martedì 24 giugno 2014
Cristiani e Puffi
In particolare mi rendo conto della sempre più urgente necessità della preghiera a san Michele Arcangelo. Uno dei tanti indizi è il proliferare di vignette e immagini blasfeme proprio ora che quasi nessuno se ne preoccupa più (oppure, come quella diocesi brasiliana, ci si limita a “monetizzarle”). Quanto più la blasfemia è gratuita - e dunque immotivata - tanto più c'è da allarmarsi su certi discorsi del “ben altro, ben altro”, quel benaltrismo de' noantri tutto concentrato a guardarsi l'ombelico che troneggia sul sazio ventre.
Bisogna oggi diffidare da chi nomina Cristo: in 999 casi su 1000 sta parlando a vanvera, sta solo traslando “cristianamente” il discorso dei Puffi (quello in cui “puffiamo una cosa puffosa puffosa che si puffa puffando”). Ormai sono cinquant'anni che il mondo cattolico avanza a suon di buzzwords, di parole eleganti preconfezionate (e che dopo qualche mese pacificamente passano di moda), una moda sopravvissuta perfino alla rivoluzione sessantottina. Occorre diffidare da chi oggi nomina Cristo, perché quasi certamente Lo sta riducendo ad un discorso su Cristo, ad un'etichetta elegante per la propria tolleranza all'imborghesimento.
Sono troppi, ormai, gli ambienti ecclesiali a cui non si può augurare altro che una sana, brutale, accanita persecuzione purificatoria. Spesso perfino a quei bravi cristiani, laici e sopratutto chierici, che pur con un cuore d'oro e una grande intelligenza subiscono passivamente la devastazione conformista così rapidamente avanzata. Dopotutto basta nominare “Cristo”, la parola magica che certifica tutti i discorsi e che annichilisce i non allineati: sei polemico, dunque sei contro Cristo, hai da ridire, dunque sei contro Cristo, ti lamenti, dunque sei contro Cristo, non hai applaudito al messaggio del presidente di fine anno, dunque sei contro Cristo, stai a guardare quelle cosucce quando i problemi sono “ben altri”, dunque sei contro Cristo...
Di fronte a questi imborghesiti - fossero anche capi e capetti del movimento - probabilmente l'unica risposta è la preghiera a san Michele Arcangelo, perché ricacci nell'inferno i demoni che stanno dedicando un'infinità di sforzi per istigare le anime a ridurre Cristo ad un discorso su Cristo.
venerdì 6 giugno 2014
Si alza il vento
Siamo già abituati agli altri film di Miyazaki - profondi, toccanti, commoventi, intelligenti - ma questo li supera tutti. È la storia di una passione di tutta una vita, la passione per il volo. Jirō non potrà mai essere pilota per problemi alla vista, ma quando gli appare in sogno il conte Gianni Caproni (l'ingegnere aeronautico italiano) che gli mostra il suo Ca.60 Transaereo, capisce che se proprio non potrà pilotare un aereo può pur sempre progettare “l'aereo più bello del mondo”.
Siamo in Giappone negli anni Trenta e sappiamo cosa comporterà la passione di Jirō: ma è proprio su questo aspetto che il film sfida gli spettatori con domande spinose: davvero l'arte per l'arte, la scienza per la scienza? Davvero sarebbe sempre giusto il seguire la propria onesta passione? È meglio un mondo con le belle ma inutili piramidi, o senza piramidi? Chi ha frettolosamente etichettato come “militaristico” il film, ha rifiutato quelle domande, come se si fosse limitato a leggere un asettico riassunto della trama piuttosto che seguire il film immedesimandosi nei protagonisti, come se sulle scene avesse premuto l'avanti-veloce per andare al sodo.
È senza dubbio un capolavoro, ma come al solito il doppiaggio è ciò che rovina il film: andrebbe seguito in lingua originale e sottotitoli. Per la voce del protagonista Miyazaki ha infatti scelto di proposito un non professionista, con un timbro anodino, una voce nasale poco espressiva, una voce da studioso felice di essere concentrato solo sul proprio progetto. I dialoghi sono espressivi più per quello che si vede che per ciò che si sente. Un capolavoro da gustare e che alla fine lascia non solo emozioni, ma una raffica di domande spinose e oneste.
lunedì 26 maggio 2014
Il posto segreto dei funghi segreti
Se la nonna era stata irremovibile, il nonno lo era anche di più. Pochi anni prima un altro posto segreto di certi bei funghi era stato saccheggiato e devastato da uno che aveva ripetutamente promesso di prenderne solo per uso personale e invece li portava al mercatino rionale al negozio del suocero. E siccome il suocero ci guadagnava facilmente, il baldo giovanotto in breve tempo spazzolò via tutto - e non certo con l'attenzione di chi vuole raccoglierne anche nel futuro. Fatto sta che il nonno ci rimase malissimo ed entrò di diritto nel club dei “so dove trovarli ma porterò il segreto fin nella tomba”.
