martedì 4 novembre 2014
Il cancro dell'assemblearismo
Buona parte del vergognoso sfascio della Chiesa cattolica è dovuta al fatto che gli ecclesiastici innamorati delle mode sessantottine hanno cancellato il metodo tradizionale (e cioè: questa è la verità, io ve la insegno, voi la apprendete e la verificate) per sostituirlo con un assemblearismo in cui ognuno fa la propria omelia recitando il personaggio che ha scelto. Nel collaborare alla pulizia di uno sgabuzzino parrocchiale (da dedicare a ennesima sala riunioni) scoprii una vecchia busta con dei cartoncini grigioverdino con su stampigliato, a caratteri di macchina da scrivere anni settanta, domandine ai laici su quanto e come coltivassero “relazioni amicali” (sic) e altre imitazioni del già patetico lessico sessantottardo, che - a quanto pare - vescovi e preti intendevano sorpassare a sinistra.
Uno dei principali motivi dell'ostilità al movimento di Comunione e Liberazione (sentimento condiviso dai viceparroci di periferia fino agli alti papaveri ecclesiastici) era che il metodo della scuola di comunità non solo era una contraddizione netta di quell'ammorbante assemblearismo spontaneista di parrocchia, ma ne dava anche ragione: apprendere quelle Verità è addirittura vantaggioso, conveniente, cambia la vita, fino alla baldanza del “ti sfidiamo a verificarlo”, fino al don Giussani in persona che invitava esplicitamente a disertare la scuola di comunità qualora questa non ti facesse uscire cambiato (il che evidentemente richiede oltre ad una tua tensione, anche la tensione di chi guida e -in qualche modo- di chi vi partecipa con te).
Purtroppo anche i ciellini vanno in parrocchia, assorbendone spesso quella mentalità ancora durissima a morire e quei fastidiosissimi atteggiamenti, e le scuole di comunità si sono ridotte ad impegno dove marcare ordinatamente presenza. Non mi fa più meraviglia che esistano persone come quel giovane sopra citato che per un motivo banalissimo si allontanano polemicamente dal movimento, per poi magari sputarvi veleno venti o trent'anni dopo solo per un confuso brutto ricordo. La cancrena che sta invadendo vaste aree del movimento di CL si manifesta proprio coi caratteri dei gruppetti parrocchiali: l'assemblearismo “sociale”, l'entusiasta autoriduzione a professionisti dell'entusiasmo, la recitazione di un copione autoconfezionato e l'ostentazione di un gergo, quelle fastidiosissime frasi fatte («nessuno è perfetto! ma sei sempre polemico? non volevo intendere questo! ma con questo cosa vorresti dire?»), e l'idea di essere superiori agli altri nella misura in cui si dicono e fanno cose cielline.
Quella cancrena ha due forme: l'intellettualismo da giussanologi, e l'attivismo da cielloti. Da diversi anni me ne lamento con frequenza, scoprendo che sono vizietti ereditati dalla parte malata della Chiesa. Proprio quella da cui rifuggivamo, proprio i motivi per cui fuggivamo.
mercoledì 29 ottobre 2014
Dinamiche del mondo del lavoro nell'Italia neosovietica
Nel mondo del lavoro i livelli di paranoia sono saliti a vette sovietiche. Non si lavora più sulla fiducia ma sui documenti di certificazione (vere e proprie liberatorie, vere e proprie compravendite di assunzioni di responsabilità). Non c'è più la passione per il proprio lavoro ben fatto, ma il bìsniss-plènn da seguire: il sacro Business Plan da effettuare alla lettera, ideato nei minimi dettagli dalla religione del Faremo Soldi a Palate. Il lavoratore - anche progettista, anche manager, anche commerciale - ridotto ad ingranaggio di una macchina, prontissimo a scaricare la responsabilità ai livelli superiore e inferiore, a seconda delle necessità. Anzi: prontissimo a fare compravendita di responsabilità.[1]
Nelle aziende italiane, attaccate da sei mafie (e non per modo di dire), a guidare il lavoro è il panico. Non esistono piccoli timori e nemmeno grandi paure: esiste solo il panico. Che da una parte è generato dal pressappochismo (per esempio: vita, morte e miracoli di un progetto affidati alla mente di una singola persona: bus factor uguale a uno)[2] e dall'altra genera il pressapochismo (qualsiasi soluzione diventa accettabile se permette di sedare il panico fino a domattina). Perciò qualsiasi piccolo intoppo scatena il panico: ma perché non me l'avevate fatto sapere prima? ma com'è possibile che si sia guastato? ma suo figlio non poteva ammalarsi la settimana prossima? e ora come faremo?
E così il leone che nella Grande Riunione Strategica ruggiva “faremo soldi a palate!”, improvvisamente si trasforma in pecorella belante che chiede aiuto (sì, ma chiede aiuto con lo sconticino, non è mica disposto a prendere atto della realtà) e telefona uno ad uno a tutti i lupi che anche solo per sentito dire potrebbero far qualcosa. Anche quelli di cui aveva perso i contatti da vent'anni. Ma la crisi economica c'è anche per i lupi, che perciò non esitano a chiedere pagamenti a peso d'oro prevedendo lo sconticino. Talvolta va loro bene (vendendo il proverbiale cannone per ammazzare l'uccellino), talvolta va maluccio (il prezzo esoso si rivela in realtà insufficiente a coprire i veri costi di intervento).
Nelle aziende italiane, vessate da tutto ciò che i progressisti chiamano “medioevo” (cioè tasse assurde, giustizia ingiusta, ruberie diffuse, legalità staliniana, burocrazia asfissiante, approssimazione selvaggia...) si fanno sforzi titanici per restare a galla ma non si cambia mentalità. Alla devastazione dell'industria e delle piccole e medie imprese ha contribuito la mentalità (di importazione americana, e più precisamente di stampo protestante) del ridurre il lavoro ad una merce,[3] ad un elenco di operazioni da eseguire per fare soldi a palate (che per grandissima parte finiranno in tasche altrui),[4] lasciando perdere ciò che non porta “convenienza” (per cui depositi imbrattati da vandali e carri merci arrugginiti conservano le loro brutture per decenni, gli strumenti di lavoro sono insufficienti, mal tenuti e male usati, non si investe sulla formazione dei propri dipendenti perché sembra uno spreco di tempo e denaro...) Dunque la dignità non ha posto, la passione è scomparsa, la creatività è svanita (sostituita dalla ricerca esasperata di una “nicchia di mercato”[5] in cui porre i propri prodotti e fare soldi a palate in quel presunto lasso di tempo di cui concorrenti e imitatori hanno bisogno per “adeguarsi”).
