martedì 20 dicembre 2016
Peccati inconfessabili: il far attendere
Attendere: cioè sprecare parte della propria vita. Far attendere: cioè sprecare parte della vita di qualcuno che dipende da te.
Quanti gesti della vita normale sono dettati dal terrore di dover attendere: il consultare frenetico degli orari, il comprare l'auto per poter partire senza dover attendere l'autobus, il tentare di scansare la fila, il precipitoso organizzarsi (anche nelle piccole cose) per non rischiare nemmeno un minuto di "tempi morti". Si ha il terrore di attendere perché oggi, con quel cristianesimo di facciata (e con la mentalità mondana che fa sempre capolino anche nei più "praticanti"), il tempo passato attendendo è un "tempo morto": è la morte, è la vita senza significato, è il mondo e l'umanità che continuano a girare mentre tu sei lì imbambolato ad attendere, come congelato nell'anima.
I nostri nonni e bisnonni risolvevano santificando le attese sgranando rosari. Non avevano bisogno di pigiare sull'acceleratore, non portavano addosso lettori MP3 sempre carichi, non avevano la borsa piena di romanzi noiosi già dalla prima pagina, non imprecavano a tutta voce se l'autobus latitava per venticinque minuti consecutivi. Non avevano nel DNA il terrore nero di dover attendere, anche se un po' di paura c'era (il nonno, per il treno delle otto, puntava la sveglia alle cinque, calcolando la possibilità, una volta in stazione, di poter tornare a casa senza fretta a ripescare qualcosa che aveva dimenticato ed ugualmente riuscire a tornare a prendere il treno delle otto: oggi si fa l'esatto opposto, si arriva in stazione alle otto meno un minuto e si impreca fuoco e fiamme se il treno tarda due minuti o più).
Il far attendere quando non vi è nessun solidissimo motivo è la peggior tortura che si possa infliggere. L'impiegatino statale che ti dice di attendere (il suo caffè ha più priorità della tua vita e del suo lavoro), il pretino che ti dice di attendere (perché ha paura che il cervello si consumi se per un attimo pensa a come deve fare), perfino il capo regionale ciellino che ti dice di attendere quindici giorni (doveva solo fare una telefonata e farmi sapere, ma aveva paura che qualcuno pensasse che lui si dedichi troppo ai ciellini, troppo poco a quelli che pendono dalle sue labbra, e ancor meno a quelli che vanno da lui senza essere ciellini).
La paura di attendere è massimamente visibile nel traffico. Sembrano ossessionati dall'idea di dover passare dopo di te. Si accaniscono a sorpassarti cento metri prima della loro destinazione, ignorano lo Stop all'incrocio, s'infilano fra te e il marciapiede come se tu stessi dormendo, e in tutto questo ostacolano i mezzi pubblici e i furgoni (cioè gente che lavora). Una giungla urbana dove tutti pretendono di ruggire e soprattutto di fare i furbi per evitare di attendere una frazione di secondo in più.
venerdì 16 dicembre 2016
Inoccupabili
È un termine dispregiativo che si adatterebbe molto bene alla situazione italiana, specialmente in questi tempi di crisi, dove la scuola e l'università sono generalmente intese come aree di parcheggio, e il lavoro è generalmente inteso come uno scaldare la sedia cazzeggiando su Facebook in attesa che arrivi lo stipendio.
Ho avuto a che fare con diversi soggetti "inoccupabili", sprovvisti di creatività, di buon senso, di tensione verso qualsiasi cosa che non siano i piccoli temporanei insignificanti panem et circenses che si procurano dilapidando i miseri spiccioli estratti da parenti e conoscenti. La mia saggia nonnetta dice che «più piangono miseria dopo l'inverno, e più cercano di raccontarti le vacanze dopo l'estate».
L'esercito degli "inoccupabili" continua a crescere, anche perché vi si aggregano soggetti ragionevolmente convinti che nelle circostanze attuali non vale davvero la pena di lavorare. A che pro rovinare la propria salute fisica e mentale per uno stipendio che non basta neppure per vivere da soli? A che pro impegnarsi nello studio e nel lavoro se poi all'apice della carriera lo stipendio è la metà di un qualsiasi ignorante nullafacente del settore pubblico?