Nel primo caso c'è stata la dinamica del “vedo dunque voglio”. È un atteggiamento impropriamente chiamato infantile, visto che l'intera industria pubblicitaria vi poggia su. Non è necessario vedere coi sensi: è sufficiente l'impressione, è sufficiente lo stimolo per sognare. Basta che baleni l'idea, e la naturale propensione all'avidità farà il resto. Nel secondo caso c'è descritta la dinamica della tragedia dei beni comuni: cioè il trarre benefici senza sostenerne i costi, stimola l'avidità e la devastazione generale a danno di tutti. La tragedia dei commons è solo il naturale risultato dell'inclinazione al male.
martedì 22 aprile 2014
Inutile chiamarli "i grigi"
La questione degli indemoniati, specialmente all'interno della Chiesa, è spessissimo (e con una certa ossessione) derubricata a problemi psicologici, senza alcuno sforzo per approfondire almeno i singoli casi più eclatanti. Il triste risultato di tale miscredenza è la nascita di un non proprio virtuoso sottobosco di guaritori ed esorcisti fai-da-te, talvolta perfino in buona fede (e non solo per il fatto che lo scetticismo imposto per legge curiale partorisce sempre la creduloneria).
Eppure basta guardare qualche film recente sul tema ufo-thriller e sostituire gli “alieni” con le presenze demoniache. E riflettere su quanto abbondantemente Nostro Signore esorcizzò durante il suo ministero pubblico.
lunedì 31 marzo 2014
Piccole cose di tutti i giorni
Per lunghi anni ho pregato perché i nonni superassero i problemi di salute che li affliggono. L'ho fatto perché sono affezionato e perché so che ogni attimo di vita in più è un dono. E quindi mi è particolarmente indigesto scoprire che passano il tempo a guardare la TV. Due nonni, due stanze, due televisori, due fastidiosissimi programmi televisivi che sembrano volersi sopraffare a vicenda in termini di pressione sonora e di banalità, per tutto il tempo in cui i nonni non sono impegnati a dormire.
Visto il film Die Welle. Lascia a desiderare, ma negli unici punti in cui è realistico (quando corrono ad imbrattare muri) parrebbe quasi un'apologia del peccato originale: date ai giovani un ideale senza guidarli (cioè senza educarli) e il risultato è totalmente scontato.
Scopro ancora una volta che mi si affezionano persone che non vedono l'ora di fuggire dalla propria famiglia.
Ho rabbrividito nel vedere lo striscione pubblicitario affisso sull'ingresso della parrocchia: Canta e cammina. Come se il popolo di Dio fosse un branco di Lemmings sul ponte del Titanic: orsù, fateli cantare. Sembrava un po' fare eco anche di una delle più cacofoniche canzoni di Claudio Chieffo, quella che ha ricordato a generazioni di ciellini che è bella la strada per chi cammina. Nel “cammina” ciellino c'era però una guida: una compagnia guidata al destino. Di questi tempi bui, invece, gli striscioni parrocchiali sembrano gridare un vuoto, sembrano indicare al branco di Lemmings di cantare e ballare sul ponte del Titanic: orsù, cantiamo, andiamo da qualche parte, purché ci si metta in moto, qualsiasi parte va bene, anzi, volete decidere voi?
Un libro si potrebbe dire “interessante” quando non riesci a smettere di leggerlo neppure per stanchezza.
Certi soggetti che ispirano antipatia sono in realtà semplicemente schiavi di una robusta invidia che provano vergogna a riconoscere. Vergogna perché pare assurdo invidiarti perché stai peggio di loro. Eppure sarebbe proprio questo un punto su cui spremere le meningi e cercare di capire qualcosa di più: perché mai dovresti invidiare qualcuno che sta messo molto peggio di te? Cosa c'è di così importante e “invisibile” da far arrovellare certa gente? Certa gente, incredibilmente, trova come scopo unico della propria vita quello di renderla fastidiosa e infelice ad altri.
lunedì 10 febbraio 2014
White House Down
Il film-favoletta White House Down è l'ennesimo fastidiosissimo minestrone di amenità per bambine brontolone, miscelato a riposanti sparatorie con missili e bombe. Le imperfezioni della trama, della fotografia e degli attori sembrano addirittura pianificate per invitare lo spettatore a miscelare pezzi di realtà e di favole e a scegliere il cocktail che più gradisce. Quella scelta avviene nel momento in cui lo spettatore pensa: no, questo è impossibile, sì, questo invece è probabile: esattamente ciò che avviene all'ora dei pasti quando i telegiornali sembrano suggerirci di definire “ridicole” certe notizie e “allarmanti” certe altre. Ognuno si fabbrichi pure il suo sogno preferito sulla realtà, alimentandolo da stimoli teletrasmessi dalle centrali preposte allo scopo. Il film-favoletta che invita a costruirsi la propria realtà - cioè una qualsiasi edizione gradita al potere, ottenendo il risultato non con la forza bruta ma con un gradevole soft-power - è solo un fervorino nel mare magnum catechetico delle potenze di questo mondo.
Da un po' di decenni Hollywood promuove in modo assillante l'idea che il Santo Popolo Americano, pur coi suoi peccati e i suoi Giuda Iscariota, saprà sicuramente reagire ad un sorprendente attacco, un attacco “esterno” anche se interno. Che si tratti degli alieni o dei talebani, che si tratti di uno scienziato pazzo o dei nazisti, che si tratti di un supercriminale o degli zombie, quando avverrà qualcosa (non “se” avverrà, ma “quando”) il Santo Popolo Americano partorirà sempre il suo “eroe per caso” che prende decisioni istintivamente e perciò vince, che si innamora (mettendo a repentaglio il mondo intero a causa dei propri affetti) e perciò ugualmente vince, che nonostante tutte le avversità finisce per dimostrare sul campo di meritare fiducia e infine che per salvare gli USA e il mondo dalla inevitabile catastrofe occorrerà pagare un qualche spaventoso prezzo (in termini simbolici ed in termini di vite umane).
giovedì 2 gennaio 2014
Anche se facevano ridere...