La dignità del lavoro, un concetto esclusivo della mentalità cristiana, deve far posto al mercato: “qui non si fa beneficenza”, se sei anche solo parzialmente incapace o parzialmente inutile dobbiamo trovar modo di mandarti via (e se non lo facciamo è solo perché per sindacalismi e burocrazie ci costa meno tenerti qui). “Tengo famiglia”: per cui non importa che un lavoro sia fatto bene, ma solo che sia fatto quel tanto che basta per incassare soldi entro fine mese, ché bisogna contentare non solo le sei mafie ma anche i vizietti personali come le droghe legali e le tasse indirette (l'abbonamento per le partite, lo zainetto griffato ai figli, la multa per eccesso di velocità, l'internet sul tablet per il music store...) oltre che gli onnipresenti imprevisti.
Di fronte a questo italico spettacolo, la reazione più sovversiva in assoluto è l'edificazione di un monastero.
In un monastero si lavora non per le scadenze, ma per la gloria di Dio. Non per il guadagno, ma per la bellezza. Non per necessità, ma per passione. Non per le esigenze di mercato, ma per dare fondo a quella sana creatività che, in quanto dono di Dio, è per ciò stesso destinata a dare frutto.
Non a caso la scienza è nata nei monasteri, l'arte è fiorita nei monasteri, il diritto è opera dei religiosi,[6] il buon gusto è invenzione dei monaci. Le più bizzarre “scienze” profane (dal galateo al far di conto, dall'agricoltura all'astronomia) devono parecchio a questi consacrati che sapevano vivere, godendosi la vita immersi nella bellezza (per esempio con quella musica portata dagli angeli), e soprattutto sapevano lavorare, mostrando con l'esempio - ancor prima che con le parole - il lavoro inteso come prosecuzione dell'opera creatrice di Dio, come espressione del meglio del proprio io, come avente dignità. E mentre nel resto del mondo si sgozzavano innocenti per ingraziarsi divinità come serpenti piumati, pianeti in congiunzione, draghi sputafuoco che nessuno aveva mai visto di persona, lì in quella terra tappezzata da monasteri fiorivano arti, scienze, diritto, tecnologie, e una concezione della vita accettabile anche per il restante novantanove per cento della popolazione.
Il detenuto Ivan Denisovic', pur sapendo che quel muro che stava costruendo sarebbe stato abbattuto immediatamente dopo essere stato completato, si dedicava alla sua costruzione con la massima perizia possibile. Il suo era il grido disperato di un io schiacciato, una vera e propria apologia dei monasteri, ancor prima che della dignità del lavoro.
I monasteri sono evidentemente un dono di Dio. Un dono che quelle Alte Sfere terrene[7] si ostinano a rifiutare anziché desiderare. Il più schiacciante indizio della fine di una civiltà è l'assoggettamento della casta sacerdotale alle leggi del mercato, alle dinamiche del lavoro come merce, come sopra illustrato: alla rinascita, cioè, della superstizione e dello schiavismo sotto nuove forme e con diversi nomi.[8] Siamo rimasti pochi Ivan Denisovic' sparpagliati e isolati, a domandare umilmente altri operai per la messe: cosa che ha tra le sue conseguenze indirette la chiara percezione della dignità della vita e del lavoro.
1) Piccolo aneddoto. Una Grande Azienda Italiana dismette un certo numero di macchine che hanno passato abbondantemente il ciclo di vita previsto. Una Grande Azienda Non Italiana le “ritira” a prezzi ridicoli, vi dà una sommaria ripulita, vi appiccica la propria etichetta e ci scrive Garanzia X Anni (dopotutto il costo per sostituirle con altre “ritirate” è bassissimo) e le rivende a metà del prezzo di quelle nuove. Una Media Azienda Italiana le compra, ci aggiunge il proprio marchio, e le rivende alla Grande Azienda caricandoci un venti per cento in più, e così le macchine dismesse rientrano con tutti gli onori nella Grande Azienda. Il responsabile della sala macchine si lamenta, ma il suo diretto superiore - appena omaggiato di varie regalie dalla Media Azienda - gli risponde che tutto va bene e che sono regolarmente coperte da garanzia.
2) Nel gergo business americano il bus factor (“fattore autobus”) corrisponde al numero minimo di dipendenti che con la loro improvvisa morte/inabilità/indisponibilità (dovuta per esempio all'essere investiti da un autobus) determinano la paralisi totale di un progetto o addirittura il dover buttar via tutto (cioè l'aver sprecato soldi e tempo e risorse fino a quel momento). Sul bus factor incidono evidentemente anche altre circostanze (come ad esempio le penali da pagare in caso di ritardi). Il bus factor uguale a uno, cioè il più basso, significa che basta un solo dipendente infortunato (o anche passato ad altro lavoro, o semplicemente colpito da problemi di salute o familiari) per mandare tutto all'aria.
3) Nel gergo americanoide in voga nelle aziende si parla di lavoro come commodity. Suggerisco un'occhiatina alle vignette de il consulente imbruttito.
4) Il responsabile si giustificava: abbiamo fatturato 5000 spendendone 8000 ma adesso abbiamo un'entratura... Quale dolce parola! Un'entratura, cioè la possibilità di fare improbabili futuri lavori presso lo stesso cliente, dai quali recuperare la perdita già subìta e su cui toccherà pagare gli interessi alla già furiosa banca...
5) Per “nicchia di mercato” generalmente si intende un nome altisonante affibbiato a qualcosa che i concorrenti non sono al momento pronti a vendere.
6) Fu la famigerata Inquisizione - cioè i domenicani - a inventare i processi equi, l'avvocato d'ufficio, il garantismo “moderno”.