Domande come queste diventano particolarmente brucianti quando il parroco sedicente "del movimento" viene a farti la predica ricordando asetticamente qualche espressione di don Giussani, di quelle plastificate e insipidite dall'uso eccessivo che se ne faceva nella CdO.
Il declino di una civiltà è lento perché le isole felici sono dure a morire. Pochi e sparpagliati buoni insegnanti rendono la scuola ancora non completamente inagibile. Pochi e sparpagliati operai tengono in piedi l'azienda, forse anche senza saperlo. Pochi e sparpagliati tecnici e ingegneri tengono in piedi infrastrutture enormi, mentre tutti gli higher-up sono concentrati nel migliore dei casi a indire riunioni, parlare di affari, organizzarsi le vacanze. Autisti e macchinisti, operai tuttofare, tecnici coscienziosi. Non lo dico per sentimentalismo, ma perché potrei elencare nomi, posti, date. Ho visto con i miei occhi, lavorando, cosa succede quando l'ultima ruota del carro viene a mancare: all'improvviso la carretta si ferma, mentre uno sciame di mosche cocchiere si agita e strepita inutilmente. E sì, lo so anche perché in due casi ero io l'ultima ruota del carro, il giovincello volenteroso dotato di quel tanto che basta di esperienza e di buonsenso sufficienti per continuare a far girare la giostra.
In certi periodi sono stato anch'io uno di quegli "inoccupabili" che facendosi due conti della serva ha scelto di rifiutare una proposta di lavoro. Anch'io, come i tanti che avevo visto, sono arrivato al punto di ritenere che le mansioni e le responsabilità non valevano i pochi spiccioli che mi venivano offerti in cambio. Lo sciame di mosche cocchiere si è agitato lo stesso, nonostante i miei sforzi di tenere la discussione nel tono più asettico e diplomatico possibile. Proprio ciò che è avvenuto ad amici e conoscenti di cui in passato avevo scritto su queste stesse pagine.
L'esercito degli "inoccupabili" cresce giorno per giorno. I soloni che scrivono (o hanno il tempo di leggere) i giornali si lamentano dell'invasione degli immigrati, e poi fingono di non notare che quelli vanno a riempire i nostri vuoti - quanto al lavoro, quanto alla società, quanto alla religione e a tutto il resto. Si lamentano degli sfaccendati nullafacenti, non accorgendosi che tra loro ci sono quelli che ritengono non valga più la pena accettare una paghetta da studentello per assumersi responsabilità e impegni di grande rilevanza (e non è un caso che in tanti siano fuggiti all'estero).
giovedì 15 dicembre 2016
Il carro sul pendio stavolta è il nostro
Questo mio sperduto e insignificante blog mi ha guadagnato in poche settimane parecchie strane email, tra il piccato e il curiosone[1] perché ho osato accennare all'indicibile, al vero argomento tabù delle scuole di comunità: l'attuale crisi interna del movimento. Di fronte alla quale un don Giussani conoscerebbe solo misure drastiche (come ad esempio ad Assago nel '76, e come all'indomani della sconfitta sull'aborto nell'81). Ovvio che se il movimento è vissuto come il club dell'alce si farà parecchia fatica prima di afferrare il concetto. Al sottoscritto, in qualità di unico ciellino della parrocchia - con automatico marchio di diffidenza da parte del parroco e dei notabili di sagrestia - è bastata meno fatica.
Che la scuola di comunità non ti cambi (cioè è inutile), pazienza: non hai mai avuto il potere di cambiare le teste di capi, capetti e professionisti della Domanda Intelligente. Che il movimento per te si sia ridotto ad uno sparuto manipolo di amici distanti uno sproposito di chilometri da te, pazienza. Che le indicazioni di ubbidienza dalla diaconia centrale siano da anni sempre più confuse, pazienza. Ma che quegli amici vengano perseguitati e inutilmente umiliati, questo ti rode, è un tarlo stacanovista, è una pulce col megafono nell'orecchio più sensibile.