Sono vignette teologicamente esatte, pur essendo intese solo a far ridere. Fanno ridere perché siamo stati educati a ridere delle disgrazie di personaggi estranei alla nostra vita (il Dalek che lo extermina, il Sarlacc che lo mangia, il Gozilla che lo spiaccica...) ma parlano esattamente della stupidità umana di considerare il demonio come qualcuno con cui tutto sommato può esserci modo di interloquire. Quella stupidità che cerca (convinta che esista) un compromesso col peccato, una ragionevole via di mezzo tra il bene e il male, un'attenuazione dei rigori della verità (e quindi anche di Colui che è Via, Verità e Vita).
giovedì 26 dicembre 2013
mercoledì 25 dicembre 2013
Finalmente è finita
martedì 1 ottobre 2013
Un investimento perduto a causa di un incidente
Ma una volta lontani dal condividere il loro dolore, riemergono nel cuore certe strane domande. Un solo figlio. Figlio unico. Per lui sempre il meglio: dal più blasonato pannolino al miglior giocattolo di marca: mica stracci, mica giocattoli cinesi (tossici!), mica dentifrici non raccomandati “dall'associazione medici dentisti”. La tata certificata non meno che culle e passeggino, le frequenti visite mediche specialistiche (quelle normali sono per i plebei), merendine e bibite a basso contenuto di zuccheri, palestre importanti per uno sport intelligente, feste di compleanno con animazione professionale, corso di pianoforte e di lingua inglese, mica a giocare a palla, mica con la coperta del supereroe che andava di moda fino all'anno scorso, mica lo zainetto quello che stanca le spalle, e poi mille rimbrotti alla maestra perché non lo affaticasse, lite furiosa con la vicina di casa che ha usato il trapano proprio durante le ore di studio del prezioso pargoletto... Strana domanda: perché è capitato proprio a noi?
Sì, l'incidente. Banale, assurdo, inspiegabile: gli aggettivi per definire un incidente sono sempre gli stessi, perché tutti sono profondamente convinti che gli incidenti possano capitare solo agli altri.
Un incidente infatti attiva tutto un insieme di procedure non scritte ma uniformemente riconosciute. Costringe a far di tutto per non sembrare più gli stessi. Fingere di cercare ragioni e riuscire a non trovarne mai. Cercare qualcosa contro cui vendicarsi, invocare regole dallo Stato, protezione dalla società, sostegno dai conoscenti, solidarietà dagli sconosciuti. Reclamare, con ogni scusa possibile, soldi, soluzioni, memoria, fama. Fingere di accollarsi responsabilità ma con la pretesa di essere immediatamente e universalmente riconosciuti innocenti. Cercare perennemente qualcuno o qualcosa a cui affibbiare la colpa, accusando di “cinismo” chiunque non solidarizzi a norma di galateo moderno.
Insomma: è il passaggio dall'aver fabbricato un figlio “di successo” al ritrovarsi improvvisamente senza figlio e senza “successo”. Ci si sente come derubati di un enorme investimento ancora in corso, come quando il cane va a leccarsi per un momento l'impasto della torta vanificando due ore di preparazione e consegnando al nulla il calore del forno acceso.
Ecco: ci si sente derubati. Consideravano il proprio figlio come una loro proprietà, un loro progetto, su cui hanno investito tempo e denaro per la messa a punto, impegnandosi a rispettare i più elevati standard del momento... ed un incidente li priva del loro Unico Figlio. Sì, un incidente, proprio ciò che non avevano mai (dico: mai!) previsto nemmeno come remota possibilità.
Inutile parlare a chi non vuole ascoltare. Inutile parlare di speranza a chi ha perso un investimento per un incidente “imprevisto”.
Nei tempi bui (fino a mezzo secolo fa) avevano un figlio unico solo coloro che per problemi fisici non erano riusciti ad averne altri. Un incidente era qualcosa che non riguardava solo “gli altri”. La morte di un figlio, fosse anche il figlio più amato, non riduceva i genitori a due professionisti disperati per essere stati derubati del loro investimento.
martedì 10 settembre 2013
Festa di piazza in paese
Io invece sono a casa: durante e dopo la cena mi tocca sorbire il fracasso accuratamente amplificato. I lorsignori sul palco sono ben rappresentati da quella vignetta con le note musicali obese e ammaccate e le scritte “zum zam bam bum” che martellano le orecchie di Paperino. La distanza e l'amplificazione mi fanno giungere il frastuono già scremato alle basse frequenze, cosa che mi permette di distinguere con maggior chiarezza la spiritualità tribale di quella liturgia.
Fin da piccolo ho percepito l'aria liturgica di tali organizzatissime gazzarre paesane,[1] paragonandola all'attenzione e alla preparazione che meriterebbero invece le celebrazioni dei sacramenti. La tecnologia contenuta negli strumenti di amplificazione permette alle masse di lasciar affondare le loro anime nel rumore, laddove la Chiesa le elevava col silenzio, con l'arte sacra e con quelle distese di canto gregoriano.[2] Da piccolo mi imbarazzava vedere che quello stesso popolo cattolico avvertiva il bisogno di equilibrare la sublimità della liturgia con le celebrazioni tribali in piazza (magari proprio la stessa piazza dove sorge la chiesa in cui poco prima ci si comunicava con devozione).