7) Gli eventi del pontificato bergogliano - tra cui la sorprendente persecuzione dei Francescani dell'Immacolata - destano allarme anche nei confronti delle Alte Sfere ecclesiastiche.
8) Del Medioevo, tutto ciò che comunemente si disprezza è invece straordinariamente descrittivo della società di oggi. La schiavitù ha solo cambiato nome: oggi abbiamo fisco, burocrazia, prepotenze istituzionalizzate...
lunedì 29 settembre 2014
Ancora sulla dignità del lavoro
Un amico compra dalla Cina due motori elettrici di particolari caratteristiche, che nessuno qui in Europa si sogna di fabbricare (neppure i tedeschi, ultimo baluardo dell'industria europea). Dopo un po' di giorni di utilizzo si guastano (girano a vuoto). Smontandone uno per capire cosa si è guastato, fa una piccola scoperta: nel planetario c'erano due ingranaggi di plastica. Proprio i pezzi sottoposti a maggior sforzo erano di plastica anziché di metallo, e dopo poco tempo di normale utilizzo dei motori si sono sbriciolati.
Fabbricarli con tutti gli ingranaggi metallici avrebbe fatto lievitare il prezzo del motore di meno di una frazione dell'un per cento. Non aveva senso risparmiare proprio sui componenti più importanti. “Cineserie”, mi si dirà. Ahinoi, è assolutamente la stessa cosa che avviene in tutto il mondo, a cominciare dall'Italia stessa, perché si tratta di una mentalità, non di una leggerezza esclusiva dei cinesi.
Il mondo del lavoro - anche qui in Italia - sembra guidato da due urgentissime necessità: quella di “far presto” (a scapito del “far bene”) e quella di “fatturare presto” (a scapito del “lavorare normalmente”). Come in quella fabbrichetta cinese (che pure produceva motori elettrici di ottima fattura) l'importante era “far presto”. Non ci sono più gli ingranaggi metallici di quel tipo? Ce li facciamo stampare di plastica. Ehi, gente, qui bisogna “far presto” a consegnare perché bisogna assolutamente “fatturare”, perché altrimenti ce ne andiamo tutti a casa!
Non si tratta di “cineserie”: è una mentalità. Anzi: è la mentalità. Non più il lavoro che prosegue “l'opera creatrice di Dio” (e che pertanto esige anzitutto di esser fatto bene), ma solo uno scambio tra qualcosa di fastidioso (il dover lavorare) e qualcosa percepito come assolutamente indispensabile (estrarre soldi dai clienti). “Presto, presto! dobbiamo consegnare e fatturare! Presto!” Ma la luce del bagagliaio non funziona... “Consegnate! il cliente, se proprio si lamentasse dopo essersene accorto, ricorrerà al concessionario”. Ma l'antenna va in corto circuito: se solo si impugna il telefonino, il segnale cade! “Negate il problema! Consegnare! Fatturare! poi dopo distribuiremo -solo a chi protesta forte- una custodia isolante per aggirare la cosa!” Ma non si possono lasciare a terra i viaggiatori... “Venti corse in una giornata possono bastare, tanto nessuno di loro le conterà”.[1]
Così, anziché essere almeno pallida volontà di proseguire l'opera creatrice di Dio, la qualità di un prodotto o un servizio è soltanto una soglia di compromesso tra il costo del rispondere alle lamentele, e il prestigio prestabilito da mantenere. Ciò che i cinesi hanno fatto in quei motori elettrici, si fa quotidianamente in tutto il mondo - Italia compresa - in quasi qualsiasi attività lavorativa che produca un po' più che aria fritta.
È una mentalità che si apprende già a scuola, scoprendo che è “sufficiente” un componimento che inizia e finisce per frasi fatte e con un numero di righe ragionevolmente vicino al “minimo sindacale”. È una cosa che si apprende perfino in parrocchia, davanti a quel cartello in cui si annuncia che per le confessioni il prete è disponibile dalle 15 alle 16 del giovedì pomeriggio: il minimo sindacale per non essere sgridato dal vescovo, il minimo indispensabile da “consegnare” pur di poter “fatturare”.[2]
“Non importa come: fatelo funzionare! Entro fine mese dobbiamo assolutamente fatturare!” Ho conosciuto personalmente chi ha preparato un prodotto da sfornare sul mercato e poi, nell'ultimo tratto di strada, lo ha castrato, straziato, frankensteinizzato, attaccato con lo sputo, snaturato in ogni modo pur di “consegnare” e “fatturare”. Anche quando c'è un progetto, anche quando c'è un ideale, l'ossessione del presto-presto-presto estrae sempre il suo sanguinosissimo tributo.
Ho detto che si tratta di qualcosa di diabolico, perché ho visto gli sguardi assatanati di chi lavora giorno per giorno proferendo e pensando continuamente quelle litanie. Il lavoro diventa a poco a poco una schiavitù da quel demonio invisibile ma concreto: presto-presto-consegnare-fatturare. E come descritto magistralmente in Arcipelago GULag, uno degli effetti collaterali è il dover trasformare il lavoro in apparenza di lavoro. Il dover cercare, nelle pieghe dei regolamenti, ciò che può far risparmiare tempo (a costo di produrre qualcosa che è buono solo per esser gettato via). Il dover trovare un capro espiatorio quando qualcosa va male. Il dover corrompere il fornitore e l'appaltante per dare l'impressione di essere riusciti a concludere regolarmente.
Come col fenomeno della tuchta: impossibile raccogliere tanta legna, ma si mette per iscritto che è stata consegnata; impossibile fermare il trasporto di legna per denunciare l'ammanco, perché le autorità scoprirebbero che il treno viaggia con qualche vagone in meno (non potevano non partire! non importava dover lasciare fermi i vagoni guasti: “qua bisogna consegnare!”). La falegnameria consegna i semilavorati dichiarando di aver lavorato tutto: non aveva tempo di farlo, non aveva tutte le lame per tagliare tanta legna, non c'erano abbastanza operai: vorrai mica far scattare controlli denunciando l'ammanco? Il mobilificio accetta assi e pannelli senza lamentarsi: ha lo stesso problema, gli basta corrompere gli agenti delle verifiche, costa meno del fermare la produzione solo per denunciare l'ammanco. Infine, nei negozi di mobili, qualcuno tirerà un sospiro di sollievo per non dover essere costretto a occupare spazio con mobili che, stante la crisi, non si riescono a vendere. Risultato: mentre sulla Pravda si può scrivere che i negozi sono pieni di merce e il piano quinquennale ha fatto aumentare del venti per cento la produzione, in realtà ci sono lunghe file anche per comprare solo un pezzo di pane. Grazie alla tuchta, cioè la “mancia” che ogni passaggio screma per proseguire la catena.