Tale crisi interna - confermata in particolare dall'inaudito decrescere dei Memores Domini - mi addolora perché vedo che il movimento che mi ha fatto crescere nella fede ha imboccato la strada per trasformarsi esattamente in ciò che voleva farmela perdere. E non per un difetto di chi segue, ma per volontà di chi guida.[2] Il che suona particolarmente drammatico dopo una vita che abbiamo battuto sul tasto della sequela, dell'ubbidienza anche quando non si capisce (poiché chi segue non censura niente). L'ubbidienza è una forma di amicizia, ma questo vale anche per l'altro versante perché altrimenti è complicità, oltre che masochismo.[3]
Pur domandando nella preghiera che il Carrón rinsavisca (poiché sta diventando chiaro il suo obiettivo), non posso fare a meno di pensare al sale insipido e alla mangiatoia bassa. Tra non molto tempo potremmo ritrovarci a dire con indifferenza: "ah, Cielle, sì, in quella originale investii con gioia tempo, pazienza e soldi: quella originale, dico, quella bramosa di Cristo, non di applausi".
venerdì 2 dicembre 2016
Sento puzza di bruciato
mercoledì 2 novembre 2016
Storie ridotte a elenchi di immagini
Raccontare una storia è stato fin dalla notte dei tempi un modo per trasmettere conoscenza senza rischiare con la diretta esperienza. C'è stato bisogno di storie per mostrare la differenza fra coraggio e temerarietà, fra paura e timore, fra generosità e spreco, fra amore e infatuazione, fra decisione e ostinazione... La capacità di raccontare - e ancor più quella di ascoltare, ossia di apprendere - hanno risparmiato un'infinità di dolori, fastidi e imbarazzi.
Nella cinematografia d'entertainment la trama è in genere solo un'impalcatura su cui vendere immagini. Il glorioso film d'azione sopracitato ha bisogno di una innocente "morte introduttiva" per poter esibire la tipica e prevedibile fiumana di mazzate, coltellate e pistolettate come necessaria - una reazione che si autosostiene fino al prevedibile finale di vendetta efferatamente compiuta.
venerdì 28 ottobre 2016
Pianista, cioè nato ricco
La presenza di un vero pianoforte in casa non è garanzia che uno dei figli diventi pianista, ma è comunque una prima indispensabile e irrinunciabile premessa. Se avessi avuto anch'io in casa un violino o un pianoforte, ci sarebbe stata una possibilità per desiderare (e ragionevolmente convincere i genitori) di entrare in conservatorio. Non puoi intestardirti a voler entrare in conservatorio se gli strumenti musicali veri li hai visti solo in televisione: sarebbero anzitutto i tuoi genitori, col loro fondato scetticismo (nonostante l'idea stuzzicante di un figlio musicista), a farti passare l'ispirazione.[1]
Quel compagno di classe è poi divenuto pianista. La storia di ogni pianista, insomma, comincia con un pianoforte vero in una casa adeguatamente climatizzata.[2] La povertà materiale fa regolarmente strage di talenti. Non mi sarei meravigliato se fosse diventato un ingegnere, o un ciclista professionista, o un fotografo. O anche qualcos'altro, vista la varietà di "strumenti" a disposizione per stuzzicare la sua intelligenza fin da piccolo.[3]
A chi sentimentalmente obiettasse che il vero talento non muore e che prima o poi trova un modo per esprimersi, occorre far notare che la vita è breve, e che il tempo perso nella noia e nelle distrazioni e nel desiderare ciò che "non ci si può permettere", non torna più. È agghiacciante notare certuni che, superati i venti o addirittura trent'anni, in qualche modo cominciano ad accorgersi di aver bruciato l'intera infanzia e adolescenza in attività non creative, cioè in ultima analisi noiose (come lo spostare pupazzetti colorati sullo schermo, come il cazzeggio su Facebook, come il seguire telefilm, spettacoli, sport, solo perché non c'era altro di stuzzicante...) e la cosa li manda ancor più in depressione.
