La Chiesa ha sempre insegnato che il lavoro, in quanto prosecuzione dell'opera creatrice del Signore, ha per ciò stesso dignità. Ed ha insistentemente raccomandato, in particolare negli ultimi secoli, la dignità della “mercede agli operai”.
Queste due asserzioni si scontrano frontalmente con la mentalità moderna. Società in cui il lavoro è funzionale alla paga, e la paga è proporzionale a ciò che “richiede” il mercato, ossia -generalmente- la moda del momento. Per questo vediamo mestieri particolarmente stupidi (se non addirittura contrari alla dignità e alla vita) fruttare valanghe di soldi a persone che si ritrovano al posto giusto quando qualche moda lo esige.
L'idea che il lavoro serva solo ad estrarre denaro è spaventosamente gravida di conseguenze. Per esempio, trasforma del tutto il modo di lavorare rendendo gli uomini schiavi del proprio mestiere e schiavisti dei loro eventuali sottoposti. Un po' come nei film di Fantozzi, dove è considerato “vita” tutto ciò che non riguarda il lavoro, dove si entra in ufficio all'ultimo minuto e si esce a razzo appena suona il fine turno.
Quell'idea, poi, trasforma il lavoro in merce, spostabile, ripianificabile, surrogabile o sostituibile, comprabile laddove costa meno. Non mi riferisco solo alla famigerata delocalizzazione (far produrre a cinesi e indiani a un decimo della paga che dovrebbero dare a te). C'è anche il caso tipico in cui da un giorno all'altro ti “ripianificano”, ti “spostano” in altro settore, facendoti lasciare nelle mani di qualcun altro (magari un incompetente, o uno che odia ciò che facevi) tutto quello che avevi messo in piedi, “tanto ti pago, dunque ti sposto ogni volta che qui si decide”.
Se il lavoro non ha la dignità di prosecuzione dell'opera creatrice del Signore, il lavoratore è solo un contenitore di lavoro, da misurare continuamente, riprogrammabile a piacere: tant'è che in ambiente industriale non si parla più di “lavoratore” ma di “risorsa”. Una macchina, di cui magari si può anche tollerare temporaneamente qualche difetto (consuma troppo, mi costa troppo, al primo guasto la butterò via), di cui ci si può sbarazzare anche se sa fare bene il suo mestiere.
Gli uomini sono uguali per dignità, non per capacità. È inevitabile che uomini diversi, anche se aventi lo stesso identico curriculum di studi e di lavoro, diano sul lavoro risultati diversissimi. E le capacità non sono necessariamente legate all'urgenza del momento stabilita dal consiglio di amministrazione. Ma da quando ci si è dimenticati che si lavora per la maggior gloria di Dio, il lavoro è diventato una merce su cui speculare e la dignità è diventata un mero benefit espresso in parametri mondani.
mercoledì 30 maggio 2012
domenica 8 aprile 2012
L'ultimo esorcismo
Si tratta di un filmetto della categoria “spaventa-stupidi”, al pari dei vari Nightmare, zombies e tutto il resto. Il loro filo conduttore è che un entità maligna invincibile compie la solita serie di stragi per tentare di emozionare gli spettatori. La particolarità di L'ultimo esorcismo è nello spunto: ad un brillante pastore protestante, che non crede all'esistenza del demonio, viene richiesto un esorcismo.
Il film sembra un'involontaria apologia del cattolicesimo, per vari motivi. Anzitutto per il fatto che al di fuori del cattolicesimo il Male appare invincibile.
Il pastore protestante, protagonista del film, è troppo “moderno”, troppo brillante per pensare che esista il diavolo. Al punto che accetta di prendere in giro quei fedeli che in buona fede si rivolgevano a lui. Il protestantesimo terminale è una religiosità dello star bene, con tanto di ricetta di cucina tra un alleluia e l'altro.
Il protestante è abituato ad autoaccusarsi di essere peccatore. Ma quando si tratta di chiedere concretamente perdono, non lo fa, non lo sa fare, non lo ha mai fatto (al contrario, il cattolico, con la confessione frequente, sa accusarsi senza ridurre tutto ad un fatalismo, ed è perciò capace - quantomeno per l'abitudine frequente - di domandare perdono).
Il demonio protagonista del film è ovviamente “molto potente”. Nonostante ciò, commette un errore clamoroso: rivela subito il proprio nome (esattamente ciò che serve ad un vero esorcista per scacciarlo via). Ma agli autori del film questo non interessa: l'importante è costruire emozioni e farlo così come la moda del momento comanda. Anche quando involontariamente il film dimostra che i due peggiori errori che si possono fare a proposito del demonio è o di pensarlo invincibile, o di pensarlo inesistente.
Il film sembra un'involontaria apologia del cattolicesimo, per vari motivi. Anzitutto per il fatto che al di fuori del cattolicesimo il Male appare invincibile.
Il pastore protestante, protagonista del film, è troppo “moderno”, troppo brillante per pensare che esista il diavolo. Al punto che accetta di prendere in giro quei fedeli che in buona fede si rivolgevano a lui. Il protestantesimo terminale è una religiosità dello star bene, con tanto di ricetta di cucina tra un alleluia e l'altro.
Il protestante è abituato ad autoaccusarsi di essere peccatore. Ma quando si tratta di chiedere concretamente perdono, non lo fa, non lo sa fare, non lo ha mai fatto (al contrario, il cattolico, con la confessione frequente, sa accusarsi senza ridurre tutto ad un fatalismo, ed è perciò capace - quantomeno per l'abitudine frequente - di domandare perdono).
Il demonio protagonista del film è ovviamente “molto potente”. Nonostante ciò, commette un errore clamoroso: rivela subito il proprio nome (esattamente ciò che serve ad un vero esorcista per scacciarlo via). Ma agli autori del film questo non interessa: l'importante è costruire emozioni e farlo così come la moda del momento comanda. Anche quando involontariamente il film dimostra che i due peggiori errori che si possono fare a proposito del demonio è o di pensarlo invincibile, o di pensarlo inesistente.
giovedì 8 marzo 2012
La gallinella cattiva
Nel rivedere il solito Wise Little Hen (il primissimo cartone animato del 1934 in cui compare Paperino) osservavo come la gallinella saggia fosse, prima che “saggia”, anzitutto cattiva. Certamente il maiale e il papero meritano una punizione per la loro pigrizia (grandiosa la scena del club degli sfaccendati che al termine non era stato ancora riparato). Ma che ad operare la punizione sia proprio colei che ha organizzato il lavoro, è un autentico vendicarsi, è un conflitto di interessi. Evidentemente la richiesta iniziale di aiuto non prevedeva una terza possibilità: o lavorate con me o mi vendicherò crudelmente.
Se la gallinella fosse stata davvero saggia si sarebbe limitata ad ignorarli così come hanno fatto i pulcini, evidentemente dotati di un animo più umano: seguono, obbediscono, lavorano, ricevono. La gallinella invece no: ha conservato in cuore il desiderio di vendetta (cosa non può essere una vita intera fondata su una vendetta ancora non portata a termine!), ha aspettato il momento in cui avrebbe utilizzato il proprio successo per umiliare i due pelandroni e quando tutto è finalmente realizzato, quando a tavola c'è abbondanza (cosa non può smuovere una simile immagine in tempo di crisi economica!) fa un cenno per dichiarare le proprie intenzioni (sostanzialmente ignorato dai pulcini), si alza (si erge autonomamente a giudice del bene e del male) e va a dare ai due perdigiorno l'umiliazione definitiva: olio di ricino. I due faranno eternamente ammenda prendendosi a pedate a turno.
La favoletta è teologicamente errata poiché pur essendo vero che all'inferno ci vanno solo quelli che non desiderano seriamente la salvezza, è anche vero che i salvati non trarranno giovamento e neppure piacere dal fatto che qualcuno si danni in eterno. La favoletta della gallinella saggia tenta di insegnare che chi si dà da fare non solo ottiene una duratura abbondanza a tavola, ma può permettersi adeguata vendetta contro i pigri che non le hanno dato il proprio contributo. Come se fosse più attraente il vendicarsi che il nutrirsi. La gallinella, infischiandosene del loro destino, emula l'omicida Caino che chiede retoricamente: sono forse il guardiano di mio fratello?
I due scansafatiche non hanno consumato l'olio di ricino (era olio di castoro, ma fa lo stesso). La feroce vendetta della gallinella resta perciò incompiuta. Per di più i due hanno accettato l'umiliazione, comprendendo di aver sbagliato: ma piuttosto che domandare misericordia, decidono di far giustizia da soli, prendendosi a turno a pedate. Il loro comportamento è quello di Giuda Iscariota: pur riconoscendosi peccatori, sono incapaci di chiedere perdono: pensano di poter essere loro a stabilire quale sia la grandezza massima perdonabile del male che si può compiere, e sono già certi di aver oltrepassato quel limite.
È una tentazione tipica perché l'uomo, nel rendersi conto di aver peccato ancor più gravemente di ciò di cui si era in precedenza pentito, tende a prendere atto del proprio limite nel modo peggiore: stabilire di essere imperdonabile, convincersi di aver peccato talmente tanto che nemmeno la divina misericordia può chiudere un occhio. Oppure, in versione più blanda, convincersi che per domandare perdono occorra chissà quale impossibile “preparazione”, tale da non aver mai più bisogno di perdono dopo. Il papero e il maiale, per ciò che hanno mostrato nel cartone animato, rappresentano bene coloro che hanno sempre qualche scusa pronta per evitare di accedere al sacramento della confessione.
La gran fortuna della cattiva gallinella (e soprattutto dei pulcini) è nel fatto che i due perdigiorno non hanno reagito con la violenza e lo sciacallaggio, come avviene nella realtà piuttosto che nelle favole. Come tutte le favolette “politiche”, il messaggio deve necessariamente censurare qualche importante aspetto della realtà.
Se la gallinella fosse stata davvero saggia si sarebbe limitata ad ignorarli così come hanno fatto i pulcini, evidentemente dotati di un animo più umano: seguono, obbediscono, lavorano, ricevono. La gallinella invece no: ha conservato in cuore il desiderio di vendetta (cosa non può essere una vita intera fondata su una vendetta ancora non portata a termine!), ha aspettato il momento in cui avrebbe utilizzato il proprio successo per umiliare i due pelandroni e quando tutto è finalmente realizzato, quando a tavola c'è abbondanza (cosa non può smuovere una simile immagine in tempo di crisi economica!) fa un cenno per dichiarare le proprie intenzioni (sostanzialmente ignorato dai pulcini), si alza (si erge autonomamente a giudice del bene e del male) e va a dare ai due perdigiorno l'umiliazione definitiva: olio di ricino. I due faranno eternamente ammenda prendendosi a pedate a turno.
La favoletta è teologicamente errata poiché pur essendo vero che all'inferno ci vanno solo quelli che non desiderano seriamente la salvezza, è anche vero che i salvati non trarranno giovamento e neppure piacere dal fatto che qualcuno si danni in eterno. La favoletta della gallinella saggia tenta di insegnare che chi si dà da fare non solo ottiene una duratura abbondanza a tavola, ma può permettersi adeguata vendetta contro i pigri che non le hanno dato il proprio contributo. Come se fosse più attraente il vendicarsi che il nutrirsi. La gallinella, infischiandosene del loro destino, emula l'omicida Caino che chiede retoricamente: sono forse il guardiano di mio fratello?
I due scansafatiche non hanno consumato l'olio di ricino (era olio di castoro, ma fa lo stesso). La feroce vendetta della gallinella resta perciò incompiuta. Per di più i due hanno accettato l'umiliazione, comprendendo di aver sbagliato: ma piuttosto che domandare misericordia, decidono di far giustizia da soli, prendendosi a turno a pedate. Il loro comportamento è quello di Giuda Iscariota: pur riconoscendosi peccatori, sono incapaci di chiedere perdono: pensano di poter essere loro a stabilire quale sia la grandezza massima perdonabile del male che si può compiere, e sono già certi di aver oltrepassato quel limite.