Quanto descritto in Arcipelago GULag è storia anche dei nostri giorni. Il potente motore elettrico con due delicati ingranaggi interni fatti in plastica rappresenta non tanto la “cineseria”, non tanto l'incompetenza, non tanto la faciloneria, ma il rapporto che si ha con il lavoro, l'ossessione del consegnare presto-presto-presto i lavori. Poco importa che per fretta nel basamento abbiano gettato di tutto per far volume col cemento, poco importa di non aver preso precauzioni contro umidità e vibrazioni proprio nel trasformatore dell'apparecchio, poco importa di aver allungato il vino col metanolo per completare subito le consegne, poco importa di aver depositato uno strato ridicolo di pietrisco prima di pavimentare: l'importante è consegnare, perché qui bisogna fatturare, capito? qui bisogna fatturare! È stato in nome della fatturazione che ci si è accorti che l'asbesto è pericolosissimo solo dopo che ne è scaduto il brevetto, è in nome del risparmio che sono state estese linee ferroviarie sulle coste e altri terreni demaniali piuttosto che nei centri città, è in nome del contentare rapidamente il cliente che si è edificata una palazzina sul letto di un fiume (con diverse vittime alla prima pioggia autunnale).
La dignità del lavoro è un concetto esclusivo della cristianità. L'affievolirsi della fede ha degradato il mondo del lavoro alla mentalità del paganesimo (cioè quella che considerava il lavoro “degradante” e la malattia “sfavore degli dei”). Anche nel mondo cosiddetto “cristianizzato”, dove fino a non troppi anni fa era ancora comunissimo vedere un professionista fiero del suo lavoro indipendentemente dal credo religioso.[3]
L'accanimento con cui si grida presto-presto-presto ha registrato in tempi recenti nuove grandi vittorie di quella legione: l'imprenditoria basata sul cappio delle banche e il burocraticismo[4] dello Stato che anziché promuovere il lavoro lo torchia.[5]
È un segreto di Pulcinella il fatto che la stragrandissima maggioranza delle aziende italiane deve servire un debito con la banca. Anzitutto perché avviare un'attività commerciale richiede capitali considerevoli che, chiesti in prestito, si spera di recuperare e ripagare.[6] In secondo luogo perché anche quando non ci sia crisi, è già faticoso dover pagare gli interessi sul prestito. Molte aziende italiane sono virtualmente già fallite da tempo, perché a fronte di un mai estinto (e mai diminuito) debito con la banca, fanno già una grossa fatica a pagare gli interessi. Basta veder calare gli ordinativi di pochi punti percentuali, ed è il panico (o il fallimento).
L'ossessione del presto-presto-presto-fatturare nasce nei nostri giorni anche e soprattutto per saziare l'insaziabile debito. Per esempio, con un meccanismo perverso, la banca accetta di anticipare soldi sulla base delle fatture (cioè si finisce per pagare interessi reali a fronte di un pagamento virtuale, cioè una fattura ancora non riscossa). L'importante è fatturare! Presto-presto-presto! E così, all'improvviso, quando un'azienda si trova in difficoltà, è costretta a manovre clamorose: come l'anno scorso, quando settecento dipendenti di una grossa azienda non ricevettero lo stipendio ma la promessa di un “breve ritardo” di pochi mesi...[7] Oppure quando si riunisce d'urgenza il consiglio d'amministrazione per capire se è più economico guerreggiare coi sindacati per tagliare un terzo del personale, oppure se dichiarare subito fallimento sperando che il polverone alzato attiri anche qualche soldino di aiuti (che sarà ossigeno per permettere a qualche dirigente di svignarsela prima che la nave affondi).
La grande Flannery O'Connor, quando le chiesero perché fosse una scrittrice, rispose qualcosa come: perché mi riesce bene.
La dignità del lavoro, nel sistema moderno, non c'entra più. Bisogna per forza “sporcarsi le mani”. Lo fanno tutti. Presto-presto-presto: non si possono fare “bene” le cose, basta che sembrino accettabili. Ed anche qui in Italia c'è l'inconfessato desiderio di voler trasformare il “lavoro” in una “rendita”: specialmente di questi tempi, in cui il lavoro è retribuito ai limiti della sopravvivenza, in cui il lavoro specializzato è disprezzato (guardate quanto guadagna un ingegnere o un poliziotto in servizio su strada rispetto a quanto si guadagna nell'improduttivo mondo dello spettacolo). Per questo stiamo passivamente accettando la “cinesizzazione” del lavoro in Italia.
1) Sposto qui in nota il comico esempio della “pizza al salame” in cui mi sono imbattuto non troppo tempo fa. Di persona. Una pizza margherita con una fetta di salame al centro: costo, un euro in più. Quella fetta costava un euro: massimizzare gli incassi sul salame, a costo di esagerare. “Pizza al salame”.
2) In qualità di fedele cattolico, sono convinto che il sacerdote dovrebbe essere disponibile alle confessioni in ogni momento, coi soli limiti del buonsenso. Il prete che ti rimanda sempre all'orario per le confessioni è generalmente uno che non ha capito cosa significa avere un lavoro, una famiglia, gli studi, la salute... La burocratizzazione del ministero sacerdotale è una delle più funeste invenzioni del demonio.
3) Come quegli ingegneri lombardi, a guerra ormai persa, che per acquisita propensione al lavoro “a regola d'arte” - e solo per quella propensione - insistevano a collaudare adeguatamente per decine di ore di funzionamento al banco di prova i motori di quegli aerei che per buona parte sarebbero stati abbattuti dopo una o due missioni, dopo appena una o due ore di volo.
4) Si veda ad esempio l'articolo: Volevo solo vendere la grattachecca.
5) Quanto alla persecuzione amministrativa, si veda ad esempio l'articolo: La vera impresa è lavorare.
