittura “liturgica”. Un'aggressione verbale condotta in modo raffinato e gentile, necessaria per evitare di andare al di là della frase fatta.

I cattolici “imborghesiti” amano vivere tranquilli. Scelgono dal menu dei neodogmi moderni quelli che più gradiscono, e li difendono a spada tratta perché hanno paura di fare la figura dei pirla quando vien fuori la coda di paglia. Per questo don Giussani augurava di “non stare mai tranquilli” (che è la stessa cosa di augurare di non essere come il fariseo in prima fila nel Tempio).

Il sedicente “ben ferrato” aveva certamente scelto dal menu il neodogma che aveva per descrizione: con questo sembrerete cattolici che si occupano delle cose importanti, sembrerete cattolici combattivi attenti agli obiettivi più famosi, sembrerete cattolici che sanno il fatto loro e che perciò possono guardare con sufficienza le discussioni che non riguardano il tema del giorno proposto dai telegiornali e soprattutto non dovrete affaticarvi la mente.

mercoledì 10 ottobre 2012

Spiderman e la vocazione

Un padre in lacrime che chiede: “chi sei tu?” E lui che dopo un attimo di esitazione gli risponde: “Spiderman”.

Un attimo prima quello stesso padre piangeva disperato, gridando al cielo una delle tante varianti della preghiera dei disperati: qualcuno faccia qualcosa. Preghiera che domanda senza sapere neppure cosa domandare, ammettendo dunque implicitamente la propria insignificanza di fronte all'universo (proprio da parte di chi fino a poco prima era carico di sicurezze sulla vita, strumenti per primeggiare, risorse da nababbo).

E un attimo dopo Spiderman prende coscienza della sua missione, pronunciando il suo nuovo nome. Come un monaco che compie liturgicamente la sua professione solenne. I poteri (sacerdotali?) di cui ora è dotato, non sono per sua comodità, non sono per le sue vendettine personali, ma sono per il popolo. Col celibato (dunque la castità) necessario per poter compiere la sua missione, poiché la vocazione non è un mestiere: il mestiere ti tiene impegnato negli orari di lavoro dei giorni feriali, la missione ti tiene impegnato tutte le ore di tutti i giorni di tutti gli anni.

C'è come un incomprimibile senso cattolico della vita che sbuca fuori quando si cerca di seguire le vicende della vita di un supereroe. Per questo al film Spiderman del 2012 hanno dovuto appioppare un finale sentimentalistico e anti-sacerdotale. Che, togliendolo, renderebbe il film più avvincente. Perché la storia di una vocazione è sempre irresistibilmente avvincente.

giovedì 27 settembre 2012

Chiedo preghiere

“Non serviam” è solo un risultato finale. Ma come è giunto Lucifero -intelligenza compiuta, mica un mortale capace di prendere fischi per fiaschi- a gridare “non serviam”? Una tristissima circostanza oggi mi ha fatto intuire qualcosa.

Ho scoperto con immensa amarezza che una mia amica si è infognata ancora una volta in un baratro da cui faticosamente l'avevamo tirata fuori più volte. Temevo una ricaduta ma cercavo di non pensarci, dicendomi che è inutile fasciare una testa ancora non rotta.

Temevo una ricaduta perché la volta scorsa qualcuno incautamente le aveva ricordato che stava uccidendo la sua stessa dignità. Lei, per tutta risposta, aveva gridato che non gliene importava niente della dignità, intendendo -ma non sapendolo esprimere- che percepiva come limitazione del proprio essere perfino il sentirselo ricordare.

Caduta a poco a poco nell'inganno di considerare libertà insindacabile i propri errori, è stata pronta a sputare deliberatamente sui propri talenti, sui propri affetti, amici e parenti, uno ad uno, sulla propria dignità, con tutte le logiche conseguenze che si affacciano alla finestra. Meccanismo che chiamerei incapricciarsi, perché non trovo una parola più adatta per definire quell'indebolirsi della volontà nonostante le frequenti, ragionevoli e riconoscibili possibilità di uscire dal tunnel. Meccanismo purtroppo oliato dalla debolezza di chi le stava vicino: i familiari non vogliono saperne, gli amici si sono stufati, il parroco è impegnato col consiglio diocesano e la recita dei giovani e mille altre cose, la folla di coloro che la ritengono già dannata è purtroppo in crescita.

