venerdì 27 gennaio 2012

Educati al politeismo mutante

Un giorno, da ragazzini, scoprimmo che per sembrare adulti occorreva esprimere preferenze sulla musica. C'erano i cantanti del momento, i gruppi più famosi, i divi più certificati, e noi tutti si sceglieva tra quelli. Era importante - era fondamentale per non essere presi per stupidi - dichiarare la propria somma devozione per qualche riconosciuta divinità della Hit Parade somministrataci dalla televisione. Gloria e onore nel momento in cui primo tra tutti i compagni di scuola qualcuno annunciava l'ultimo capolavoro di una delle divinità dell'olimpo musicale (che in quanto tale avanzava di capolavoro in capolavoro), onta e ignominia quando qualcuno lasciava anche soltanto intendere il proprio ateismo o agnosticismo rispetto alle sacre istituzioni mediatiche.

Disegnavamo improbabili chitarre elettriche accanto a improbabili moto da cross nei nostri diari scolastici, ci dichiaravamo appassionati batteristi, bassisti, chitarristi pur non avendo mai nemmeno posseduto uno strumento, inventavamo nomi e stemmi per il gruppo che in quel momento sognavamo di fondare, invidiavamo i riccastri figli di papà che potevano permettersi di comprare l'ultimissima Hit anziché aspettare il momento buono per copiarsela. Grosso modo i nostri discorsi, oltre che sul Divinissimo Calcio di Serie A, rispecchiavano sempre questo stesso schema.

Fin da bambini siamo stati educati a questo politeismo perennemente mutante. Anch'io ho fatto parte, con convinzione, di quei credenti instancabilmente fervorosi. Ero addirittura più praticante degli altri, al punto che decisi autonomamente di dedicare qualche ora di un pomeriggio di una giornata festiva solo all'ascolto del mio Gruppo Preferito, quello che nominavo con orgoglio e decisione precedendolo dalle parole “mi piace”. Avrei cantato con loro, scrutandone e meditandone i testi, in poltrona, col volume alto quanto basta (i miei erano assenti) per compenetrarmi in quella musica che tanto aveva segnato la mia vita, e partecipare della loro gloria.

Solo che quella pianificata liturgia di adorazione e meditazione, nonostante tutta la minuziosa e riuscita preparazione, mi rese improvvisamente cosciente di quanto fosse stupido e inutile il mio “credo”.

Don Giussani era solito sfidare ad andare fino in fondo nelle proprie convinzioni. Ad un giovane sedicente marxista regalò dei libri di Marx, invitandolo a prendere sul serio ciò in cui credeva, così come invitava ad andare alle radici della propria fede protestanti ed ebrei. Solo un idiota potrebbe dedurne un inutile relativismo; i diretti interessati, invece, sfidati da un'umanità eccezionale, nella verifica della propria “fede” scoprivano che non risolveva le domande ultime sulla vita, sulla realtà, sul destino.

Fu così anche per me, solo che non ci fu bisogno di un don Giussani a regalarmi la Sublime Discografia Completa del Gruppo. A trasformarmi fu il tentativo di prendere sul serio, anche solo per pochissime ore, il mio sacro Gruppo. Che dopo pochi minuti mi aveva già stufato. Quella musica sortiva in me solo gli effetti indesiderati: noia, distrazione, stanchezza, tristezza... Quei testi, a leggerli attentamente, erano solo giochi di parole, senza altri profondissimi significati che quelli attribuiti dalla mia fantasia a qualche versetto non ben compreso. L'accurata preparazione liturgica all'ascolto non mi lasciava alibi.

Per un po' di tempo professai ancora quella “fede”, anche se solo esteriormente e con sempre minor convinzione. Diventando adulto (per l'anagrafe), sono stato sommerso da tante altre divinità del sacro olimpo contemporaneo salvo poi scoprire ogni volta la stessa dinamica che avevo verificato da ragazzino: gli idoli, non appena li prendi sul serio, non appena li poni davanti alle elementari esigenze del cuore, si rivelano inutili e pesanti fardelli, funzionali - quando va proprio bene - a distrarti, cioè a farti passare dalla realtà al sogno, al nulla.

Ancora oggi mi meraviglio dell'abominevole quantità di idoli circolanti, dai nomi altisonanti (talvolta perfino nomi cari del lessico cristiano), esigentissimi e severissimi, presentati dal mondo con un'aura seducente e accattivante che termina pressoché nello stesso istante in cui li vai ad onorare con qualche abbondante manata di incenso.

domenica 22 gennaio 2012

Frattaglie / 11

Butto sul blog anche questi altri vecchi pensierini sparsi e disordinati, visto che non c'è tempo per allungarli fino a diventare una pagina intera.

Quando si tratta di obbedienza, è molto facile e comodo accettare l'idea di spendersi al massimo per un progetto che suona come grandioso. È come se con l'obbedienza si entrasse in possesso del progetto (questo è vero anche quando i termini obbedienza e possesso sono da intendere in senso cristiano). Lo squinternato operaio che sciopera per diritti altrui è mosso pressappoco dalla stessa determinazione del novizio che si fa in quattro per il superior maggiore mollaccione. La differenza tra idea e ideale sta nel fatto che l'idea è una fabbricazione umana.

Matteo si lamenta: nessuno studiava, eppure bocciavano solo me. Nessuno ci fa caso: sembra una lamentela così normale, così ordinaria, così sacrosanta... Eppure, seguendo la stessa logica, si potrebbe dire: siccome penso che tutti siano ladri, allora è stato ingiusto punirmi quando ho rubato io.

In autobus parlano di vacanze. Sciorinano nomi di città straniere come se stessero risolvendo un cruciverba a tema geografico. Parlano di paesaggi cittadini, fingendo di non sapere che si tratta solo di cemento, vetri, calcestruzzo, laterizi, tubi al neon. Vedere nuovi posti significa più o meno guardare cementi e insegne luminose, addentrarsi da clienti nel mercato del turismo che ti vende un panorama (magari persino naturale). Al fondo c'è una curiosità passeggera, una vanità: tant'è che il turista, al ritorno a casa, ha bisogno di riposarsi.

Comprare regolarmente la confezione di caramelline di cui vado ghiotto serve perché la tentazione della gola è (in questo caso) più blanda della tentazione della superbia (mi sentirei più santo di un rigoroso monaco stilita del deserto se mi accorgessi di riuscire con la mia sola forza di volontà a fare a meno per un mese di quelle caramelline).