È una tentazione tipica perché l'uomo, nel rendersi conto di aver peccato ancor più gravemente di ciò di cui si era in precedenza pentito, tende a prendere atto del proprio limite nel modo peggiore: stabilire di essere imperdonabile, convincersi di aver peccato talmente tanto che nemmeno la divina misericordia può chiudere un occhio. Oppure, in versione più blanda, convincersi che per domandare perdono occorra chissà quale impossibile “preparazione”, tale da non aver mai più bisogno di perdono dopo. Il papero e il maiale, per ciò che hanno mostrato nel cartone animato, rappresentano bene coloro che hanno sempre qualche scusa pronta per evitare di accedere al sacramento della confessione.
La gran fortuna della cattiva gallinella (e soprattutto dei pulcini) è nel fatto che i due perdigiorno non hanno reagito con la violenza e lo sciacallaggio, come avviene nella realtà piuttosto che nelle favole. Come tutte le favolette “politiche”, il messaggio deve necessariamente censurare qualche importante aspetto della realtà.
martedì 14 febbraio 2012
Stalinisti sinceri a tavola
Dementij Trifonovic' Getmanov si trova a cena con degli amici a casa della famiglia di Nikolaj Terent'evic'.
La vita di Dementij Trifonovic' era piuttosto povera di avvenimenti esterni. Non aveva preso parte alla guerra civile. La polizia non lo aveva perseguitato e il tribunale dello zar non lo aveva mai condannato alla Siberia. Le relazioni che teneva alle conferenze e alle riunioni di partito abitualmente le leggeva. Leggeva bene, senza errori, con espressione, benché le relazioni non fossero stese da lui. A dire il vero leggerle era facile, le stampavano a grossi caratteri, a spazi larghi, e il nome di Stalin spiccava tra le righe per il carattere scritto con inchiostro rosso.(citazioni tratte da: Vita e destino, di Vasilij S. Grossman, Jaca Book, 1998/2, pp. 100-103 e 106-107)
Un tempo era stato un giovanotto sensato, disciplinato. Voleva studiare nell'Istituto di meccanica, ma lo mobilitarono negli organi di sicurezza; ben presto divenne guardia del corpo del segretario del Comitato regionale. Poi fu notato e fu mandato a studiare alla scuola del partito, mentre nel frattempo veniva preso a lavorare nell'apparato, prima nel reparto di istruzione ed organizzazione del Comitato regionale, poi nella sezione quadri del Comitato centrale. Dopo un anno divenne istruttore della sezione amministrativa dei quadri e, subito dopo il '37, segretario del Comitato regionale del partito (come si dice, il padrone della regione).
La sua parola poteva decidere il destino del cattedratico di una università, di un ingegnere, di un direttore di banca, di un presidente dell'unione professionale, dell'azienda contadina, della messa in scena di un'opera teatrale.
La fiducia del partito! Getmanov conosceva la grande importanza di queste parole. Il partito gli dava la sua fiducia! Tutto il lavoro della sua vita, in cui non c'era stato posto per grandi libri, né per scoperte famose, né per lotte epiche, era stato un lavoro enorme, costante, perseverante, capillare, perennemente intenso, insonne. La ragione principale e superiore di questa fatica risiedeva nelle esigenze, negli interessi del partito. La principale e superiore ricompensa di tutto questo lavoro era la fiducia che il partito stesso gli concedeva.
Le sue decisioni in qualsiasi circostanza, si trattasse della sorte di un bambino messo in orfanotrofio, della riorganizzazione della cattedra di biologia, dello sgombero del locale della biblioteca, di un laboratorio che produceva materiali plastici, dovevano essere compenetrate dello spirito e degli interessi del partito. Dello spirito di partito doveva essere compenetrato il rapporto del dirigente nei confronti della sua attività, del libro, del quadro, e perciò, per quanto potesse essere duro, egli sapeva senza incertezze rinunciare alle sue abitudini, staccarsi dal libro preferito. Nel caso in cui gli interessi del partito fossero in contrasto con le sue personali convinzioni e simpatie, Getmanov sapeva che esisteva un livello più alto di giudizio, la cui sostanza consisteva nel non avere umanamente né propensioni né simpatie in grado di porsi in contrasto col partito; ciò che è caro e prezioso per il dirigente, deve essere caro e prezioso in quanto esprime lo spirito del partito.
Qualche volta i sacrifici che faceva in nome dello spirito di partito erano crudeli e sofferti. Non c'erano più né compaesani, né insegnanti ai quali in gioventù era stato debitore di molto; non doveva più tener conto né dell'amore né della compassione. Parole come “ha deviato”, “non ha appoggiato”, “ha rovinato”, “ha tradito”, non dovevano più incutere timore... Lo spirito di partito si manifesta quando il sacrificio, un bel giorno, non è più necessario, e non lo è perché i sentimenti personali come l'amore, l'amicizia, la solidarietà, non possono sopravvivere naturalmente se sono in contrapposizione allo spirito di partito.
La fatica degli uomini che hanno fiducia nel partito passa inosservata; ma questa fatica è immensa, consuma mente e anima, totalmente. La forza del dirigente di partito non ha bisogno del talento di uno studioso, dell'ingegno di uno scrittore. Si dimostra superiore al talento e all'ingegno. La parola direttiva, risolutiva di Getmanov era ascoltata avidamente da centinaia di persone che avevano il dono della ricerca, del canto, del narrare, benché Getmanov non solo non sapesse cantare, suonare il pianoforte, organizzare spettacoli teatrali, ma non fosse neppure in grado di capire fino in fondo e gustare opere scientifiche, di poesia, di musica, di pittura... La forza della sua parola era risolutiva perché il partito gli affidava i suoi interessi nel campo della cultura e dell'arte.
E la somma di poteri che deteneva, quale segretario regionale dell'organizzazione di partito, difficilmente avrebbe potuto averla un tribuno, un pensatore.
A Dementij sembrava che l'essenza più profonda del concetto “fiducia del partito” fosse incarnata nel pensiero, nel sentimento, nell'atteggiamento di Stalin. Nella fiducia che egli dava ai suoi compagni d'armi, ai commissari del popolo, ai marescialli, risiedeva appunto l'essenza della linea del partito. Gli ospiti parlavano soprattutto delle gravi responsabilità che attendevano Getmanov. Capivano perfettamente che lui avrebbe potuto aspirare ad una destinazione più importante, e non era per niente raro che uomini della sua posizione, passando ad incarichi bellici, divenissero membri del Consiglio di guerra, e talvolta persino del Consiglio supremo.
Getmanov, dopo aver ricevuto la nomina al corpo d'armata, si era inquietato ed era rimasto deluso; apprese però da un amico dell'ufficio organizzativo del Comitato Centrale che ai vertici non erano affatto scontenti di lui, non era il caso di preoccuparsi. Allora, cercando di consolarsi, cominciò a trovare i lati positivi della sua nomina, perché, in fondo, il destino della guerra è in mano ai carri armati, spetta a loro l'intervento decisivo.
Al corpo carristi non viene mandato chiunque; è più facile che un membro del Consiglio di guerra venga inviato presso un'armata insignificante di un settore di secondo piano.
Con questa scelta il partito esprimeva la propria fiducia. Tuttavia egli era amareggiato, e gli piaceva molto dirsi, in divisa, davanti allo specchio: “Membro del Consiglio militare d'armata, commissario di brigata Getmanov”.
Chissà perché il comandante del corpo d'armata, il colonnello Novikov, suscitava in lui la massima irritazione.
Non l'aveva ancora visto, ma tutto ciò che Dementij sapeva e veniva a sapere di lui, non gli piaceva.
Gli amici che gli sedevano accanto a tavola, capivano il suo umore, e tutto quello che dicevano a proposito della sua recente nomina mirava a fargli piacere.
Sagajdak affermò che la cosa più probabile era che lo inviassero con il suo corpo a Stalingrado; che il comandante del fronte, il generale Eremenko, il compagno Stalin lo conosceva ancora dall'epoca della guerra civile, fin dai tempi della prima armata a cavallo, e che spesso parlava con lui per telefono, e quando il generale era di passaggio per Mosca, il compagno Stalin lo riceveva!... Di recente il comandante era stato nella dacia del compagno Stalin, nei pressi della capitale, e la loro conversazione era durata due ore. È davvero una gran bella cosa combattere sotto il comando di un uomo che gode di una fiducia così profonda da parte del compagno Stalin.
(...)
Sagajdak disse con tono triste: “E dov'è che ti puoi dimenticare della guerra... I nostri figli e i nostri fratelli vanno in guerra da ogni parte, dall'ultima capanna di kolchoz fino al Cremlino. La guerra è grande, è mondiale”.
“Il compagno Stalin ha il figlio Vasilij, che è pilota di un caccia, poi c'è il compagno Mikojan il cui figlio combatte pure in aviazione, ho sentito che anche Lavrentij Pavlovic' ha un figlio al fronte, solo che ora non so in che arma. Inoltre Timur Frunze è sottotenente, sembra in fanteria... Poi a quella Dolores Ibarruri il figlio è morto nei pressi di Stalingrado”.
“Il compagno Stalin ha due figli al fronte”, corresse il fratello della padrona di casa. “Il secondo, Jakov, comanda una batteria d'artiglieria. Più esattamente, lui è il primogenito. Vashka è il più giovane e Jakov il più vecchio. Un ragazzo sfortunato, quello: è caduto prigioniero”.
Tacque, accorgendosi di aver toccato un argomento del quale, secondo l'opinione dei compagni, non bisognava parlare.
Desiderando rompere il silenzio, Nikolaj Terent'evic' senza mezzi termini buttò là avventatamente: “Tuttavia i tedeschi lanciano manifestini menzogneri, come se Jakov Stalin collaborasse...”.
Ma il deserto intorno a lui si fece ancora più inquietante. Parlava di quello che non bisognava ricordare né per scherzo, né sul serio, ma che conveniva solo passare sotto silenzio. Così, chiunque si indignasse pubblicamente per le voci sulle relazioni tra Iosif Vissarionovic' Stalin e la moglie, compirebbe un'inavvertenza non minore di quella di chi le ha diffuse. Sono discorsi tabù. Getmanov si rivolse d'un tratto alla moglie e disse: “Anima mia, lì dove il problema è preso in mano da Stalin ed è preso con tanta energia, i tedeschi hanno il fatto loro”. Nikolaj Terent'evic' cercò con lo sguardo Getmanov, preoccupato. Era però chiaro che a quel tavolo non sedeva gente insulsa, e non si erano trovati per fare di un'osservazione maldestra una storia seria.
Sagajdak cominciò a parlare con intonazione benevola e da compagno, sostenendo dinanzi a Getmanov Nikolaj Terent'evic': “Ecco, questo è giusto, e allora noi siamo impegnati a non commettere sciocchezze nel nostro settore”.
“E a non chiacchierare a vanvera”, soggiunse Getmanov. Nel fatto che avesse espresso quasi apertamente il suo biasimo, e non avesse taciuto, era manifesto il suo perdono a Nikolaj Terent'evic', e Sagajdak e Mashuk annuirono in segno di approvazione.
Da parte sua Nikolaj Terent'evic' sapeva che la sua uscita inopportuna, stonata, sarebbe stata dimenticata, ma sapeva d'altronde che non lo sarebbe stata completamente. Una volta o l'altra il discorso sarebbe caduto sui quadri, su una missione particolarmente delicata, e davanti al nome di Nikolaj Terent'evic', Getmanov, Sagajdak e Mashuk avrebbero annuito, ma qualcuno avrebbe sorriso impercettibilmente, e alla domanda più precisa di un interlocutore pedante, la risposta sarebbe stata: “Forse un tantino superficiale”, sottolineando il “tantino” con l'estremità del mignolo...
venerdì 10 febbraio 2012
Frattaglie / 12
Ancora altri pensierini sparsi e disordinati, tanto per fare un po' di pulizia tra le bozze del blog...
“Tu sei un po' come sua madre”, le dissi distrattamente. Lei si lusingò e dedusse che era ora di riappropriarsi di quella sua “figlia”, sfrenando il suo latente complesso da crocerossina. Guaio che va avanti ancor oggi. Mai sottovalutare il peso delle parole.