6) Un imprenditore che chiede 100 alla banca dovrà ripagarne 118, 140, 180 ecc., a seconda del tempo che ci mette a restituire. Quel di più da restituire andrà estratto dalle tasche dei clienti, riducendo la qualità dei prodotti e dei servizi, limando i propri guadagni. Nel gergo bancario, debito consolidato è il mellifluo nome con cui si indica il caso di un'azienda che non riesce a restituire il prestito ma riesce almeno a pagare gli interessi anno per anno. Benché al Meeting di Rimini si parli del “fare impresa” come una somma di dedizione, passione e creatività, l'ordinaria vita dell'imprenditore è fatta come minimo di compromessi, sotterfugi, artifici, lotte perenni contro il tempo, sorpresacce pressoché quotidiane, multe kafkiane per infrazioni di leggi che nessuno conosceva, promesse che diventano impossibili da mantenere, fiumi di “scadenze” (spesso improvvise, spesso già scadute), e soprattutto fidi, disponibilità, anticipi, “rosso”, “rientrare”, ecc.: il sistema bancario screma guadagni ad ogni livello, guadagni su cui è tabù non solo l'indagare ma anche il ragionare.
7) Chi non capisse il concetto dell'operaio che ha diritto alla sua mercede può presentarsi al supermercato, fare la spesa e non pagare, annunciando a sorpresa alla cassiera che lo farà “con un breve ritardo” di pochi mesi. Idem per l'affitto di casa, la benzina, le tasse...
sabato 20 settembre 2014
Faremo soldi a palate
La tag-line dell'amico che anni fa ha ispirato e configurato questo blog è “faremo soldi a palate”. Descrive l'illusione che il successo nasca non da un misto di enorme impegno ed enorme fortuna, ma da qualche idea nata per caso, unendo le buzzword più in voga del momento (tablet, facebook, stampanti 3D, selfie, internet, gatti, cellulari...) e illudendosi di realizzare in poche settimane un successone che permetterà di campare di rendita per i secoli a venire.
È una malattia vecchia come il mondo. In ogni momento della nostra vita aleggia sempre la proposta del Gatto e della Volpe: fare soldi a palate, subito e senza sforzo. Il gioco del lotto come tassa sull'ignoranza: “hai mai sognato di fare altro?” L'idea di diventare ricchi sfondati lanciandosi come cantanti. Il teorema dei film hollywoodiani (azione o romantici, tutti uguali): vince il predestinato grazie alle sue decisioni improvvise, banali, emotive.
Da anni le aziende italiane vengono strangolate dalle tasse (un'allarmante quantità di grandi marchi Made in Italy è ormai di proprietà estera) e c'è ancora gente che crede che la ricchezza sia a portata di mano, in attesa di una nostra eroica decisione improvvisa ed emotiva, presa senza pensare, senza ragionare, senza saper aspettare. Sono convinti che il successo nasca dal voler decidere di avere successo, come quei delinquenti di mezza tacca che in meno di cinque secondi sognano, pianificano, decidono e attuano una rapina. Sono convinti che l'arte nasca dall'improvvisazione selvaggia, come quegli imbecilli armati di spray che vanno imbrattando muri senza neppure avere le idee chiare su cosa scrivere. In tempi di crisi, si diffonde la mentalità bolscevica, quella che per realizzare le voglie del momento dei pezzi da novanta non esitò a sequestrare fino all'ultimo chicco anche il grano più prezioso e intoccabile, quello destinato alla semina. E un intero popolo morì di fame.
“Faremo soldi a palate”: più impulsive sono le decisioni, e più gli autori del disastro si considerano coraggiosi e si aspettano il successo: perfino nel mondo del lavoro. L'ideuzza improvvisata durante la pausa caffè diventa legge immodificabile un minuto dopo, costi quel che costi.
domenica 17 agosto 2014
Vita coi nonni
Il nonno, forte del suo status di persona anziana e ammalata, esibisce i tipici capricci dei bambini. Come il mangiare rumorosamente a bocca aperta con un fastidiosissimo ciòmp-ciòmp (riesce a sgranocchiare perfino il brodo). Forte del fatto di essere stato ampiamente sgridato dai miei e dagli stessi nonni per un rumore dieci volte inferiore quando ero bambino, un paio di volte gliel'ho fatto notare. Se l'è presa a male ma il rumore è terminato immediatamente (anche nei giorni successivi, almeno finché ero presente). Sul momento in cui mi è sfuggita la lamentela ho provato perfino rimorso, rendendomi conto solo successivamente che il farglielo notare è stato qualcosa di positivo perché è stato un freno al lasciarsi andare.
I nonni passano le giornate in adorazione davanti al televisore, interrompendo solo per andare al bagno e per dormire, distratti al più da una visita di un parente. È una vita triste l'aspettare senza avere ben chiaro cosa si aspetta. I figli hanno preso la loro strada, qualche nipote (cioè solo il sottoscritto) viene incaricato di piccoli servizi da loro (cioè tener loro compagnia), della Chiesa non gliene importa niente (ma ci sono dieci santini di padre Pio sparsi per casa: questa sì che è fede, ragazzi!) e di quando in quando si lamentano dell'incessante pioggia di tasse e balzelli che continua a vandalizzare quel poco che avevano messo da parte in una vita di stenti.
Due nonni con tre televisori in casa. Uno in cucina, uno nel soggiorno, e un altro nell'altro angolo del soggiorno. Una media di uno e mezzo a testa. Ci sono da spostare alcuni mobili: il nonno comincia a pretendere un televisore in camera da letto (la nonna dorme in soggiorno e il televisore davanti al letto ce lo ha già). Ho fortunosamente rinviato il problema. Ci manca solo che il nonno provi l'ambitissima estasi del rimanere giornate intere a letto davanti al televisore. Ci manca solo che il suo ultimo sospiro sia accompagnato dalla pubblicità del dentifricio. I drammi della vita sono questi: vedi i nonni spegnersi, e il loro unico tabernacolo è il televisore, e ti tocca giocare la carta del nipote pigro e perdigiorno pur di non assecondare il desiderio di avere il televisore in camera da letto.
sabato 16 agosto 2014
Tabernacoli moderni
La vita del nonno si va lentamente spegnendo. Mangiare, dormire, guardare la tv tutto il giorno, che è diventata di fatto il suo tabernacolo. Gli eventi che per un attimo lo svegliano dal torpore sono insignificanti come quella conferenza su qualcosa di digitale ripresa dal telegiornale regionale, che mi ha commentato sorridendo. Un sorriso che è più un invito a fargli compagnia che la gioia per una conferenza sul “digitale”, digitale di non si sa che cosa.