Da quando ci si è “eroicamente” liberati dei lacciuoli della religione, finalmente si possono elargire sentenze dogmaticamente definitive come questa: “la paura di amare a volte è la causa della fine di una storia”. Siamo nell'epoca degli “a volte”, nell'epoca del “tuttavia”, nell'epoca del “ma comunque”, nell'epoca del “ma anche no”. Nell'epoca in cui meno si ha da dire e più si parla (e stampa). La lingua italiana è affondata sotto un diluvio di ma, tuttavia, però: ad ogni espressione deve necessariamente corrispondere una frase che la controbilanci.

Per andare precisi, sulle cose della fede, bisognerebbe parlare solo per dogmi. Ma la lingua parlata non è precisa come la lingua della matematica. E l'animo umano, statisticamente, è poco propenso ad accettare correzioni precise e fondate.

Si lamentano dei loro acciacchi, come se fossero “punizioni” inflitte da un Dio vendicativo e pignolo, dimenticando che sono invece le scientifiche conseguenze del peccato originale (l'inimicizia col Creatore implica necessariamente l'inimicizia col creato: sudore della fronte, malattie, travaglio del parto e tutto il resto). Solo chi ha gli occhi bene aperti sull'infinito può arrivare a capire che la malattia è un'opportunità e che l'opportunità va sfruttata e che per farlo non bastano logiche tipicamente umane. L'alternativa è maledire tutto e tutti e sfruttare la propria condizione per incensare il proprio ego.

lunedì 26 dicembre 2011

Nuove strategie di pastorale vocazionale

L'ottavo e il nono episodio della serie anime Yomigaeru Sora descrivono per analogia, ma con sorprendente precisione, la dinamica della vocazione. Un giovane in fuga dalla famiglia incontra due militari in vacanza. In una situazione di emergenza, i due lo coinvolgeranno - loro malgrado - nel mettere in salvo delle vite. Il giovane ribelle, vedendoli personalmente in azione, vedendoli possedere il significato delle cose, resterà a poco a poco affascinato da quel mondo che ha inaspettatamente incontrato, sorprendendo infine suo padre col manifestare l'intenzione di entrare nelle forze militari per vivere allo stesso modo di quei due.

Alle origini di una vocazione c'è sempre un irresistibile fascino per una vita investita per qualcosa di talmente grande da far sembrare trascurabili tutte le fatiche affrontate. Solo che è generalmente impossibile arrivarci per ragionamenti, depliant o discorsi: occorre vedere con i propri occhi, liberi da pregiudizi, perché vale la pena fare quel tipo di vita. Ti si stampano in testa anche quei dettagli apparentemente secondari, come quella malcelata soddisfazione che si legge nel volto di uno dei due militari per aver correttamente compiuto la propria missione. Tutto questo è diretta conseguenza del fatto che la fede si trasmette “per contagio”.

In realtà tutta la serie Yomigaeru Sora è una storia di una vocazione: il protagonista, che aspirava a diventare pilota di jet, è invece assegnato al reparto elicotteri della protezione civile, cosa che lui interpreta come una vergognosa degradazione. Alla quale seguono comunque fallimenti, fatiche e incomprensioni. Che però gli apriranno gli occhi: nello scoprire a poco a poco il senso di ciò che fa, si accorge anche di desiderarlo, non perché si stia faticosamente rassegnando ad accettare quella vita ma perché ne scopre il significato, infinitamente più vasto delle sue previsioni. Perché ha davanti un padre, un adulto da seguire, una guida.

Nell'animazione giapponese, anche quella più commerciale, sembra esserci un riferimento piccolo ma costante ad un cristianesimo pienamente vissuto. Come se per vendere occorra risvegliare una nostalgia del cattolicesimo che hanno estirpato. Per cattivarsi un pubblico adulto, mentre in Italia si gioca su romanticismi e volgarità, in Giappone si racconta invece di coraggio e passione. Mentre i protagonisti delle fiction italiane si interrogano pensosi e distratti sulla confusione che hanno in cuore, quelli degli anime di livello medio-alto trasmettono - perfino loro malgrado - una passione, una certezza, dunque una speranza. Nel nostro paese, per vendere, occorre produrre storiette tra il volgare e il banalmente sentimentaleggiante; in Giappone, per vendere, bisogna parlare di passione per la realtà, bisogna far eco del cristianesimo, bisogna mostrare in modo convincente come nasce una vocazione.

martedì 20 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

Il pranzo di Babette

Ci vuole un protestante per dissacrare e umiliare senza appello anche il protestantesimo più candido. Le opere di carità non bastano a riempire la vita, l'osservanza rigorosa non basta a rendere felici, l'attenta partecipazione alle celebrazioni non sazia l'anima, persino quando tutte queste cose riescono ottimamente: ci volevano dei protestanti sinceri per accorgersene e per documentarlo.

Il protestante o finge di dimenticare o vive di rimorsi: ecco il risultato dell'aver cancellato il sacramento della confessione. Mettono una feroce tristezza i colori cimiteriali di quegli abiti e quei sorrisi prefabbricati del Decano. Perfino il cibo, sebbene servito con tutti quei riguardi, è un puro nutrirsi - fino a quando il pranzo di Babette dimostrerà qualcosa di nuovo e di imprevisto.

È in fondo in fondo il cattolicesimo il vero protagonista del film. Protagonista nascosto e citato solo per essere deriso: “ah, papista, certo, sì, sono cattolico”. Ma che emerge prepotentemente in alcuni momenti della vita delle due sorelle. Quando il peccatore incallito Achille entra nella loro storia dimostrando, paradossalmente con la propria debolezza, che quella vita in ottemperanza alla Bibbia censura qualcosa di grande. Quando è la Babette a cucinare i pasti per i poveri, dimostrando che la prima vittima del regolamentismo protestante è la passione per il reale. Quando è la Babette stessa a cucinare il pranzo che solo il Generale - uomo che ha visto il mondo, non soltanto un villaggio, uomo che ha visto arte, bellezza, passione, non soltanto le celebrazioni della Parola - solo il Generale saprà ammettere di apprezzare quel notevole atto di carità che solo al termine - e quasi con ritrosia - verrà compreso anche da altri (il legalismo protestante è fondamentalmente incapace di atti di carità più grandi dello stretto necessario).

Nonostante i loro vistosi limiti Babette, il Generale, Papin, iniettano nuova vita (talvolta involontariamente) a quel funereo mortorio protestante senza fare nulla di riconoscibilmente “papista”. Sono semplicemente estranei al moralismo puritano, hanno soltanto quel po' di passione per la realtà, tirano conclusioni senza doverle incastrare in qualche versetto biblico. I protestanti han saputo darsi delle regole durissime (come ad esempio nella riunione precedente al pranzo di Babette) e riescono perfino a seguirle fino in fondo, ottenendo però continuamente la dimostrazione che un cristianesimo fatto di regole conduce solo alla tristezza. Una carità fatta di regole conduce a dissapori e liti. Un cristianesimo ridotto a perfetto elenco di giustissime norme rende la vita grigia, cupa, impoverita.