Ripetute ricadute nel vizio significano che questo stesso meccanismo agisce sempre più forte, costando un prezzo sempre più alto (inclusa la propria dignità e, in futuro, la vita eterna), con la stessa dinamica di un drogato che si abbassa ad azioni sempre più turpi pur di procurarsi la dose quotidiana, pur dopo tentativi riusciti di disintossicarsi - tentativi sostenuti dalla sua sempre più debole volontà.

Lucifero non si è svegliato gonfio di superbia un bel mattino per proclamare “non serviam”. Benché il mysterium iniquitatis appartenga all'eternità anziché al tempo, riflettendo sul caso della mia amica ho l'impressione che Lucifero sia giunto al “non serviam” come per passi successivi, per scelte progressive, per incapricciamenti a catena fino al gran botto finale: rinunciare anche alla propria eterna felicità. Probabilmente con quello stesso tipo di smorfia furiosa e beffarda con cui lei la volta scorsa ci gridava: “chi sei tu per dirmi cosa è bene per me? sono io che devo decidere ciò che è bene per me”, e che oggi ha compiuto un altro passo ancora più giù nell'abisso.

In questa valle di lacrime è inimmaginabile il potere autodistruttivo di chi vuol gridare di non aver più dignità (finendo per convincersene). Lo scopo ultimo del Maligno (e di coloro che riesce a trascinare con sé) è l'autoannientarsi, possibilmente nella massima solitudine, magari addirittura coscientemente. L'immagine della superbia del voler essere “dio di se stessi” è solo un'immagine descrittiva e un po' asettica di quel concreto e rabbioso incapricciarsi a grandi passi verso il nulla.

Mai come in questo caso non ci resta altro che la preghiera. Nostro Signore ha personalmente esorcizzato e guarito, strappando al demonio una folla di anime. Bisogna solo bussare alla Sua porta finché, stanco delle nostre insistenze, guarisca Giuseppina dall'assurdo male di cui va orgogliosa, vincendo quel desiderio di guadagnare l'abisso, salvandole l'anima che attualmente è davvero “tra le più bisognose della divina misericordia”.

mercoledì 4 luglio 2012

O tempora, o mores!


Il soft-power hollywoodiano sta aggiornando la feature principale dei supereroi del XX secolo.

sabato 23 giugno 2012

Ciel-leaks

È passato più di un mese e mezzo da quando trapelò la lettera riservata che don Carròn scrisse al Papa, su richiesta di quest'ultimo, a proposito della nomina del nuovo vescovo di Milano. Chi conosce il movimento di Comunione e Liberazione non troverà alcuna sorpresa in quello che c'è scritto. Chi la legge con attenzione scopre che il giornale scandalistico-lamentoso che l'ha pubblicata ci ha fatto un gran favore.

Don Carròn, «ben consapevole della responsabilità» che si assume di fronte a Dio e al Papa, risponde a quest'ultimo accusando sinteticamente e senza giri di parole:
  1. la frattura tra “sapere” e “credere”, tipica della modernità, e la riduzione del cristianesimo ad “intimismo” e “moralismo”
  2. la crisi vocazionale “affrontata in modo quasi esclusivamente organizzativo”
  3. il problema dei libri liturgici che spezzano “l'unità tra liturgia e fede”
  4. l'insegnamento teologico che si “discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero”
  5. la “lettura sociologica stile anni '70” della presenza dei movimenti ecclesiali
  6. il “neocollateralismo” sinistrorso della Curia
  7. il “malinteso senso del dialogo” e “l'autoriduzione dell'originalità del cristianesimo”
Ora, sembra il programma di esercizi spirituali, oppure il materiale di lavoro per la scuola di comunità, fate voi: sono esattamente i problemi del cattolicesimo italiano (non solo ambrosiano), anche se altrove vengono espressi con parole diverse. E don Carròn, nell'elencarli, indica come uomo capace di riconoscerli e affrontarli Angelo Scola.

Deludendo molti infaticabili lobbisti dei sacri palazzi, Benedetto XVI ha scelto proprio Scola - e non è affatto detto che lo abbia fatto anzitutto per seguire il parere di don Carròn.

Il cardinal Scola è già al lavoro. Tra poco meno di quattro anni e mezzo compirà i 75 anni, età in cui il Diritto Canonico gli impone di dare le dimissioni da vescovo diocesano. Affrontare seriamente problemi come quelli elencati richiederebbe almeno un paio di generazioni di duro lavoro; Scola ha solo il tempo di dare un colpo di timone verso la direzione giusta.

