martedì 11 agosto 2026

Ancora sul declino del movimento

Una delle cose che più mi colpivano dei Memores era che al di sotto della scorza allegra, professionale, appassionata, al di sotto dell'impegno nella scuola di comunità e nelle opere del movimento, c'era esattamente ciò che mi aspettavo che la Chiesa trasmettesse a me e ai miei cari: la vita normale con dottrina e sacramenti. Fino a dettagli piccoli ma significativi come la devozione all'angelo custode, il rosario,[1] la frequenza alla confessione,[2] e altre cosucce totalmente dimenticate dalle parrocchie tranne quei rarissimi casi in cui diventano strumentali a celebrare la mondanità.[3]

Al netto del drammatico declino di Comunione e Liberazione in questi ultimi quindici anni, il percorso formativo fatto dai Memores è stato certamente più intenso e virile di quello della scuola di comunità. Ma negli anni mi è suonato sempre più allarmante che certe colonne portanti (presunte tali) dei Memores mollassero tutto (a cominciare dalla Messa) e che dei ciellini locali vivessero per decenni senza confessarsi, o divorziando, o altre robette tipiche dello stereotipo del “cattolico non praticante”.[4] È proprio ciò che temeva il don Giussani - cioè che il movimento si riducesse ad un discorso sul movimento. Se la scuola di comunità non ti cambia, è una perdita di tempo. Così, prima le scuole di comunità hanno visto crescere la percentuale dei “non cambiati”, poi si sono costantemente e tenacemente sfoltite. Sarebbe succosa una statistica sulle sale utilizzate nel corso degli anni per le scuola di comunità, graficando semplicemente la capienza massima e la stima dei presenti, e vedere come la seconda ha smesso di crescere al punto da dover ridimensionare ripetutamente la prima.[5]

Recentemente un vecchio amico del movimento mi telefona per una chiacchierata. Ero stanco e di pessimo umore. In qualcuna delle sporadiche chiamate precedenti mi era capitato di accennare alla confessione. Si sbilancia a parlarmi - credo per la prima volta - di un suo cruccio che lo aveva indotto a trascurarla per molti anni; una volta gli capitò di andare a Messa in un paesetto sperduto, il prete gli parve intelligente, gli chiese consiglio, e il prete gli rispose qualcosa equivalente a “ma tanto puoi ugualmente continuare a fare la Comunione, vai tranquillo”. Pessimo consiglio, e dunque immediatamente accolto.[6] E non parliamo poi di chi si allontanò dal sacramento perché “non ho nulla da dire”. Anni e anni di scuola di comunità, Messa quasi tutte le domeniche, e non hai “nulla da dire”?[7] Cioè né la parrocchia né il movimento ti hanno fornito le basi? Il movimento nacque perché a furia di insegnare le cose essenziali della fede, il don Giussani si ritrovò attorno un popolo. Ma era anche un'epoca in cui non c'era bisogno di menzionare la frequenza alla confessione. Era legittimo aspettarsi che di fronte allo sfascio delle parrocchie, di fronte allo squallore del clero, il movimento in qualche modo sopperisse. E ha sopperito, spesso piuttosto efficacemente,[8] ma i bei tempi sembrano ormai conclusi da un pezzo.

Stanco e di pessimo umore, ripetevo all'amico ciò che gli avevo già detto decine di volte. Che non doveva dar credito né all'effeminato parroco, né al melenso predicatore che gli consigliava di portare un ramoscello d'ulivo ai “nemici”.[9] Per rincarare la dose ho aggiunto che i pretini cresciuti a telegiornali e psicologismi consigliano cosette imbarazzanti e per nulla fruttuose, in quanto hanno fatto fuori la realtà e si sono limitati a elucubrare su qualche versetto dell'Antico Testamento. Può darsi che in certi contesti il ramoscello al nemico abbia almeno un barlume di speranza di produrre un risultato - se non la pace, almeno un rasserenarsi interiore. Ma normalmente, come nel suo caso, sarebbe equivalso a una recita, a un'ordalia autoinflitta a mo' di autoassoluzione (a cui nessuno dei due avrebbe creduto), una roba cringe anche nella sola descrizione formale. Ho concluso che a dispetto del movimento avrebbe dovuto ricominciare a confessarsi. Non vedevo l'ora di chiudere la telefonata e ritrovare un po' di silenzio e di riposo. Qualche giorno dopo l'amico mi dice di essere tornato a confessarsi, di essersi liberato da un peso.