Il cattolicesimo è qualcosa di vivo. Il cattolico vero, anche il più scalcagnato, trasmette (persino involontariamente) ciò che era vivo e che non era sopravvissuto al legalismo protestante.

Quando il cattolicesimo comprime e riduce la passione per la realtà allora è già irreversibilmente protestantizzato. Quando qualcuno accusa la Chiesa “papista” di essere una religione di dolore, di normative, di autoflagellazione, allora sta in realtà affermando di aver conosciuto una Chiesa protestante e legalista. Quando i giovani spariscono dalla parrocchia per banalissimi motivi, stanno in realtà scappando da un asfissiante puritanesimo travestito approssimativamente da “papista”.

Vasti settori della Chiesa cattolica soffrono oggi di quel cancro. Autoreferenziali, protestantizzati, asfissianti, burocratizzati, castranti, persino quando apparentemente predicano contro quelle stesse cose. I loro “seguaci”, come nel villaggio delle due sorelle, vi aderiscono più per volontà che per convinzione, più per forza d'inerzia che per attrazione, più per doverismo che per necessità. Le parrocchie dove “tutto funziona” sono come quel villaggio: un ambiente pulito ma grigio, preciso ma funereo, perfetto ma asfissiante, dove domina quel senso di vuoto, quel fardello sempre più faticoso da sopportare.

Papa Giovanni Paolo I disse che il dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è l'aver tentato di sostituire lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole. La protestantizzazione massiva, attuata per di più dall'interno della Chiesa stessa, è stata calata dall'alto su tanti fedeli, riducendo l'ambiente delle parrocchie al villaggetto degli ottemperanti alle regole, banalizzando la passione per la realtà a fastidioso uzzolo di chi ha tempo da perdere, cassando via - o costringendo in una “riserva indiana” - chiunque abbia la sventura di avere un “carisma” sprovvisto di potenti appoggi curiali.

Bisognerebbe far vedere al parroco questo film e spiegargli ogni scena, ogni parola, ogni espressione di ogni volto. Fargli capire che perfino nella più onesta intenzione di “donare al Signore” la propria vita, si rischia di fare la fine delle due sorelle. Fargli notare che il “cattolico papista”, nonostante i propri limiti, è ordinariamente capace di gratitudine senza sforzo (e -aggiungo con un ghigno- senza dover scomodare la Bibbia). Farlo interrogare sul fatto che quell'atteggiamento sottilmente castrante produce un paradiso di plastica, un villaggetto dove tutto va bene e tutti cantano insieme alla celebrazione settimanale ma senza riuscire ad esprimere altro che una grigia ombra. Fargli notare che la carità invisibile di Babette, impossibile da misurare, impossibile da descrivere nei documenti pastorali, è frutto di una passione per la realtà piuttosto che di uno sforzo di volontà, è frutto cioè di un moto del cuore piuttosto che di un'adesione a delle regole.

L'ossessiva somministrazione di spremute di Bibbia non giova ai fedeli ma li appiattisce e li annoia. I fedeli hanno bisogno del Sacramento, non del Libro. I fedeli vanno educati alla realtà totale più che al controllo dell'osservanza delle regole. Il parroco dovrebbe capire che il contrario dell'immoralità non è il moralismo, il contrario dell'impurità non è il puritanesimo, il contrario della tristezza non è l'allegria (tanto meno quella prefabbricata) ma la letizia (che non si può programmare come se le persone fossero computer), il contrario delle chiacchiere inutili non è un sermone costellato di citazioni bibliche. Altrimenti prostitute e peccatori (come quei tre “criptocattolici” del film) passeranno avanti nel regno dei cieli.

domenica 20 novembre 2011

L'albero degli zoccoli

Tre ore ben spese: questo film mi ha fatto bene perché è stata un'altra conferma che la comunemente deprecata nostalgia di una civiltà cristiana non è un pio sogno ma è storicamente fondata.

La società cristiana era davvero così: permeata di umanità e di fede, solidissime persino nella fatica e nella miseria. Il cristianesimo come qualcosa di normale, di ordinario, di quotidiano: non un fardello di regole ma il naturale procedere della vita. Lavoro, preghiera, famiglia, era un tutt'uno. Le virtù cristiane non erano per gli specialisti, la fede non era un passatempo da annoiati.

Un film da far gustare a chiunque pensi che il cristianesimo sia un elenco di regole, a chiunque creda che la fede sia un orpello di cui volentieri se ne farebbe a meno, a chiunque sospetti che la religione sia in fondo in fondo l'oppio dei popoli. Un film che involontariamente dimostra che la società moderna è un coacervo di strane malattie spacciate per diritti, dove il lavoro non è sinonimo di dignità o almeno di passione, dove la natura è quella del cretinismo ecologista, dove i rapporti umani sono in fin dei conti animaleschi e di sfruttamento, dove la soppressione della sfera religiosa ha fatto nascere un'articolatissima foresta di rituali civili e formule magico-religiose da pronunciare in ogni occasione.

Vale davvero la pena di vederlo senza doppiaggio in italiano e senza neppure informarsi sulla trama.

martedì 15 novembre 2011

Frattaglie / 10

Seguono altri paragrafi disordinati e sparsi, troppo brevi per diventare “post” sul blog.

Miyazawa Kenji, letterato poliglotta e curiosissimo (buddista)[1] nelle sue opere fa trasparire di continuo riferimenti al cristianesimo: figure ricalcate su missionari, il tema del viaggio, accenni al Paradiso. «Aveva capito bene il potenziale drammatico della tradizione cristiana, e sapeva sfruttarlo. Ma vi ricorreva anche per introdurre una consolazione che nel buddismo, a cui pure è così devoto, non esiste». Il “potenziale drammatico”, perché il cristianesimo è qualcosa di vivo, non è un orpello appiccicato addosso alla vita.

Alcune rare volte, nella vita, mi è capitato in chiesa di stupirmi nell'ascoltare certe donne cantare quelle querule e insignificanti canzonette parrocchiali dandovi vita. Proprio come avviene nell'orwelliano 1984, dove il protagonista resta meravigliato che una lavandaia, canticchiando un motivetto fabbricato automaticamente dalle macchine sforna-romanzi e sforna-canzoni del regime, riesca a darvi come un'anima. La violenza di regime consiste proprio nel pretendere che “tutti” abbiano quella capacità della lavandaia e che la utilizzino “sempre”.