L'ultima volta che sono stato da loro ho sentito il nonno lamentarsi che la sua vita non vale la pena essere vissuta. Forse lo diceva solo per attirare l'attenzione. Voglio sperare che l'abbia detto in un momento in cui si sia reso conto di cosa significhi donare le ultime ore della propria vita alla televisione.
Se avesse un po' di fede forse sarebbe tutto diverso. Ma ha vissuto per una vita intera senza mai esserne attirato. Ha visto il male che certi preti hanno fatto a me e alla mia famiglia. Sarebbe già una grande grazia se accettasse, anche solo per simpatia, di ricevere gli ultimi sacramenti (buona parte della grande grazia consiste nella decenza liturgica e umana del prete che si troverebbe ad amministrarglieli).
lunedì 11 agosto 2014
Tabernacoli
Con fatica gli devo ricordare che c'è da muoversi per le analisi. Senza staccare lo sguardo dal televisore mugugna qualcosa che dovrebbe significare “subito” e che invece serve a prendere tempo. Gli dispiace abbandonare quella visione beatifica proprio adesso. Lo schermo mostra una jeep che attraversa lentamente una strada sterrata, con due tizi in piedi nel cassone armati di fucile e con espressione truce. Sarebbero un ottimo bersaglio, ma loro stessi sanno di essere in un telefilm in cui nelle sparatorie non muore mai nessuno.
In tempi non sospetti san Pio da Pietrelcina lamentava che il «tabernacolo del demonio» stava entrando in tutte le case. Parlava del televisore, non di internet. La televisione è peggio di internet poiché si fruisce passivamente. Ci si mette lì in «adorazione» lasciandosi diluviare addosso la banalità, in perenne attesa di emozioni o di qualcosa di meglio. Il demonio, più che la cattiveria, è impegnato a promuovere la banalità. Che può assumere perfino i contorni innocenti del telefilm con la sparatoria con migliaia di pallottole e nessun morto, nemmeno un ferito, neppure di striscio. Distorcere la realtà, a lungo andare, è più grave che distribuire sudiciume.
Il nonno si avvia verso la fine dei suoi giorni cibandosi di televisione. Come ad esempio quei vecchi e stupidissimi telefilm trasmessi alle otto del mattino di uno sperduto giorno del mese di agosto. Si leva al mattino e accende il televisore. Lo spegne solo per il pisolino pomeridiano. Dopo diverse esitazioni finalmente riesce a spegnerlo di sera per andare a letto. Poi magari dopo mezz'ora che si rigira nel letto decide di non aver sonno: torna in cucina e riaccende il televisore, per una o due ore supplementari di «adorazione».
C'è gente finita nel calendario dei santi per molte meno ore di adorazione. Davanti ad un diverso tipo di «tabernacolo». Comincio a temere che quella razza si sia estinta. Lo temo da quando andai a far visita a quelle suore e scoprii che passavano la sera davanti al televisore. Chi sferruzzava, chi rammendava, chi sfogliava, ma tutte in presenza del televisore. Lo temo specialmente nelle sere d'estate quando vado alla stazione e passando davanti al convento di un altro ordine di suore intravedo l'inequivocabile luce blu che traspare dalla finestra che dà sulla strada.
mercoledì 9 luglio 2014
La vera catastrofe è la reazione
Il primo caso da considerare è quello della cicala e della formica. Nel caso di una breve emergenza, orde di cicale guidate pressoché esclusivamente da una paura irrazionale, si getterebbero - con raziocinio inversamente proporzionale alla foga - sulle riserve accumulate delle formiche.
In parole povere, quasi nessuno è preparato mentalmente oltre che materialmente ad una breve emergenza: figurarsi una catastrofe. C'è una solida diffusissima certezza dogmatica che elettricità, acqua, internet e supermercati siano sempre efficienti e disponibili. Eppure bastano poche ore di black-out per scatenare l'apocalisse.[1]
Il secondo caso da considerare è che un semplice senso di umanità porta la formica a condividere quello che ha con le cicale (presumendo che non siano tali per arroganza ma per incapacità), a costo della propria stessa sopravvivenza.
La popolazione di cicale, ad essere davvero onesti, è enorme. E le formiche si troverebbero tutte indistintamente con problemi morali: chi aiutare, chi ascoltare, e come fare per non ergersi a giudice supremo delle disgrazie altrui? A questo si aggiunge il bruciante dramma di trovarsi a cambiare morale più volte: dopo aver fermamente deciso di aiutare, ritrovarsi a desiderare di essere molto più severi e selettivi, o viceversa.
Il terzo caso da considerare è che in caso di catastrofe occorre assicurare non solo il cibo per il corpo ma anche quello per l'anima, e non sto parlando solo di qualcosa di spirituale ma anche di ciò che oggi è universalmente percepito come essenziale alla propria dignità. Se non ci pensiamo un attimo, non ci rendiamo conto di quanto siano essenziali beni di consumo come carta igienica, sapone, lamette da barba, pettini...
Un'immagine che mi ha segnato anni fa è quella delle Memores nelle favelas brasiliane che tra le attività caritative fecero anche quella di parrucchiera. Una donna ottantenne, commossa, le ringraziava: “in vita mia non sono mai stata da una parrucchiera”. Cioè per quelle Memores un'attività apparentemente relativa alla vanità, era stata invece un modo per restituire una dignità a quella donna che apparentemente le era stata negata per una vita intera.
Il quarto caso da considerare è che la società semplicemente non è pronta neppure per i piccoli problemi. Un anziano malato che fa grossa fatica a deambulare, è un problema serio anche se abita al primo piano, figurarsi più persone in quelle condizioni che abitano ai piani superiori e per quattro giorni l'ascensore dà forfait. Amici, parenti e badanti possono essere una soluzione tampone. Ma cosa fare se qualche servizio essenziale (ascensore, fogne, acqua corrente) si protraesse?
C'è di comico il fatto che Hollywood instancabilmente ci racconta storie a lieto fine su catastrofi di ogni genere, sortendo però l'effetto opposto: la banalizzazione.
1) Nel SoCali black-out del 2011 sopra citato si segnalavano scene surreali tra cui questa: con un generatore a gasolio un tizio riesce ad accendere il televisore in cortile, si raduna una folla di persone in crisi d'astinenza da entertainment e subito comincia la rissa su quale programma vedere. È sera, il black-out era cominciato da appena sei ore (sarebbe durato solo altre cinque o sei), e già si arriva alle mani per decidere quale intrattenimento vada onorato.
martedì 24 giugno 2014
Cristiani e Puffi
In particolare mi rendo conto della sempre più urgente necessità della preghiera a san Michele Arcangelo. Uno dei tanti indizi è il proliferare di vignette e immagini blasfeme proprio ora che quasi nessuno se ne preoccupa più (oppure, come quella diocesi brasiliana, ci si limita a “monetizzarle”). Quanto più la blasfemia è gratuita - e dunque immotivata - tanto più c'è da allarmarsi su certi discorsi del “ben altro, ben altro”, quel benaltrismo de' noantri tutto concentrato a guardarsi l'ombelico che troneggia sul sazio ventre.
Bisogna oggi diffidare da chi nomina Cristo: in 999 casi su 1000 sta parlando a vanvera, sta solo traslando “cristianamente” il discorso dei Puffi (quello in cui “puffiamo una cosa puffosa puffosa che si puffa puffando”). Ormai sono cinquant'anni che il mondo cattolico avanza a suon di buzzwords, di parole eleganti preconfezionate (e che dopo qualche mese pacificamente passano di moda), una moda sopravvissuta perfino alla rivoluzione sessantottina. Occorre diffidare da chi oggi nomina Cristo, perché quasi certamente Lo sta riducendo ad un discorso su Cristo, ad un'etichetta elegante per la propria tolleranza all'imborghesimento.
Sono troppi, ormai, gli ambienti ecclesiali a cui non si può augurare altro che una sana, brutale, accanita persecuzione purificatoria. Spesso perfino a quei bravi cristiani, laici e sopratutto chierici, che pur con un cuore d'oro e una grande intelligenza subiscono passivamente la devastazione conformista così rapidamente avanzata. Dopotutto basta nominare “Cristo”, la parola magica che certifica tutti i discorsi e che annichilisce i non allineati: sei polemico, dunque sei contro Cristo, hai da ridire, dunque sei contro Cristo, ti lamenti, dunque sei contro Cristo, non hai applaudito al messaggio del presidente di fine anno, dunque sei contro Cristo, stai a guardare quelle cosucce quando i problemi sono “ben altri”, dunque sei contro Cristo...
Di fronte a questi imborghesiti - fossero anche capi e capetti del movimento - probabilmente l'unica risposta è la preghiera a san Michele Arcangelo, perché ricacci nell'inferno i demoni che stanno dedicando un'infinità di sforzi per istigare le anime a ridurre Cristo ad un discorso su Cristo.
venerdì 6 giugno 2014
Si alza il vento
Siamo già abituati agli altri film di Miyazaki - profondi, toccanti, commoventi, intelligenti - ma questo li supera tutti. È la storia di una passione di tutta una vita, la passione per il volo. Jirō non potrà mai essere pilota per problemi alla vista, ma quando gli appare in sogno il conte Gianni Caproni (l'ingegnere aeronautico italiano) che gli mostra il suo Ca.60 Transaereo, capisce che se proprio non potrà pilotare un aereo può pur sempre progettare “l'aereo più bello del mondo”.
Siamo in Giappone negli anni Trenta e sappiamo cosa comporterà la passione di Jirō: ma è proprio su questo aspetto che il film sfida gli spettatori con domande spinose: davvero l'arte per l'arte, la scienza per la scienza? Davvero sarebbe sempre giusto il seguire la propria onesta passione? È meglio un mondo con le belle ma inutili piramidi, o senza piramidi? Chi ha frettolosamente etichettato come “militaristico” il film, ha rifiutato quelle domande, come se si fosse limitato a leggere un asettico riassunto della trama piuttosto che seguire il film immedesimandosi nei protagonisti, come se sulle scene avesse premuto l'avanti-veloce per andare al sodo.
È senza dubbio un capolavoro, ma come al solito il doppiaggio è ciò che rovina il film: andrebbe seguito in lingua originale e sottotitoli. Per la voce del protagonista Miyazaki ha infatti scelto di proposito un non professionista, con un timbro anodino, una voce nasale poco espressiva, una voce da studioso felice di essere concentrato solo sul proprio progetto. I dialoghi sono espressivi più per quello che si vede che per ciò che si sente. Un capolavoro da gustare e che alla fine lascia non solo emozioni, ma una raffica di domande spinose e oneste.
lunedì 26 maggio 2014
Il posto segreto dei funghi segreti
Se la nonna era stata irremovibile, il nonno lo era anche di più. Pochi anni prima un altro posto segreto di certi bei funghi era stato saccheggiato e devastato da uno che aveva ripetutamente promesso di prenderne solo per uso personale e invece li portava al mercatino rionale al negozio del suocero. E siccome il suocero ci guadagnava facilmente, il baldo giovanotto in breve tempo spazzolò via tutto - e non certo con l'attenzione di chi vuole raccoglierne anche nel futuro. Fatto sta che il nonno ci rimase malissimo ed entrò di diritto nel club dei “so dove trovarli ma porterò il segreto fin nella tomba”.