Era imbarazzante, di domenica, pranzare dagli zii col televisore acceso che vomitava allusioni volgari, ciniche insinuazioni e perfidi luoghi comuni, proprio un'ora dopo aver tutti consegnato al Santissimo Sacramento una quantità di buoni propositi. Un milione di volte ho desiderato insorgere e sgridarli: ma un attimo fa non eravate in ginocchio davanti al Redentore? La comunione con Lui è già da dimenticare? Ma avevo paura di sentirmi dire: ma dai, per così poco? ma dai, non ti sembra di esagerare? ma dai...
Ma avevo ancor più paura che alzassero ulteriormente il volume. Sembravo l'unico che non sentisse il religioso bisogno di fracasso e trivialità, mi pareva di non aver posto nello stomaco per quei “bum bam bum”, quelle sconcezze e banalità seguite da applausi tutti uguali. E quelle rare volte che il parroco ci concesse la sua presenza a pranzo, sembrava sentirsi perfettamente a suo agio con loro e col televisore acceso, e forse proprio per questo era così tremendamente noioso nelle omelie e aveva tanto rispetto per quel gruppo di oche litigiose che ogni santa domenica e festività comandata gli starnazzava nella liturgia le solite trite canzonette anni settanta.
Non so dire come e quando mi fu concessa la grazia di stancarmi definitivamente di quella “spiritualità” mondana, oltre che la grazia di capire che da qualche parte doveva esserci una cristianità meno televisionata e più scossa dal Mistero. Nel frattempo mi sforzai di imparare a lasciar passare da un orecchio all'altro, senza transitare per il cervello, tutto quel frastuono, ardua impresa anche se ne ero stato sempre allergico.
Nell'incontrare il movimento di Comunione e Liberazione, la prima cosa che mi colpì fu proprio la liturgia. Silenzio e ordine, sublimità e chiarezza, partecipazione senza protagonismo. Tutti inginocchiati alla consacrazione (scena mai vista in parrocchia), nessuno che spalancava le braccia e le mani come un cretino al pater noster, nessun protagonismo, nessuna scenografia da Zecchino d'oro, nessun ridicolo cartellone coi caratteri cicciotti, nessun “gesto” imbarazzante, niente: solo una compostezza veramente liturgica, come se tutti fossero lì riconoscendo Cristo presente nel Santissimo Sacramento.
La cattiva interpretazione della presenza di Cristo “in mezzo a noi” è all'origine della trasformazione della liturgia cattolica in un attivistico cerimoniale, dove la “partecipazione” è confusa col darsi da fare, dove quell'in-mezzo-a-noi ha ridotto Cristo ad una sensazione di ottimismo. Ne ho avuto un ampio assaggio quando il celebrante mi sgridò perché stavo in ginocchio, postura che lui aveva interpretato come un “non partecipare”.[3] Inginocchiarsi, infatti, non è un gesto da sagra paesana, non è un gesto da trasmissione televisiva di intrattenimento della domenica pomeriggio. Ci si può inginocchiare compunti davanti al Signore, fisicamente davanti al Signore, non certo nell'assemblea sedicente “cristiana” impegnata a “celebrare”, dove la “sacra sinassi” fa il “banchetto escatologico” in un “clima di festa”... e guai a chi non canta, guai a chi non esibisce un moto di “festa”:[4] non sembrerebbe più un varieté pomeridiano domenicale.
1) Avevo goffamente tentato di partecipare talvolta a quelle celebrazioni, anche obbedendo al loro primo comandamento (quello di sospendere la ragione), ma il dogma del “stasera faremo pazzie” non mi ha mai riempito minimamente il cuore. Forse perché so che dopo ogni “stasera” c'è sempre uno “stanotte” ed uno “stamattina”.
2) Il boom delle canzonette “per la liturgia” nasce mezzo secolo fa come risultato della malsana idea che il popolo debba dare il suo attivo contributo allo spettacolino religioso autogestito. Non più il lasciarsi inondare l'anima, ma il darsi da fare per far sembrare “riuscito” lo spettacolino (cfr. ad esempio quel parroco che ha cambiato arbitrariamente la formula finale in: «la messa è finita: andate in pace dopo il canto»).
3) Il maggior numero di sgridate che ho collezionato dai preti riguarda il canto. Mi ripugna cantare certe emerite scemenze. Detesto aggiungere alla liturgia la mia voce per recitare insipidi minestroni di religiosità pseudocattolica. E dopo la prima e la seconda volta che sono stato beccato in flagrante reato di bocca chiusa, quel prete ha sempre guardato nella mia direzione tutte le volte che ammoniva: “cantiamo tutti insieme, su! tutti insieme”.
4) Dal film Buck Rogers: “Il re Ming ordina a tutti di essere felici. PENA LA MORTE”.
lunedì 2 settembre 2013
Un privilegio, una croce, una grazia
Tanti cattolici - perfino di vita religiosa o monastica - hanno dimenticato o addirittura sempre ignorato il vero motivo per cui esistono conventi (e monasteri e istituti religiosi e tutto il resto). È puro orgoglio voler realizzare da soli la propria vita spirituale: si finisce inevitabilmente per sbandare. La necessità di una “compagnia” dove essere guidati e dove aiutarsi a vicenda ha fatto sorgere le “case” religiose. Dove le esigenze comuni vengano risolte senza richiedere ad ognuno troppe risorse dove la vita di preghiera e di sacramenti sia ordinata, senza subire rallentamenti, svolte o accelerazioni a seconda di capricci e ispirazioni passeggere. Per chi desidera consacrarsi seriamente a Cristo,[1] un buon “convento” è la via più comoda e meno rischiosa. Persino l'avere una “regola” ed un “superiore” a cui ubbidire sono un vantaggio: significa liberarsi di un gran numero di responsabilità e di scelte difficili.