Lo squallore artistico e musicale in cui si rotola certa Chiesa moderna è fondato sulla pretesa di stabilire autonomamente cosa sarebbe la bellezza.

“Noleggiami”, recita il cartello sul vecchio veicolo che sembrava abbandonato in periferia. Siamo in un'epoca in cui non si sa più conferire vita e significato. Perciò ci si aspetta che lo faccia il cliente (e che naturalmente paghi per farlo).

Il declino di una civiltà è proporzionale alla percentuale di persone che sogna di vivere di rendita. Corollario: in tempi di crisi, impazzano il gratta e vinci e il calcioscommesse.

Ritrovo un vecchio appunto in cui ci si raccomandava di andare alla Messa pro Iraq. Un gesto televisivo che oggi nessuno ricorda più, nemmeno io che ci andai. Nel mondo cosiddetto occidentale è la televisione che decide quale sia la preoccupazione principale giornaliera che tutti devono avere. Perfino il pregare per i sofferenti diventa un'operazione da programmare nelle Alte Sfere mentre i Personaggi del Momento diluviano le solite affettate frasi di circostanza.

Bambine in autobus che parlano di vacanze. E tu invece dove vorresti andare? “Ai Caraibi”. Ma se non sai neppure dove sono! Hai solo otto anni e non sai neppure tornare a casa da sola, e affermi di voler andare “ai Caraibi”? Quale è dunque l'agenzia educativa a cui appartiene il catechismo che stai recitando?

Questa è un'epoca di schiavismo perfetto, poiché la maggioranza assoluta degli schiavi pensa di avere tutte le libertà. Eppure è così facile riconoscere gli schiavi. Per esempio: coloro che inveiscono contro l'universo, lagnosi e sdegnosi: “ma io ne avevo proprio bisogno, di quei soldi!” Oppure, per esempio: quando bramano di apparire seducenti dicendo “e per centocinquanta euro?”


1) Citazione ripescata da Tracce.

sabato 12 novembre 2011

Caduto Berlusconi: tutti impazziti di gioia

Qui è bellissimo, avresti dovuto esserci anche tu! È una data storica, i nostri figli la studieranno nei libri di scuola! Sì, ci stiamo recando anche noi là, qui tutti impazziti, sono tutti impazziti di gioia!


Non è la citazione da Il padrone del mondo di Benson[1] ma solo qualche brano di una concitata telefonata di uno studente stasera.


1) Nel romanzo di Benson il tripudio della folla è dovuto al fatto che «è scoppiata la pace».

giovedì 10 novembre 2011

Frattaglie / 9

Altri paragrafi sparsi e isolati, troppo brevi per diventare “post” sul blog.

A quell'età in cui si prova l'ossessione di voler trasgredire, facendo qualsiasi cosa contraria al buon senso pur di mostrarsi liberi e grandi, me ne capitò una che mi ha segnato per tutta la vita. Un compagno di scuola mi disse: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno», lasciandomi di stucco. Davvero? Possibile? Ciò che a casa mia era vietato prima dal buonsenso che dai miei genitori, lui diceva invece: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno». Da giovane scoprii dunque che la morale varia di fatto a seconda delle coordinate geografiche.

Nel vedere ieri quella locandina del cinema, mi affiorava un ricordo: un padre missionario ci raccontava che nei primi tempi che era in Africa si meravigliava che il venerdì sera gli adulti sparissero tutti dal villaggio. Dopo un po' scoprì il motivo: andavano nell'unica capanna dotata di televisore a seguire, con religiosa perseveranza e ancor più religiosa puntualità, la puntata settimanale di un vecchissimo sceneggiato americano («Dallas», se non ricordo male) che esaltava la figura del bianco di grande successo, racconto ancora più stimolante perché tale successo era dovuto alla freddezza e alla cattiveria. Ah, la figura del Bianco di Grande Successo, che è Cattivo perché Può Permetterselo, ed è Ricco proprio perché Cattivo. E gli africani che lo vedevano come un eroe, lo guardavano a bocca aperta. Si svuotava il villaggio, il venerdì sera: i negri erano tutti davanti alla tivù ad ammirare il Bianco di Grande Successo.

Altra locandina del cinema: rappresenta un uomo e una donna, di aspetto curatissimo e sorridenti, mentre puntano pistole verso il resto del mondo. Vista la locandina, hai già visto tutto il film.

La vera radice della crisi della Chiesa consiste nel vergognarsi di dire chi è Cristo. Tutto il resto è pura conseguenza.

Il giovane Edimar vede un'amicizia, sa che sono cristiani, cambia. Vedere delle persone gli fa cambiare vita. Si trattava di nostri amici del movimento. Edimar li ha conosciuti e ancor prima che qualcuno gli dicesse qualcosa ha già deciso che non vuole più uccidere. Nessun discorso, nessun regolamento, nessuna paura gli aveva mai provocato alcun cambiamento prima. Ora invece ha visto: tra quei cristiani c'è vita. Ha visto e ha talmente capito bene che già ha preso la sua decisione: non uccidere mai più, non partecipare più agli assassinii di cui la sua gang era specializzata. Gli è bastato “vedere” per cambiare drammaticamente, totalmente, senza fatica e senza dolore, l'intera sua morale. E per questo cambiamento viene tranquillamente ammazzato dai suoi compagni della gang. Martirio, punto e basta. Un emerito coglione di ecclesiastico la butterà sulla politica: «CL non ha bisogno di martiri “suoi”», disse sdegnoso e saccente. Il dramma tragico della Chiesa oggi: vergognarsi di dire chi è Cristo. Con tutto ciò che ne consegue.

Uno va lì in chiesa col cuore sanguinante e mendicante assoluzione... e vede il pretino abbandonare di gran carriera il posto di combattimento. Strana, questa Chiesa moderna, fatta di preti indaffaratissimi che non trovano un minuto per ottemperare ai doveri del proprio stato. Indaffaratissimi come il monaco che san Benedetto vide tentato dal demonio: il demonio, per allontanare il giovane monaco dai doveri di stato, lo tirava per la veste suggerendogli un milione di cose importantissime e urgentissime e utilissime da fare. San Benedetto risolse efficacemente il problema somministrandogli un adeguato cappotto di legnate.

venerdì 4 novembre 2011

Un anonimo benefattore ti desidera

“Vieni a giocare i tuoi numeri fortunati”, recita il messaggio pubblicitario mentre sullo sfondo si vedono apparecchiature meccaniche ed elettriche programmate per spennare i polli umani.