Mi accorgo che su un certo problema ho agito allo stesso modo di coloro che considero miei “padri” nella fede. Così, rifletto su certi ripetuti appelli, nelle prediche domenicali, all'unità e alla collaborazione. Eppure, in un cristianesimo normale, si finisce senza troppo sforzo ad avere un metodo comune nell'affrontare i problemi. La necessità di fare appello alle volontà per ottenere ciò che è frutto di una fede normalmente vissuta è un segnale assai allarmante.
Dalla crisi economica, tanto più drammatica quanto più ci si rifugia nei giudizi assorbiti passivamente da TV e stampa (che hanno la stessa rilevanza della musica sul Titanic che affonda), si salverà solo chi è disposto ad investire nel “capitale umano”. Quella ingenua baldanza dei cosiddetti “ciellini” dovrebbe essere maestra. Invece viene interpretata (tanto per cambiare) come una dichiarazione politica passeggera e secondaria. Triste, quest'epoca, in cui ci tocca faticare per dimostrare la positività del reale.
La società umana è sempre stata piena di quindicenni pigri e arroganti, serviti, incensati e riveriti, che non sanno dir altro che “cheppalle, cheppalle”. Senza un'educazione di popolo il degrado è matematicamente assicurato. Ma anzitutto occorre convincere il popolo che educare non significa istruire.
C'è un motivo misterioso per cui un cantante deve “avere un look”. La sua faccia non cambia nulla rispetto a ciò che canta. Eppure, senza “look” personalizzato, non riesce a vendersi. Dunque, nell'acquistare la sua musica, si paga anche per la sua immagine. Compriamo composizioni musicali associate a immagini. Compriamo facce, culi, cosce associate a canzonette che tra un anno avremo già dimenticato.
Essere cattolici oggi è qualcosa di avventuroso. Ti senti un Indiana Jones preso a fucilate da tutte le parti, così, come se niente fosse. Per esempio basta pronunciare qualche elementare concetto di Catechismo, che subito ti danno dell'integralista, del fanatico, del superbo, del nazista, del leghista (addirittura)... ti dicono “mi fai paura” o “mi fai schifo”, ti dicono (proprio loro che sputano sulla Chiesa) che parlando così infanghi la Chiesa (curiosa espressione davvero: la Chiesa danneggiata dal suo stesso Catechismo? ma di quale chiesa parlano?)
Quando sento parlare di “integralista cattolico” mi vien da ridere. Un “integralista cattolico” molto noto è stato san Pio da Pietrelcina: aveva una fissazione invincibile nel vivere il cattolicesimo nel modo più integrale e integralista possibile. Il calendario cattolico è una ponderosa lista di ferocissimi “integralisti”, gente che ha preferito rimetterci la pelle (e talvolta nei modi più orrendi possibili) pur di non scalfire minimamente il cattolicesimo che vivevano. Eppure oggi “integralista cattolico”, misteriosamente, non è un complimento o un augurio: il relativismo ha cambiato persino il significato delle parole.
Sorprendente che esista gente che “crede nella politica”. Persino in quest'epoca di tuttosommato, madai, infondoinfondo c'è gente che spera nell'azione politica di qualche personaggio politico, azione diversa dal grattar via dalla carcassa italiana le ultime briciole.
Il gergo ciellino si è formato perché gli amici del don Giussani avevano preso davvero sul serio le cose della vita. Al punto da scegliere via via le parole più adatte, come se avessero dichiarato guerra alla fumosità, come se avessero a cuore il trasmettere con precisione anche il particolare più secondario. Per esempio il verbo “imbattersi” lo sento utilizzare praticamente solo all'interno del movimento. Sta diventando desueto. Sentitelo, quant'è denso: “imbattersi”. Si capisce benissimo che chi s'imbatte in qualcosa, non è passivo rispetto a ciò che gli accade, non resta indifferente, non sta nel mondo dei sogni.
“Tu sei un po' come sua madre”, le dissi distrattamente. Lei si lusingò e dedusse che era ora di riappropriarsi di quella sua “figlia”, sfrenando il suo latente complesso da crocerossina. Guaio che va avanti ancor oggi. Mai sottovalutare il peso delle parole.
Mi accorgo che su un certo problema ho agito allo stesso modo di coloro che considero miei “padri” nella fede. Così, rifletto su certi ripetuti appelli, nelle prediche domenicali, all'unità e alla collaborazione. Eppure, in un cristianesimo normale, si finisce senza troppo sforzo ad avere un metodo comune nell'affrontare i problemi. La necessità di fare appello alle volontà per ottenere ciò che è frutto di una fede normalmente vissuta è un segnale assai allarmante.
Dalla crisi economica, tanto più drammatica quanto più ci si rifugia nei giudizi assorbiti passivamente da TV e stampa (che hanno la stessa rilevanza della musica sul Titanic che affonda), si salverà solo chi è disposto ad investire nel “capitale umano”. Quella ingenua baldanza dei cosiddetti “ciellini” dovrebbe essere maestra. Invece viene interpretata (tanto per cambiare) come una dichiarazione politica passeggera e secondaria. Triste, quest'epoca, in cui ci tocca faticare per dimostrare la positività del reale.
La società umana è sempre stata piena di quindicenni pigri e arroganti, serviti, incensati e riveriti, che non sanno dir altro che “cheppalle, cheppalle”. Senza un'educazione di popolo il degrado è matematicamente assicurato. Ma anzitutto occorre convincere il popolo che educare non significa istruire.
C'è un motivo misterioso per cui un cantante deve “avere un look”. La sua faccia non cambia nulla rispetto a ciò che canta. Eppure, senza “look” personalizzato, non riesce a vendersi. Dunque, nell'acquistare la sua musica, si paga anche per la sua immagine. Compriamo composizioni musicali associate a immagini. Compriamo facce, culi, cosce associate a canzonette che tra un anno avremo già dimenticato.
Essere cattolici oggi è qualcosa di avventuroso. Ti senti un Indiana Jones preso a fucilate da tutte le parti, così, come se niente fosse. Per esempio basta pronunciare qualche elementare concetto di Catechismo, che subito ti danno dell'integralista, del fanatico, del superbo, del nazista, del leghista (addirittura)... ti dicono “mi fai paura” o “mi fai schifo”, ti dicono (proprio loro che sputano sulla Chiesa) che parlando così infanghi la Chiesa (curiosa espressione davvero: la Chiesa danneggiata dal suo stesso Catechismo? ma di quale chiesa parlano?)
Quando sento parlare di “integralista cattolico” mi vien da ridere. Un “integralista cattolico” molto noto è stato san Pio da Pietrelcina: aveva una fissazione invincibile nel vivere il cattolicesimo nel modo più integrale e integralista possibile. Il calendario cattolico è una ponderosa lista di ferocissimi “integralisti”, gente che ha preferito rimetterci la pelle (e talvolta nei modi più orrendi possibili) pur di non scalfire minimamente il cattolicesimo che vivevano. Eppure oggi “integralista cattolico”, misteriosamente, non è un complimento o un augurio: il relativismo ha cambiato persino il significato delle parole.
Sorprendente che esista gente che “crede nella politica”. Persino in quest'epoca di tuttosommato, madai, infondoinfondo c'è gente che spera nell'azione politica di qualche personaggio politico, azione diversa dal grattar via dalla carcassa italiana le ultime briciole.
Il gergo ciellino si è formato perché gli amici del don Giussani avevano preso davvero sul serio le cose della vita. Al punto da scegliere via via le parole più adatte, come se avessero dichiarato guerra alla fumosità, come se avessero a cuore il trasmettere con precisione anche il particolare più secondario. Per esempio il verbo “imbattersi” lo sento utilizzare praticamente solo all'interno del movimento. Sta diventando desueto. Sentitelo, quant'è denso: “imbattersi”. Si capisce benissimo che chi s'imbatte in qualcosa, non è passivo rispetto a ciò che gli accade, non resta indifferente, non sta nel mondo dei sogni.
venerdì 27 gennaio 2012
Educati al politeismo mutante
Un giorno, da ragazzini, scoprimmo che per sembrare adulti occorreva esprimere preferenze sulla musica. C'erano i cantanti del momento, i gruppi più famosi, i divi più certificati, e noi tutti si sceglieva tra quelli. Era importante - era fondamentale per non essere presi per stupidi - dichiarare la propria somma devozione per qualche riconosciuta divinità della Hit Parade somministrataci dalla televisione. Gloria e onore nel momento in cui primo tra tutti i compagni di scuola qualcuno annunciava l'ultimo capolavoro di una delle divinità dell'olimpo musicale (che in quanto tale avanzava di capolavoro in capolavoro), onta e ignominia quando qualcuno lasciava anche soltanto intendere il proprio ateismo o agnosticismo rispetto alle sacre istituzioni mediatiche.
Disegnavamo improbabili chitarre elettriche accanto a improbabili moto da cross nei nostri diari scolastici, ci dichiaravamo appassionati batteristi, bassisti, chitarristi pur non avendo mai nemmeno posseduto uno strumento, inventavamo nomi e stemmi per il gruppo che in quel momento sognavamo di fondare, invidiavamo i riccastri figli di papà che potevano permettersi di comprare l'ultimissima Hit anziché aspettare il momento buono per copiarsela. Grosso modo i nostri discorsi, oltre che sul Divinissimo Calcio di Serie A, rispecchiavano sempre questo stesso schema.
Fin da bambini siamo stati educati a questo politeismo perennemente mutante. Anch'io ho fatto parte, con convinzione, di quei credenti instancabilmente fervorosi. Ero addirittura più praticante degli altri, al punto che decisi autonomamente di dedicare qualche ora di un pomeriggio di una giornata festiva solo all'ascolto del mio Gruppo Preferito, quello che nominavo con orgoglio e decisione precedendolo dalle parole “mi piace”. Avrei cantato con loro, scrutandone e meditandone i testi, in poltrona, col volume alto quanto basta (i miei erano assenti) per compenetrarmi in quella musica che tanto aveva segnato la mia vita, e partecipare della loro gloria.
Solo che quella pianificata liturgia di adorazione e meditazione, nonostante tutta la minuziosa e riuscita preparazione, mi rese improvvisamente cosciente di quanto fosse stupido e inutile il mio “credo”.
Don Giussani era solito sfidare ad andare fino in fondo nelle proprie convinzioni. Ad un giovane sedicente marxista regalò dei libri di Marx, invitandolo a prendere sul serio ciò in cui credeva, così come invitava ad andare alle radici della propria fede protestanti ed ebrei. Solo un idiota potrebbe dedurne un inutile relativismo; i diretti interessati, invece, sfidati da un'umanità eccezionale, nella verifica della propria “fede” scoprivano che non risolveva le domande ultime sulla vita, sulla realtà, sul destino.
Fu così anche per me, solo che non ci fu bisogno di un don Giussani a regalarmi la Sublime Discografia Completa del Gruppo. A trasformarmi fu il tentativo di prendere sul serio, anche solo per pochissime ore, il mio sacro Gruppo. Che dopo pochi minuti mi aveva già stufato. Quella musica sortiva in me solo gli effetti indesiderati: noia, distrazione, stanchezza, tristezza... Quei testi, a leggerli attentamente, erano solo giochi di parole, senza altri profondissimi significati che quelli attribuiti dalla mia fantasia a qualche versetto non ben compreso. L'accurata preparazione liturgica all'ascolto non mi lasciava alibi.
Per un po' di tempo professai ancora quella “fede”, anche se solo esteriormente e con sempre minor convinzione. Diventando adulto (per l'anagrafe), sono stato sommerso da tante altre divinità del sacro olimpo contemporaneo salvo poi scoprire ogni volta la stessa dinamica che avevo verificato da ragazzino: gli idoli, non appena li prendi sul serio, non appena li poni davanti alle elementari esigenze del cuore, si rivelano inutili e pesanti fardelli, funzionali - quando va proprio bene - a distrarti, cioè a farti passare dalla realtà al sogno, al nulla.
