martedì 1 maggio 2018

Twitter e la dignità del lavoro

Qualche annetto fa ironizzavo sull'utilizzare Benedetto XVI come strumento pubblicitario per l'allora imminente ingresso in borsa di Twitter. Ad avvenuto trionfale ingresso, sui giornali fu tutto un coro di peana che ignorò alcune questioni fondamentali che provo qui a riassumere in ordine sparso.[1]

La prima è che l'operaio è degno della sua mercede. Ma perfino nella Chiesa cominciamo a dimenticare che la dignità del lavoro è infinitamente più grande dei successi della speculazione tanto bramati dal mondo. L'entusiasmo generale per quella quotazione in borsa sembra dovuto all'inconfessabile desiderio riassunto da quell'espressione siciliana: fatt'a nomina e va' cùrcati, fatti un nome e poi puoi pure andartene a dormire. Cioè al sogno di vivere di rendita: basta farsi un "nome", basta imbroccare l'occasione giusta, riempire i granai e poi dire alla propria anima: hai da campare di rendita per tanti anni, datti dunque al riposo e all'allegria. Quanto sia diffuso lo notiamo continuamente, dal nonnetto che brucia la sua pensione comprando gratta-e-vinci al negoziante che simula un furto tentando di frodare l'assicurazione, passando per il maldestro improvvisato rapinatore che pensa che arricchirsi sia facile come in quei film, e poi l'imprenditore che alla riuscita del suo primo investimento fa di tutto per chiudere la produzione e trasformarlo in una rendita...

La seconda è che in Italia il mondo del lavoro si trova accerchiato da sei diverse mafie, e non per modo di dire. Per anni agli incontri con la Compagnia delle Opere ed al Meeting ci siamo sentiti ripetere l'incessante mantra della passione per il proprio lavoro e della positività del reale, applaudendo ubbidienti agli ospiti invitati ad illuminarci con le loro insignificanti omelie. Certe volte perfino qualche grosso esponente del movimento si lasciava prendere la mano profetizzando, se non un avvenire radioso, almeno un presente sopportabile. Decenni di fatica a educare alla realtà e quei signori s'ingolfavano nelle proprie fantasie, dimenticando che il secondo miracolo italiano (cioè la non ancora totalmente riuscita devastazione del mondo del lavoro) non era destinato a durare all'infinito. Confondono la speranza con l'ottimismo: è per questo che nessuno li etichetta come lamentosi, è per questo che vengono ancora stancamente applauditi.

Cioè commettono per analogia lo stesso errore di coloro che pensano di vivere di rendita. Come la signora che ha costruito la sua piccola fortuna sul boom della compravendita di immobili e non ha fatto in tempo a ritirarsi dal gioco quando il mercato immobiliare ha avuto una battuta d'arresto. Come l'operaio che aveva costruito il suo tesoretto giocando in borsa negli anni d'oro e scoprendo troppo tardi di aver già bruciato nel mercato azionario l'eredità ricevuta dai suoi. Come il rappresentante che gabba tutti i clienti per raggiungere il bonus e poi licenziarsi e scappare. Il pattern è sempre lo stesso: la speranza ridotta a ottimismo, nella forma dell'idea che basti un colpetto di fortuna per vivere di rendita il resto dei propri giorni.

La terza è che un'azienda quotata in borsa non diventa migliore. E nemmeno più ricca. Le azioni di un'azienda "salgono" quando la speculazione le fa salire, per esempio quando l'azienda annuncia l'intenzione di licenziare personale, oppure quando annuncia la fusione con un'altra. Sui giornali si parla troppo del mercato azionario e troppo poco di lavoro reale: e a furia di sentir parlare di borse, azioni, finanziamenti, nessuno si chiede più cosa produca materialmente l'azienda e quanti posti di lavoro[2] esattamente crei il fatto che le sue azioni salgano del venti, cinquanta, ottanta per cento.[3] Incredibile sentir vantare i Tanti Milioni di Follower del Papa su Twitter (diverse volgarissime cantanti pop ne hanno dieci volte tanto), cioè dei milioni di iscrizioni ad un database privato (oggi quotato in borsa) che "seguono" l'iscrizione del Papa sullo stesso database privato diventando così involontario sponsor aziendale.

Una volta erano i preti a spiegare certe cose alla povera gente. Il contadino diffidente di ogni Grande Novità in Arrivo, lo era perché in quella parrocchietta di campagna c'era un prete che spiegava la dignità del lavoro - proseguimento dell'opera creatrice di Dio -, che ridicolizzava il sogno del vivere di rendita, che faceva notare che l'avidità è anche quella in giacca e cravatta con depliant pieni di numeretti colorati, che il gioco d'azzardo è utile solo al demonio, e che il senso della vita non consiste nel bruciarla per accumulare improbabili ricchezze che provocano la sindrome del "roba mia, vientene con me". Abramo, il Qoelet, Mosè e altre spremutine di Bibbia, per carità, lasciamole come passatempo per i monaci in pensione: per chi va elucubrando di diete, borsa, oroscopi, e non sa neppure come si fa il segno della croce e a cosa serve esattamente la confessione, c'è bisogno di una robusta dose di dottrina cattolica. A cominciare dalla passione per il lavoro e dalla dignità del lavoro.


1) Da allora ad oggi le azioni di Twitter hanno perso più della metà del loro valore, nonostante la continua crescita di Twitter.
2) La tragedia della diffusa disoccupazione ci ha fatto lentamente mettere in secondo piano la dignità del lavoro rispetto ai proclami sul numero di posti di lavoro.
3) Segreto indicibile: il valore delle azioni non influisce per nulla sulla qualità dell'azienda e sul suo andamento. È vero il contrario, e solo nei casi in cui qualche giornale può sbattere un titolone in prima pagina.

lunedì 30 aprile 2018

Hype

Il giornale annuncia una nuova fermata della metropolitana in prossimità dell'aeroporto. Oh, certo, è solo un progetto appena discusso, occorre solo aspettare che si trovino i fondi, sperare che bastino a non far modificare il progetto, sperare che venga approvato e che le date vengano rispettate.[1] Il giornale annuncia una nuova cura per la sclerosi multipla o il tumore o cos'altro. Oh, certo, un nuovo studio parrebbe contenere qualche scoperta positiva, ma da qui a trasformarlo in una cura passeranno molti anni, sperando che non si scoprano effetti collaterali, sperando che le case farmaceutiche non lo trasformino nel solito business miliardario utile solo a chi non sa come sperperare i propri fantastilioni.[2] E quindi il giornale annuncia nuove soluzioni tecnologiche che ci "cambieranno la vita": intelligenza artificiale, auto che si guidano da sole,[3] missioni marziane[4] e quant'altro.[5] Oh, certo, solo che le vere innovazioni sono sempre arrivate sul mercato senza preavviso.[6]

Quel genere di roboanti annunci che "ci cambieranno la vita" vengono definiti hype. Che è il nome elegante dell'aria fritta. La cagnara conseguente è intesa solo a far circolare soldi, attrarre investitori ignoranti ma danarosi,[7] fabbricare false speranze utili al più a riempire le pagine (cartacee e non). Dopotutto il popolo bue è così assetato di notizie...[8]


1) E che il contraccolpo ambientale che chiamiamo degrado non renda pressoché vana l'opera.

2) Il business della chemio è qualcosa di infernale. Anzitutto per i pazienti. Idem quello dei vaccini, e tanti altri. Ma è vietato interrogarsi onestamente, pena etichette infamanti.