“Vieni”: il messaggio comincia con la parola più invitante per il cuore. Gustale lentamente, queste due fragili sillabe: “vieni”. È la dolce parola che ti pronuncia sorridendo il tuo benefattore, è la delicata ed invitante parola che preannuncia l'ospitalità che ti stai accorgendo che desideravi.

“Vieni a giocare”: ti stai imbattendo in una promessa graziosa e allegra, ti vien chiesto non di faticare, non di mettere a frutto ciò che sei, non di impegnarti o darti da fare. Sei soltanto invitato a giocare, perché -come tutti sanno- la vita è solo un alternarsi di sogni e giochi, l'universo è un enorme paese dei balocchi, e tu sei il prescelto che viene invitato a godersi qualsiasi cosa gli passi davanti o per la testa.

“I tuoi numeri fortunati”, eh sì, certo: tre concetti astratti incatenati insieme. Numeri: un concetto astratto. Tuoi numeri: astrazione sull'astrazione, perché tu non sei assoluto proprietario di nulla nell'universo, tutto ti è stato dato, perfino la tua stessa vita non è “tua” perché non te la sei data da te, non sei capace neppure di decidere quanti capelli avere sul capo...

“Numeri fortunati”: già, poiché esistono anche i numeri sfortunati, e tu non sei mica così tonto da giocare quelli sfortunati, eh! E poi, cos'è la fortuna? Sì, quando le cose ti vanno “bene”, sì, ma in che senso? Quando vinci senza fatica? Quando guadagni senza sofferenza? Quando i tuoi umori, desideri, sfizi, vengono soddisfatti senza alcun tuo impegno? E come si materializza la fortuna? Come la si fabbrica al di fuori dei sogni? Come si fa ad inseguirla, sfiorarla, misurarla, accettarla?

Vieni a giocare i tuoi numeri fortunati: è un messaggio per te! Il tuo grandioso benefattore sorridente (e assolutamente anonimo) ti sta invitando... capisci? invitando! proprio a te, unico nell'universo, proprio a te che in cuore hai così tanto forte il desiderio di essere scelto in esclusiva, amato in esclusiva, fortunato in esclusiva, al di sopra di qualunque cosa e di tutti gli altri esseri umani, fatta salva la tua sapientissima generosità che sicuramente troverà il modo per erompere gloriosa davanti a tutti, riconoscibile e premurosa, a tua maggior gloria, a dimostrazione della tua effettiva superiorità.

Il tuo benefattore ti stava inviando quel prezioso messaggio aspettandoti a braccia aperte affinché tu possa giocare anziché lavorare, giocare anziché ragionare, giocare anziché affaticarti, giocare anziché affrontare la vita reale... il tuo benefattore sa meglio di te quali siano i tuoi sogni, e si sfiancherà a morte pur di ingigantirli.

Per questo, mentre ti invita a giocare i tuoi numeri fortunati (astrazione al quadrato, anzi, al cubo) ti fa scorrere l'immagine di una roulette che - sublime visione! - centra proprio un numero, uno dei tuoi numeri fortunati, proprio quello che ti fa Vincere, l'apoteosi del tuo sogno, il godimento inenarrabile e totale, quello che ti fa scoppiare perennemente il cuore dalla gioia, mentre l'oscurità intorno al piatto rende ancora più centrale e assoluta l'immagine del tuo trionfo dei tuoi numeri fortunati.

Poi magari l'alito pestilenziale della vecchina seduta accanto a te si abbatte nelle tue narici e ti riporta alla realtà.

Il seme è gettato nel tuo cuore e presto o tardi porterà frutto. Ma la sensazione di disgusto per quell'alito che puzza di pesanti medicinali mal digeriti ti costringe a guardare di nuovo la realtà: tra poco finalmente sarà ora di scendere - ma che orrenda puzza, stecchirebbe un esercito di pantegane - e già per un attimo in cuore stai accarezzando dolcemente il sogno di poter scendere già subito, immediatamente, lontano dalla sofferenza del dover subire quel mezzo litro d'aria nauseabonda.

Qualcosa non quadra. L'anonimo benefattore non ti ha detto che per giocare si paga una piccola misera quota... che vuoi che sia? non vorrai mica tener fermi nella stalla i tuoi cavalli di razza? I tuoi numeri fortunati (cioè quelli che al momento deciderai che lo sono) devono forse rimanere imbrigliati, frenati, bloccati a causa della tua tirchieria? Vorrai mica perdere la tua grande occasione?

L'anonimo benefattore sembra conoscerti proprio bene. Sa che nel profondo del tuo cuore vuoi essere scelto: e lui ti sceglie. Sa che nelle pieghe più nascoste del tuo cuore vorresti una vita senza sofferenze, solo gioia, senza fatiche, solo letizia, senza tristezze, solo allegria, senza dover spremere le meningi, senza dar olio di gomito, senza imperlare di sudore la fronte... vuoi la bellezza assoluta, non una bruttura che non vedi l'ora di cambiare, vuoi la gioia assoluta e infinita, non la noia e la nostalgia e la necessità di rifugiarti nei sogni...

L'anonimo benefattore sa tutto questo e te lo offre. Ti sta offrendo su un piatto d'argento un'occasione d'oro! Devi solo concedergli un atto della tua volontà, devi solo pagare quel minuscolino minuscolissimo bigliettino d'ingresso, senza fatica, senza pensieri, senza preoccupazioni, solo un semplicissimo atto della volontà, tanto più facile quanto più sei pigro poiché, se cominci a farti domande, allora già stressi e stanchi e sfinisci le tue preziosissime saggissime sinapsi...

L'anonimo benefattore ti farà crogiolare nei sogni più felici che tu possa mai immaginare: sa che in fondo in fondo brami una felicità infinita che cominci immediatamente, sa che tu non sei neppure capace di descriverla, sa che qualsiasi intervista sulla tua felicità tanto desiderata si risolverebbe in un guazzabuglio di risposte rumorose e disordinate e sempre incomplete perché non ti basterebbero milioni di parole per descrivere tutti i rivoli di quell'enorme e infinito fiume di desiderio che hai in cuore.

Insomma, sa che tu desideri il paradiso. Desideri una pienezza totale, una gioia assoluta e infinita, desideri addirittura la... (che deprecabile termine!) ...la salvezza!