Ancora oggi mi meraviglio dell'abominevole quantità di idoli circolanti, dai nomi altisonanti (talvolta perfino nomi cari del lessico cristiano), esigentissimi e severissimi, presentati dal mondo con un'aura seducente e accattivante che termina pressoché nello stesso istante in cui li vai ad onorare con qualche abbondante manata di incenso.
Disegnavamo improbabili chitarre elettriche accanto a improbabili moto da cross nei nostri diari scolastici, ci dichiaravamo appassionati batteristi, bassisti, chitarristi pur non avendo mai nemmeno posseduto uno strumento, inventavamo nomi e stemmi per il gruppo che in quel momento sognavamo di fondare, invidiavamo i riccastri figli di papà che potevano permettersi di comprare l'ultimissima Hit anziché aspettare il momento buono per copiarsela. Grosso modo i nostri discorsi, oltre che sul Divinissimo Calcio di Serie A, rispecchiavano sempre questo stesso schema.
Fin da bambini siamo stati educati a questo politeismo perennemente mutante. Anch'io ho fatto parte, con convinzione, di quei credenti instancabilmente fervorosi. Ero addirittura più praticante degli altri, al punto che decisi autonomamente di dedicare qualche ora di un pomeriggio di una giornata festiva solo all'ascolto del mio Gruppo Preferito, quello che nominavo con orgoglio e decisione precedendolo dalle parole “mi piace”. Avrei cantato con loro, scrutandone e meditandone i testi, in poltrona, col volume alto quanto basta (i miei erano assenti) per compenetrarmi in quella musica che tanto aveva segnato la mia vita, e partecipare della loro gloria.
Solo che quella pianificata liturgia di adorazione e meditazione, nonostante tutta la minuziosa e riuscita preparazione, mi rese improvvisamente cosciente di quanto fosse stupido e inutile il mio “credo”.
Don Giussani era solito sfidare ad andare fino in fondo nelle proprie convinzioni. Ad un giovane sedicente marxista regalò dei libri di Marx, invitandolo a prendere sul serio ciò in cui credeva, così come invitava ad andare alle radici della propria fede protestanti ed ebrei. Solo un idiota potrebbe dedurne un inutile relativismo; i diretti interessati, invece, sfidati da un'umanità eccezionale, nella verifica della propria “fede” scoprivano che non risolveva le domande ultime sulla vita, sulla realtà, sul destino.
Fu così anche per me, solo che non ci fu bisogno di un don Giussani a regalarmi la Sublime Discografia Completa del Gruppo. A trasformarmi fu il tentativo di prendere sul serio, anche solo per pochissime ore, il mio sacro Gruppo. Che dopo pochi minuti mi aveva già stufato. Quella musica sortiva in me solo gli effetti indesiderati: noia, distrazione, stanchezza, tristezza... Quei testi, a leggerli attentamente, erano solo giochi di parole, senza altri profondissimi significati che quelli attribuiti dalla mia fantasia a qualche versetto non ben compreso. L'accurata preparazione liturgica all'ascolto non mi lasciava alibi.
Per un po' di tempo professai ancora quella “fede”, anche se solo esteriormente e con sempre minor convinzione. Diventando adulto (per l'anagrafe), sono stato sommerso da tante altre divinità del sacro olimpo contemporaneo salvo poi scoprire ogni volta la stessa dinamica che avevo verificato da ragazzino: gli idoli, non appena li prendi sul serio, non appena li poni davanti alle elementari esigenze del cuore, si rivelano inutili e pesanti fardelli, funzionali - quando va proprio bene - a distrarti, cioè a farti passare dalla realtà al sogno, al nulla.
Ancora oggi mi meraviglio dell'abominevole quantità di idoli circolanti, dai nomi altisonanti (talvolta perfino nomi cari del lessico cristiano), esigentissimi e severissimi, presentati dal mondo con un'aura seducente e accattivante che termina pressoché nello stesso istante in cui li vai ad onorare con qualche abbondante manata di incenso.
domenica 22 gennaio 2012
Frattaglie / 11
Butto sul blog anche questi altri vecchi pensierini sparsi e disordinati, visto che non c'è tempo per allungarli fino a diventare una pagina intera.
Quando si tratta di obbedienza, è molto facile e comodo accettare l'idea di spendersi al massimo per un progetto che suona come grandioso. È come se con l'obbedienza si entrasse in possesso del progetto (questo è vero anche quando i termini obbedienza e possesso sono da intendere in senso cristiano). Lo squinternato operaio che sciopera per diritti altrui è mosso pressappoco dalla stessa determinazione del novizio che si fa in quattro per il superior maggiore mollaccione. La differenza tra idea e ideale sta nel fatto che l'idea è una fabbricazione umana.
Matteo si lamenta: nessuno studiava, eppure bocciavano solo me. Nessuno ci fa caso: sembra una lamentela così normale, così ordinaria, così sacrosanta... Eppure, seguendo la stessa logica, si potrebbe dire: siccome penso che tutti siano ladri, allora è stato ingiusto punirmi quando ho rubato io.
In autobus parlano di vacanze. Sciorinano nomi di città straniere come se stessero risolvendo un cruciverba a tema geografico. Parlano di paesaggi cittadini, fingendo di non sapere che si tratta solo di cemento, vetri, calcestruzzo, laterizi, tubi al neon. Vedere nuovi posti significa più o meno guardare cementi e insegne luminose, addentrarsi da clienti nel mercato del turismo che ti vende un panorama (magari persino naturale). Al fondo c'è una curiosità passeggera, una vanità: tant'è che il turista, al ritorno a casa, ha bisogno di riposarsi.
Comprare regolarmente la confezione di caramelline di cui vado ghiotto serve perché la tentazione della gola è (in questo caso) più blanda della tentazione della superbia (mi sentirei più santo di un rigoroso monaco stilita del deserto se mi accorgessi di riuscire con la mia sola forza di volontà a fare a meno per un mese di quelle caramelline).
Da quando ci si è “eroicamente” liberati dei lacciuoli della religione, finalmente si possono elargire sentenze dogmaticamente definitive come questa: “la paura di amare a volte è la causa della fine di una storia”. Siamo nell'epoca degli “a volte”, nell'epoca del “tuttavia”, nell'epoca del “ma comunque”, nell'epoca del “ma anche no”. Nell'epoca in cui meno si ha da dire e più si parla (e stampa). La lingua italiana è affondata sotto un diluvio di ma, tuttavia, però: ad ogni espressione deve necessariamente corrispondere una frase che la controbilanci.
Per andare precisi, sulle cose della fede, bisognerebbe parlare solo per dogmi. Ma la lingua parlata non è precisa come la lingua della matematica. E l'animo umano, statisticamente, è poco propenso ad accettare correzioni precise e fondate.
Si lamentano dei loro acciacchi, come se fossero “punizioni” inflitte da un Dio vendicativo e pignolo, dimenticando che sono invece le scientifiche conseguenze del peccato originale (l'inimicizia col Creatore implica necessariamente l'inimicizia col creato: sudore della fronte, malattie, travaglio del parto e tutto il resto). Solo chi ha gli occhi bene aperti sull'infinito può arrivare a capire che la malattia è un'opportunità e che l'opportunità va sfruttata e che per farlo non bastano logiche tipicamente umane. L'alternativa è maledire tutto e tutti e sfruttare la propria condizione per incensare il proprio ego.
Quando si tratta di obbedienza, è molto facile e comodo accettare l'idea di spendersi al massimo per un progetto che suona come grandioso. È come se con l'obbedienza si entrasse in possesso del progetto (questo è vero anche quando i termini obbedienza e possesso sono da intendere in senso cristiano). Lo squinternato operaio che sciopera per diritti altrui è mosso pressappoco dalla stessa determinazione del novizio che si fa in quattro per il superior maggiore mollaccione. La differenza tra idea e ideale sta nel fatto che l'idea è una fabbricazione umana.
Matteo si lamenta: nessuno studiava, eppure bocciavano solo me. Nessuno ci fa caso: sembra una lamentela così normale, così ordinaria, così sacrosanta... Eppure, seguendo la stessa logica, si potrebbe dire: siccome penso che tutti siano ladri, allora è stato ingiusto punirmi quando ho rubato io.
In autobus parlano di vacanze. Sciorinano nomi di città straniere come se stessero risolvendo un cruciverba a tema geografico. Parlano di paesaggi cittadini, fingendo di non sapere che si tratta solo di cemento, vetri, calcestruzzo, laterizi, tubi al neon. Vedere nuovi posti significa più o meno guardare cementi e insegne luminose, addentrarsi da clienti nel mercato del turismo che ti vende un panorama (magari persino naturale). Al fondo c'è una curiosità passeggera, una vanità: tant'è che il turista, al ritorno a casa, ha bisogno di riposarsi.
Comprare regolarmente la confezione di caramelline di cui vado ghiotto serve perché la tentazione della gola è (in questo caso) più blanda della tentazione della superbia (mi sentirei più santo di un rigoroso monaco stilita del deserto se mi accorgessi di riuscire con la mia sola forza di volontà a fare a meno per un mese di quelle caramelline).
Da quando ci si è “eroicamente” liberati dei lacciuoli della religione, finalmente si possono elargire sentenze dogmaticamente definitive come questa: “la paura di amare a volte è la causa della fine di una storia”. Siamo nell'epoca degli “a volte”, nell'epoca del “tuttavia”, nell'epoca del “ma comunque”, nell'epoca del “ma anche no”. Nell'epoca in cui meno si ha da dire e più si parla (e stampa). La lingua italiana è affondata sotto un diluvio di ma, tuttavia, però: ad ogni espressione deve necessariamente corrispondere una frase che la controbilanci.
Per andare precisi, sulle cose della fede, bisognerebbe parlare solo per dogmi. Ma la lingua parlata non è precisa come la lingua della matematica. E l'animo umano, statisticamente, è poco propenso ad accettare correzioni precise e fondate.
Si lamentano dei loro acciacchi, come se fossero “punizioni” inflitte da un Dio vendicativo e pignolo, dimenticando che sono invece le scientifiche conseguenze del peccato originale (l'inimicizia col Creatore implica necessariamente l'inimicizia col creato: sudore della fronte, malattie, travaglio del parto e tutto il resto). Solo chi ha gli occhi bene aperti sull'infinito può arrivare a capire che la malattia è un'opportunità e che l'opportunità va sfruttata e che per farlo non bastano logiche tipicamente umane. L'alternativa è maledire tutto e tutti e sfruttare la propria condizione per incensare il proprio ego.
lunedì 26 dicembre 2011
Nuove strategie di pastorale vocazionale
L'ottavo e il nono episodio della serie anime Yomigaeru Sora descrivono per analogia, ma con sorprendente precisione, la dinamica della vocazione. Un giovane in fuga dalla famiglia incontra due militari in vacanza. In una situazione di emergenza, i due lo coinvolgeranno - loro malgrado - nel mettere in salvo delle vite. Il giovane ribelle, vedendoli personalmente in azione, vedendoli possedere il significato delle cose, resterà a poco a poco affascinato da quel mondo che ha inaspettatamente incontrato, sorprendendo infine suo padre col manifestare l'intenzione di entrare nelle forze militari per vivere allo stesso modo di quei due.
Alle origini di una vocazione c'è sempre un irresistibile fascino per una vita investita per qualcosa di talmente grande da far sembrare trascurabili tutte le fatiche affrontate. Solo che è generalmente impossibile arrivarci per ragionamenti, depliant o discorsi: occorre vedere con i propri occhi, liberi da pregiudizi, perché vale la pena fare quel tipo di vita. Ti si stampano in testa anche quei dettagli apparentemente secondari, come quella malcelata soddisfazione che si legge nel volto di uno dei due militari per aver correttamente compiuto la propria missione. Tutto questo è diretta conseguenza del fatto che la fede si trasmette “per contagio”.
In realtà tutta la serie Yomigaeru Sora è una storia di una vocazione: il protagonista, che aspirava a diventare pilota di jet, è invece assegnato al reparto elicotteri della protezione civile, cosa che lui interpreta come una vergognosa degradazione. Alla quale seguono comunque fallimenti, fatiche e incomprensioni. Che però gli apriranno gli occhi: nello scoprire a poco a poco il senso di ciò che fa, si accorge anche di desiderarlo, non perché si stia faticosamente rassegnando ad accettare quella vita ma perché ne scopre il significato, infinitamente più vasto delle sue previsioni. Perché ha davanti un padre, un adulto da seguire, una guida.
