domenica 9 febbraio 2025

Una collezione di libretti delle ore

Qualche tempo fa sul trenino che fermava al Gemelli c'era una tipa con la borsa blu pastello a recitare sommessamente le Lodi da un libretto che sembrava proprio quello del movimento.[1] Ogni tanto eventi del genere mi ispirano nostalgia di quando il movimento incideva così spettacolarmente nelle nostre vite da farci prendere in giro dagli stessi familiari, movimento che oggi sembra un cadavere tiepido (e non solo per le strigliate e la burocrazia bergogliane,[2] per la carronizzazione sistemica di cui sembra ancora lontana la guarigione, e per l'ordine di scuderia di far buon viso a cattivo gioco).[3]

Non ho mai pregato la liturgia delle ore da solo: il libretto delle ore e quello dei canti ce li ho avuti solo per portarli agli Esercizi spirituali e alla Vacanza della fraternità. È come se avessi sempre percepito che certe tradizioni del movimento avevano come unica ragione qualche remoto diktat curiale che nessuno ricordava più e che il Giuss aveva accolto con ubbidienza sorprendendo magari lo stesso curiale che l'aveva esalato solo per arieggiare l'ugola. La liturgia delle ore è roba per preti e consacrati, e noialtri non eravamo né gli uni né gli altri (ma si era in tempi postconciliari, cioè tempi in cui la semplice preghiera comunitaria del rosario avrebbe scatenato molta più furia rabbiosa clericale). Oppure potrei immaginare che qualche prete “moderno” a cavallo degli anni '70 abbia rimproverato i ragazzi del Giuss di non essere abbastanza adulti nella fede, col sottinteso che gli adulti celebrano la liturgia delle ore proprio come i preti[4] con un libretto della liturgia delle ore largamente semplificato[5] (ma con imprimatur della curia), e la forza dell'abitudine l'ha tenuta in vita nonostante nessuno ricordi più né il nome del rimproverante, né l'anno del rimprovero. Poi magari mi si dirà che don Giussani ci teneva e ci credeva (ma non saprebbe dire in che misura il don Giussani stesse solo ubbidendo ai superiori).[6]

In quei formidabili primi anni '70 - quando Luigi Negri era solo un laico impegnato in Azione Cattolica - e fino ad almeno i primi anni '80, l'universitario ciellino si distingueva per avere sempre in mano[7] il libretto delle ore e quello dei canti, particolarmente malridotti dal continuo utilizzo.[8] Il secondo, inutile, perché dopo pochi anni a ripetere i canti da quel libretto li hai già imparati tutti a memoria. Il primo, invece, una sorta di dichiarazione di appartenenza, di quella che faceva rosicare i veri comunisti, che con tutto il proprio genuino impegno non riuscivano a farsi vedere in giro tutto l'anno con sempre in mano il libretto di Mao[9] (o le massime marxiste-leniniste).[10]

L'ondata successiva di giovani del movimento era già in via di disarmo. Fu quella che don Giussani chiamò “effetto Chernobyl”: fuori sembravano uguali, dentro erano completamente svuotati, senza più ideali, nemmeno gli ideali sbagliati.[11] Fu quella che anni dopo, cresciuta, incontrai io, quella in cui i due libretti apparivano raramente, per lo più in occasioni cielline, quella che ancora aveva un po' di casi di ingenua baldanza ed entusiasmo - che noi giovincelli vedevamo totalmente assente in qualsiasi altro ambiente, scuola e parrocchia in primis. L'indizio principale del degrado, che avrebbe dovuto insospettirmi subito, è che a certuni venivano perdonate un po' troppe cosucce. Erano come ciellini che “ci credevano” solo quando si ritrovavano in determinati contesti (vacanzina, esercizi, scuola di comunità), e che una volta fuori tornavano ad essere normies. Mi chiedevo, infatti, come fosse possibile che una cosa così vera, un'esperienza così ricca e concreta, potesse rischiare di diventare un attività da club,[12] e proprio alla luce del venir continuamente messi in guardia da tale riduzione.