E lui te la dà subito (in forma di sogno e adeguata ai milioni e milioni di parole che riusciresti a pronunciare). Tanto, il sogno è accessibile subito, immediatamente, senza aspettare: in qualsiasi momento puoi staccarti dalla realtà e sognare; e lui sì che è un esperto di sogni! In pochissime parole (“vieni a giocare i tuoi numeri fortunati”) è riuscito a cattivare il tuo cuore e a farti sognare gratis senza che tu ancora neppure sappia esattamente dove si potranno giocare i tuoi numeri fortunati (che ancora non sai neppure quali saranno, perché lo deciderai al momento e in base all'umore e a tantissime altre cose che non c'entrano niente con tutto il resto dell'universo).

L'anonimo benefattore, per qualche misterioso motivo, si sta proponendo al posto di Colui che ti ha dato la vita (non te la sei mica data da te). Al posto del paradiso, un sogno di paradiso: la pallina sul trenta, proprio il numero che sicuramente tu avresti deciso come uno dei tuoi numeri fortunati. E te lo mostra lì, in un'immagine rassicurante, un'immagine invitante e accattivante, un'immagine che sembra estratta proprio dal sogno che tra poco avresti cominciato a sognare!

Ora che ci pensi, non è più nemmeno questione di ricchezza e di soldi: quelle sono robe da gonzi, da gente di mezza tacca, non sono mica per il tuo cuore nobile ed elevato, cuore che godrebbe della gran soddisfazione di far vincere nientemeno che i tuoi numeri fortunati.

L'anonimo benefattore è pazientissimo. Saprà aspettare, anche se ha una fretta del diavolo: business is business, e sa che i tuoi sogni - proprio quelli che lui ti propone di godere - non possono (non devono! assolutamente non devono!) star fermi troppo tempo.

lunedì 31 ottobre 2011

Ancora su quegli ''innanzitutto uomini''

Era una piovosa mattina di fine ottobre e il parroco era furente perché i fedeli giungevano in ritardo alla Messa. Al terzultimo banco c'ero io, intirizzito, seminascosto e infreddolito. E in ritardo a causa della pioggia. Erano i tempi in cui di domenica mattina mi occorrevano venticinque minuti a piedi per andare a Messa, salvo avverse condizioni metereologiche. Un'automobile di passaggio (ma di passaggio molto veloce) aveva sollevato un'onda anomala che mi aveva centrato in pieno. Non ero un ragazzino moderno: avevo infatti proseguito di buon passo per la mia strada pensando al conforto che avrei trovato nel Santo Sacrificio della Messa. Trovai invece il parroco infuriato contro i ritardatari, contro quelli che non si tengono per mano al padrenostro, contro quelli che sgattaiolano via immediatamente dopo l'«andate in pace», contro quelli che non sono abbastanza generosi per le iniziative parrocchiali...

In una predica nelle domeniche successive si sarà certamente lamentato anche dei giovani che abbandonano la parrocchia. Ma non potei ascoltarlo: ero infatti diventato anch'io uno di quei giovani. La sua sfuriata di quella domenica di fine ottobre, iniziata con quel “so bene che piove, ma...”, era stata molto convincente: coi pantaloni infangati fino al ginocchio, con un cielo grigio che versava giù a catinelle picchiettando la parrocchia su ogni lato, con attorno l'alito pestilenziale delle vecchiette che mi circondavano, mi ero sentito colpevole di altissimo tradimento alla Chiesa lungo tutto la Messa, riconoscendo l'esecrabile colpa di non aver anticipato la sveglia di un quarto d'ora per prevenire eventuali ritardi dovuti ad eventuali piogge. Ma nel tornare a casa, pensando a tutto fuorché agli ultimi novanta minuti, mi sentivo liberato: non trovavo nulla da recriminare, non più alcuno scrupolo. In qualche modo il vaso era traboccato ed il sottoscritto era improvvisamente entrato a passo deciso nella schiera di coloro che non vogliono più saperne nulla di santa madre Chiesa. Cento campagne di ateismo e mille discorsi anticlericali non avrebbero sortito neppure una frazione di ciò che poterono quelle poche esternazioni del parroco e quel suo sguardo censore mentre puntava il mirino anche verso di me. Se lo sapessero i Radicali, farebbero fuoco e fiamme per vedere approvata una legge che obblighi tutti i giovani ad andare sempre a Messa.

Certo, dopo un po' di tempo, per grazia di Dio, imbattutomi in cristiani più seri tornai (con vera gioia e gratitudine) alla Chiesa cattolica - ma questa è un'altra storia.

Il ricordo di quel parroco e di qualche suo successore mi ha sempre fatto riflettere sull'oscura dinamica per cui nonostante tutti i discorsi e tutti gli auspici oggi la formazione al sacerdozio punta più ad una cultura teologica e ad un generico darsi da fare, che a formare sacerdoti “innanzitutto uomini”. Il principale problema di ogni prete simile al sopracitato è il vivere in una specie di realtà virtuale: parlerà non ai fedeli che ha concretamente davanti, ma alla mutevole (e sempre pallida) immagine di essi che gli gironzola per la testa, quella descritta dai fumosi esami di Pastorale e dalle affettate prediche del seminario. Per cui ignorerà del tutto le loro concrete preoccupazioni, si affannerà in mille raccomandazioni astratte che al più possono interessare chi ha tanto tempo libero che non sa come impegnare, si darà da fare per elaborare sempre nuove Proposte Pastorali per risvegliare dalla fiacca il volubile Laicato e l'evanescente Giovane. Punterà il dito - magari solo per forza di abitudine - anche contro quel giovane che mendicando il conforto spirituale del Sacramento aveva aveva affrontato vento e pioggia.

Doveva essere un problema ben diffuso già mezzo secolo fa: per far infuriare a morte il clero ambrosiano, al don Giussani bastò rispondere: «siate innanzitutto uomini». Non asettici funzionari del sacro, non noiosi dispensatori di frasi fatte, non pedanti elargitori di fardelli di regole, non infaticabili organizzatori e presieditori di riunioni, ma uomini, innanzitutto uomini, perché sarebbe assurdo tentar di realizzare il professionista dell'annuncio di Cristo. Dopotutto è tragicamente facile verificarlo: basta invitare il parroco a cena. Di cosa si può parlare con lui? Con che argomenti gli si accende l'animo? Di che ampio orizzonte culturale dispone? Quanto si deve sforzare per stare al passo coi presenti? Al di là delle frasi fatte, cos'è per lui la vita, la fatica, la gioia, il lavoro, la sofferenza, la vita di famiglia? Ecco: il don Giussani aveva assolutamente ragione. Più vedo certi preti, più capisco che il don Giussani aveva definitivamente ragione. Una volta il mondo disprezzava i preti perché li odiava; oggi li odia perché gli ispirano disprezzo e noia. E li odia buttando nel calderone, come sempre, anche i preti “più uomini” (che però oggi non sembrano essere la maggioranza, al contrario di ieri).