mercoledì 26 ottobre 2016
Persecuzioni interne
Ho perciò sempre percepito l'istituzionalizzazione del movimento come un indesiderato fardello, come una specie di tassa pagata alla burocrazia ecclesiastica, l'iscrizione obbligatoria all'albo dei movimenti parrocchiali con i conseguenti obblighi e adempimenti (anche in termini di discorsini da sciorinare e di linguaggio clericalese da adoperare). Ma quello che non potevo prevedere era la contemporanea trasformazione in "Cielle OGM" che temo esserne una diretta conseguenza. La cielle geneticamente modificata può anche essere farcita di grappoli di termini ciellini ma ti accorgi che è diventato il gergo interno di un club, non più la precisione di chi ha qualcosa di concreto da testimoniare.[1]
Giussani scelse come suo successore Carrón, vanificando i sogni e le brame di diversi italiani convinti di avere le carte in regola per dirigere l'opera. Dopo alcuni anni qualcosa è andato storto. Non è stata una gran sorpresa, viste le pieghe prese pateticamente da diverse grosse entità legate a filo doppio al movimento, e proprio nella direzione che senza alcun fondamento ci contestavano quarant'anni fa i comunisti e i laicisti.[2]
Che Carrón abbia preso una brutta piega - temo per ordine dell'autorità ecclesiastica, solo perché mi riesce troppo difficile supporre che lo abbia fatto per convenienza del movimento - continua ad essere dimostrato da fatti non proprio entusiasmanti e da un neoclericalismo che tutto pensoso cerca nuovi percorsi di conoscenza e di verifica della natura del carisma: in pratica Giussani va spedito in soffitta, nelle scuole di comunità e negli esercizi spirituali si deve sostituire il libro di Giussani col libro di Carrón, l'articolo di Giussani con l'articolo di Carrón, l'intervista a Giussani con l'intervista a Carrón... nuovi percorsi, cioè dubbi sulla natura del carisma.[3]
La scure carroniana continua ad abbattersi infaticabile su chi osa chiedere ragione di quest'obbligatorio aggiornamento.[4] Un imprecisabile membro dei Memores Domini è stato formalmente diffidato per iscritto da Carrón e minacciato di essere buttato fuori se avesse ancora preso pubblicamente posizione non allineata. Gli è stato pure imposto il silenzio con quelli della casa: non sia mai che il virus infetti qualcun altro.[5] È andata peggio a Barbara, capocasa dei Memores, cacciata fuori personalmente da Carrón. E tanti altri Memores minacciati e obbligati al silenzio, pena la stessa sorte,[6] come se l'ubbidienza non fosse più una forma di amicizia (che in quanto tale comporta qualcosa anche per il capo), ma solo l'esecuzione di ordini e la ripetizione di discorsi.[7] Vietato ricordare, vietate le perplessità.
Non era questo il movimento che avevamo incontrato. Fioriscono di conseguenza le scuole di comunità "clandestine" e le iniziative come l'assemblea di Bologna di un mese fa. Ci si organizza su Facebook in gruppi "segreti".[8] Si condivide il proprio disagio quando i rispettivi capetti non sono presenti. Una volta erano comunisti e laicisti a perseguitarci e a considerarci come pacchetto di voti e di risorse da agguantare e "valorizzare".
Oggi invece capita - in una casa di Memores, mica in una famiglia di sedicenti "cristiani non praticanti" - che raccontando dei ciellini conosciuti al Family Day, e del disagio di questi ultimi per le dense nuvole che si addensano sul movimento, ci si sente rispondere: "ti proibisco di parlarne in casa perché queste cose non aiutano" (notate l'espressione clericale in termini impersonali: "non aiutano"). O che parlando dell'aborto cali come una mannaia l'ordine di tacere perché "non bisogna essere così netti, occorre essere calmi, dialogare, fare attenzione, non arrabbiarsi, non alzare la voce, non dare giudizi troppo forti..." (il genocidio di bambini trattato alla stregua degli orari condominiali della raccolta differenziata: avviene oggi, nel 2016, nelle case Memores carroniane). Nel Sessantotto ci chiamavano "integristi", e oggi l'ordine di scuderia è essere integristi del buonismo clerical-impersonale.
Chicca finale - per ora - è la lista di proscrizione che Russia Cristiana ha pubblicato per condannare nientemeno che... il "fondamentalismo" cattolico [sic!]. Eppure il ciellino autore di quel dossier è abbastanza anziano da ricordare che ad essere etichettati "integralisti", "fondamentalisti", "integristi", non troppi anni fa, eravamo proprio noi, lui compreso. A questo punto non capisco perché non abbia ancora cambiato il nome in Russia Sovietica. Rinvio ad un'intervista a mons. Luigi Negri per i dettagli.
mercoledì 12 ottobre 2016
Cielle OGM: il Nuovo Corso s'avanza, ma...