Accusarlo di “ciellinizzare” la diocesi ambrosiana è lo stesso atteggiamento di un drogato che grida di essere sano e felice. In Italia, infatti, è largamente diffuso il vizietto di pensare che non conti l'uomo ma l'etichetta politicoide che volente o nolente gli è stata cucita addosso dai media.

mercoledì 30 maggio 2012

Il lavoro non è una merce

La Chiesa ha sempre insegnato che il lavoro, in quanto prosecuzione dell'opera creatrice del Signore, ha per ciò stesso dignità. Ed ha insistentemente raccomandato, in particolare negli ultimi secoli, la dignità della “mercede agli operai”.

Queste due asserzioni si scontrano frontalmente con la mentalità moderna. Società in cui il lavoro è funzionale alla paga, e la paga è proporzionale a ciò che “richiede” il mercato, ossia -generalmente- la moda del momento. Per questo vediamo mestieri particolarmente stupidi (se non addirittura contrari alla dignità e alla vita) fruttare valanghe di soldi a persone che si ritrovano al posto giusto quando qualche moda lo esige.

L'idea che il lavoro serva solo ad estrarre denaro è spaventosamente gravida di conseguenze. Per esempio, trasforma del tutto il modo di lavorare rendendo gli uomini schiavi del proprio mestiere e schiavisti dei loro eventuali sottoposti. Un po' come nei film di Fantozzi, dove è considerato “vita” tutto ciò che non riguarda il lavoro, dove si entra in ufficio all'ultimo minuto e si esce a razzo appena suona il fine turno.

Quell'idea, poi, trasforma il lavoro in merce, spostabile, ripianificabile, surrogabile o sostituibile, comprabile laddove costa meno. Non mi riferisco solo alla famigerata delocalizzazione (far produrre a cinesi e indiani a un decimo della paga che dovrebbero dare a te). C'è anche il caso tipico in cui da un giorno all'altro ti “ripianificano”, ti “spostano” in altro settore, facendoti lasciare nelle mani di qualcun altro (magari un incompetente, o uno che odia ciò che facevi) tutto quello che avevi messo in piedi, “tanto ti pago, dunque ti sposto ogni volta che qui si decide”.

Se il lavoro non ha la dignità di prosecuzione dell'opera creatrice del Signore, il lavoratore è solo un contenitore di lavoro, da misurare continuamente, riprogrammabile a piacere: tant'è che in ambiente industriale non si parla più di “lavoratore” ma di “risorsa”. Una macchina, di cui magari si può anche tollerare temporaneamente qualche difetto (consuma troppo, mi costa troppo, al primo guasto la butterò via), di cui ci si può sbarazzare anche se sa fare bene il suo mestiere.

Gli uomini sono uguali per dignità, non per capacità. È inevitabile che uomini diversi, anche se aventi lo stesso identico curriculum di studi e di lavoro, diano sul lavoro risultati diversissimi. E le capacità non sono necessariamente legate all'urgenza del momento stabilita dal consiglio di amministrazione. Ma da quando ci si è dimenticati che si lavora per la maggior gloria di Dio, il lavoro è diventato una merce su cui speculare e la dignità è diventata un mero benefit espresso in parametri mondani.


domenica 8 aprile 2012

L'ultimo esorcismo

Si tratta di un filmetto della categoria “spaventa-stupidi”, al pari dei vari Nightmare, zombies e tutto il resto. Il loro filo conduttore è che un entità maligna invincibile compie la solita serie di stragi per tentare di emozionare gli spettatori. La particolarità di L'ultimo esorcismo è nello spunto: ad un brillante pastore protestante, che non crede all'esistenza del demonio, viene richiesto un esorcismo.

Il film sembra un'involontaria apologia del cattolicesimo, per vari motivi. Anzitutto per il fatto che al di fuori del cattolicesimo il Male appare invincibile.

Il pastore protestante, protagonista del film, è troppo “moderno”, troppo brillante per pensare che esista il diavolo. Al punto che accetta di prendere in giro quei fedeli che in buona fede si rivolgevano a lui. Il protestantesimo terminale è una religiosità dello star bene, con tanto di ricetta di cucina tra un alleluia e l'altro.

Il protestante è abituato ad autoaccusarsi di essere peccatore. Ma quando si tratta di chiedere concretamente perdono, non lo fa, non lo sa fare, non lo ha mai fatto (al contrario, il cattolico, con la confessione frequente, sa accusarsi senza ridurre tutto ad un fatalismo, ed è perciò capace - quantomeno per l'abitudine frequente - di domandare perdono).