Di fronte al ciarpame liturgico e catechetico attualmente in voga vien davvero nostalgia di quando i preti erano “innanzitutto uomini”. Uomini di scienza, uomini di cultura, uomini capaci di appassionarsi, di immedesimarsi, capaci di vedere con chiarezza ciò che tu riuscivi a stento a intuire. Era il detestato parroco a insistere perché tuo figlio andasse al conservatorio o all'istituto d'arte (e te lo diceva perché sapeva riconoscere meglio di te l'arte), era il deprecato curato a scoprire l'ingegnere o il letterato che avevi per figlio (per essere veri talent-scout bisogna prima avercelo, il talent), era il disprezzato prevosto a dirti che quella donna è troppo volubile per te (e sì, perché il prete, proprio in quanto ostinato nella castità, delle donne osservava l'anima mentre tu ti eri inconsciamente limitato al resto). Con rigorosi -anche quando minimi- studi ecclesiastici, trasmettevano qualcosa di vivo, capivano le cose della vita prima di te, ti veniva voglia di invidiarli, di seguirli, di prenderli sul serio. Fino a non troppo tempo fa, scienziato era necessariamente sinonimo di consacrato. Ti veniva inevitabile pensare: Cristo c'entra. Era così perché la fede e la vita erano tutt'uno, Cristo non era ridotto a materia da professori in vena di sciccherie.

Se per un attimo si mette da parte la pigrizia mentale del delegare ogni giudizio alle trasmissioni televisive, ci si accorge che i preti che spiccano, quelli che davvero ti vien voglia di seguirli, quelli che davvero ti dicono qualcosa, non sono quelli che Fanno Grandi Cose, non sono quelli che effettuano con professionalità tutte le Operazioni Prescritte dai Regolamenti, ma sono quegli “innanzitutto uomini” nel mondo reale. Sono quelli le cui “prediche” hanno a che fare tanto col Vangelo del giorno quanto con le questioni serie della vita, sono quelli le cui parole non ti suonano inutili e insipide nel momento in cui ti trovi nei guai, sono quegli “innanzitutto uomini” che nel vedere uno che pur di avvicinarsi al Sacramento sopporta venti minuti di pioggia, si sarebbero commossi.

lunedì 3 ottobre 2011

Una bidonata ricordata negli Atti

Il caso è descritto in At 15,36-40: Paolo dice a Barnaba di partire con lui, «Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia e non aveva voluto partecipare alla loro opera. Il dissenso fu tale che si separarono l'uno dall'altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s'imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì».

Paolo e Barnaba erano stati scelti dallo Spirito Santo («Riservate per me Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati»: At 13,2). Paolo neanche comincia la sua prima missione, che a Perge di Panfilia per imprecisati motivi quel Giovanni detto Marco lo pianta in asso. I due “riservati” dallo Spirito finiranno dunque per avere un dissenso grave al punto di dividersi. Barnaba se ne partirà per conto suo, portandosi quel Marco sebbene certificato come capace di tirar bidonate.[1]

Se di fronte a tanto dissenso non ci vengono fornite ulteriori spiegazioni significa che il bidone era di quelli che non meritano nemmeno di essere ricordati: ossia dovuto alla debolezza umana di quel Giovanni detto Marco. Posso supporre che fosse il tipico indeciso, una di quelle persone volubili, capaci di cambiare drasticamente idee e progetti da un momento all'altro. Oppure che a Perge avesse trovato una donna (forse anche soltanto da “evangelizzare castamente”) e quindi all'improvviso considerasse conclusa la propria missione con Paolo. Oppure vedesse Paolo come troppo deciso e temerario[2] per cui già da tempo era a caccia di qualche alibi più o meno elegante per sganciarsi. Da quel punto in poi Barnaba e il suo prediletto scompaiono dalla narrazione degli Atti.

Fin dalle origini la Chiesa è martoriata da dolorose divisioni spesso dovute, ancor prima che alle umane debolezze, al paternalismo confuso per paternità. Da allora ad oggi, una percentuale non trascurabile di ecclesiastici assurge ad alte cariche[3] nonostante plateali e frequenti dimostrazioni d'inettitudine (mi scrivono che non si dovrebbe guardare il bicchiere mezzo vuoto: non dovremmo lamentarci di un vescovo asino ma riflettere sulla divina Grazia che ha concesso ad un asino di diventare vescovo. Ma è un po' curioso questo accanimento nel voler attribuire alla divina Grazia sviste ed errori della gerarchia ecclesiale).

Così come il volgo confonde la libertà con il diritto di sbagliare deliberatamente, così certo clero confonde il legittimo preferire con l'ostinato incapricciarsi. Anche i laici impegnati, clericalizzatisi, amano commettere questo stesso errore, contribuendo a propagare (magari contro le loro stesse intenzioni) dissensi e divisione all'interno della Chiesa. Un esercito di Giovanni detti Marco avanza di carriera ancor oggi, a dispetto delle bidonate che hanno dimostrato di saper tirare nei momenti importanti, mentre i loro protettori si trincerano dietro l'alibi dell'aver fatto tutto il “dovuto discernimento”. Ironia della sorte, è proprio a questi esperti di bidonate che ci si ritrova a dover obbedienza e fedeltà, è proprio ai balzani progetti di costoro che ci si ritrova a dover architettare un modo per insufflar vita, mentre affannati ricordiamo che globalmente la Chiesa è assistita dallo Spirito.


1) Dobbiamo necessariamente assumere che Giovanni detto Marco sia stato come minimo entusiasta di partire. Direi addirittura insistente: di fronte ai pericoli dell'andare in missione (cfr. 2Cor 11,23-28: battiture, naufragi, lapidazioni, freddo, briganti, fame...) Barnaba si sarebbe guardato bene dall'accollarsi una zavorra.

2) L'apostolo Paolo poteva permetterselo: era civis romanus, dotato della cittadinanza romana, protetto dalla legge. Infatti quando verrà condannato a morte, sarà per decapitazione: l'umiliante crocifissione, infatti, non era prevista per i cittadini romani.