Quelli che oggi mi accusano, ne faccio una questione personale, di coltivare l'idolatria delle origini, il "Giussani del mito", questi che mi accusano non mi fanno paura, anzi mi fanno ridere. Quello che ho detto adesso non è un mito, non è una cristallizzazione, ma ciò che ho vissuto nella mia carne e nel mio cuore. Quelli che adesso ci vorrebbero imporre il nuovo corso, il viaggio verso l'ignoto, sono sempre citazioni da La Repubblica, sono loro quelli che nel '68 se ne andarono, e adesso dalle pagine di Repubblica vogliono imporci il cambiamento di pelle, cioè ci vogliono spellare vivi ci vogliono togliere questa memoria, per andare ad un nuovo corso dove non si sa dove si vada. Quando ho letto quella roba lì non sapevo più cosa pensare. Sono loro quelli che nel '68 se ne andarono e io invece permango nel solco.In aggiunta a quanto già detto qui, vale la pena farsi un'idea sull'assemblea tenutasi a Bologna il 25. Buona lettura!
domenica 25 settembre 2016
Ricchi e poveri (e lacrisi-lacrisi-lacrisi)
C'è da assumere un nuovo tecnico, da dispacciare nella sede del cliente quasi tutto l'anno. È uno che conosce bene il mestiere, ha fatto tutta la gavetta, e sa riconoscere le melliflue e adulanti chiacchiere di circostanza. Quando infatti si arriva all'accordo economico, aggrotta i lunghi e neri sopraccigli perché si sente rispondere dalla proprietaria che il mercato è in crisi, e che più di tot in busta paga non si può mettere.
La chiamano crisi economica, in realtà è solo la crisi dei poveri poiché i ricchi la usano come ulteriore leva per speculare. Chi ha davvero bisogno di lavorare (come ad esempio un padre di famiglia, tanto più con mutuo sulle spalle) finisce per accettare lavori sottopagati. Cioè tutti. Quello della contrattazione della paga è il momento in cui riconosci un testardo che non ama essere sottopagato, o uno che non ha urgente bisogno di assicurarsi uno stipendio.
È il caso del tecnico di cui sopra. Si alza senza dir nulla e fa per andar via - la sua esperienza include anche il vedere il bluff. La proprietaria, tentando di non dare a intendere che quel tecnico è necessario, gli dice frettolosamente che è ancora possibile trovare un accordo. Cioè gli fa capire che anche in quest'azienda gli ubbidienti vengono maltrattati e i piantagrane premiati (proprio quel che avviene in certi settori della Chiesa cattolica: e perciò mi si conceda già ora di chiamarlo clericalismo del mondo del lavoro).
Dopo un paio di volte che il tecnico vede il bluff finalmente si arriva all'agognato "accordo". Ha spuntato pressappoco il 25 per cento in più della magra offerta iniziale, nonostante "mercato in crisi" e tutto il resto. Non lo sa ancora, ma ha ottenuto l'equivalente della metà di ciò che si concede la proprietaria.[1]
"Proprietaria" non è il termine commerciale più preciso. Ma lo uso per qualificare un lavoro che è poco più che da passacarte. Commercialista, fiscalista e avvocato fanno tutto il lavoro. Lei si limita a qualche telefonata e a qualche contrattazione.[2] Il vero lavoro, quello che materialmente produce introiti per l'azienda, lo fanno i tecnici e gli operai.
Ora, in clinica le operazioni le affidi al chirurgo, e pretendi che sia un uomo di lunga e provata esperienza, e non ti meravigli che il suo stipendio sia adeguato. Quando hai comprato la Mercedes, hai preteso l'ultimo modello con tutti gli optional, e non ti meravigli del prezzo che ti hanno indicato.[3] E invece al tecnico qualificato che ti salva la faccia, ti fidelizza il cliente e ti mantiene in piedi l'azienda, vuoi dare una paghetta da tirocinante?