Nell'animazione giapponese, anche quella più commerciale, sembra esserci un riferimento piccolo ma costante ad un cristianesimo pienamente vissuto. Come se per vendere occorra risvegliare una nostalgia del cattolicesimo che hanno estirpato. Per cattivarsi un pubblico adulto, mentre in Italia si gioca su romanticismi e volgarità, in Giappone si racconta invece di coraggio e passione. Mentre i protagonisti delle fiction italiane si interrogano pensosi e distratti sulla confusione che hanno in cuore, quelli degli anime di livello medio-alto trasmettono - perfino loro malgrado - una passione, una certezza, dunque una speranza. Nel nostro paese, per vendere, occorre produrre storiette tra il volgare e il banalmente sentimentaleggiante; in Giappone, per vendere, bisogna parlare di passione per la realtà, bisogna far eco del cristianesimo, bisogna mostrare in modo convincente come nasce una vocazione.
Alle origini di una vocazione c'è sempre un irresistibile fascino per una vita investita per qualcosa di talmente grande da far sembrare trascurabili tutte le fatiche affrontate. Solo che è generalmente impossibile arrivarci per ragionamenti, depliant o discorsi: occorre vedere con i propri occhi, liberi da pregiudizi, perché vale la pena fare quel tipo di vita. Ti si stampano in testa anche quei dettagli apparentemente secondari, come quella malcelata soddisfazione che si legge nel volto di uno dei due militari per aver correttamente compiuto la propria missione. Tutto questo è diretta conseguenza del fatto che la fede si trasmette “per contagio”.
In realtà tutta la serie Yomigaeru Sora è una storia di una vocazione: il protagonista, che aspirava a diventare pilota di jet, è invece assegnato al reparto elicotteri della protezione civile, cosa che lui interpreta come una vergognosa degradazione. Alla quale seguono comunque fallimenti, fatiche e incomprensioni. Che però gli apriranno gli occhi: nello scoprire a poco a poco il senso di ciò che fa, si accorge anche di desiderarlo, non perché si stia faticosamente rassegnando ad accettare quella vita ma perché ne scopre il significato, infinitamente più vasto delle sue previsioni. Perché ha davanti un padre, un adulto da seguire, una guida.
Nell'animazione giapponese, anche quella più commerciale, sembra esserci un riferimento piccolo ma costante ad un cristianesimo pienamente vissuto. Come se per vendere occorra risvegliare una nostalgia del cattolicesimo che hanno estirpato. Per cattivarsi un pubblico adulto, mentre in Italia si gioca su romanticismi e volgarità, in Giappone si racconta invece di coraggio e passione. Mentre i protagonisti delle fiction italiane si interrogano pensosi e distratti sulla confusione che hanno in cuore, quelli degli anime di livello medio-alto trasmettono - perfino loro malgrado - una passione, una certezza, dunque una speranza. Nel nostro paese, per vendere, occorre produrre storiette tra il volgare e il banalmente sentimentaleggiante; in Giappone, per vendere, bisogna parlare di passione per la realtà, bisogna far eco del cristianesimo, bisogna mostrare in modo convincente come nasce una vocazione.
martedì 20 dicembre 2011
La corazzata Potiomkin... è una cagata pazzesca!
Ci sono dei momenti nella vita in cui... ti tocca purtroppo portare il cubetto.
domenica 4 dicembre 2011
Il pranzo di Babette
Ci vuole un protestante per dissacrare e umiliare senza appello anche il protestantesimo più candido. Le opere di carità non bastano a riempire la vita, l'osservanza rigorosa non basta a rendere felici, l'attenta partecipazione alle celebrazioni non sazia l'anima, persino quando tutte queste cose riescono ottimamente: ci volevano dei protestanti sinceri per accorgersene e per documentarlo.
Il protestante o finge di dimenticare o vive di rimorsi: ecco il risultato dell'aver cancellato il sacramento della confessione. Mettono una feroce tristezza i colori cimiteriali di quegli abiti e quei sorrisi prefabbricati del Decano. Perfino il cibo, sebbene servito con tutti quei riguardi, è un puro nutrirsi - fino a quando il pranzo di Babette dimostrerà qualcosa di nuovo e di imprevisto.
È in fondo in fondo il cattolicesimo il vero protagonista del film. Protagonista nascosto e citato solo per essere deriso: “ah, papista, certo, sì, sono cattolico”. Ma che emerge prepotentemente in alcuni momenti della vita delle due sorelle. Quando il peccatore incallito Achille entra nella loro storia dimostrando, paradossalmente con la propria debolezza, che quella vita in ottemperanza alla Bibbia censura qualcosa di grande. Quando è la Babette a cucinare i pasti per i poveri, dimostrando che la prima vittima del regolamentismo protestante è la passione per il reale. Quando è la Babette stessa a cucinare il pranzo che solo il Generale - uomo che ha visto il mondo, non soltanto un villaggio, uomo che ha visto arte, bellezza, passione, non soltanto le celebrazioni della Parola - solo il Generale saprà ammettere di apprezzare quel notevole atto di carità che solo al termine - e quasi con ritrosia - verrà compreso anche da altri (il legalismo protestante è fondamentalmente incapace di atti di carità più grandi dello stretto necessario).
Nonostante i loro vistosi limiti Babette, il Generale, Papin, iniettano nuova vita (talvolta involontariamente) a quel funereo mortorio protestante senza fare nulla di riconoscibilmente “papista”. Sono semplicemente estranei al moralismo puritano, hanno soltanto quel po' di passione per la realtà, tirano conclusioni senza doverle incastrare in qualche versetto biblico. I protestanti han saputo darsi delle regole durissime (come ad esempio nella riunione precedente al pranzo di Babette) e riescono perfino a seguirle fino in fondo, ottenendo però continuamente la dimostrazione che un cristianesimo fatto di regole conduce solo alla tristezza. Una carità fatta di regole conduce a dissapori e liti. Un cristianesimo ridotto a perfetto elenco di giustissime norme rende la vita grigia, cupa, impoverita.
Il cattolicesimo è qualcosa di vivo. Il cattolico vero, anche il più scalcagnato, trasmette (persino involontariamente) ciò che era vivo e che non era sopravvissuto al legalismo protestante.
Quando il cattolicesimo comprime e riduce la passione per la realtà allora è già irreversibilmente protestantizzato. Quando qualcuno accusa la Chiesa “papista” di essere una religione di dolore, di normative, di autoflagellazione, allora sta in realtà affermando di aver conosciuto una Chiesa protestante e legalista. Quando i giovani spariscono dalla parrocchia per banalissimi motivi, stanno in realtà scappando da un asfissiante puritanesimo travestito approssimativamente da “papista”.
Vasti settori della Chiesa cattolica soffrono oggi di quel cancro. Autoreferenziali, protestantizzati, asfissianti, burocratizzati, castranti, persino quando apparentemente predicano contro quelle stesse cose. I loro “seguaci”, come nel villaggio delle due sorelle, vi aderiscono più per volontà che per convinzione, più per forza d'inerzia che per attrazione, più per doverismo che per necessità. Le parrocchie dove “tutto funziona” sono come quel villaggio: un ambiente pulito ma grigio, preciso ma funereo, perfetto ma asfissiante, dove domina quel senso di vuoto, quel fardello sempre più faticoso da sopportare.
Papa Giovanni Paolo I disse che il dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è l'aver tentato di sostituire lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole. La protestantizzazione massiva, attuata per di più dall'interno della Chiesa stessa, è stata calata dall'alto su tanti fedeli, riducendo l'ambiente delle parrocchie al villaggetto degli ottemperanti alle regole, banalizzando la passione per la realtà a fastidioso uzzolo di chi ha tempo da perdere, cassando via - o costringendo in una “riserva indiana” - chiunque abbia la sventura di avere un “carisma” sprovvisto di potenti appoggi curiali.
Bisognerebbe far vedere al parroco questo film e spiegargli ogni scena, ogni parola, ogni espressione di ogni volto. Fargli capire che perfino nella più onesta intenzione di “donare al Signore” la propria vita, si rischia di fare la fine delle due sorelle. Fargli notare che il “cattolico papista”, nonostante i propri limiti, è ordinariamente capace di gratitudine senza sforzo (e -aggiungo con un ghigno- senza dover scomodare la Bibbia). Farlo interrogare sul fatto che quell'atteggiamento sottilmente castrante produce un paradiso di plastica, un villaggetto dove tutto va bene e tutti cantano insieme alla celebrazione settimanale ma senza riuscire ad esprimere altro che una grigia ombra. Fargli notare che la carità invisibile di Babette, impossibile da misurare, impossibile da descrivere nei documenti pastorali, è frutto di una passione per la realtà piuttosto che di uno sforzo di volontà, è frutto cioè di un moto del cuore piuttosto che di un'adesione a delle regole.
L'ossessiva somministrazione di spremute di Bibbia non giova ai fedeli ma li appiattisce e li annoia. I fedeli hanno bisogno del Sacramento, non del Libro. I fedeli vanno educati alla realtà totale più che al controllo dell'osservanza delle regole. Il parroco dovrebbe capire che il contrario dell'immoralità non è il moralismo, il contrario dell'impurità non è il puritanesimo, il contrario della tristezza non è l'allegria (tanto meno quella prefabbricata) ma la letizia (che non si può programmare come se le persone fossero computer), il contrario delle chiacchiere inutili non è un sermone costellato di citazioni bibliche. Altrimenti prostitute e peccatori (come quei tre “criptocattolici” del film) passeranno avanti nel regno dei cieli.
Il protestante o finge di dimenticare o vive di rimorsi: ecco il risultato dell'aver cancellato il sacramento della confessione. Mettono una feroce tristezza i colori cimiteriali di quegli abiti e quei sorrisi prefabbricati del Decano. Perfino il cibo, sebbene servito con tutti quei riguardi, è un puro nutrirsi - fino a quando il pranzo di Babette dimostrerà qualcosa di nuovo e di imprevisto.
È in fondo in fondo il cattolicesimo il vero protagonista del film. Protagonista nascosto e citato solo per essere deriso: “ah, papista, certo, sì, sono cattolico”. Ma che emerge prepotentemente in alcuni momenti della vita delle due sorelle. Quando il peccatore incallito Achille entra nella loro storia dimostrando, paradossalmente con la propria debolezza, che quella vita in ottemperanza alla Bibbia censura qualcosa di grande. Quando è la Babette a cucinare i pasti per i poveri, dimostrando che la prima vittima del regolamentismo protestante è la passione per il reale. Quando è la Babette stessa a cucinare il pranzo che solo il Generale - uomo che ha visto il mondo, non soltanto un villaggio, uomo che ha visto arte, bellezza, passione, non soltanto le celebrazioni della Parola - solo il Generale saprà ammettere di apprezzare quel notevole atto di carità che solo al termine - e quasi con ritrosia - verrà compreso anche da altri (il legalismo protestante è fondamentalmente incapace di atti di carità più grandi dello stretto necessario).
Nonostante i loro vistosi limiti Babette, il Generale, Papin, iniettano nuova vita (talvolta involontariamente) a quel funereo mortorio protestante senza fare nulla di riconoscibilmente “papista”. Sono semplicemente estranei al moralismo puritano, hanno soltanto quel po' di passione per la realtà, tirano conclusioni senza doverle incastrare in qualche versetto biblico. I protestanti han saputo darsi delle regole durissime (come ad esempio nella riunione precedente al pranzo di Babette) e riescono perfino a seguirle fino in fondo, ottenendo però continuamente la dimostrazione che un cristianesimo fatto di regole conduce solo alla tristezza. Una carità fatta di regole conduce a dissapori e liti. Un cristianesimo ridotto a perfetto elenco di giustissime norme rende la vita grigia, cupa, impoverita.