Uno normalmente fa presto a dire “vedrò, saprò, resisterò”: ma una qualsiasi tempesta improvvisa può affondare la nave anche dopo decenni di perfetta navigazione. Una “compagnia” guidata è lo strumento che facilita una sfida altrimenti impossibile.[2] Il “convento” dove tutti perseguono il tuo stesso ideale - nonostante le tue e loro debolezze - è quanto di meglio tu possa desiderare per vivere fino in fondo la vocazione, vocazione che è assai più grande di quanto tu stesso non possa immaginare nei momenti di maggiore entusiasmo.
Don Giussani ha compreso tutto questo in tempi lontani. Mentre il mondo - perfino quello cattolico - si dava da fare per “ribellarsi”, “rinnovare”, “rivoluzionare”,[3] il don Giuss ha in qualche modo estratto l'essenza della vita religiosa. Chi conosce bene i Memores Domini non può non pensare che abbiano una dimora che realizza efficacemente l'ideale di “convento” sopra descritto.
Dimora non significa banalmente una struttura dove “fare vita comune”. Quest'ultimo odioso termine è figlio della mentalità moderna per cui la “vita” è qualcosa che si “fa”, il vivere è una lista di compiti da svolgere, ossia la vocazione sarebbe un mestiere, un elenco di regole. Dimora: uno strumento utile per accoglierti, aiutarti, sostenerti, riportarti in piedi quando cadi. Qualcosa che dunque in fin dei conti ti libera dai fardelli peggiori: il tentare di “capire” da solo, il tentare di “fare” da solo, il tentare di “vagliarsi” da solo...
Ai tempi in cui don Giussani era un ragazzino si diceva che entrare in un ordine religioso era un “privilegio”, rimanerci “una croce”, morirci “una grazia”. Una “grazia” perché significava l'aver combattuto fino alla fine la buona battaglia. Una “croce” perché nessuno strumento esime dalla necessità di lottare contro le proprie cattive inclinazioni.[4] Un “privilegio” perché si badava alla qualità piuttosto che alla quantità.
Che i tempi siano tanto, tanto cambiati lo si nota dalle disperanti “pastorali vocazionali” (diocesane e religiose) che descrivono il consacrarsi come un “fare”, come un'etichettina elegante di specialisti della preghiera, biglietto da visita di professionisti di cose chiesastiche, insomma, sempre un “fare”, un'attività, un mestiere, fosse anche solo il mestiere di essere “qualcosa”. Mestiere che viene chiamato pomposamente “carisma specifico”. Non propongono una dimora perché ormai non c'è più una dimora ma solo un'organizzazione: i “conventi” di oggi non attraggono più, e mentre prima avevano il problema delle troppe richieste, oggi hanno il problema delle troppe poche richieste.[5]
Nelle “pastorali vocazionali” non c'è più una compagnia: c'è invece una struttura con mille possibilità. Come se fosse un club o un partito a caccia di aderenti. Una sorta di accattonaggio di vocazioni che arriva spesso al grottesco: penso per esempio a certi ordini femminili che si affannano a rastrellare giovani africane e asiatiche[6].
Non riesco a vedere oggi negli ordini religiosi tradizionali (e nemmeno in quelli di recentissimo allestimento)[7] qualcosa che somigli almeno vagamente a ciò che don Giussani chiama dimora e che anima la vita dei frutti del movimento di CL (Memores, Cascinazza, San Carlo...) Sembra che solo i religiosi più anziani abbiano ancora memoria di ciò che era la vita consacrata prima della grande deriva del dopoguerra (che ha “fatto il botto” nel '68 e continua ancor oggi).
1) Il consacrarsi a Cristo può avere diverse forme (monaco, suora, prete...) che purtroppo nella parlata comune vengono erroneamente intese come mestieri. “Fare il prete” (piuttosto che “esserlo”), “fare il monaco contemplativo” (inteso come emettitore di preghiere), “farsi suora” (percepito come il farsi assumere in un'aziendina a conduzione femminile), eccetera: la riduzione tutta moderna della vocazione ad una “funzione”, un mestiere, un darsi da fare in nome della produzione di qualcosa che suoni “utile”.
2) Non mi risulta di santi eremiti recenti.
3) In coincidenza col Concilio Vaticano II si è assistito allo svuotamento di conventi, all'abbandono della veste talare e dell'abito religioso, si è fatta strada la mondanizzazione e la ridicolizzazione della vocazione: “il nostro carisma è l'ospitalità”, mi diceva qualche giorno fa l'anziana suora tarchiata che gestiva la “casa di spiritualità”, cioè un alberghetto con cappella. Quelle suore si sono a poco a poco trasformate in cameriere e sguattere stipendiate e con qualche momento accessorio di preghiera comune. La presenza della cappella in tali alberghetti (generalmente arredata con pessimo gusto) è solo uno dei vari servizi per la clientela. La loro “testimonianza” cristiana è ridotta al più a qualche quadretto religiosetto appeso al muro e ad un abito “religioso” che ricorda più un grembiule da vecchia badante che la divisa della consacrata.
4) Una mela guasta rovina l'intero cesto. Tanto più se la mela guasta è il “superiore” della casa religiosa: cedendo alle proprie cattive inclinazioni, o anche solo scendendo a compromessi, può devastare in poco tempo l'intera comunità.