I preti che si concedono di elucubrare sulla dignità del lavoro, e gli autori di interventi-omelia modello CdO, semplicemente vivono su un altro pianeta. Se vivessero sulla Terra, tuonerebbero furiosi contro coloro che riducono il lavoro ad una merce, e ancor più contro coloro che speculano sulla crisi (o in altri termini, frodano la mercede agli operai nel momento in cui li assumono: "c'è crisi", sottinteso "voglio pagarti poco e niente").
Chiederebbero che fin dalle scuole superiori gli studenti vengano addestrati a riconoscere il proprio valore nel mercato del lavoro e a rifiutare di contrattare la paga per più di venti secondi: se ci vuole più tempo, significa che o il datore di lavoro non ha soldi, oppure non riconosce il valore di chi ha davanti, oppure parte dal presupposto che l'aspirante non ha davvero le qualifiche che vanta di avere.[4]
Tuonerebbero contro le piccinerie di questi sedicenti imprenditori incapaci di rischiare, incapaci di riconoscere il buono, incapaci di valorizzare ciò che arricchisce l'azienda, prigionieri delle loro piccinerie e dei loro stessi discorsi sulla "crisi", la "crisi", la "crisi"... incapaci di notare che a mandare avanti l'azienda non sono loro ma è il personale fatturante, è il "tecnico 10x", sono esattamente i dipendenti che conoscono il mestiere. Incapaci di notare che a far carriera sono solo gli elementi "spostabili" (cioè insignificanti, non il personale "fatturante"): e naturalmente la giungla legale e la torchia fiscale non fanno che consolidare tale sciatteria.
Gran parte della "crisi" è costituita dalla mancanza di quella che don Giussani chiamava "educazione di popolo", senza la quale diventa arduo riconoscere il valore delle persone, arretrando così verso la barbarie.
1) Più l'invidia e l'ostilità degli altri operai quando prima o poi annuseranno l'entità della paga dell'ultimo arrivato.
2) In Italia la contrattazione è un giochino psicologico con conseguenze economiche. Vince chi riesce ad abbindolare o estenuare l'interlocutore. Solo una minoranza assoluta di casi riguarda lo scambiare benefit contro soldi.
3) E per quanto vuoi contrattare, lo sai benissimo che quella "classe S" ti costa tre-quattromila euro l'anno di assicurazione.
4) La diffidenza come metodo, la sistematica sfiducia preventiva, la presunzione che siano sempre e solo "gli altri" a dover dimostrare di essere validi, non sono imprenditoria ma dimostrazione di incapacità, se non di parassitismo. La difficile arte del valutare un candidato ha i suoi tempi, i suoi costi, la sua inevitabile percentuale di fallimenti: chi disconosce tale arte, sta "in piazza" abusivamente.
sabato 24 settembre 2016
Bassa specializzazione
Si consideri dunque il caso di queste due mie conoscenti. Stessa età - prossime agli anta - stessa formazione scolastica, diverso destino. Una ha la fortuna di lavorare come segretaria presso un Importante Studio, mezza giornata e poi in meno di dieci minuti a piedi è a casa: sposta scartoffie, fa fotocopie, riceve telefonate, annota appuntamenti. Lo stipendio le consente di vivere da sola in un grazioso appartamentino senza dover fare troppi sacrifici, anzi, allestendolo con un sacco di carabattole da ragazzina sdolcinata - e con puntuale frequenza dall'estetista.
La seconda è già tanto che non abbia ereditato i debiti di famiglia. Dopo aver penato per anni per emanciparsi e vivere autonoma, si è ritrovata senza lavoro e senza soldi. Senza soldi perché spendeva tutto dall'estetista e per delle carabattole da ragazzina sdolcinata. E la seconda caratteristica comune è che anche lei non può far altro che un lavoro a bassa specializzazione. Lavoro che non si trova perché quel poco che rimaneva a bassa specializzazione è stato già agguantato da un crescente popolo di disperati e di immigrati.
Nell'imbattersi in questi casi ci si rende conto di quanto l'Italia, nel corso di una sola generazione, sia regredita - e continui a regredire - verso livelli centrafricani. Diminuiscono lentamente i posti di lavoro che non richiedono particolari competenze (non ci vuole chissà che laurea per far fotocopie e spostar scartoffie), ed aumentano gli aspiranti lavoratori senza competenze.