3) Immagino l'espressione vanesia e soddisfatta - “Vedete? Vedete?” - mentre si rigira tra le mani il suo nuovo biglietto da visita in caratteri sontuosi: Giovanni (detto Marco), assistente all'evangelizzazione prescelto da Barnaba, riservato dallo Spirito.

lunedì 19 settembre 2011

Per chi raddrizza le banane

Il 20 settembre all’ONU si proporrà il riconoscimento della Palestina. Israele è sempre più isolato, mentre cresce quel fondamentalismo islamico, mascherato da “primavera araba”, a cui qualche sciocco, o ingenuo, ancora crede. Un riconoscimento di questo tipo sarebbe una vera e propria tragedia. Se accadrà, reagiremo.
“Reagiremo”. Perbacco, davvero da brividi: “reagiremo”. Con qualche pagina di blog e magari un articolo sul giornale: questo sì che si chiama reagire, ragazzi, mica pettinar bambole o raddrizzar banane, vedrete, l'ONU arretrerà con la coda tra le gambe e finalmente il cosiddetto “fondamentalismo islamico” (che subdolamente alligna in ogni musulmano del mondo anche se non lo sa), sebbene “mascherato”, avrà la sua sacrosanta dose di mazzate.

Il blog da cui ho tratto quella citazione nacque per incensare il foglio di un Ateo Devoto e per elogiare, con festoso autocompiacimento, gli articoli di un giornalista ciellino. Non fu proprio una brillante idea: poco tempo dopo il giornalista ciellino lasciò CL sbattendo la porta, mentre l'Ateo Devoto fino ad oggi non si è mai convertito - anzi, continua a considerare il cristianesimo uno strumento da utilizzare per colpire nemici politici. Il tragicomico è che certuni, scodinzolando a più non posso, a tutt'oggi pendono dalle labbra di sirene di quel genere: sono i cristianisti, che riducono il cristianesimo ad un generico “anticomunislam” e hanno per loro catechismo dogmatico il film Il mercante di pietre.[1]

A leggere certe robe ti prende un attimo di nostalgia. Nei bei tempi di una volta, i ciellini consideravano tutti la realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Il buon Socci, dalle pagine del Sabato, alla caduta del muro di Berlino gridava “né comunisti, né americanisti”, ai tempi della guerra del Golfo urlava il suo sdegno contro l’aggressione americana all’Iraq. Era sempre andata così a tutti: il tipico ciellino era odiato perché non incasellabile in uno schema ideologico. Infatti prendevamo molotov dai comunisti e manganellate dai fascisti, eravamo diffidati dai politici, detestati dai vescovi, schifati dai borghesi, gambizzati dalle Brigate Rosse...

Succedeva perché prendevamo sul serio più don Giussani che i titoloni dei giornali. Sapevamo tutti che il cristianesimo non è una elegante insalata di belle idee[2] ma è anzitutto una Persona. Mettevamo tutto a confronto con l'esperienza, senza dividere per pigrizia il mondo in buoni e cattivi, senza faticare per allinearsi con la moda o contro-moda del momento. La politica per noi era il risultato di qualcosa di già vissuto, non era la premessa per definirsi cristiani. La fede era riconoscere una Presenza, non era il professare le idee politiche ed economiche che fanno guadagnare qualche prestigiosa etichetta come "anticomunislam". Oggi qualche ciellino (preciso meglio: sedicente ciellino) lo ha dimenticato, o peggio, trasformato in elegante gergo per riempire le conversazioni e sentirsi finalmente à la page, professando il mutevole dogma più in voga al momento.[3]

“Reagiremo”. Palestina uguale fondamentalismo. Riconoscimento uguale tragedia. Chi non è daccordo è ingenuo o sciocco. “Reagiremo”. Il tragicomico epilogo degli anticomunislam è il somigliare al nemico che dichiarano di avere: fondamentalisti (quanto a ideologia) e boriosi (parlano come la Pravda durante le purghe staliniane): “Reagiremo”.


1) Certi cattolici sembrano più credenti nell'americanismo che nei dogmi di fede: avviene perché Hollywood continuamente ci vende gli USA come baluardo anti-comunista e anti-islam.

2) La stupidità dei cristianisti sta nella bizzarra logica secondo cui per combattere un'ideologia occorre un'altra ideologia, diametralmente opposta (almeno in senso televisivo) alla precedente.

3) I cristianisti sono la versione neocon dei cattocomunisti.

mercoledì 14 settembre 2011

Le sole due cose che possono capire gli uomini dell'Occidente

Caro Jeff, non vi sono che due cose che la maggior parte degli uomini del West può capire...

...un calibro 38 pronto a sparare fuoco e un bicchiere di whisky in attesa d'essere vuotato.
(citato da: Tex, da una striscia del 1948)

giovedì 8 settembre 2011

Frattaglie / 8

Seguono altre frattaglie e pensierini sparsi.

Chi non è “cattolico praticante” o è cattolico sedicente oppure è cattolico recitante. Mi dicono però che occorre ulteriormente distinguere tra osservante e praticante, giacché quest'ultimo si distingue dal recitante spesso solo per il maggior tempo materialmente speso tra le quattro mura in parrocchia.

Una delle rinomate specialità italiote è prendersi un impegno e poi dar buca all'ultimo momento. Specialmente quando si ha paura che l'impegno in questione possa far rischiare, anche alla lontana, un leggero cambiamento di mentalità.[1] È sorprendente come le “proprie opinioni”, acquisite subendo passivamente il bombardamento dei notiziari, diventino il più intoccabile degli idoli, ancorché mutevole e aleatorio.

Dopo più di cinquant'anni il nonnetto torna al paesetto natìo e tenta disperatamente di scorgere i posti dove era vissuto, nascosti da quella selva di luci, cemento e tubi di scappamento. Perfino la piazza ha cambiato nome. Ride della grossa, per nascondere la tristezza e soprattutto la delusione.

Agita una pistola, l'eroe del cinema: la locandina lo mostra fiero di sé e sazio di tutto. Ha in mano la sacra pistola, il simbolo tascabile del potere di vita e di morte su chiunque gli capiti davanti. Gli basta sfiorare il grilletto per togliere la vita a qualcuno (o compromettergliela definitivamente): la pistola, scettro di un potere “divino”, simbolo di giudizio di vita e di morte. Sazio e orgoglioso di sé, l'eroe del cinema è ovviamente accompagnato dalla solita bellona tutta curve. E noi si paga il biglietto per poter conoscerne le gesta.


1) Succede puntualmente ogni anno quando inviti qualcuno al Meeting. Oppure alla scuola di comunità. O persino alla vacanzina, oppure agli esercizi. Hanno paura di vedere qualcosa che provochi in loro un ricredersi. Hanno paura, cioè, di non poter più professare apertamente certi pregiudizi.