Il demonio protagonista del film è ovviamente “molto potente”. Nonostante ciò, commette un errore clamoroso: rivela subito il proprio nome (esattamente ciò che serve ad un vero esorcista per scacciarlo via). Ma agli autori del film questo non interessa: l'importante è costruire emozioni e farlo così come la moda del momento comanda. Anche quando involontariamente il film dimostra che i due peggiori errori che si possono fare a proposito del demonio è o di pensarlo invincibile, o di pensarlo inesistente.

giovedì 8 marzo 2012

La gallinella cattiva

Nel rivedere il solito Wise Little Hen (il primissimo cartone animato del 1934 in cui compare Paperino) osservavo come la gallinella saggia fosse, prima che “saggia”, anzitutto cattiva. Certamente il maiale e il papero meritano una punizione per la loro pigrizia (grandiosa la scena del club degli sfaccendati che al termine non era stato ancora riparato). Ma che ad operare la punizione sia proprio colei che ha organizzato il lavoro, è un autentico vendicarsi, è un conflitto di interessi. Evidentemente la richiesta iniziale di aiuto non prevedeva una terza possibilità: o lavorate con me o mi vendicherò crudelmente.

Se la gallinella fosse stata davvero saggia si sarebbe limitata ad ignorarli così come hanno fatto i pulcini, evidentemente dotati di un animo più umano: seguono, obbediscono, lavorano, ricevono. La gallinella invece no: ha conservato in cuore il desiderio di vendetta (cosa non può essere una vita intera fondata su una vendetta ancora non portata a termine!), ha aspettato il momento in cui avrebbe utilizzato il proprio successo per umiliare i due pelandroni e quando tutto è finalmente realizzato, quando a tavola c'è abbondanza (cosa non può smuovere una simile immagine in tempo di crisi economica!) fa un cenno per dichiarare le proprie intenzioni (sostanzialmente ignorato dai pulcini), si alza (si erge autonomamente a giudice del bene e del male) e va a dare ai due perdigiorno l'umiliazione definitiva: olio di ricino. I due faranno eternamente ammenda prendendosi a pedate a turno.

La favoletta è teologicamente errata poiché pur essendo vero che all'inferno ci vanno solo quelli che non desiderano seriamente la salvezza, è anche vero che i salvati non trarranno giovamento e neppure piacere dal fatto che qualcuno si danni in eterno. La favoletta della gallinella saggia tenta di insegnare che chi si dà da fare non solo ottiene una duratura abbondanza a tavola, ma può permettersi adeguata vendetta contro i pigri che non le hanno dato il proprio contributo. Come se fosse più attraente il vendicarsi che il nutrirsi. La gallinella, infischiandosene del loro destino, emula l'omicida Caino che chiede retoricamente: sono forse il guardiano di mio fratello?

I due scansafatiche non hanno consumato l'olio di ricino (era olio di castoro, ma fa lo stesso). La feroce vendetta della gallinella resta perciò incompiuta. Per di più i due hanno accettato l'umiliazione, comprendendo di aver sbagliato: ma piuttosto che domandare misericordia, decidono di far giustizia da soli, prendendosi a turno a pedate. Il loro comportamento è quello di Giuda Iscariota: pur riconoscendosi peccatori, sono incapaci di chiedere perdono: pensano di poter essere loro a stabilire quale sia la grandezza massima perdonabile del male che si può compiere, e sono già certi di aver oltrepassato quel limite.

È una tentazione tipica perché l'uomo, nel rendersi conto di aver peccato ancor più gravemente di ciò di cui si era in precedenza pentito, tende a prendere atto del proprio limite nel modo peggiore: stabilire di essere imperdonabile, convincersi di aver peccato talmente tanto che nemmeno la divina misericordia può chiudere un occhio. Oppure, in versione più blanda, convincersi che per domandare perdono occorra chissà quale impossibile “preparazione”, tale da non aver mai più bisogno di perdono dopo. Il papero e il maiale, per ciò che hanno mostrato nel cartone animato, rappresentano bene coloro che hanno sempre qualche scusa pronta per evitare di accedere al sacramento della confessione.

La gran fortuna della cattiva gallinella (e soprattutto dei pulcini) è nel fatto che i due perdigiorno non hanno reagito con la violenza e lo sciacallaggio, come avviene nella realtà piuttosto che nelle favole. Come tutte le favolette “politiche”, il messaggio deve necessariamente censurare qualche importante aspetto della realtà.