Nei telegiornali si affannano a parlare di disoccupazione, quando in realtà il problema è dell'esercito di inoccupabili, di persone che possono al più andar bene per lavori di bassa, bassissima specializzazione, senza particolari responsabilità, senza obblighi di continuità. Se la segretaria si assenta, non è insostituibile; con una sguattera in meno, il ristorante regge ancora la serata; una telefonista in meno al call-center fa solo aspettare qualche minuto in più i clienti; qui nel paesetto la donna delle pulizie è già tanto che prenda quattro euro l'ora, ed anche la badante è facile da sostituire.
Così, quando arriva la penosa domanda: "sai per caso di qualche opportunità di lavoro?" non chiedo neppure cosa sappiano fare. Il diploma di maturità - e spesso perfino la laurea - non è neppure sinonimo di decente conoscenza della lingua italiana parlata e scritta. Le opportunità sono già state tutte arraffate dal crescente popolo di non specializzati, mentre gli specializzati arrancano perché il titolo di studio non è sinonimo di saper lavorare e neppure di sapere cosa serve per lavorare. Non saranno certo i sorrisi positivi e ottimisti a creare nuovi posti di lavoro a bassa specializzazione per gli inoccupabili italiani.
giovedì 22 settembre 2016
Looney Tunes al Signore
Non mi meraviglio più dei capannelli di vecchine che stanno in chiesa a prendersi un po' di frescura e a chiacchierare di robette frivole. Nè del fatto che nessuno faccia più caso alla presenza del Santissimo. Né dell'arredo e dei colori che sembrano gridare che la chiesa è uno scalcinato ritrovo sociale per anziani annoiati, e che il Tabernacolo è stato rilocato in una cappella laterale perché presenza reale ma sgradita ai villeggianti.
La Messa domenicale si trascina stancamente. Il prete sembra aver organizzato una specie di gioco-recita: io dico questa formula, voialtri rispondete con quella formula lì, e poi quando ve lo indico inventate qualche bella "frase spontanea". Le formule sono imbottite di paroloni di cui non si capisce più il significato (perché dire "Signore, pietà" se il Signore è buono? cosa significa "rendere grazie"? nessuno sa spiegarlo in parole semplici?), e la predica è ancor più astratta: "bisogna dare più spazio all'amore". Quale spazio? Quale amore? Perché?
Durante la stessa predica, il parroco trippone riesce involontariamente ad interrompere uno dei miei tanti sbadigli affermando all'improvviso, senza alcun nesso con ciò che diceva (salvo forse l'assonanza di qualche sillaba), che ci sono tante case "morte" e che bisogna "riempirle di vita"... poi precisa: "non si possono tenere inutilmente sfitte". Ah, ecco. Sta usando la predica per influenzare qualche commercio immobiliare.
Mi ripeto mentalmente che sto lì dentro per assicurarmi la Messa di precetto e la Comunione. Ma non basta più a far finta di non vedere lo scempio. Lui dice una formula, noialtri rispondiamo con una formula. Una volta erano formule liturgiche, stracariche di significato, imbottite della santità di innumerevoli generazioni di anime che le avevano prese sul serio. Ora, invece, suonano perfettamente imbecilli. Lo scenario - meno di metà dei banchi occupati alla principale celebrazione domenicale - non fa che confermarlo. Lo stupidissimo canto costruito praticamente sulle note di Looney Tunes sembra introdurre più Daffy Duck e Bugs Bunny che la consacrazione eucaristica: timpa tumpa timpa, osanna nelle altezze, palle palle guglia, ma che palle in Puglia...
Alle Messe del movimento si poteva ancora invitare qualche amico dicendo: guarda, questa è liturgia, mica la solita recita annoiata di filastrocche idiote. E pure è una spina nel fianco la costellazione di canti deprimenti (come Povera voce) che hanno un valore solo per chi ne ha vissuto tutta la storia (le ultime generazioni di ciellini le cantano in maniera sempre più stancamente trascinata rispetto a quelle che si beccavano le espulsioni dal seminario, le sprangate e le molotov). Ora invece anche le Messe del movimento, per un malinteso spirito di ubbidienza a vescovi e parroci, si sono adeguate al ritmo da fabbrica di sbadigli.