Definire ciclopica l'opera di don Giussani[10] è ancora troppo poco. Mi chiedo se esistano cure alternative al ridurre la vita di fede a un elenco di precetti e di discorsi. Non aveva bisogno di raccomandare la confessione, l'adorazione, il rosario: erano cose che emergevano tra le righe, menzionate appena, ma poggiate su quell'enorme carico di certezze acquisite da chi lo seguiva. Venuto meno il Giuss, mi è parso di veder svanire quel “tra le righe”. Come se la Messa del movimento a poco a poco diventasse un'attività per affermare un'identità.[11] E se lo è la Messa, quanto più lo diverranno altre opere del movimento.

Va chiamato declino proprio perché inizia lento e impercettibile, proprio perché per molti anni puoi ancora illuderti che ci siano di mezzo le debolezze di pochi singoli, proprio perché la locomotiva pare ancora in velocità. Salvo poi improvvisamente accorgerti che son cadute un po' troppe “colonne portanti”, si sono drasticamente ridotte un po' troppe presenze, e che l'ennesimo ripartire sul Senso Religioso, gli ennesimi esercizi, l'ennesima vacanzina, non paiono contribuire a indurre i “non praticanti” a “praticare”. Occorreva pensare anche alla vita interna, senza presumere che automagicamente avrebbe sempre contribuito la parrocchia.[12]


1) Il movimento pare non aver mai organizzato un rosario o un'adorazione eucaristica - e forse dovrei persino dire “per fortuna!”, visto che ciò avrebbe attirato più facilmente quelli col vizietto del clericalismo.

2) Anziché caricarti di norme morali e istruzioni per l'uso, le “scuole di comunità” del movimento di Comunione e Liberazione ti fornivano gli strumenti essenziali per capirle, al punto che quando si menzionavano il rosario o la confessione non li percepivi come un fardello (su cui prima o poi chiedere sconti o tentare furbate) ma come normalità. Nella scuola guida non ti stanno mica a dire ad ogni lezione cento volte che bisogna andare dal distributore di carburanti tutte le volte che è necessario. Avrei gradito che accanto alle questioni fondamentali (dal senso religioso in su) si trovasse modo di dare ufficialmente anche indicazioni più concrete.

3) Funerale di un ragazzotto noto nel paesello per essere tutto dedito a libertinismi, ubriachezze, sfaccendataggine e morto durante una bravata: bara bianca (come se ne celebrassero la castità, la modestia, la temperanza), canzonette con allusioni agli angeli, predica in stile “abbiamo un angelo in più nel cielo”. Lo stesso parroco, poi, non riesce a capire come mai i giovani della parrocchia, anche fra i più impegnati, svaniscono all'improvviso e senza preavviso. E quelli che bazzicano non lo fanno per nutrire la fede ma solo perché al momento non hanno un altro passatempo. Se qualunque tipo di vita fa diventare “angeli in più nel cielo”, il messaggio che passa è che i sacramenti non servono a nulla, la dottrina non serve a nulla, la morale è del tutto irrilevante, la fede non importa avercela.

4) In qualità di “movimento” vigeva non solo il fenomeno della porta girevole (gente che aderisce mentre altra gente molla) ma anche quello delle “colonne portanti” di passaggio: gente coinvolta in tante cose del movimento, che magari la vedevi anche alla Messa e agli Esercizi, ma che poi molla il movimento (e la Messa e gli Esercizi) perché ha trovato un altro ambiente dove non ha più bisogno di menzionare Cristo.

5) L'annus horribilis del movimento è stato il 2013, quando ai vertici speravano di piazzare Scola in Vaticano e Formigoni a palazzo Chigi. Posso solo immaginare l'ebbrezza carroniana quando concluse gli esercizi della Fraternità di quell'anno con una mielosa sviolinata a Napolitano. Da allora il movimento ha visto un crollo continuo, che ancora non termina.

6) È un viziaccio tutto moderno (chi ha orecchi per intendere…) quello di banalizzare la confessione, a cui il Bergoglio in tv somministrò il proverbiale ultimo chiodo sulla bara. Raccontò che un pretino della diocesi che amministrava all'epoca aveva la nomea di assolvere tutti. Aggiunse che quest'ultimo, in preghiera, avrebbe detto “Signore, mi pento di aver perdonato tutti, però sei stato Tu a darmi il pessimo esempio”. Scroscianti applausi televisivi: per il Nemico non c'è niente di meglio di una assoluzione automatica, ossia senza pentimento. Confermata poi dall'insegnamento bergoglione dell'assolvere gratis chiunque si presenti. Eppure io ricordavo dal Vangelo le minacce del “là dove sarà pianto e stridor di denti”, gli appelli al ravvedersi e al convertirsi… Per far tornare i fedeli alla confessione occorreva banalizzarla?

7) Più il fenomeno dei pretini che si stufano di confessare. Prima hanno voluto ergersi a psicologi di parrocchia, poi si son sorbiti la gente che parlava decine di minuti senza mai trovare il bandolo della matassa, infine si sono stufati di confessare - col tragicomico cartello “confessioni: il giovedì pomeriggio dalle 15 alle 16” (valido per chiunque non appartenga al “cerchio magico” del pretino; se sei uno di quelli che lo tampina 24/365, puoi anche monopolizzarlo per trentotto minuti la domenica mattina facendo iniziare la Messa con oltre un quarto d'ora di ritardo).

8) Spesso clero e gerarchia reagivano con sdegno o almeno con noncuranza (come fu il caso dell'ineffabile Tettamanzi e la sua fissa santegidiesca), ma alla fine non hanno resistito alla tentazione di usare il movimento per rimpolpare eventi ecclesiali altrimenti falliti. Ma come previde il donGiuss, lo sdoganamento del movimento equivaleva alla sterilizzazione…

9) Sulla sua portentosa bacheca social il pretino si rivolge alla sua comunità ringraziandola per averlo “fatto crescere”. Detta così, pare il prologo di un film porno. Invece stava ringraziando sul serio, forse persino spontaneamente (magari sarà stato caldeggiato in qualche ritiro del clero: “sono le vostre comunità a farvi crescere!”). Può accidentalmente accadere che qualcuno della parrocchia ti faccia capire (magari addirittura volontariamente) qualcosa che fino a un attimo prima ti era sfuggito. Ma un pastore guida il gregge, non è che diventa esperto grazie alla libera e casuale deambulazione delle pecore. Dunque, chi e perché ha indotto il predicatore del ritiro del clero (o qualsivoglia altra fonte ritenuta sufficientemente autorevole dal pretino) a blaterare di “la parrocchia ti fa crescere”?

10) Don Giussani diceva che chi ubbidisce non sta censurando nulla, chi disubbidisce sta come minimo censurando qualcosa. La seconda e più importante parte di questa lezione, però, non è mai arrivata alle orecchie giuste: l'ubbidire a un ordine sgangherato o a un pessimo andazzo è già di suo un censurare qualcosa. L'ubbidienza tam baculum - l'essere come la mazza che dopo aver lavato il pavimento la si ripone nel ripostiglio senza mica ringraziarla di essere stata utile - la si può dare solo ai santi, come il Gerardo Maiella che tacendo ubbidì ad Alfonso de' Liguori, con quest'ultimo che neppure credeva davvero alle accuse mosse al giovane. L'ubbidienza del movimento alla gerarchia ecclesiale è stata più la foga di venir riconosciuti come figli legittimi che una virtù. È stata un assecondare sghiribizzi, è stata un mettersi in mostra, è stata un don Pino che blatera a pappagallo la bergoglioneria del “non occupare spazi ma avviare processi” (e addirittura senza che nessun ciellino lo spernacchiasse come meritava).

11) Il pregio delle messe cielline era sempre consistito nell'essenzialità e nella bellezza. Niente passerelle né sfilate, niente canzonette né personalismi, niente caos al momento della comunione… c'è gente che frequentava più per disintossicarsi dagli scempi di parrocchia che per simpatia alla Cielle. Il peccato originale delle messe cielline è stato la comunione sulle mani, non giustificato certo dal pregevole efficientismo nella distribuzione.

12) Lo sfascio delle parrocchie avrebbe dovuto convincere ancor più i vertici del movimento a pensare alla “vita interna”. Invece, col donGiuss ancora vivo, già era in voga l'alibi del non sostituirsi alla parrocchia (nel senso di non impelagarsi nelle dinamiche tossiche di sacrestie, curie ed episcòpi), col sottinteso che il singolo avrebbe dovuto procacciarsi da sé il nutrimento dottrinale e sacramentale che il movimento non forniva. Si fa presto - anche negli altri movimenti ecclesiali - a dire di aver “riscoperto Cristo”, si fa un po' meno presto a frequentare stabilmente i sacramenti.

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