5) Il peggior biglietto da visita di una comunità religiosa è solitamente il suo manifestino di pastorale vocazionale: vi si notino il font di caratteri utilizzato, il disegnino illustrativo, i colori utilizzati e la banalità del titolo che vuole a tutti i costi apparire simpaticamente controcorrente.
6) Il talent-scouting delle vocazioni femminili extracomunitarie si basa su un versetto da “quinto evangelo” del commendator Migliavacca: “seguitemi! vi darò un tetto e un piatto caldo”. Certe congregazioni femminili, fino a non troppi anni fa rigogliose di preghiera, testimonianza e vocazioni, si sono ridotte a piccola imprenditoria alberghiera a disposizione di gruppetti di cattolici imborghesiti. Anziché lasciar morire serenamente di vecchiaia la propria congregazione la eutanasizzano sotto forma di “casa di spiritualità”, per di più con una certa fretta perché alla loro età hanno bisogno di badanti e cuoche.
7) Il generale degrado della vita religiosa si nota in particolare quando i diretti interessati parlano del proprio “carisma”: hanno la stessa faccia e la stessa cadenza del dirigente che parla della “nicchia di mercato” su cui è specializzata la sua azienda.
domenica 1 settembre 2013
Come se fossero stati forgiati dalle verità della fede
Nel loro raccontare, episodi di quotidiano eroismo si susseguivano con precisi nomi, date e luoghi. Di quando quegli operai, che neanche sapevano scrivere il proprio nome, subito dopo un terribile nubifragio rimisero in funzione seimila cavi di collegamenti in tre ore. Di quando in autostrada durante una piovosa alba l'autista anziché frenare azzardò un sorpasso veloce evitando così di coinvolgere l'autobus carico di sonnecchianti operai in un pericoloso tamponamento. Di quando la suddivisione territoriale lasciava una tale autonomia, che gli “armadi” in ghisa con le apparecchiature erano ficcati ovunque, e nei paesetti persino nelle cantine delle case private, e riuscivano a far funzionare tutto senza elaborare complicate strategie di backup e disaster recovery. Di quando un semplice operaio trovatosi per caso davanti ad un'emergenza seppe velocemente manovrare con sangue freddo e perizia evitando un incendio e altri costosi danni, venne ricompensato solo con una lettera di encomio e non fece una piega.
Nei bei tempi andati c'erano sì pigri e furbetti, ma la mentalità più diffusa, dal vertice più alto fino all'ultimo degli operai, comprendeva la fierezza del far bene il proprio mestiere e un solido senso di lealtà verso l'azienda. I Pezzi Grossi, nel susseguirsi dei loro ricordi, aggiungevano dettagli e date per far capire che non stavano gonfiando i fatti, e con ciò sembravano quasi domandarsi da cosa fossero nate quelle virtù oggi praticamente scomparse.
Per un attimo mi è parso che uno di loro stesse deducendo davvero l'unica esatta spiegazione. Che non c'entra con le vicende politiche ed economiche del dopoguerra, né col benessere percepito o desiderato, né con un presunto attaccamento alle virili virtù così come venivano celebrate dalla retorica fascista. C'entra invece con la percezione della dignità del proprio lavoro, del lavoro come proseguimento dell'opera creatrice di Dio, dell'espressione di una positività, di un desiderio. Il dirigente aveva infatti detto che quegli uomini sembravano aver chiaro il senso delle cose e la preziosità della propria opera, «come se qualcuno li avesse tutti educati a ciò fin da bambini».
giovedì 29 agosto 2013
L'epidemia di ipersuscettibilità
Mi sono scontrato ancora una volta con uno di questi casi. Fino ad oggi la maggiore evidenza che ricevo dalla società contemporanea è quella di una diffusissima malattia epidemica: l'ipersuscettibilità (di cui il politicamente corretto e l'ipocrisia borghese sono solo i sintomi, non la causa). Recentemente ho avuto l'ennesima possibilità di osservare da vicino uno dei virus che provocano quella malattia.
Il caso in questione ha un che di paradossale. Tizio accusa Caio di odiare Sempronio, vantando prove che si rifiuta di dare. Sempronio odia Tizio ma gli crede pur sapendo che le accuse sono false. In questo si inseriscono Tizia rifiutata da Caio e Sempronia segretamente innamorata di Tizio, anch'esse propense a credere a ciò che la ragione e l'evidenza indicano come falso. Sullo sfondo c'è anche Caia a muovere guerra un giorno a loro, un giorno agli altri, per motivi non difficili da identificare come invidie del momento. Tutto un ridicolo e mutevole castello di insinuazioni, un articolato intreccio di accuse e menzogne, che ha strascichi anche su lavoro e famiglie, e che sarebbe tremendamente noioso anche solo cercare di riassumere.
La loro costante fondamentale è l'aver ridotto arbitrariamente i criteri per distinguere la verità ad uno solo: la sensazione del momento. È come se ognuno dei partecipanti di questo spettacolo autogestito dicesse qualcosa come: oggi mi sento generoso, perciò la verità è questa cosa che vedo in questo momento. Oppure: oggi mi sento innamorata, perciò la verità è lui, anche se mi ha respinta mentendo e umiliata di proposito. Oppure: oggi mi sento annoiato, per cui qualsiasi cosa incontro è da qualificare come falsa e aggressiva. Tutto cortocircuitato alla prima sensazione.