Ma la staffilata più dolorosa è vedere la fila per la Comunione, gadget obbligatorio almeno quanto lo stringere le mani sudate al maggior numero possibile di presenti. Il peccato personale è stato abolito: i peccati li commettono sempre "gli altri", per cui tutti ma proprio tutti sono degni della Comunione. Mi è capitato qualche volta di restare al posto, unico in tutta l'assemblea a non poter fare la Comunione, mentre la marmaglia di novelli padrepii e santeterese andava en masse a prelevare il sacro gadget.
La liturgia è un indicatore straordinariamente preciso della fede vissuta.
lunedì 19 settembre 2016
Strategie didattiche
Una volta, se lo studente si beccava un'insufficienza, era colpa sua: o incapace di studiare, o svogliato. Oggi invece l'insufficienza è colpa del docente che non ha saputo attuare una strategia didattica[2] adeguata a promuoverlo.[3] Il diciotto politico dei sessantottini è diventato legge nelle scuole di ogni ordine e grado.
La scuola italiana in pochi decenni si è ridotta ad un triste e affannato teatrino appestato dalla burocrazia. Insigni docenti si affannano in stupidi progetti d'istituto e attività extrascolastiche (a cominciare dall'immancabile spettacolino teatrale, naturalmente "interdisciplinare") per guadagnare una sorta di premio produttività di poche centinaia di euro[4] (con ampie scorrettezze e fratricidi di contorno: il premio è solo per la minoranza dei "migliori" docenti e ATA). Senza contare quegli insulsi "scambi culturali" consistenti, se va bene, nel farsi la gitarella all'estero spacciandola per attività di lavoro. E attenti alla suprema cazziata dal preside: perché le lezioni devono limitarsi rigorosamente e asetticamente al libro (ma allora a che serve pagare un insegnante visto che la lezione frontale può essere eseguita con un registratore e le interrogazioni con questionari prestampati?). Il tutto condito dallo strapotere dei presidi che possono far fuori chi vogliono, tranne... i docenti più meschini e inutili.
Proprio mentre veniva meno l'educazione di popolo invocata dal don Giussani, la scuola ha rinunciato a educare per limitarsi a istruire, dopodiché ha rinunciato a istruire per limitarsi a diplomare. A suon di elaborate "strategie didattiche" (con un rateo di successi da far ridacchiare Wyle E. Coyote), la scuola dovrebbe far diventare entusiasta, acculturata e intelligente questa pigra gioventù di selvaggi con telefonino. E noialtri ci si meraviglia che i 'gggiovani giungano alla maggiore età conoscendo un vocabolario di appena trecento parole.
1) Amministrativo, Tecnico, Ausiliario: la versione moderna dei bidelli e della segretaria.
2) Le strategie didattiche sono vincenti - per quantità e qualità - come il Gratta e Vinci.
3) Una non trascurabile percentuale di studenti ottiene miracolose promozioni dovute a fattori esterni, come ad esempio il far quadrare le statistiche della scuola.
4) In certe scuole l'entità del premio dipende dalle attitudini al leccapiedismo dei docenti.
giovedì 15 settembre 2016
Dove rischia di finire a parare il carronismo
1) «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,18-19). «Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia» (1Gv 3,13). Lo sguardo positivo sulla realtà non implica il mendicare strizzatine d'occhio dal mondo.
martedì 13 settembre 2016
Contro la riduzione del movimento a partito dei carroniani
lunedì 12 settembre 2016
Pericolosa assemblea di nemici del movimento
Suo malgrado ha stuzzicato la curiosità degli universitari della Cattolica. Che magari avevano anche letto la presentazione (riportata da Socci) senza far troppo caso al volantino. Che ora invece avranno compulsato con attenzione e magari discusso sottovoce, furtivamente, nei corridoi o nei bagni, stando attenti a non farsi notare dai capetti.
È come quarant'anni fa. Solo che all'epoca si temevano i comunisti, "pericolosi" e "nemici". Oggi si temono i carroniani, che ti considerano "pericoloso", "nemico", seguace del "papa dell'Adriatico" (perbacco!), magari anche trotzkista.
Siamo dunque passati alla fase successiva del "prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci".