giovedì 15 dicembre 2016

Il carro sul pendio stavolta è il nostro

Il movimento non è più quello che ho conosciuto. Ne ho raggiunto drammaticamente la certezza quando il Carrón ha prepotentemente umiliato uno dei miei amici. Quando dall'alto calano banalità intese a sostituire ciò che di buono abbiamo sempre professato, quando si rifiuta di dar ragioni chi da una vita ti spronava alla ragione, quando l'autorità viene bruscamente sostituita dall'autoritarismo, che si fa? Ci si rassegna a prendere atto con l'espressione più antipatica che c'è: "non sono io ad essere cambiato, ma il movimento".

Questo mio sperduto e insignificante blog mi ha guadagnato in poche settimane parecchie strane email, tra il piccato e il curiosone[1] perché ho osato accennare all'indicibile, al vero argomento tabù delle scuole di comunità: l'attuale crisi interna del movimento. Di fronte alla quale un don Giussani conoscerebbe solo misure drastiche (come ad esempio ad Assago nel '76, e come all'indomani della sconfitta sull'aborto nell'81). Ovvio che se il movimento è vissuto come il club dell'alce si farà parecchia fatica prima di afferrare il concetto. Al sottoscritto, in qualità di unico ciellino della parrocchia - con automatico marchio di diffidenza da parte del parroco e dei notabili di sagrestia - è bastata meno fatica.

Che la scuola di comunità non ti cambi (cioè è inutile), pazienza: non hai mai avuto il potere di cambiare le teste di capi, capetti e professionisti della Domanda Intelligente. Che il movimento per te si sia ridotto ad uno sparuto manipolo di amici distanti uno sproposito di chilometri da te, pazienza. Che le indicazioni di ubbidienza dalla diaconia centrale siano da anni sempre più confuse, pazienza. Ma che quegli amici vengano perseguitati e inutilmente umiliati, questo ti rode, è un tarlo stacanovista, è una pulce col megafono nell'orecchio più sensibile.

Tale crisi interna - confermata in particolare dall'inaudito decrescere dei Memores Domini - mi addolora perché vedo che il movimento che mi ha fatto crescere nella fede ha imboccato la strada per trasformarsi esattamente in ciò che voleva farmela perdere. E non per un difetto di chi segue, ma per volontà di chi guida.[2] Il che suona particolarmente drammatico dopo una vita che abbiamo battuto sul tasto della sequela, dell'ubbidienza anche quando non si capisce (poiché chi segue non censura niente). L'ubbidienza è una forma di amicizia, ma questo vale anche per l'altro versante perché altrimenti è complicità, oltre che masochismo.[3]

Pur domandando nella preghiera che il Carrón rinsavisca (poiché sta diventando chiaro il suo obiettivo), non posso fare a meno di pensare al sale insipido e alla mangiatoia bassa. Tra non molto tempo potremmo ritrovarci a dire con indifferenza: "ah, Cielle, sì, in quella originale investii con gioia tempo, pazienza e soldi: quella originale, dico, quella bramosa di Cristo, non di applausi".


1) Perfino di censura, a conferma della spietatezza del regime in vigore.
2) Per esempio quell'americanismo di maniera e quella necessità di incensare i potenti laddove sarebbe stato sufficiente e onorevole un composto silenzio (vale sia per le sviolinate ai politici, sia per l'assiduo scodinzolare attorno a papa Bergoglio, sia per le parate con sorriso obbligatorio dinanzi ai vescovi ostili).
3) I ciellini ridanciani dalla pancia piena, quelli del "ma dai, ma dai, sei sempre il solito", se ne accorgeranno solo quando sarà troppo tardi.

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