L'uomo ridotto ad un fascio di reazioni è il prodotto perfetto della rivoluzione iniziata cinque secoli fa e in continuo crescendo. La ragione totalmente soggetta alla sensazione del momento, a sua volta guidata da piccinerie e da fattori del tutto casuali. Le cose importanti della vita devastate in un attimo di temporanea simpatia o antipatia. L'amore ridotto ad una pretesa passeggera e infondata. L'odio profondo, gratuito, devastante, cieco, perfino a sé stessi, qualora sia percepito come supporto per la sensazione del momento. E perciò anche l'allergia a qualsiasi cosa possa essere vagamente percepita come misericordia. Infine, naturalmente, la totale frustrazione di qualsiasi tentativo di tirare in ballo ragionevolezza ed evidenze.
Una delle prime domande che mi posi nel conoscere l'opera di don Giussani è come mai avesse dato tanto spazio a temi come la ragione, il sentimento, l'incontro, il senso religioso... Davo cioè per scontato che fosse ragionevolmente facile poter discutere rimanendo onesti con la realtà. Pensavo che non fosse troppo difficile far venir fuori un po' di evangelica “buona volontà”. Non immaginavo neppure lontanamente che don Giussani si fosse scontrato proprio con i devastanti effetti di quell'epidemia, diagnosticandola proprio alle sue origini.
“Effetto Chernobyl”, lo aveva chiamato. Fuori sembra tutto lo stesso di prima, dentro è invece tutto devastato e ridotto ad un fascio di reazioni, di passioni di un attimo, di sensazioni momentanee. Fuori è un'apparenza di razionalità, di organizzazione, di criterio; dentro, invece, tutta l'energia umana è a disposizione della sensazione del momento. Tutto costruito sul nulla, come una bolla di sapone che può svanire da un momento all'altro.
Avere non dico un rapporto, ma almeno un brevissimo e banalissimo dialogo, con quel genere di persone, è una pura lotteria. Una singola parola inoffensiva può scatenare guerre infinite, come sopra accennato; uno sguardo qualsiasi (persino quello di totale approvazione) può scatenare l'apocalisse; e in tutto questo anche le più elementari verità, anche le più manifeste evidenze, vengono considerate interpretazioni sbagliate, menzogne, calunnie. E non si tratta di drogati strafatti di acidi, ma di persone apparentemente “normali”, che vivono una vita “normale”, con cui pensavi di avere un decennale rapporto di “normale” amicizia.
E improvvisamente scopri l'inutilità del sudare sette camicie per far notare una lampante evidenza: sono davvero venuti i giorni in cui comincia a diventare necessario mettere mano alla spada per poter affermare che il cielo è blu.
domenica 25 agosto 2013
Al ritorno dal Meeting
Appunti a margine del Meeting 2011:
Pochi giorni prima di andare al Meeting leggevo distrattamente un articolo che diceva tra le altre cose che la parte più importante erano le mostre. Quelle parole mi hanno colpito perché l'autore, poiché troppo attento a noiose cose di politica, non sembrava uno del movimento di Comunione e Liberazione.
Sì, quest'anno pure mi sono goduto il Meeting. È stato un po' meno “faticoso” degli anni scorsi (anche come incarico ricevuto) perché ho seguito meno incontri, concentrandomi più sulle mostre. Ho avuto l'impressione che sul palco, agli incontri, ci fossero troppi politici e imprenditori: è stato come se il Meeting, nella foga di accontentare tutti gli aspiranti ospiti e di rappresentare tutti i colori politici e del mondo del lavoro, da alcuni anni stesse di fatto cedendo terreno alla mondanità, avvicinandosi (sia pure in rari minuscoli passettini) a diventare come lo definiscono i suoi denigratori: una kermesse di politici e industriali. Forse per questo i notiziari sono stati un pochino più indaffarati e compiaciuti.
Ho sempre considerato il Meeting come l'università: vai a lezione, prendi appunti, vi trovi gli amici con cui condividere quel che vedi e quel che vivi, a pranzare insieme o passare tutti allo spettacolo o a farti presentare qualcuno e la rete di amicizie si allarga fino all'incredibile. “Università” perché si apprende di tutto, “Meeting” perché hai più occasioni significative in quei sette giorni che nel resto dell'anno, e - argomento più importante - tutto permeato di quella fede cattolica, fondato su quella “ingenua baldanza” di chi è mosso da un incontro concreto piuttosto che da un progetto. Ecco perché avevo sempre pensato che vale la pena spendere quasi tutti i risparmi dell'anno per andare al Meeting.
Le “lezioni” di tale “università” erano infatti gli incontri e le presentazioni di libri e mostre: c'è sempre qualcosa da imparare, c'è sempre un testimone della fede, c'è sempre qualcuno che ti sa ridire in poche parole e in modo mille volte più chiaro ciò che hai sempre creduto. A meno che l'incontro non sia solo l'occasione pubblicitaria per qualcuno che vuol parlare di sé stesso, e che centellina parole religiose qui e là solo per tenere desta l'attenzione del pubblico.
Anche quest'anno è stata “università” ma ho bigiato più lezioni. Solo il martedì c'erano più di due incontri interessanti nella stessa giornata. Qualche anno fa mi lamentavo di non riuscire a seguire tanti incontri nello stesso giorno (mandando giù plotoni di tazzine di caffè); quest'anno ho dovuto trangugiare meno caffè.