Nel primo caso c'è stata la dinamica del “vedo dunque voglio”. È un atteggiamento impropriamente chiamato infantile, visto che l'intera industria pubblicitaria vi poggia su. Non è necessario vedere coi sensi: è sufficiente l'impressione, è sufficiente lo stimolo per sognare. Basta che baleni l'idea, e la naturale propensione all'avidità farà il resto. Nel secondo caso c'è descritta la dinamica della tragedia dei beni comuni: cioè il trarre benefici senza sostenerne i costi, stimola l'avidità e la devastazione generale a danno di tutti. La tragedia dei commons è solo il naturale risultato dell'inclinazione al male.
martedì 22 aprile 2014
Inutile chiamarli "i grigi"
La questione degli indemoniati, specialmente all'interno della Chiesa, è spessissimo (e con una certa ossessione) derubricata a problemi psicologici, senza alcuno sforzo per approfondire almeno i singoli casi più eclatanti. Il triste risultato di tale miscredenza è la nascita di un non proprio virtuoso sottobosco di guaritori ed esorcisti fai-da-te, talvolta perfino in buona fede (e non solo per il fatto che lo scetticismo imposto per legge curiale partorisce sempre la creduloneria).
Eppure basta guardare qualche film recente sul tema ufo-thriller e sostituire gli “alieni” con le presenze demoniache. E riflettere su quanto abbondantemente Nostro Signore esorcizzò durante il suo ministero pubblico.
lunedì 31 marzo 2014
Piccole cose di tutti i giorni
Per lunghi anni ho pregato perché i nonni superassero i problemi di salute che li affliggono. L'ho fatto perché sono affezionato e perché so che ogni attimo di vita in più è un dono. E quindi mi è particolarmente indigesto scoprire che passano il tempo a guardare la TV. Due nonni, due stanze, due televisori, due fastidiosissimi programmi televisivi che sembrano volersi sopraffare a vicenda in termini di pressione sonora e di banalità, per tutto il tempo in cui i nonni non sono impegnati a dormire.
Visto il film Die Welle. Lascia a desiderare, ma negli unici punti in cui è realistico (quando corrono ad imbrattare muri) parrebbe quasi un'apologia del peccato originale: date ai giovani un ideale senza guidarli (cioè senza educarli) e il risultato è totalmente scontato.
Scopro ancora una volta che mi si affezionano persone che non vedono l'ora di fuggire dalla propria famiglia.
Ho rabbrividito nel vedere lo striscione pubblicitario affisso sull'ingresso della parrocchia: Canta e cammina. Come se il popolo di Dio fosse un branco di Lemmings sul ponte del Titanic: orsù, fateli cantare. Sembrava un po' fare eco anche di una delle più cacofoniche canzoni di Claudio Chieffo, quella che ha ricordato a generazioni di ciellini che è bella la strada per chi cammina. Nel “cammina” ciellino c'era però una guida: una compagnia guidata al destino. Di questi tempi bui, invece, gli striscioni parrocchiali sembrano gridare un vuoto, sembrano indicare al branco di Lemmings di cantare e ballare sul ponte del Titanic: orsù, cantiamo, andiamo da qualche parte, purché ci si metta in moto, qualsiasi parte va bene, anzi, volete decidere voi?
Un libro si potrebbe dire “interessante” quando non riesci a smettere di leggerlo neppure per stanchezza.
Certi soggetti che ispirano antipatia sono in realtà semplicemente schiavi di una robusta invidia che provano vergogna a riconoscere. Vergogna perché pare assurdo invidiarti perché stai peggio di loro. Eppure sarebbe proprio questo un punto su cui spremere le meningi e cercare di capire qualcosa di più: perché mai dovresti invidiare qualcuno che sta messo molto peggio di te? Cosa c'è di così importante e “invisibile” da far arrovellare certa gente? Certa gente, incredibilmente, trova come scopo unico della propria vita quello di renderla fastidiosa e infelice ad altri.
lunedì 10 febbraio 2014
White House Down
Il film-favoletta White House Down è l'ennesimo fastidiosissimo minestrone di amenità per bambine brontolone, miscelato a riposanti sparatorie con missili e bombe. Le imperfezioni della trama, della fotografia e degli attori sembrano addirittura pianificate per invitare lo spettatore a miscelare pezzi di realtà e di favole e a scegliere il cocktail che più gradisce. Quella scelta avviene nel momento in cui lo spettatore pensa: no, questo è impossibile, sì, questo invece è probabile: esattamente ciò che avviene all'ora dei pasti quando i telegiornali sembrano suggerirci di definire “ridicole” certe notizie e “allarmanti” certe altre. Ognuno si fabbrichi pure il suo sogno preferito sulla realtà, alimentandolo da stimoli teletrasmessi dalle centrali preposte allo scopo. Il film-favoletta che invita a costruirsi la propria realtà - cioè una qualsiasi edizione gradita al potere, ottenendo il risultato non con la forza bruta ma con un gradevole soft-power - è solo un fervorino nel mare magnum catechetico delle potenze di questo mondo.
Da un po' di decenni Hollywood promuove in modo assillante l'idea che il Santo Popolo Americano, pur coi suoi peccati e i suoi Giuda Iscariota, saprà sicuramente reagire ad un sorprendente attacco, un attacco “esterno” anche se interno. Che si tratti degli alieni o dei talebani, che si tratti di uno scienziato pazzo o dei nazisti, che si tratti di un supercriminale o degli zombie, quando avverrà qualcosa (non “se” avverrà, ma “quando”) il Santo Popolo Americano partorirà sempre il suo “eroe per caso” che prende decisioni istintivamente e perciò vince, che si innamora (mettendo a repentaglio il mondo intero a causa dei propri affetti) e perciò ugualmente vince, che nonostante tutte le avversità finisce per dimostrare sul campo di meritare fiducia e infine che per salvare gli USA e il mondo dalla inevitabile catastrofe occorrerà pagare un qualche spaventoso prezzo (in termini simbolici ed in termini di vite umane).
giovedì 2 gennaio 2014
Anche se facevano ridere...
Sono vignette teologicamente esatte, pur essendo intese solo a far ridere. Fanno ridere perché siamo stati educati a ridere delle disgrazie di personaggi estranei alla nostra vita (il Dalek che lo extermina, il Sarlacc che lo mangia, il Gozilla che lo spiaccica...) ma parlano esattamente della stupidità umana di considerare il demonio come qualcuno con cui tutto sommato può esserci modo di interloquire. Quella stupidità che cerca (convinta che esista) un compromesso col peccato, una ragionevole via di mezzo tra il bene e il male, un'attenuazione dei rigori della verità (e quindi anche di Colui che è Via, Verità e Vita).