Il cattolicesimo è qualcosa di vivo. Il cattolico vero, anche il più scalcagnato, trasmette (persino involontariamente) ciò che era vivo e che non era sopravvissuto al legalismo protestante.
Quando il cattolicesimo comprime e riduce la passione per la realtà allora è già irreversibilmente protestantizzato. Quando qualcuno accusa la Chiesa “papista” di essere una religione di dolore, di normative, di autoflagellazione, allora sta in realtà affermando di aver conosciuto una Chiesa protestante e legalista. Quando i giovani spariscono dalla parrocchia per banalissimi motivi, stanno in realtà scappando da un asfissiante puritanesimo travestito approssimativamente da “papista”.
Vasti settori della Chiesa cattolica soffrono oggi di quel cancro. Autoreferenziali, protestantizzati, asfissianti, burocratizzati, castranti, persino quando apparentemente predicano contro quelle stesse cose. I loro “seguaci”, come nel villaggio delle due sorelle, vi aderiscono più per volontà che per convinzione, più per forza d'inerzia che per attrazione, più per doverismo che per necessità. Le parrocchie dove “tutto funziona” sono come quel villaggio: un ambiente pulito ma grigio, preciso ma funereo, perfetto ma asfissiante, dove domina quel senso di vuoto, quel fardello sempre più faticoso da sopportare.
Papa Giovanni Paolo I disse che il dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è l'aver tentato di sostituire lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole. La protestantizzazione massiva, attuata per di più dall'interno della Chiesa stessa, è stata calata dall'alto su tanti fedeli, riducendo l'ambiente delle parrocchie al villaggetto degli ottemperanti alle regole, banalizzando la passione per la realtà a fastidioso uzzolo di chi ha tempo da perdere, cassando via - o costringendo in una “riserva indiana” - chiunque abbia la sventura di avere un “carisma” sprovvisto di potenti appoggi curiali.
Bisognerebbe far vedere al parroco questo film e spiegargli ogni scena, ogni parola, ogni espressione di ogni volto. Fargli capire che perfino nella più onesta intenzione di “donare al Signore” la propria vita, si rischia di fare la fine delle due sorelle. Fargli notare che il “cattolico papista”, nonostante i propri limiti, è ordinariamente capace di gratitudine senza sforzo (e -aggiungo con un ghigno- senza dover scomodare la Bibbia). Farlo interrogare sul fatto che quell'atteggiamento sottilmente castrante produce un paradiso di plastica, un villaggetto dove tutto va bene e tutti cantano insieme alla celebrazione settimanale ma senza riuscire ad esprimere altro che una grigia ombra. Fargli notare che la carità invisibile di Babette, impossibile da misurare, impossibile da descrivere nei documenti pastorali, è frutto di una passione per la realtà piuttosto che di uno sforzo di volontà, è frutto cioè di un moto del cuore piuttosto che di un'adesione a delle regole.
L'ossessiva somministrazione di spremute di Bibbia non giova ai fedeli ma li appiattisce e li annoia. I fedeli hanno bisogno del Sacramento, non del Libro. I fedeli vanno educati alla realtà totale più che al controllo dell'osservanza delle regole. Il parroco dovrebbe capire che il contrario dell'immoralità non è il moralismo, il contrario dell'impurità non è il puritanesimo, il contrario della tristezza non è l'allegria (tanto meno quella prefabbricata) ma la letizia (che non si può programmare come se le persone fossero computer), il contrario delle chiacchiere inutili non è un sermone costellato di citazioni bibliche. Altrimenti prostitute e peccatori (come quei tre “criptocattolici” del film) passeranno avanti nel regno dei cieli.
domenica 20 novembre 2011
L'albero degli zoccoli
Tre ore ben spese: questo film mi ha fatto bene perché è stata un'altra conferma che la comunemente deprecata nostalgia di una civiltà cristiana non è un pio sogno ma è storicamente fondata.
La società cristiana era davvero così: permeata di umanità e di fede, solidissime persino nella fatica e nella miseria. Il cristianesimo come qualcosa di normale, di ordinario, di quotidiano: non un fardello di regole ma il naturale procedere della vita. Lavoro, preghiera, famiglia, era un tutt'uno. Le virtù cristiane non erano per gli specialisti, la fede non era un passatempo da annoiati.
Un film da far gustare a chiunque pensi che il cristianesimo sia un elenco di regole, a chiunque creda che la fede sia un orpello di cui volentieri se ne farebbe a meno, a chiunque sospetti che la religione sia in fondo in fondo l'oppio dei popoli. Un film che involontariamente dimostra che la società moderna è un coacervo di strane malattie spacciate per diritti, dove il lavoro non è sinonimo di dignità o almeno di passione, dove la natura è quella del cretinismo ecologista, dove i rapporti umani sono in fin dei conti animaleschi e di sfruttamento, dove la soppressione della sfera religiosa ha fatto nascere un'articolatissima foresta di rituali civili e formule magico-religiose da pronunciare in ogni occasione.
Vale davvero la pena di vederlo senza doppiaggio in italiano e senza neppure informarsi sulla trama.
La società cristiana era davvero così: permeata di umanità e di fede, solidissime persino nella fatica e nella miseria. Il cristianesimo come qualcosa di normale, di ordinario, di quotidiano: non un fardello di regole ma il naturale procedere della vita. Lavoro, preghiera, famiglia, era un tutt'uno. Le virtù cristiane non erano per gli specialisti, la fede non era un passatempo da annoiati.
Un film da far gustare a chiunque pensi che il cristianesimo sia un elenco di regole, a chiunque creda che la fede sia un orpello di cui volentieri se ne farebbe a meno, a chiunque sospetti che la religione sia in fondo in fondo l'oppio dei popoli. Un film che involontariamente dimostra che la società moderna è un coacervo di strane malattie spacciate per diritti, dove il lavoro non è sinonimo di dignità o almeno di passione, dove la natura è quella del cretinismo ecologista, dove i rapporti umani sono in fin dei conti animaleschi e di sfruttamento, dove la soppressione della sfera religiosa ha fatto nascere un'articolatissima foresta di rituali civili e formule magico-religiose da pronunciare in ogni occasione.
Vale davvero la pena di vederlo senza doppiaggio in italiano e senza neppure informarsi sulla trama.
martedì 15 novembre 2011
Frattaglie / 10
Seguono altri paragrafi disordinati e sparsi, troppo brevi per diventare “post” sul blog.
Miyazawa Kenji, letterato poliglotta e curiosissimo (buddista)[1] nelle sue opere fa trasparire di continuo riferimenti al cristianesimo: figure ricalcate su missionari, il tema del viaggio, accenni al Paradiso. «Aveva capito bene il potenziale drammatico della tradizione cristiana, e sapeva sfruttarlo. Ma vi ricorreva anche per introdurre una consolazione che nel buddismo, a cui pure è così devoto, non esiste». Il “potenziale drammatico”, perché il cristianesimo è qualcosa di vivo, non è un orpello appiccicato addosso alla vita.
Alcune rare volte, nella vita, mi è capitato in chiesa di stupirmi nell'ascoltare certe donne cantare quelle querule e insignificanti canzonette parrocchiali dandovi vita. Proprio come avviene nell'orwelliano 1984, dove il protagonista resta meravigliato che una lavandaia, canticchiando un motivetto fabbricato automaticamente dalle macchine sforna-romanzi e sforna-canzoni del regime, riesca a darvi come un'anima. La violenza di regime consiste proprio nel pretendere che “tutti” abbiano quella capacità della lavandaia e che la utilizzino “sempre”.
Lo squallore artistico e musicale in cui si rotola certa Chiesa moderna è fondato sulla pretesa di stabilire autonomamente cosa sarebbe la bellezza.
“Noleggiami”, recita il cartello sul vecchio veicolo che sembrava abbandonato in periferia. Siamo in un'epoca in cui non si sa più conferire vita e significato. Perciò ci si aspetta che lo faccia il cliente (e che naturalmente paghi per farlo).
Il declino di una civiltà è proporzionale alla percentuale di persone che sogna di vivere di rendita. Corollario: in tempi di crisi, impazzano il gratta e vinci e il calcioscommesse.
Ritrovo un vecchio appunto in cui ci si raccomandava di andare alla Messa pro Iraq. Un gesto televisivo che oggi nessuno ricorda più, nemmeno io che ci andai. Nel mondo cosiddetto occidentale è la televisione che decide quale sia la preoccupazione principale giornaliera che tutti devono avere. Perfino il pregare per i sofferenti diventa un'operazione da programmare nelle Alte Sfere mentre i Personaggi del Momento diluviano le solite affettate frasi di circostanza.
Bambine in autobus che parlano di vacanze. E tu invece dove vorresti andare? “Ai Caraibi”. Ma se non sai neppure dove sono! Hai solo otto anni e non sai neppure tornare a casa da sola, e affermi di voler andare “ai Caraibi”? Quale è dunque l'agenzia educativa a cui appartiene il catechismo che stai recitando?
Questa è un'epoca di schiavismo perfetto, poiché la maggioranza assoluta degli schiavi pensa di avere tutte le libertà. Eppure è così facile riconoscere gli schiavi. Per esempio: coloro che inveiscono contro l'universo, lagnosi e sdegnosi: “ma io ne avevo proprio bisogno, di quei soldi!” Oppure, per esempio: quando bramano di apparire seducenti dicendo “e per centocinquanta euro?”
Miyazawa Kenji, letterato poliglotta e curiosissimo (buddista)[1] nelle sue opere fa trasparire di continuo riferimenti al cristianesimo: figure ricalcate su missionari, il tema del viaggio, accenni al Paradiso. «Aveva capito bene il potenziale drammatico della tradizione cristiana, e sapeva sfruttarlo. Ma vi ricorreva anche per introdurre una consolazione che nel buddismo, a cui pure è così devoto, non esiste». Il “potenziale drammatico”, perché il cristianesimo è qualcosa di vivo, non è un orpello appiccicato addosso alla vita.
Alcune rare volte, nella vita, mi è capitato in chiesa di stupirmi nell'ascoltare certe donne cantare quelle querule e insignificanti canzonette parrocchiali dandovi vita. Proprio come avviene nell'orwelliano 1984, dove il protagonista resta meravigliato che una lavandaia, canticchiando un motivetto fabbricato automaticamente dalle macchine sforna-romanzi e sforna-canzoni del regime, riesca a darvi come un'anima. La violenza di regime consiste proprio nel pretendere che “tutti” abbiano quella capacità della lavandaia e che la utilizzino “sempre”.
Lo squallore artistico e musicale in cui si rotola certa Chiesa moderna è fondato sulla pretesa di stabilire autonomamente cosa sarebbe la bellezza.
“Noleggiami”, recita il cartello sul vecchio veicolo che sembrava abbandonato in periferia. Siamo in un'epoca in cui non si sa più conferire vita e significato. Perciò ci si aspetta che lo faccia il cliente (e che naturalmente paghi per farlo).
Il declino di una civiltà è proporzionale alla percentuale di persone che sogna di vivere di rendita. Corollario: in tempi di crisi, impazzano il gratta e vinci e il calcioscommesse.
Ritrovo un vecchio appunto in cui ci si raccomandava di andare alla Messa pro Iraq. Un gesto televisivo che oggi nessuno ricorda più, nemmeno io che ci andai. Nel mondo cosiddetto occidentale è la televisione che decide quale sia la preoccupazione principale giornaliera che tutti devono avere. Perfino il pregare per i sofferenti diventa un'operazione da programmare nelle Alte Sfere mentre i Personaggi del Momento diluviano le solite affettate frasi di circostanza.
Bambine in autobus che parlano di vacanze. E tu invece dove vorresti andare? “Ai Caraibi”. Ma se non sai neppure dove sono! Hai solo otto anni e non sai neppure tornare a casa da sola, e affermi di voler andare “ai Caraibi”? Quale è dunque l'agenzia educativa a cui appartiene il catechismo che stai recitando?