Appunti a margine del Meeting 2012:
L'Unico Ciellino della Parrocchia è tornato dal Meeting di Rimini. Stanco (diciamo piuttosto “devastato”, visti i ritmi giornalieri) e tutto sommato felice. E come al solito carico di meraviglie materiali e immateriali, di quelle che è semplicemente impossibile trovarne traccia non dico in un Repubblica, ma almeno in Famiglia Cristiana (per chi non lo conosce, si tratta di un periodico reperibile in pressoché tutte le parrocchie italiane).
La scena più bizzarra: ai fast-food, uno dei volontari mi dice di aspettare un attimo e mi dà una pallina di gomma chiedendomi di tenergliela nel frattempo. Colgo letteralmente la palla al balzo e con una faccia seriosa gli chiedo: «È un test, signore?» Il giovane purtroppo non coglie la citazione del film Fight Club e mi dà direttamente il risultato: «promosso: nove meno!»
In realtà quest'anno il Meeting è stato meno entusiasmante. Se negli anni scorsi era stato 100, 98, 97, quest'edizione valeva 95.
Quelle che chiamiamo “ingenua baldanza” e “riconoscere una Presenza” hanno sempre fatto registrare crescite a due cifre al Meeting come alle altre grandi iniziative ispirate da gente del movimento. Per cui l'avvertire un calo di qualità (degli incontri), nonostante la quantità (di visitatori) sia abitualmente in aumento, comincia a far affacciare qualche perplessità.
Le mie non troppo invidiabili condizioni economiche contribuiscono a farmi vedere con più anticipo questo genere di “calo di zuccheri”.
In sintesi: si comincia ad avvertire come invadente la presenza di politici e imprenditori al Meeting.
Appunti a margine del Meeting 2013:
La miglior impressione del Meeting di Rimini di quest'anno è stata alla mostra Il volto ritrovato, sulla storia delle immagini acheropite, dalla Camulia al volto santo di Manoppello.
Ma quest'anno in più di un momento al Meeting avevo come una nostalgia di quando le cose “andavano meglio”. E no, non era dovuto alla stanchezza. Era dovuto invece ad un evento inaudito: mi sono ritrovato alcune volte ad avere tempo libero, cioè senza altri incontri e mostre da seguire. Inaudito.
Il fatto è che ho sempre considerato il Meeting un'opera del movimento destinata a me. Per questo soffro nel vederlo anche arretrare di un centimetro, soffro nel prevedere la sua riduzione a ciò che era stato sempre ingiustamente etichettato: una passerella estiva per inutili personaggi in cerca di applauso. Inutili personaggi che non hanno nulla di concreto da insegnarci e che dal Meeting non riescono neppure ad imparare.[1]
Tutti i sacrifici che ho fatto per il Meeting in tanti anni sono sempre stati ampiamente ripagati. La mia “università estiva”, lo chiamavo scherzosamente le prime volte (meravigliandomi di come altri amici del movimento lo considerassero poco più che una sagra paesana a cui presenziare perché “che fai? sei ciellino e non ci vai?”).
Il Meeting è per me, non per i personaggi che le alte sfere ritengono utile applaudire. Ricordo quando raccontavo con entusiasmo agli amici dell'aver seguito “lezioni” di filosofia, di matematica, di politica, di musica classica, di architettura, di poesia, di scienze, con avido entusiasmo. Qualsiasi argomento “libresco” diventava vivo.[2] Sentir parlare di filosofia senza aver tempo di annoiarsi: solo al Meeting poteva capitare. Sentire Rondoni declamare le sue poesie e stupirsi e capire che la poesia è davvero qualcosa da uomini, non un argomento “libresco” per professori incartapecoriti.
E soprattutto argomenti riguardanti la fede. Ho potuto ascoltare e addirittura conoscere di persona scrittori e giornalisti di cui avevo avidamente comprato i libri. Ho potuto appassionarmi a cose che prima pensavo essere curiosità per preti addetti ai lavori. Ho dovuto pianificare accuratamente gli incontri da seguire perché troppe cose interessanti si accavallavano.
Quest'anno no. Durante la settimana del Meeting mi sono ritrovato con dei momenti liberi. Non credo di essere molto cambiato, in questi anni: dal Meeting (che è per me) chiedo sempre le stesse cose. Forse è il Meeting che sta invecchiando: per verificarlo basta scorrere le guide del Meeting di questi ultimi anni.[3]
1) Al Meeting avevamo scoperto l'inaudito: entro determinate circostanze, si può imparare qualcosa anche ascoltando un personaggio un po' discutibile. Ecco: non sempre ci sono le “determinate circostanze”. Ci si può ritrovare a dover applaudire un personaggio insignificante e noioso, se non addirittura totalmente discutibile.
2) Don Giussani, ai primi anni di seminario: sì, Cristo c'entra anche con la matematica. Era da un bel pezzo che nella Chiesa non si sentiva ricordare una simile ovvietà.
3) Un episodio di quest'anno. Una delle giovani ragazze della militanza con l'incarico più ingrato, quello di vendere i biglietti della lotteria Meeting, in un caso si è sentita rispondere: “no, non intendo più sostenere il Meeting”. Ma il suo capo ha banalizzato l'episodio: sono cose che succedono, non farci caso, qualche matto o deluso si trova sempre. Se fosse capitato a me ci sarei rimasto con la mascella a terra: possibile? come si fa a non voler sostenere il Meeting? Chissà se il capo sarà stato disposto ad interrogarsi su questo piuttosto che sul numero di biglietti invenduti.