3) Diventerebbe tutto più facile se si aggiungesse alla rete stradale sufficiente infrastruttura elettronica (sembra costoso, ma a lungo termine ripaga ampiamente). E invece no: pretendono di farlo usando quella nata oltre cent'anni fa - fatta di strisce disegnate sull'asfalto e cartelli posti su pali.

4) Spedire payload in orbita è estremamente più facile ed economico del lasciare l'orbita pulita. Ma probabilmente si comincerà a parlarne sul serio solo quando ci sarà un incidente "Kessler syndrome" come nel film Gravity.

5) Qui nel nostro piccolo ci permettiamo sempre di sognare un computer che sia pronto a lavorare un attimo dopo aver premuto il tastino di accensione, che non vada pasticciando con aggiornamenti o pretendendo connettività internet nel momento in cui dobbiamo solo lavorare su un documento e stamparlo, che non abbia bisogno di essere riformattato ogni tot mesi, che non esiga decine di operazioni per aggiungere una singola funzionalità...

6) Uber, Facebook, Airbnb, la stessa internet, tutte cose che all'improvviso "c'erano già" e hanno scatenato la corsa all'utilizzo.

7) Da mezzo secolo la ricerca sull'intelligenza artificiale continua ad arrancare ma la Silicon Valley - massima produttrice di hype nel mondo - è riuscita ad attrarre investimenti per sei miliardi di dollari.

8) Spesso ho l'impressione di essere circondato da gente che brama di sapere se Batman riuscirà a sconfiggere il Pinguino e a che punto sia la lotta tra Spiderman e il dottor Octopus. Al punto che anche quando ci si appassiona su notizie serie - come la sorte dei vari Alfie, Charlie, ecc. - è come un domandare ardentemente ai media: su, dai, cosa mi proponi da pensare oggi?.

venerdì 20 aprile 2018

Analfabetismo funzionale e tastino magico

Il vicino di casa si è lamentato del rumore notturno del climatizzatore inverter. E sì, il nonno di notte ha pensato: "oh, che freddo", ha pigiato il tastino del telecomando e ha ripreso a dormire. Il clima è andato a millemila perché la porta del bagno era aperta e la finestra pure. Per cui presto arriverà una bolletta da imprecazioni contundenti e a breve termine potrebbe seguire la prematura morte dell'apparecchio per eccesso di fatica o per improvvisi attacchi di isteria risparmiosa. Da più di qualche anno e con grande sforzo ho tentato di far capire al nonno che il tastino in questione non è magico. Per far funzionare l'aggeggio occorre preventivamente chiudere tutti i boccaporti, d'estate come d'inverno. Niente da fare. Manca proprio l'ABC più elementare del riconoscere la realtà, quello che in genere si insegna ai bambini di tre anni: non esistono tastini magici che appena premuti ti fanno star bene.

Ma nel suo caso non è una regressione, non è demenza. È una mentalità acquisita negli anni recenti. È la "cultura" di chi è approdato dagli anni del dopoguerra (da ragazzino dormiva su tre sedie accostate, le scarpe se le passavano tra fratelli per decenni, si cenava con l'acqua pazza, cioè pane raffermo inzuppato in acqua e olio bolliti) agli anni della tecnologia in cui con un tastino apre il cancello, con un tastino fa il caffè, con un tastino vede le bollette arretrate, con un tastino arriva il pacchetto... finendo per credere che nell'epoca Super Tecnologica sia impossibile che non esista un tastino etichettato "per star bene".

Che poi le specifiche dicano che l'apparecchio è per stanze di venti metri quadrati, poco importa: "lascia la porta un po' aperta, così scaldiamo anche la cucina". Nonno, con la cucina arriviamo a trentasei metri quadrati, praticamente il doppio del carico di lavoro massimo ammesso per quell'aggeggio. Niente da fare, appena vado via si apre la cucina. Ed il compressore della pompa di calore urla di disperazione strangolato dal dogma del Tastino Magico che ti fa Star Bene anche in Cucina. Non è stupidità. Non è ignoranza. È la fervida credenza nel Magico Tastino, cioè il disconoscere la realtà, proprio in quei pattern che lui stesso - forgiato dal lavoro - aveva sempre convintamente raccomandato ("mai caricare il serbatoio a più di tre quarti, mai utilizzare contemporaneamente le due leve, stringere le viti in modo incrociato anziché circolare...": tutti consigli dettati dall'esperienza, dalla realtà stessa delle cose).

La convinta fede nel Tastino Magico trascende tutti gli aspetti della vita e degenera in fatalismo. In un attimo passa dalla modalità guerrafondaio alla modalità "quanto devo pagare?", lamentandosi in modo inversamente proporzionale all'entità del problema, restando sbigottito e alterato quando il Magico Tastino sembra non funzionare. Il nonno si sta adeguando alla mentalità tipica dell'Italiano Moderno, quello che sdegnato si chiede retoricamente: "ho comprato il telefonino, perché non mi permette di chiamare chi voglio? Ho comprato casa qui, com'è possibile che i vicini non siano paradisiaci servitori delle mie fissazioni? Ho comprato il SUV, com'è possibile che non si trova un parcheggio? com'è possibile che non posso sorpassare chiunque?" Ed un pizzico di pigrizia mentale più un pizzico di stanchezza producono quel fatalismo del "mi hanno fregato": è colpa della burocrazia, dell'euro, del governo, dei disonesti, delle banche... e finisce lì. L'esistenza del Magico Tastino postula il diritto di lamentarsi, ma solo col prossimo e solo a parole, perché da qualche altra parte esisterà un altro Tastino Magico da comprare e da premere per risolvere una volta e per tutte quei problemi e finalmente Star Bene.

Non è un problema di galateo o di cultura, ma di mentalità, di educazione a riconoscere la realtà. Se ci fosse un'educazione di popolo... ah, se ci fosse.

mercoledì 18 aprile 2018

Il buonismo favorisce solo i prepotenti

Due soggetti fanno il giro del circondario per raccattare qualcosa da mangiare. La nonna si lasciava sempre commuovere, e nei primi tempi anch'io. Neanche a dirlo, l'incombenza è rimasta a me.

Davo qualcosa in più al soggetto più anziano, per l'anzianità e per la salute malmessa. Ma poi ho visto quest'ultimo aggredire l'altro, con gesti intesi a far male, far male sul serio. E quest'ultimo ha subìto pressoché senza difendersi.

Se ho accuratamente scelto momenti e luoghi in modo da dar qualcosa solo a quest'ultimo, sarà stato per quella parabola in cui il debitore dei diecimila talenti, pur vedendosi condonato il debito, "trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi!"

Quando il soggetto anziano torna di nuovo a mendicare, lo allontano dicendogli che i violenti qui non ricevono niente. Per qualche giorno resta a distanza di sicurezza, senza prepotenza, senza pretendere nulla. Infine gli do qualcosina, ma non ho ancora del tutto dimenticato quelle aggressioni. Si accontenta placidamente, al punto di farmi pensare che ha capito la lezione. Ma qualche attimo dopo aver chiuso la porta, un sospetto mi assale: apro di nuovo e lo vedo aggredire il debole. Lo scaccio via, e mi dico che da oggi solo il debole riceverà qualcosa.

Racconto alla nonna il fattaccio per evitare che si lasci impietosire domani, e puntualmente l'indomani lei è lì al posto mio già decisa a lasciarsi impietosire (maledetto buonismo, nemico giurato della giustizia divina). Non appena vede il soggetto arrogante gli dà con abbondanza, come per rimediare al danno che teoricamente gli avrei arrecato.

Faccio alla nonna una di quelle solenni cantate polifoniche per ricordarle che se io faccio il pompiere e lei l'incendiaria, diventa lei la responsabile delle pedate che il soggetto arrogante presto riceverà con larga generosità dai miei stivali. Si lamenta che sono troppo calcolatore, e io le rinfaccio che quel patetico buonismo produce solo ingiustizie. Lo stato di necessità non giustifica la prepotenza, il buonismo non porta in paradiso, e una robusta suonata di pedate la meriterebbe anche il parroco per aver sempre lasciato intendere il contrario.

venerdì 23 marzo 2018

"Hanno tradito don Giussani e Cristo"

Finalmente anche Negri si accorge di "coloro che, pur di fare pace col mondo, in Comunione e liberazione hanno tradito don Giussani e nella Chiesa hanno tradito Cristo". (Il Giornale, 23-3-2018)

Dispiace solo che il discorso è assai più ampio e generico, ma è già qualcosina.

giovedì 11 gennaio 2018

Una predica per le teste canute

L'immagine che meglio mi resterà impressa di tutti questi anni di appartenenza al movimento è quella di una distesa di nuche in una grande aula. Fui colpitissimo le prime volte che da ragazzino partecipai ad attività del movimento, dal fatto che tutti fossero attenti, presenti, coinvolti. Fino a quel momento avevo solo l'immagine dei raduni parrocchiali, sociali e familiari, dove l'attenzione è optional, la presenza è meramente fisica, il coinvolgimento è al più emozionale e passeggero.

A distanza di tutti questi anni l'immagine è ancora viva. Al ritiro di Avvento del movimento c'era ancora quella distesa di teste davanti a me. Mi sono chiesto cosa fosse cambiato, mentre il vicino di sedia spediva un tweet dal suo iPad, forse per vantarsi di essere lì.

Il primo cambiamento è nel colore dei capelli. Bianco. Dappertutto. Lo noto perché da ragazzo mi pareva rilevante che un anziano prendesse sul serio le stesse cose che noialtri giovani e adulti avevamo a cuore. Dopo tutti questi anni, quelli che erano adulti sono ancora lì, fedelissimi. Sarebbe un buon segno, se solo in questi anni fossero state vietate nuove adesioni.

Il secondo cambiamento è che la sala non era piena. All'epoca si dovevano aggiungere sedie ovunque e occupare ogni centimetro utile, col rischio - fino all'ultimo minuto - di lasciar gente in piedi. Dunque i fedelissimi sono ancora tutti lì, altri hanno abbandonato, e i "nuovi" sono pochi. Man mano che osservavo crescere questo fenomeno me lo spiegavo col concetto della porta girevole: tanti entrano, tanti escono - non per niente si chiama "movimento" anziché "associazione". Ma questo non basta più a far capire la notevole percentuale di capelli bianchi in sala. Significa che lo zoccolo duro del movimento, almeno lì, è composto da quelli che entrarono all'epoca e da anziani entrati nel frattempo. In entrambi i casi significa che il movimento non ha più molto da dire ai giovani - e son passati più di trent'anni da quando don Giussani lamentava uno svuotamento ("effetto Chernobyl") nei giovani.

Il terzo cambiamento è che all'epoca avevo la netta impressione che i capi del movimento fossero personalmente coinvolti in ciò che dicevano dalla cattedra. Quando nominavano Cristo, non stavano facendo una predica, ma trasmettendo qualcosa di importante e di urgente, qualcosa di cui non riuscivano a fare a meno di annunciare. Stavolta, invece, era una brillante predica ciellina della durata preconfezionata di sessanta minuti.

Il guaio delle prediche è che quando già ti hanno annoiato a morte paiono annunciare di star entrando nel punto conclusivo. Che poi si sviluppa in ulteriori due punti conclusivi del conclusivo. I quali a loro volta raddoppiano in due punti conclusivi di ogni punto conclusivo del conclusivo. Così si procede per altri quarantadue fastidiosissimi minuti, per terminare all'improvviso. Te ne accorgi perché nel torpore realizzi che da parecchi secondi il predicatore non parla, e il tuo cuore urla di gioia quando il soggetto accanto a lui annuncia "passiamo agli avvisi".

All'epoca ero assetato di ascoltare perché avevo la continuamente rinforzata certezza che quei capi erano lì non per ammannirci una predica, ma per trasmetterci il meglio che avevano, che invariabilmente riconoscevo come buono e necessario anche per me. Già all'epoca venivamo messi in guardia dal non ridurre il movimento ad un discorso sul movimento, a non spegnere la sete che avevamo dentro, a non considerare quelle parole col "già visto, già sentito, già so". Un invito, insomma, a non lasciarsi distrarre. Un invito superfluo per chi giunge lì con una sete dentro, perché in tal caso ti accorgi di venir dissetato anche da quelle cose "già viste, già sentite, già sapute".

Stavolta c'era invece la brillante predica ciellina, con proliferazione esponenziale di punti conclusivi. Don Giussani, in tempi non sospetti, diceva che se la scuola di comunità non ti cambia allora è inutile andarci. Evidentemente già intravedeva la riduzione del movimento ad un discorso sul movimento. Già prendeva precauzioni contro il passaggio da "capo" a "capetto", contro la riduzione degli incontri a somministrazione di omelia zeppa di punti conclusivi, in fin dei conti contro la riduzione del movimento a club per il tempo libero appetibile al più alle teste canute.

mercoledì 11 ottobre 2017

User Experience

Lo storico Barnes and Noble perde tragicamente terreno rispetto ad Amazon. Motivo: vende qualcosa di fisico anziché un'experience. Blockbuster è ridotto all'ombra di sé stesso, perché vende un prodotto anziché un'experience: Netflix vende solo il prodotto, ma col vantaggio che non devi uscir di casa. Anche il Pizza Hut, una volta superiore (anche come costi) rispetto ai vari Wendy's e McDonald, non vende più un'experience ma un prodotto, facendosi superare dalle experience dei McDonald stessi con la loro paccottiglia per bambini. Leggo poi del boom dei Dave and Busters, locali zeppi di videogiochi e di schermi che trasmettono sport, in cui si può mangiare. Cioè vendono experience, sperando di fare concorrenza ai cloni di KFC e McDonald. Siamo nell'epoca di Facebook, l'experience[1] è il piatto forte. O vendi experience più il contorno[2] oppure è una guerra al ribasso sui prodotti (come i vari KFC).

L'experience, dunque, non è "esperienza" ma sensazioni. È qualcosa in più del locale commerciale arredato con cura e gusto. È l'arte del venderti sogni, l'arte del farti pagare per sognare.

Qualche mese fa un amico, di passaggio a New Orleans, si fermò al sopracitato Dave and Busters. Mi racconta scene da terzo mondo. Tre quarti dei presenti sono ragazzetti negri, principalmente impegnati a raccattare gli avanzi delle consumazioni altrui, oppure a fingere di giocare davanti a qualche arcade finché qualcuno non li manda via. Vede uno dei ragazzetti sfilare una card da un videogioco e scappar via, lasciando la ragazzina (bianca) a piangere. "Poi dicono che uno diventa razzista", mi dice. Mi racconta poi della tipica scena al KFC coi negri (anche i niggers dalla pelle bianca) ai rubinetti gratuiti a riempirsi di bevande colorate il boccione con incontrollata avidità[3] senza capire che l'experience prevede esattamente quello, il sogno di tracannare senza limiti lodando la propria astuzia.

Non è difficile identificare chi ti fa pagare l'experience: se comincia col dirti "oggi finalmente puoi..." allora ti sta vendendo sogni.


1) Mi tornano in mente queste cose dopo aver accompagnato un'amica alla Feltrinelli a comprare... carabattole. "Esperienza", cioè ciondolare tra gli scaffali a dire "che bello, che bello". A fotografare lo scaffale dei libri "a sorpresa", impacchettati con lo spago, come se il solo fatto di essere inchiostro su carta proveniente da tipografie di medio-alta tiratura implichi un sorprendente valore. E ad eseguire il liturgico acquisto di qualcosa di inutile come gesto di cortesia nei confronti di chi ti ha approntato l'experience.

2) Dall'Apple alla parafarmacia del paesetto è tutta una gara a contornare di experience i propri prodotti.

3) Come se in Italia non avesse mai visto scene del genere. Come se nessuno sapesse che quelle bevande sono miscelate al momento dall'apposita macchina da sacchetti di polverine prodotte industrialmente a costo quasi zero. Come le orwelliane macchinette fabbrica-romanzi e fabbrica-canzoni ad uso dei prolet, antesignane dell'industrializzazione dei circenses.

mercoledì 23 agosto 2017

Far soldi giovanili a palate

Ero a cena da amici. La figlia, sui dieci anni, sogna - come ormai tutti quelli della sua età - di diventare una famosa youtuber che guadagna cataste di milioni facendo un po' di smancerie davanti a una webcam. Il sogno di far soldi a palate con zero fatica e massima vanità calato addosso a una ragazzina di dieci anni - e non è il primo caso che mi capita.[1] Vuole consigli. I genitori mi guardano con estatico interesse.[2] Resto lì imbambolato come un pesce surgelato, perché in un istante mi si accavallano diverse immagini in testa.

La prima viene da non ricordo più quale romanzo. Un sacerdote rimedia ad una fanciulla i soldi per realizzare il sogno di diventare ballerina.[3] La fanciulla, come tutte le donne di spettacolo, si rovinerà la vita passando di letto in letto.

La seconda è un amico cineoperatore che mi raccontava amareggiato la foga dei suoi capi nel ricordargli di inquadrare il più frequentemente possibile le curve delle signorine semisvestite impegnate nelle solite mignotterie. Non era per moralismo o per fede: era per la delusione. Sognava di contribuire alla produzione di qualche bel film, di qualche serie di successo, e invece si ritrova a riprendere con la massima tecnologia immaginabile scene di estrema cafoneria e pornografia di fatto.

La terza è quando una praticante non fu assunta perché i suoi social network avevano contenuti un pochino imbarazzanti per una donna della sua età. Ma senza il quotidiano raccolto di Like la signora non riusciva a sentirsi a suo agio. E la quarta è il sottoscritto da bambino a cui qualcosa aveva suscitato la sete di provare tutto ciò che gli fosse stato proibito, specialmente quando senza convincenti e dettagliate spiegazioni.[4]

Così, in un attimo, accetto il compromesso - non posso fare una lezione di teologia e morale a chi ha già eletto di farsi vedere su youtube - e, nella segreta speranza di far leva sulla sua pigrizia mentale, elargisco qualche Importante Consiglio Professionalmente Tecnico: nel girare i video, non avere un background che distrae, non avvicinarsi alla videocamera per evitare di uscire in parte fuori campo, chiudere porte e finestre per non arricchire l'audio di rumori della strada, aver davanti (fuori campo) un testo scritto da recitare in modo da non intervallare con i noiosi "uhm beh allora insomma"...

C'è un che di diabolico nell'evoluzione della vanità giovanile in fissazione di poter fare soldi a palate adoperando la propria immagine. Cioè nell'aver smesso di ricordare - a casa come in famiglia - le lezioni del passato prossimo. Tredici anni fa Youtube non esisteva. Tredici anni. Un soffio.


1) È come per quei ragazzini che credono di diventare ricchi da un giorno all'altro con poche cliccate del mouse investendo la propria paghetta in qualche altcoin e imbroccando il momento magico del mooning, cioè di quando il valore schizzerebbe in alto fino alla luna.

2) Chissà se in quel momento pensavano solo a vantarsi "mia figlia è già un'affermata YouTuber", oppure stavano già calcolando come gestire il tumultuoso fiume di soldi che riceveranno.

3) Il sacerdote in questione, tutto pio e generoso, era talmente convinto di far del bene da illudersi che la donzella avrebbe sempre resistito ai meccanismi perversi di quel particolare ambiente.

4) Per questo mi fu concesso di fumare una sigaretta quando lo chiesi seriamente. Quando ebbi tra le dita quella roba fumogena e puzzolente, istintivamente mi ritrassi. Mai fumato una sigaretta in vita mia.

lunedì 21 agosto 2017

MilanoMilano

Una curiosa malattia della nostra società: la divisione netta tra tempo passato lavorando e tempo passato godendosi la vita. Come se il tempo speso sul posto di lavoro non fosse vita, ma fosse solo il prezzo da pagare per poter sentirsi vivi, per pagarsi tempo "vivibile". Prima lavorano tutto il giorno, e poi la sera devono "esagerare". Dopo tutta la settimana, il week-end in cui si deve "esagerare". Dopo qualche mese di lavoro, in occasione di ogni ponte o di ogni settimana di ferie, occorre "esagerare". Come se la vita finisse in caso di assenza di "esagerazioni".

Così, abbiamo questa vecchia conoscenza che una quindicina d'anni fa ha lasciato il paesello per andare a lavorare a Milano. Per conquistare quella che considerava la sua libertà. E la prima cosa che ha fatto lì è stata adeguarsi a quella moda: da un lato lavoro senza sosta, e dall'altro esagerazioni senza sosta.

Alle soglie dei quarant'anni, si iscrive al corso di canto. Moderno. Canzonette anni ottanta. Prima lezione, il maestro super esperto la rimprovera... senza sosta, perché a Milano è tutto senza sosta. Severissimo, dicono che sia bravo, in realtà lo fa per togliersi dalle balle gli sfaccendati che credono di comprare un talento senza altro impegno che pagare la tariffa. Invece di mandarlo a cagare, lei prenota le lezioni successive, e l'esimio professore assegna anche i compiti per le vacanze: esercitarsi sulla Donna Cannone, che dovrebbe essere un brano famoso (non fatemelo cercare con Google). Ma forse ha prenotato solo perché a quel corso - al pari del corso di ballo, della piscina, del club - si possono conoscere dei single.

Single, sì. La menopausa incombe, e dopo aver passato tutta la vita fertile a evitare di diventar mamma, decide che le occorre trovare un compagno con cui fare un figlio. Unirà l'utile e il dilettevole, prenotando una vacanza a Rimini. Mi chiede se conosco Rimini. Certo che la conosco, ci andavo almeno due volte l'anno - per gli esercizi spirituali e per il Meeting del movimento. Ma no, tu non la conosci, tu a Rimini non vai mai per divertirti. Oh, cielo, divertirsi a Rimini: e cosa c'è di tanto divertente? Girare per negozietti e localini in mezzo a un fiume di gente in attesa di occasioni di peccare contra sextum?

Mi confida che intende tornare a una certa vacanza per single, una cosa organizzata per far incontrare la domanda e l'offerta. La tanto agognata libertà della donna ha prodotto solo una catasta di attempate ultratrentenni single che lavorano per pagarsi il tempo "vivibile" (quello dove si "esagera") e che nel frattempo avvertono con con crescente allarme l'avvicinarsi dell'ultimo rintocco della fertilità.

Ha ripetuto liturgicamente il solito discorso sulla necessità di una reciproca attrazione fisica e mentale (come se questi due ingredienti, una volta apparsi, fossero garantiti a vita... e come se avesse dimenticato di essere già da troppi anni nella fase declinante della propria vita fisica). Ha setacciato la comitiva di amici, il gruppo del corso di canto, i compagni di classe del liceo, per accorgersi che gli unici single sono solo i soliti rimasugli stantìi del fondo del magazzino. I principi azzurri hanno già tutti moglie e figli - e quelli divorziati hanno già sottomano qualcuna più appetibile. E sullo sfondo, questa società del "guadagna-consuma-crepa" si sta estinguendo.

Intanto il suo "ex" fidanzato col quale da giovane spese sette o otto anni di fidanzamento lavora presso una stazione di servizio col terrore di essere prima o poi sostituito da un extracomunitario. L'età e la forza di gravità lo hanno trasformato: il palestrato di una volta vede sbiadire e trasformarsi in modo goffo i suoi primi tatuaggi, non riesce a liberarsi della pancia da bevitore, ha una pelle che sembra una giacca spiegazzata, sembra un sessantenne in ogni dettaglio - salvo il fatto di avere appena 45 anni. Vive in perenne attesa del giorno di paga: qualche tempo fa è stato ridotto al lastrico dalla ex moglie che sposò convinto della reciproca "attrazione fisica e mentale". È già tanto che abbia ancora una vecchia Hyundai usata, che costituisce l'oggetto delle sue preghiere-imprecazioni mattutine finché non si accende il motore. Talvolta riesce perfino a chiedersi cosa sia andato storto nella sua vita.[1]


1) A questo scenario manca solo il giovane parroco che durante la predica dica che bisogna farsi tutti evangelizzatori e leggere una pagina di Vangelo ogni giorno e commentarla in famiglia. Se gli va bene, i due soggetti citati in questa pagina si limiterebbero a indirizzargli un'occhiataccia interrogativa: da quale remoto pianeta sei appena arrivato?

domenica 20 agosto 2017

Fantozzi aveva improvvisamente capito di doversi dare al ciclismo

La seria crisi del movimento di Comunione e Liberazione era già cominciata da anni ma fu ufficializzata da quella sferzata a piazza san Pietro due anni fa, che dai piani alti ci comandarono fin da subito di spacciare per carezza. La recente intervista di don Carrón conferma quell'ordine perentorio di scuderia insistendo nel sostenere la teoria dei Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti[1] che forse non sono tanto grandi, e ancor meno radicali, e ancor meno senza precedenti, visto che noialtri popolino bue veniamo ossessivamente considerati incapaci di notare.

Ho sempre diffidato di coloro che ad ogni questione replicano cambiando discorso e infilando le parole "ben altro". Me lo ha insegnato il movimento, a diffidare di chi declassa questioni teologiche a pastorali, psicologiche, politiche, quando non addirittura a slogan e sofismi. Me lo ha insegnato don Giussani, specialmente per ciò che riguarda la fede, il riandare agli aspetti essenziali piuttosto che crogiolarsi nel benaltrismo. Per questo mi addolora leggere don Carrón paragonare le esternazioni del Papa al linguaggio sì duro, ma non imbarazzante, usato da Cristo. La fedeltà al Suo Vicario andrebbe intesa come tifoseria? Quando il Papa fa un pasticcio, occorre in verità tacere e pregare perché si ravveda e confermi i suoi fratelli, non ostentargli appoggio incondizionato, non tentare di far sembrare sacrosanta e infallibile l'imbarazzante esternazione.[2] Quando dice che Bergoglio sarebbe la "radicalizzazione" di Ratzinger, restiamo a bocca aperta pensando che si tratti di una barzelletta di cattivo gusto.[3]

Ed è imbarazzante perché il Papa non si rivolge a qualche novello Zaccheo - che, ricordiamolo anzitutto a Carrón, già desiderava vedere il Signore e ha cambiato vita ancor prima che il Signore entrasse in casa sua. Ed è imbarazzante che Carrón ci ammannisca un discorso su un'imprecisata libertà, imprecisati conflitti, imprecisati confronti, imprecisato ottimismo... ma scusate, Carrón è il capo del movimento o è l'ultimo arrivato in Azione Cattolica? Non è che a un discorso fumoso si appiccica l'etichetta "Cristo ha incontrato" e improvvisamente il tutto diventa ciellinissimo e cattolicissimo.[4] Un sazio perbenismo non si combatte con un perbenismo imborghesito, e ancor meno un donchisciottesco attaccare nemici pressoché inesistenti, come il presunto moralismo dei presunti fanatici delle regole, sostituito da un incontrismo senza regole in cui magicamente l'incontrarsi fa diventare tutti più buoni.[5]

Ma forse Carrón, dopo due sessenni alla guida del movimento, ha in agenda qualcos'altro.


1) Per parlare di "cambiamenti" occorre precisare rispetto a cosa. E perciò dare anche un giudizio. Mancano nelle scuole di comunità sia il primo che il secondo. Un cambiamento di cui è vietato parlare è -ad esempio- l'avere un Papa di cui vergognarsi. Un altro tabù è l'autoriduzione del movimento a ciò che avevamo sempre criticato, a partire dalle alte sfere. Ma non sono questi i "grandi cambiamenti epocali" di cui parla Carrón.

2) Che il Papa abbia sempre bisogno di "ravvedersi" per confermare i suoi fratelli non è un'opinione. C'è qualcuno che si è ravveduto di più, qualcuno di meno. Questi due punti dovrebbero essere sufficienti a capire che è un errore madornale l'atteggiamento di tifoseria, e lo sapeva anche don Bosco, e lo sapeva ancor più l'Apostolo delle genti.

3) A chi si rivolge esattamente Carrón? Nonostante la collaudata abilità dialettica, ad un lettore più attento non sfuggirà che il suo papismo di maniera è stato inserito a forza nell'intervista per farlo apparire compatibile con la terminologia in voga nel movimento. Dico terminologia perché ho l'impressione che Carrón abbia annacquato i termini quanto basta, come se l'intervista fosse mirata a spacciarsi - dentro e fuori del movimento - per tifoso ultrà di papa Bergoglio. Ma a che serve esattamente?

4) Questo metodo funziona solo al contrario. Prendi una torta di qualsiasi qualità, appiccicale sopra una defecazione del tuo cane, e il risultato è sempre uguale qualsiasi torta tu abbia scelto.

5) È anche peggio di quando a furia di parlare di avvenimento i ciellini dimenticano che se avvenimento c'è stato, c'è poi anche l'invincibile sete di conoscenza delle verità di fede.

domenica 6 agosto 2017

Presto! Prepara una domanda intelligente!

Un problema fondamentale della scuola italiana è l'aver sempre promosso la mentalità del mettersi in mostra. Come se contasse non la capacità di analizzare e risolvere i problemi, non la capacità di sintesi e lo spirito critico, non la capacità di vedere anche ciò che il libro non mostra, ma solo l'indovinare la rispostina prima degli altri, per trasformarsi da spettatore a protagonista e guadagnare invidiosi applausi. "Presto, presto! prepara una domanda intelligente!" Cioè: diamoci da fare per metterci in mostra. La scuola-telequiz non è un fenomeno recente, anche se certi intrattenimenti televisivi dell'ultimo mezzo secolo hanno pesato moltissimo nel consolidare la mentalità.

Al sottoscritto brucia ancora il ricordo degli anni spesi nell'assecondare gli insegnanti nel loro sterile nozionismo.[1] E fa ancora sorridere il ricordo dello sguardo avvelenato di certi compagni di classe, esperti della risposta rapida e della "domanda intelligente", quando con aria annoiata li battevo sul tempo: il danno e la beffa.

Un vecchio proverbio americano dice che educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco. Nella scuola italiana - e soprattutto nella burocrazia scolastica italiana - lo scopo ultimo è di riempire un secchio, litigando al più su come lottizzare lo spazio disponibile nel secchio.[2] Un insegnante di mia conoscenza è stato redarguito dal preside perché bisogna essere indifferenti rispetto ai contenuti, e i contenuti vanno rispettati secondo il piano prestabilito. Vietato esprimere giudizi, vietato guardare più in là. Mi chiedo, a questo punto, a che serva pagare un insegnante visto che per la lezione frontale può essere sostituito da un registratore e per le interrogazioni può essere sostituito da questionari prestampati. Ma poi chi farà la "domanda intelligente" per mettersi in mostra e surclassare gli altri?

Il risultato di quest'intelligentismo è che quando parli non ti ascoltano. O hanno una "domanda intelligente", o devono farti capire che loro sapevano già come si fa. Cioè un'ignoranza piena di sé.


1) Fu paradossalmente una vera fortuna cominciare il lavoro e gli studi universitari con tutta l'ignoranza che aveva saputo darmi la scuola. Appresi con passione, con sete di conoscenza, partivo dall'idea di essere ancora ignorante. I colleghi "secchioni" proseguirono nel metodo del riempire un "secchio" di nozioni, ma nonostante i centodieci-e-lode e tutti gli extra, non riuscivano a sviluppare né l'intuito, né la creatività, né la passione, e nemmeno quel saper esprimersi in modo frizzante tale da attrarre l'interesse sia dell'esperto che del principiante.

2) Come in tutte le lottizzazioni, bramano di infilare dodici o tredici litri in un secchio da dieci, e c'è sempre qualcuno che non vuol rimanere in disparte e pretende di aggiungere un quattordicesimo litro.

sabato 5 agosto 2017

Effetto cobra

Secondo un diffuso aneddoto, durante il protettorato inglese sull'India, i governanti inglesi a Delhi, preoccupati per la diffusione dei serpenti velenosi cobra, stabilirono una ricompensa per chiunque avesse consegnato un cobra morto. Dopo il successo iniziale, gli indiani si diedero da fare per allevare cobra da consegnare per riscuotere il premio. Il governo, venutone a conoscenza, ovviamente smise di pagare, col risultato che gli allevatori di cobra si sbarazzarono delle ormai inutili bestie... senza ucciderle. Il risultato fu che i cobra in circolazione risultarono molti di più rispetto alla situazione iniziale.

Secondo un altro aneddoto, storicamente più documentato, durante il protettorato francese in Vietnam, i governanti francesi stabilirono una ricompensa per ogni topo ucciso, da pagarsi dietro la presentazione della coda. Non ci volle molto a vedere Hanoi infestata da topi con la coda mozzata: i vietnamiti non uccidevano i ratti perché altrimenti non si sarebbero riprodotti e sarebbe terminata la fonte di guadagno.[1]

Fra il 2000 e il 2005 negli Stati Uniti venne approvata una legge per alleggerire il carico fiscale ai proprietari delle ferrovie che avessero "ammodernato le linee". I diretti interessati subito ne approfittarono, smantellando le linee poco usate (presentando la cosa come prima fase dell'ammodernamento) e vendendo i metalli avanzati alla Cina. Che era in pieno boom e disperatamente a caccia di acciaio, anche usato. Pochi anni dopo - già dal 2009 - le compagnie ferroviarie lamentavano di non trovar più posto dove parcheggiare vagoni. Negli stessi anni, in Italia, ugualmente partiva un ammodernamento che ha "snellito" la rete, cioè l'ha impoverita.

Ma è fin dagli Atti degli Apostoli che abbiamo notizia di storpi che temendo il miracolo della guarigione (cioè la fine dei propri guadagni, miseri ma comodi perché l'elemosina non è un lavoro) preferirono nascondersi. L'avidità umana fa dimenticare - o considerare tutto sommato tollerabile - qualsiasi problema: Franza o Spagna, purché se magna. Anzi, una volta associato il problema al guadagno, l'uomo tende a far permanere il problema pur di non perdere il guadagno. Ai vietnamiti che più soffrivano il problema dei ratti, suonava più importante un topo vivo (capace di generare nuovi topi dotati di coda) che uno morto. Agli indiani che rischiavano ogni giorno la morte per un morso di cobra, venne non solo l'idea di allevarli (come se il denaro degli inglesi fosse infinito e aspettasse solo loro), ma anche di sbarazzarsi dei cobra non più riscattabili... lasciandoli vivi (troppa fatica uccidere le pericolose bestie, e poi un dispettino agli inglesi tirchi ci sta bene, no?).

Questa dinamica funziona ovunque - scuola, lavoro, giochi, frivolezze, perfino affetti - e se ne teorizza perfino lo sfruttamento a proprio vantaggio - schemi Ponzi, pubblicità virale, ecc.


1) La prima volta che ho osservato personalmente un "effetto cobra" fu diversi anni fa, quando le compagnie telefoniche italiane offrivano minuti gratis e autoricariche: un conoscente si vantava di aver lasciato nel cassetto della scrivania due telefonini accesi e sotto carica, col primo che riceveva una telefonata dal secondo per ore intere, estraendo "autoricarica" a danno di due canali cellulari perennemente occupati. Oppure un altro, che avendo scoperto che all'epoca la TIM fatturava le telefonate circa undici minuti dopo l'inizio della chiamata, faceva solo mini-ricariche in modo da arrivare con pochi centesimi di credito, e approfittare lì per telefonare a sbafo per undici minuti alla tariffa super costosa.

mercoledì 26 aprile 2017

La morte nell'epoca Facebook

Grazie a Facebook ho appreso in modo del tutto casuale della morte di una compagna di liceo. L'ho appreso dai commenti costellati di frasette genericamente religiose e di "RIP" a margine dell'ultima vignetta che aveva condiviso sulla sua "bacheca" poco più di due anni fa.

Non ricordo di aver scambiato con lei più di qualche banalità negli anni del liceo, dopo i quali ognuno prese la sua strada. Una morte così, per un tumore, a quell'età, ti lascia senza parole, e ti ritrovi a rifletterci e a pregarci anche settimane dopo. Tanto più che la sua bacheca Facebook diceva qualcosa dei suoi ultimissimi anni.

Diceva il solito elenco di trite banalità. Le solite vignette acchiappa-Like. Le solite foto delle riunioni. Le solite foto dei dolci. I soliti commenti degli amici. Insomma, il solito affannarsi a dire al mondo - tramite la piattaforma americana - "ehi, ci sono anch'io", e l'aver trasformato questo grido di solitudine in un passatempo quando si aspetta il treno, in un'urgenza, in un gesto di galateo... mentre la vita vera, quella che nelle "bacheche" raramente si nota scorrere perché al più se ne vedono i risultati finali, sta continuando.

Ricordo tante bacheche Facebook come la sua improvvisamente ferme da qualche anno, improvvisamente abbandonate. Potrebbe essersi guastato il computer o il cellulare, e il proprietario aver perso la password della sua bacheca, o perso l'abitudine e l'interesse a usare Facebook, o la sua vita scossa da qualche evento tale da considerarlo inutile per qualche tempo. Oppure può darsi che sia morto. Non è che Facebook, i blog, i forum, vengano avvisati di un infarto, di un incidente stradale, di un cancro. Come ad esempio il blog di Ritina, che è ancora lì, molti anni dopo la sua morte. Prima o poi Facebook potrebbe cambiare policy riguardo agli account su cui non si registrano più attività da diversi anni (ma non credo che lo farà presto, visto che chiudere utenze è contro i suoi interessi commerciali).

Da un po' di anni Facebook ha cambiato rotta di 180 gradi e spinge verso impostazioni di privacy paranoiche punzecchiando coloro che continuano a riempire la propria bacheca di contenuti in modalità "visibile a tutti". Questo significa che se il proprietario muore e tu non eri nella sua lista amici, non vedrai neppure i commenti RIP. Vedrai solo pochi rottami di quella sorta di suo testamento informatico fatto di frasette mielose, banalità che vorrebbero sembrare argute, cibo, riunioni, animali domestici, vacanze, e altre frivolezze (sono da considerare tali anche i proclami politici, religiosi, sportivi, che quando espressi su Facebook non hanno mai fatto cambiare idea a nessuno). Come se davvero vivessimo anzitutto per questo. Come se quella bacheca fosse sfogliabile in eterno in ogni pagina dall'inizio alla fine, e i Like valessero come punti di bonus in paradiso.

Scherzo spesso sul fatto che grazie a Facebook e Google è possibile, con buona probabilità, conoscere tante cose di persone con cui non sei più in contatto e di cui probabilmente ti interessa restare alla larga, volendo solo soddisfare una curiosità momentanea. Il tuo piccolo mondo non si rimpicciolisce col passare degli anni, non si limita a famiglia, attuali vicini di casa e attuali colleghi di lavoro: ed è una gran cosa, dal momento che pochi anni dopo aver lasciato un ambiente (scuola, sede di lavoro, abitazione) non riesci più a ricordare i nomi di coloro che ti erano stati accanto pressoché ogni giorno. Tanto più quando si tratta della loro morte.

Io e lei abbiamo speso cinque anni di adolescenza nella stessa aula. Ricordo il timbro della sua voce pur non avendo mai avuto da dirle altro che le solite banalità ambientali. Mi resterà il ricordo della sua bacheca Facebook tristemente identica a tutte le altre. Pur non avendo avuto molto a che fare con lei mi resterà il magone di qualche sera fa, nel riflettere sul senso della vita dopo aver appreso di quella morte, e di essermi rigirato nel letto per un po' incapace di prender sonno.

domenica 2 aprile 2017

Solo un altro prestitino, per una giusta causa...

Ho perso il conto di quante volte mi son sentito dire dai nonni che i soldi "non si prestano nemmeno agli amici più cari". Ma in diverse occasioni, pur in perenni ristrettezze economiche, ho prestato, perché è difficile dir di no a un amico in difficoltà. Certe volte ho rivisto i soldi, altre volte non ho più rivisto né i soldi né l'amico. Ed al prossimo candidato alla sparizione non ho saputo dir di no. Come si fa a dir di no ad un amico d'infanzia, di fede, di studi e lavoro?

La vecchia saggezza dei bisnonni non dava spiegazioni perché sono troppo lunghe: chi pretende di capire tutto ha bisogno di finirci dentro fino al collo. Per capire occorre aver prestato ripetutamente ad un caro amico pur avendolo sentito giurare sempre che è "l'ultima volta" che bussa a denari, pur avendolo visto mandare a monte matrimonio, casa, lavoro, dopo essersi inimicato - sempre per soldi - amici e familiari. Ci si rende conto di quella "vecchia saggezza" solo quando finalmente si cominciano a notare le discrepanze - sottili ma significative - nel lungo fiume di convintissimi discorsi che l'amico ha fatto per prepararsi a chiedere un altro prestitino.

Dato che la mia vita è stata un'interminabile catena di complicazioni, tendo a prendere sul serio chi torna da me con una faccia desolata a dirmi che c'è un imprevisto in più. E poi "il denaro non dorme mai": anche se non ho mai nuotato nei soldi come zio Paperone, mi secca lasciarlo fermo. A costo di prestarlo ad un amico che non si sa quando potrà rendermelo, quasi come se fosse un dono che a sorpresa, imprevedibilmente, potrebbe un giorno fruttare.

L'amico ha infatti finalmente trovato lavoro nella Grande Città. Dove tutto costa il triplo rispetto che al paesetto. Dove però le opportunità sono tante, dove un caffè o una breve telefonata cambiano il destino. Senonché la scorsa notte, per l'insonnia dovuta ad una cattiva digestione, mi è capitato di riflettere su quelle "discrepanze". Ho avuto un sussulto quando non sono riuscito più a scacciare l'ipotesi che i soldi che non volevo far "dormire" sono finiti nelle mani di un abilissimo raccontaballe. Donare è una forma di investimento: ma si dona quando si ha una ragionevole speranza che tale investimento non sia uno spreco. Sono disposto a donare, ma detesto veder sprecato anche un solo centesimo.

In diverse occasioni della mia vita, di fronte a situazioni complicate e avendo davanti persone che esigevano in tre secondi un completo ragionamento in bianco e nero con buoni da una parte e cattivi dall'altra, ho dovuto rinunciare a spiegarmi perché avrei fatto la figura del contaballe. Per questo, quando sto dall'altra parte della barricata, non mi insospettisco subito di fronte a chi non riesce a spiegare tutto in poche, chiare e semplici parole. Col risultato - purtroppo - che l'apertura mentale rischia di degenerare nell'ingenuità. E che il vecchio amico di una vita intera, lì nella Grande Città, magari non sta lavorando ma sta solo stancamente aspettando che gli piova magicamente addosso qualche Grande Occasione (o almeno qualche occasioncina per tirare a campare anche il mesetto successivo).

Una menzogna può essere costituita anche dal 99 per cento di verità e dall'un per cento di aspettative spacciate per realtà concrete. Un mentitore non è necessariamente un professionista dell'inganno: il più delle volte è in buona fede convinto di poter infilare qualche aspettativa nel discorso dandola per dato acquisito. Salvo poi subire la doccia fredda della realtà. È possibile che lasciando lo stabile, l'ultima sera, sia andato a nanna pensando "per i mobili domani si vedrà". E invece ha visto solo la dipartita di un altro mese di fitto, inutilmente pagato per consentire ai mobili di raccogliere polvere. Oppure quando ha deciso che non può rimanere senza auto, e perciò ha rinnovato l'assicurazione al vecchio catorcio che continuamente ha bisogno del meccanico. Oppure quando ha deliberato che una certa spesa è passata a sorpresa dalla categoria del frivolo a quella del necessario, e che bisogna subito approfittare dello sconto altrimenti cambierà di nuovo categoria.

Sono poche le persone che non si fanno istupidire subito dai miasmi dello "sterco del demonio", la cui principale caratteristica è quella di cortocircuitare ragionamenti, osservazioni, ideali, decisioni.

lunedì 27 marzo 2017

Stroncatura postuma dello Young Pope

Col ritardo tipico di chi aveva altro a cui pensare, ho finalmente trovato un po' di tempo per vedere qualche episodio di The Young Pope,[1] forte del fatto che amici del movimento a suo tempo me lo vantavano con i soliti "ooh" emessi da bocche "a culo di gallina" (e soprattutto del fatto di non aver letto all'epoca recensioni ma solo qualche improvvisato elogio dell'immagine di un Papa conservatore ma ateo e fumatore).[2]

Come facilmente prevedibile, quegli amici erano affetti dalla solita sindrome dei denti bianchi:[3] per qualche singolo aspetto marginale interessante avevano deliberato di acclamare l'intera carogna. In realtà è stato già faticoso resistere fino alla fine del primo episodio, e con ferrea volontà fino al terzo. Quella serie, per dirla in termini fantozziani, è una cagata pazzesca, un'americanata che al massimo è stata ispirata dal tremendamente lassativo Habemus Papam di Nanni Moretti, e qui potrei già concludere la recensione.[4]

La fotografia, anzitutto, è esclusivamente funzionale ai turisti americani che considerano la Santa Sede una graziosa[5] collezione di edifici d'altri tempi, in cui pullulano persone con abbigliamento d'altri tempi con sullo sfondo opere d'arte d'altri tempi, riuscendo a far peggio persino di Moretti.

I personaggi - a cominciare dal protagonista - sono effettivamente rifiniti con una vecchia ascia senza filo: la serie si attarda a lungo su particolari inutilmente secondari laddove una singola breve inquadratura (il cardinale che legge il Corriere dello Sport) poteva bastare e avanzare. Non hanno anima, non hanno ideale, non hanno nemmeno intelligenza: sono scatole vuote che emettono frasette preconfezionate, recitano una parte che non sentono loro e, per chi conosce l'untuosità tipica del clero, sono più prevedibili di una Peppa Pig.[6]

La trama esige non una suspension of disbelief, ma un'ottundimento da lauto pasto: fin dall'avvio fantascientifico dell'elezione di un pontefice di cui i cardinali non sapessero già tutto, sembra che l'autore della sceneggiatura provi sadico piacere nel relegare improvvisamente a un piano secondario quello a cui aveva dedicato tutte le premesse per renderlo primario, oltre che dell'infilare in modo dilettantesco tentativi di colpo di scena ai quali poi dar poco seguito (come la prima omelia pubblica), poca spiegazione o spiegazione postuma e posticcia. Sorrentino sembra persino rendersene conto, al punto da aver bisogno di far infilare inutili siparietti volgari che non aggiungono nulla ai personaggi e ancor meno alla trama (come l'accanirsi ad aggiungere pepe sperando di insaporire la brodaglia). Voleva fare l'ermetico, è riuscito solo ad essere lassativo.[7]

L'unica impressione decentemente trasmessa agli spettatori è che il Vaticano, lungi dall'essere il luogo dove si governa la Chiesa alla luce della Verità rivelata, si è da molto tempo ridotto ad un'inestricabile rete di umane miserie inarrestabile e dotata di vita autonoma, sostanzialmente estranea ad almeno il 99% del gregge affidatole, nella quale è straordinariamente difficile persino il dire un'ovvietà (ad esempio nella scena del cardinal finocchio, dove giustamente a parlare è il silenzio). E -forse- l'altro pallido merito è di raccontare di un papa vendicativo, incoerente, disturbato, fissato,[8] non più autorità suprema ma solo esecutore testamentario di una Chiesa ormai auto-eutanasizzata.[9]

Che una fiction del genere sia stata scritta e pubblicata nell'epoca bergogliana è a dir poco significativo. Il tipico laicista si leccherà i baffi all'idea di un'amena storietta su un Papa che brutalizza la cristianità. Il cattolicone da salotto tiferà per Jude Law[10] ogni qualvolta tuona contro l'omosessualità e l'aborto,[11] salvo poi cercare di suspendere la disbeliffa quando arriveranno le puntuali e sgradite conseguenze:[12] per quanto sia sacrosanto essere furiosi dal pulpito e comprensivi dal confessionale, la pretesa di una donazione totale a Dio in quei termini suona peggio di un mix di giansenismo e calvinismo.[13] Il tradizionalista sbaverà alle immagini di un papa con abiti giusti[14] e autorità indiscussa. Tutti dimenticando che sono stati solo alcuni dei singoli ingredienti ad eccitare la nostalgia delle cose buone, e che non valeva la pena correre ad entusiasmarsi per una carogna solo perché è stata abbellita da dei denti bianchi.


1) Produzioni del genere vengono sempre riciclate in prima tivù qualche tempo dopo, in modo da assicurarsi che anche l'ultimo dei vecchietti rincoglioniti abbia da sorbirselo. Come tutte le storiette di regime, ci sono infatti almeno due livelli di lettura: quello per la bassa plebe, a cui rifilare l'idea del papa che pur trasgressivo, schizoide, disturbato, alla fine comanda sempre il sorriso, e quello per gli intellettuali, a cui propinare l'idea che lo sfascio ecclesiale va affrontato con grottesche "variazioni sul tema".

2) Paramenti, triregno, bacio della sacra pantofola, punizione del clero omosessuale... ce n'è quanto basta per stuzzicare il tradizionalismo latente del normale frequentatore di parrocchia.

3) Don Giussani ci insegnava sempre che l'atteggiamento critico non è il rabbioso accanirsi sui limiti delle cose in cui ci si imbatte ma il sorprenderne il valore; i giussanologi hanno invece capito che bisogna infatuarsi di tutto, deliberatamente ignorare i limiti di ogni cosa per concentrarsi su un qualsiasi valore fingendo di aver notato solo quello. Che è lo stesso del degradare la speranza cristiana a ottimismo sorridente e sospirante.

4) Vuole stuzzicare il senso del misterioso e invece si limita ad alludere fumosamente per poi rinviare la soluzione a pagina 46 della puntata successiva, oppure a srotolare uno spiegone-filippica perché deve pur riempire di minuti la puntata.

5) Ben vengano i turisti dollaromuniti a Roma. Non tanto per la valuta, ma perché siamo in un'epoca in cui si impara più dalle pietre che dalle omelie.

6) La figura del Segretario di Stato pare estratta a forza da qualche vecchio filmetto di Nino D'Angelo.

7) L'autore, pur documentato su certi meccanismi curiali almeno quanto un seminarista dimesso per eccessiva omosessualità, non si è vergognato di ammannire ridicoli polpettoni come l'idea di barattare un cardinalato coi segreti delle confessioni. Come se certi prelati si confessassero davvero, e per di più all'interno del Vaticano.

8) "Sperglord" è il termine sprezzante del gergo giovanile americano per definire quei soggetti talmente disturbati da esser sospettabili di sindrome di Asperger.

9) Non sono il primo ad aver visto l'ironica allusione a Bergoglio o a rimpiangere i tempi ratzingeriani in cui non era imbarazzante difendere gesti e parole del Vicario di Cristo.

10) Bizzarro nome che ha assonanza con "legge giudaica".

11) Salvo poi piegarsi ad un profondo ammorbidimento: amore, sorrisi, vi amo!... Mai affezionarsi a un personaggio delle fiction. Nelle puntate successive ti verranno forniti tutti i motivi per pentirtene.

12) Non essendo un cattolico da salotto, non sono del tutto sicuro che un moralismo antiabortista (cioè chiacchiere da farisei) salvi più vite umane di un silenzio sull'aborto.

13) L'idea malsana che tale fiction tenta di somministrare all'incauto telespettatore è che qualsiasi recupero della Tradizione corrisponde ad un moralismo estremo destinato a sfociare in un melenso sorriso. Tutti i salmi finiscono in gloria, e tutte le omelie moderniste finiscono in volémosebbène.

14) Altro che il Pontefice che esibisce la manica strappata o che si fa notare uscendo da un "bagno chimico"...