Questa è un'epoca di schiavismo perfetto, poiché la maggioranza assoluta degli schiavi pensa di avere tutte le libertà. Eppure è così facile riconoscere gli schiavi. Per esempio: coloro che inveiscono contro l'universo, lagnosi e sdegnosi: “ma io ne avevo proprio bisogno, di quei soldi!” Oppure, per esempio: quando bramano di apparire seducenti dicendo “e per centocinquanta euro?”
sabato 12 novembre 2011
Caduto Berlusconi: tutti impazziti di gioia
Qui è bellissimo, avresti dovuto esserci anche tu! È una data storica, i nostri figli la studieranno nei libri di scuola! Sì, ci stiamo recando anche noi là, qui tutti impazziti, sono tutti impazziti di gioia!
Non è la citazione da Il padrone del mondo di Benson[1] ma solo qualche brano di una concitata telefonata di uno studente stasera.
1) Nel romanzo di Benson il tripudio della folla è dovuto al fatto che «è scoppiata la pace».
giovedì 10 novembre 2011
Frattaglie / 9
Altri paragrafi sparsi e isolati, troppo brevi per diventare “post” sul blog.
A quell'età in cui si prova l'ossessione di voler trasgredire, facendo qualsiasi cosa contraria al buon senso pur di mostrarsi liberi e grandi, me ne capitò una che mi ha segnato per tutta la vita. Un compagno di scuola mi disse: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno», lasciandomi di stucco. Davvero? Possibile? Ciò che a casa mia era vietato prima dal buonsenso che dai miei genitori, lui diceva invece: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno». Da giovane scoprii dunque che la morale varia di fatto a seconda delle coordinate geografiche.
Nel vedere ieri quella locandina del cinema, mi affiorava un ricordo: un padre missionario ci raccontava che nei primi tempi che era in Africa si meravigliava che il venerdì sera gli adulti sparissero tutti dal villaggio. Dopo un po' scoprì il motivo: andavano nell'unica capanna dotata di televisore a seguire, con religiosa perseveranza e ancor più religiosa puntualità, la puntata settimanale di un vecchissimo sceneggiato americano («Dallas», se non ricordo male) che esaltava la figura del bianco di grande successo, racconto ancora più stimolante perché tale successo era dovuto alla freddezza e alla cattiveria. Ah, la figura del Bianco di Grande Successo, che è Cattivo perché Può Permetterselo, ed è Ricco proprio perché Cattivo. E gli africani che lo vedevano come un eroe, lo guardavano a bocca aperta. Si svuotava il villaggio, il venerdì sera: i negri erano tutti davanti alla tivù ad ammirare il Bianco di Grande Successo.
Altra locandina del cinema: rappresenta un uomo e una donna, di aspetto curatissimo e sorridenti, mentre puntano pistole verso il resto del mondo. Vista la locandina, hai già visto tutto il film.
La vera radice della crisi della Chiesa consiste nel vergognarsi di dire chi è Cristo. Tutto il resto è pura conseguenza.
Il giovane Edimar vede un'amicizia, sa che sono cristiani, cambia. Vedere delle persone gli fa cambiare vita. Si trattava di nostri amici del movimento. Edimar li ha conosciuti e ancor prima che qualcuno gli dicesse qualcosa ha già deciso che non vuole più uccidere. Nessun discorso, nessun regolamento, nessuna paura gli aveva mai provocato alcun cambiamento prima. Ora invece ha visto: tra quei cristiani c'è vita. Ha visto e ha talmente capito bene che già ha preso la sua decisione: non uccidere mai più, non partecipare più agli assassinii di cui la sua gang era specializzata. Gli è bastato “vedere” per cambiare drammaticamente, totalmente, senza fatica e senza dolore, l'intera sua morale. E per questo cambiamento viene tranquillamente ammazzato dai suoi compagni della gang. Martirio, punto e basta. Un emerito coglione di ecclesiastico la butterà sulla politica: «CL non ha bisogno di martiri “suoi”», disse sdegnoso e saccente. Il dramma tragico della Chiesa oggi: vergognarsi di dire chi è Cristo. Con tutto ciò che ne consegue.
Uno va lì in chiesa col cuore sanguinante e mendicante assoluzione... e vede il pretino abbandonare di gran carriera il posto di combattimento. Strana, questa Chiesa moderna, fatta di preti indaffaratissimi che non trovano un minuto per ottemperare ai doveri del proprio stato. Indaffaratissimi come il monaco che san Benedetto vide tentato dal demonio: il demonio, per allontanare il giovane monaco dai doveri di stato, lo tirava per la veste suggerendogli un milione di cose importantissime e urgentissime e utilissime da fare. San Benedetto risolse efficacemente il problema somministrandogli un adeguato cappotto di legnate.
A quell'età in cui si prova l'ossessione di voler trasgredire, facendo qualsiasi cosa contraria al buon senso pur di mostrarsi liberi e grandi, me ne capitò una che mi ha segnato per tutta la vita. Un compagno di scuola mi disse: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno», lasciandomi di stucco. Davvero? Possibile? Ciò che a casa mia era vietato prima dal buonsenso che dai miei genitori, lui diceva invece: «ma tanto i miei non dicono nulla, lo sanno». Da giovane scoprii dunque che la morale varia di fatto a seconda delle coordinate geografiche.
Nel vedere ieri quella locandina del cinema, mi affiorava un ricordo: un padre missionario ci raccontava che nei primi tempi che era in Africa si meravigliava che il venerdì sera gli adulti sparissero tutti dal villaggio. Dopo un po' scoprì il motivo: andavano nell'unica capanna dotata di televisore a seguire, con religiosa perseveranza e ancor più religiosa puntualità, la puntata settimanale di un vecchissimo sceneggiato americano («Dallas», se non ricordo male) che esaltava la figura del bianco di grande successo, racconto ancora più stimolante perché tale successo era dovuto alla freddezza e alla cattiveria. Ah, la figura del Bianco di Grande Successo, che è Cattivo perché Può Permetterselo, ed è Ricco proprio perché Cattivo. E gli africani che lo vedevano come un eroe, lo guardavano a bocca aperta. Si svuotava il villaggio, il venerdì sera: i negri erano tutti davanti alla tivù ad ammirare il Bianco di Grande Successo.
Altra locandina del cinema: rappresenta un uomo e una donna, di aspetto curatissimo e sorridenti, mentre puntano pistole verso il resto del mondo. Vista la locandina, hai già visto tutto il film.
La vera radice della crisi della Chiesa consiste nel vergognarsi di dire chi è Cristo. Tutto il resto è pura conseguenza.
Il giovane Edimar vede un'amicizia, sa che sono cristiani, cambia. Vedere delle persone gli fa cambiare vita. Si trattava di nostri amici del movimento. Edimar li ha conosciuti e ancor prima che qualcuno gli dicesse qualcosa ha già deciso che non vuole più uccidere. Nessun discorso, nessun regolamento, nessuna paura gli aveva mai provocato alcun cambiamento prima. Ora invece ha visto: tra quei cristiani c'è vita. Ha visto e ha talmente capito bene che già ha preso la sua decisione: non uccidere mai più, non partecipare più agli assassinii di cui la sua gang era specializzata. Gli è bastato “vedere” per cambiare drammaticamente, totalmente, senza fatica e senza dolore, l'intera sua morale. E per questo cambiamento viene tranquillamente ammazzato dai suoi compagni della gang. Martirio, punto e basta. Un emerito coglione di ecclesiastico la butterà sulla politica: «CL non ha bisogno di martiri “suoi”», disse sdegnoso e saccente. Il dramma tragico della Chiesa oggi: vergognarsi di dire chi è Cristo. Con tutto ciò che ne consegue.
Uno va lì in chiesa col cuore sanguinante e mendicante assoluzione... e vede il pretino abbandonare di gran carriera il posto di combattimento. Strana, questa Chiesa moderna, fatta di preti indaffaratissimi che non trovano un minuto per ottemperare ai doveri del proprio stato. Indaffaratissimi come il monaco che san Benedetto vide tentato dal demonio: il demonio, per allontanare il giovane monaco dai doveri di stato, lo tirava per la veste suggerendogli un milione di cose importantissime e urgentissime e utilissime da fare. San Benedetto risolse efficacemente il problema somministrandogli un adeguato cappotto di legnate.
venerdì 4 novembre 2011
Un anonimo benefattore ti desidera
“Vieni a giocare i tuoi numeri fortunati”, recita il messaggio pubblicitario mentre sullo sfondo si vedono apparecchiature meccaniche ed elettriche programmate per spennare i polli umani.
“Vieni”: il messaggio comincia con la parola più invitante per il cuore. Gustale lentamente, queste due fragili sillabe: “vieni”. È la dolce parola che ti pronuncia sorridendo il tuo benefattore, è la delicata ed invitante parola che preannuncia l'ospitalità che ti stai accorgendo che desideravi.
“Vieni a giocare”: ti stai imbattendo in una promessa graziosa e allegra, ti vien chiesto non di faticare, non di mettere a frutto ciò che sei, non di impegnarti o darti da fare. Sei soltanto invitato a giocare, perché -come tutti sanno- la vita è solo un alternarsi di sogni e giochi, l'universo è un enorme paese dei balocchi, e tu sei il prescelto che viene invitato a godersi qualsiasi cosa gli passi davanti o per la testa.
“I tuoi numeri fortunati”, eh sì, certo: tre concetti astratti incatenati insieme. Numeri: un concetto astratto. Tuoi numeri: astrazione sull'astrazione, perché tu non sei assoluto proprietario di nulla nell'universo, tutto ti è stato dato, perfino la tua stessa vita non è “tua” perché non te la sei data da te, non sei capace neppure di decidere quanti capelli avere sul capo...
“Numeri fortunati”: già, poiché esistono anche i numeri sfortunati, e tu non sei mica così tonto da giocare quelli sfortunati, eh! E poi, cos'è la fortuna? Sì, quando le cose ti vanno “bene”, sì, ma in che senso? Quando vinci senza fatica? Quando guadagni senza sofferenza? Quando i tuoi umori, desideri, sfizi, vengono soddisfatti senza alcun tuo impegno? E come si materializza la fortuna? Come la si fabbrica al di fuori dei sogni? Come si fa ad inseguirla, sfiorarla, misurarla, accettarla?
Vieni a giocare i tuoi numeri fortunati: è un messaggio per te! Il tuo grandioso benefattore sorridente (e assolutamente anonimo) ti sta invitando... capisci? invitando! proprio a te, unico nell'universo, proprio a te che in cuore hai così tanto forte il desiderio di essere scelto in esclusiva, amato in esclusiva, fortunato in esclusiva, al di sopra di qualunque cosa e di tutti gli altri esseri umani, fatta salva la tua sapientissima generosità che sicuramente troverà il modo per erompere gloriosa davanti a tutti, riconoscibile e premurosa, a tua maggior gloria, a dimostrazione della tua effettiva superiorità.
Il tuo benefattore ti stava inviando quel prezioso messaggio aspettandoti a braccia aperte affinché tu possa giocare anziché lavorare, giocare anziché ragionare, giocare anziché affaticarti, giocare anziché affrontare la vita reale... il tuo benefattore sa meglio di te quali siano i tuoi sogni, e si sfiancherà a morte pur di ingigantirli.
Per questo, mentre ti invita a giocare i tuoi numeri fortunati (astrazione al quadrato, anzi, al cubo) ti fa scorrere l'immagine di una roulette che - sublime visione! - centra proprio un numero, uno dei tuoi numeri fortunati, proprio quello che ti fa Vincere, l'apoteosi del tuo sogno, il godimento inenarrabile e totale, quello che ti fa scoppiare perennemente il cuore dalla gioia, mentre l'oscurità intorno al piatto rende ancora più centrale e assoluta l'immagine del tuo trionfo dei tuoi numeri fortunati.
Poi magari l'alito pestilenziale della vecchina seduta accanto a te si abbatte nelle tue narici e ti riporta alla realtà.
Il seme è gettato nel tuo cuore e presto o tardi porterà frutto. Ma la sensazione di disgusto per quell'alito che puzza di pesanti medicinali mal digeriti ti costringe a guardare di nuovo la realtà: tra poco finalmente sarà ora di scendere - ma che orrenda puzza, stecchirebbe un esercito di pantegane - e già per un attimo in cuore stai accarezzando dolcemente il sogno di poter scendere già subito, immediatamente, lontano dalla sofferenza del dover subire quel mezzo litro d'aria nauseabonda.
Qualcosa non quadra. L'anonimo benefattore non ti ha detto che per giocare si paga una piccola misera quota... che vuoi che sia? non vorrai mica tener fermi nella stalla i tuoi cavalli di razza? I tuoi numeri fortunati (cioè quelli che al momento deciderai che lo sono) devono forse rimanere imbrigliati, frenati, bloccati a causa della tua tirchieria? Vorrai mica perdere la tua grande occasione?
L'anonimo benefattore sembra conoscerti proprio bene. Sa che nel profondo del tuo cuore vuoi essere scelto: e lui ti sceglie. Sa che nelle pieghe più nascoste del tuo cuore vorresti una vita senza sofferenze, solo gioia, senza fatiche, solo letizia, senza tristezze, solo allegria, senza dover spremere le meningi, senza dar olio di gomito, senza imperlare di sudore la fronte... vuoi la bellezza assoluta, non una bruttura che non vedi l'ora di cambiare, vuoi la gioia assoluta e infinita, non la noia e la nostalgia e la necessità di rifugiarti nei sogni...
L'anonimo benefattore sa tutto questo e te lo offre. Ti sta offrendo su un piatto d'argento un'occasione d'oro! Devi solo concedergli un atto della tua volontà, devi solo pagare quel minuscolino minuscolissimo bigliettino d'ingresso, senza fatica, senza pensieri, senza preoccupazioni, solo un semplicissimo atto della volontà, tanto più facile quanto più sei pigro poiché, se cominci a farti domande, allora già stressi e stanchi e sfinisci le tue preziosissime saggissime sinapsi...
L'anonimo benefattore ti farà crogiolare nei sogni più felici che tu possa mai immaginare: sa che in fondo in fondo brami una felicità infinita che cominci immediatamente, sa che tu non sei neppure capace di descriverla, sa che qualsiasi intervista sulla tua felicità tanto desiderata si risolverebbe in un guazzabuglio di risposte rumorose e disordinate e sempre incomplete perché non ti basterebbero milioni di parole per descrivere tutti i rivoli di quell'enorme e infinito fiume di desiderio che hai in cuore.
Insomma, sa che tu desideri il paradiso. Desideri una pienezza totale, una gioia assoluta e infinita, desideri addirittura la... (che deprecabile termine!) ...la salvezza!
E lui te la dà subito (in forma di sogno e adeguata ai milioni e milioni di parole che riusciresti a pronunciare). Tanto, il sogno è accessibile subito, immediatamente, senza aspettare: in qualsiasi momento puoi staccarti dalla realtà e sognare; e lui sì che è un esperto di sogni! In pochissime parole (“vieni a giocare i tuoi numeri fortunati”) è riuscito a cattivare il tuo cuore e a farti sognare gratis senza che tu ancora neppure sappia esattamente dove si potranno giocare i tuoi numeri fortunati (che ancora non sai neppure quali saranno, perché lo deciderai al momento e in base all'umore e a tantissime altre cose che non c'entrano niente con tutto il resto dell'universo).
L'anonimo benefattore, per qualche misterioso motivo, si sta proponendo al posto di Colui che ti ha dato la vita (non te la sei mica data da te). Al posto del paradiso, un sogno di paradiso: la pallina sul trenta, proprio il numero che sicuramente tu avresti deciso come uno dei tuoi numeri fortunati. E te lo mostra lì, in un'immagine rassicurante, un'immagine invitante e accattivante, un'immagine che sembra estratta proprio dal sogno che tra poco avresti cominciato a sognare!
Ora che ci pensi, non è più nemmeno questione di ricchezza e di soldi: quelle sono robe da gonzi, da gente di mezza tacca, non sono mica per il tuo cuore nobile ed elevato, cuore che godrebbe della gran soddisfazione di far vincere nientemeno che i tuoi numeri fortunati.
L'anonimo benefattore è pazientissimo. Saprà aspettare, anche se ha una fretta del diavolo: business is business, e sa che i tuoi sogni - proprio quelli che lui ti propone di godere - non possono (non devono! assolutamente non devono!) star fermi troppo tempo.
“Vieni”: il messaggio comincia con la parola più invitante per il cuore. Gustale lentamente, queste due fragili sillabe: “vieni”. È la dolce parola che ti pronuncia sorridendo il tuo benefattore, è la delicata ed invitante parola che preannuncia l'ospitalità che ti stai accorgendo che desideravi.
“Vieni a giocare”: ti stai imbattendo in una promessa graziosa e allegra, ti vien chiesto non di faticare, non di mettere a frutto ciò che sei, non di impegnarti o darti da fare. Sei soltanto invitato a giocare, perché -come tutti sanno- la vita è solo un alternarsi di sogni e giochi, l'universo è un enorme paese dei balocchi, e tu sei il prescelto che viene invitato a godersi qualsiasi cosa gli passi davanti o per la testa.
“I tuoi numeri fortunati”, eh sì, certo: tre concetti astratti incatenati insieme. Numeri: un concetto astratto. Tuoi numeri: astrazione sull'astrazione, perché tu non sei assoluto proprietario di nulla nell'universo, tutto ti è stato dato, perfino la tua stessa vita non è “tua” perché non te la sei data da te, non sei capace neppure di decidere quanti capelli avere sul capo...
“Numeri fortunati”: già, poiché esistono anche i numeri sfortunati, e tu non sei mica così tonto da giocare quelli sfortunati, eh! E poi, cos'è la fortuna? Sì, quando le cose ti vanno “bene”, sì, ma in che senso? Quando vinci senza fatica? Quando guadagni senza sofferenza? Quando i tuoi umori, desideri, sfizi, vengono soddisfatti senza alcun tuo impegno? E come si materializza la fortuna? Come la si fabbrica al di fuori dei sogni? Come si fa ad inseguirla, sfiorarla, misurarla, accettarla?
Vieni a giocare i tuoi numeri fortunati: è un messaggio per te! Il tuo grandioso benefattore sorridente (e assolutamente anonimo) ti sta invitando... capisci? invitando! proprio a te, unico nell'universo, proprio a te che in cuore hai così tanto forte il desiderio di essere scelto in esclusiva, amato in esclusiva, fortunato in esclusiva, al di sopra di qualunque cosa e di tutti gli altri esseri umani, fatta salva la tua sapientissima generosità che sicuramente troverà il modo per erompere gloriosa davanti a tutti, riconoscibile e premurosa, a tua maggior gloria, a dimostrazione della tua effettiva superiorità.
Il tuo benefattore ti stava inviando quel prezioso messaggio aspettandoti a braccia aperte affinché tu possa giocare anziché lavorare, giocare anziché ragionare, giocare anziché affaticarti, giocare anziché affrontare la vita reale... il tuo benefattore sa meglio di te quali siano i tuoi sogni, e si sfiancherà a morte pur di ingigantirli.
Per questo, mentre ti invita a giocare i tuoi numeri fortunati (astrazione al quadrato, anzi, al cubo) ti fa scorrere l'immagine di una roulette che - sublime visione! - centra proprio un numero, uno dei tuoi numeri fortunati, proprio quello che ti fa Vincere, l'apoteosi del tuo sogno, il godimento inenarrabile e totale, quello che ti fa scoppiare perennemente il cuore dalla gioia, mentre l'oscurità intorno al piatto rende ancora più centrale e assoluta l'immagine del tuo trionfo dei tuoi numeri fortunati.
Poi magari l'alito pestilenziale della vecchina seduta accanto a te si abbatte nelle tue narici e ti riporta alla realtà.
Il seme è gettato nel tuo cuore e presto o tardi porterà frutto. Ma la sensazione di disgusto per quell'alito che puzza di pesanti medicinali mal digeriti ti costringe a guardare di nuovo la realtà: tra poco finalmente sarà ora di scendere - ma che orrenda puzza, stecchirebbe un esercito di pantegane - e già per un attimo in cuore stai accarezzando dolcemente il sogno di poter scendere già subito, immediatamente, lontano dalla sofferenza del dover subire quel mezzo litro d'aria nauseabonda.
Qualcosa non quadra. L'anonimo benefattore non ti ha detto che per giocare si paga una piccola misera quota... che vuoi che sia? non vorrai mica tener fermi nella stalla i tuoi cavalli di razza? I tuoi numeri fortunati (cioè quelli che al momento deciderai che lo sono) devono forse rimanere imbrigliati, frenati, bloccati a causa della tua tirchieria? Vorrai mica perdere la tua grande occasione?
L'anonimo benefattore sembra conoscerti proprio bene. Sa che nel profondo del tuo cuore vuoi essere scelto: e lui ti sceglie. Sa che nelle pieghe più nascoste del tuo cuore vorresti una vita senza sofferenze, solo gioia, senza fatiche, solo letizia, senza tristezze, solo allegria, senza dover spremere le meningi, senza dar olio di gomito, senza imperlare di sudore la fronte... vuoi la bellezza assoluta, non una bruttura che non vedi l'ora di cambiare, vuoi la gioia assoluta e infinita, non la noia e la nostalgia e la necessità di rifugiarti nei sogni...
L'anonimo benefattore sa tutto questo e te lo offre. Ti sta offrendo su un piatto d'argento un'occasione d'oro! Devi solo concedergli un atto della tua volontà, devi solo pagare quel minuscolino minuscolissimo bigliettino d'ingresso, senza fatica, senza pensieri, senza preoccupazioni, solo un semplicissimo atto della volontà, tanto più facile quanto più sei pigro poiché, se cominci a farti domande, allora già stressi e stanchi e sfinisci le tue preziosissime saggissime sinapsi...
L'anonimo benefattore ti farà crogiolare nei sogni più felici che tu possa mai immaginare: sa che in fondo in fondo brami una felicità infinita che cominci immediatamente, sa che tu non sei neppure capace di descriverla, sa che qualsiasi intervista sulla tua felicità tanto desiderata si risolverebbe in un guazzabuglio di risposte rumorose e disordinate e sempre incomplete perché non ti basterebbero milioni di parole per descrivere tutti i rivoli di quell'enorme e infinito fiume di desiderio che hai in cuore.
Insomma, sa che tu desideri il paradiso. Desideri una pienezza totale, una gioia assoluta e infinita, desideri addirittura la... (che deprecabile termine!) ...la salvezza!
E lui te la dà subito (in forma di sogno e adeguata ai milioni e milioni di parole che riusciresti a pronunciare). Tanto, il sogno è accessibile subito, immediatamente, senza aspettare: in qualsiasi momento puoi staccarti dalla realtà e sognare; e lui sì che è un esperto di sogni! In pochissime parole (“vieni a giocare i tuoi numeri fortunati”) è riuscito a cattivare il tuo cuore e a farti sognare gratis senza che tu ancora neppure sappia esattamente dove si potranno giocare i tuoi numeri fortunati (che ancora non sai neppure quali saranno, perché lo deciderai al momento e in base all'umore e a tantissime altre cose che non c'entrano niente con tutto il resto dell'universo).
L'anonimo benefattore, per qualche misterioso motivo, si sta proponendo al posto di Colui che ti ha dato la vita (non te la sei mica data da te). Al posto del paradiso, un sogno di paradiso: la pallina sul trenta, proprio il numero che sicuramente tu avresti deciso come uno dei tuoi numeri fortunati. E te lo mostra lì, in un'immagine rassicurante, un'immagine invitante e accattivante, un'immagine che sembra estratta proprio dal sogno che tra poco avresti cominciato a sognare!
Ora che ci pensi, non è più nemmeno questione di ricchezza e di soldi: quelle sono robe da gonzi, da gente di mezza tacca, non sono mica per il tuo cuore nobile ed elevato, cuore che godrebbe della gran soddisfazione di far vincere nientemeno che i tuoi numeri fortunati.
L'anonimo benefattore è pazientissimo. Saprà aspettare, anche se ha una fretta del diavolo: business is business, e sa che i tuoi sogni - proprio quelli che lui ti propone di godere - non possono (non devono! assolutamente non devono!) star fermi troppo tempo.
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