Ero disposto a soprassedere su giussanologi e cielloti (cioè sul fatto che alcuni vivevano il movimento come un circolo culturale o un attivismo), convinto che fossero solo limiti mentali temporanei (uno desideroso di fare tante attività trova pane per i suoi denti ed è sufficientemente distratto da non vedere tutto il resto).[13] Ci vollero anni prima di accettare definitivamente l'idea che quei “limiti” erano il più delle volte destinati ad essere insuperabili. C'era gente che aveva aderito solo perché desiderava avere un club a cui appartenere, ed aveva un'indistruttibile corazza mentale che dopo anche decenni di frequentazione impedisce di cambiare idea su quel punto. Quella gente, purtroppo, era destinata a diventar maggioranza, specialmente a partire dalla trionfalmente tronfia epoca bergogliana. Quei libretti, salvo le grandi occasioni, erano spariti del tutto.

L'ondata successiva la chiamerei di disadattati, alluvionati, depressini.[14] Cioè i giovani di questi ultimi anni, abituati a non saper valutare, non saper desiderare, non saper adattarsi.[15] È con loro che il movimento è “invecchiato”. Gli stessi ciellini d'alto rango che venivano a spiegarci robe imponenti al Meeting e agli Esercizi, avevano figli storditi dal piattume moderno, peggio che l'effetto Chernobyl di cui sopra (e sempre con la soluzione sbagliata: lo psicologo, le canne, il ribellarsi come metodo di affermazione di sé). Non è passata molta acqua sotto i ponti da quando le vecchine del paese definivano “la Messa dei giovani” quella infrasettimanale del movimento, a quando alla Via Crucis del movimento o alla Giornata di Inizio Anno la fascia di età 0-39 contava pochissime presenze e i capelli bianchi erano la stragrande maggioranza.

La mia collezione di libretti delle ore prosegue dunque imperterrita nella sua vocazione a collezionar polvere.


1) Credo di averne almeno quattro. Cioè di averlo dimenticato a casa in almeno tre Esercizi spirituali a Rimini. Così lo ricompravo, e dalla volta successiva usavo sempre quello nuovo.

2) Ha un che di comico che i capi di Comunione e Liberazione ammettano le strigliate del Bergoglio e contestualmente assumano l'espressione untuosa e la voce ampollosa per annunciare che “il Papa ci ha dato questa parola”… La parola di 'sta minchia: «la potenzialità del vostro carisma è ancora in gran parte da scoprire», detto da lui equivale a un “finora per gran parte non avete capito niente, dovreste già da tempo dedicarvi ad altro”, e però l'ordine di scuderia è fingere di aver visto i soli denti bianchi della carogna e sperare che non arrivino altre strigliate.

3) C'è una linea sottile che divide il movimento genuino - quello fatto di scuola di comunità, caritative, educazione - e quello invischiato (spesso persino suo malgrado) nei programmi di qualche esponente clericale (programmi spesso solo immaginari, come quando il parroco esige la presenza del “gruppo di cielle” perché teme di non avere una claque sufficientemente ampia). Quella sottile linea viene continuamente attraversata da capi e capetti (gran parte dei quali motivata solo dalla foga di dover far bella figura o da un doverismo autoimposto). Il minor numero di guai e seccature l'abbiamo avuto solo nelle occasioni in cui il clero ci vedeva come “solo un gruppo di amici”.

4) In occasioni ufficiali abbiamo sempre recitato l'Angelus o il Regina Coeli in versione compressa, con una sola Ave Maria. Non ricordo di aver mai visto un rosario comunitario che non sia stato autoorganizzato da minuscoli gruppetti di amici. Il temporaneo successo del libretto delle ore è che si poteva “sbrigare” la preghiera in dieci minuti o meno.

5) In quel libretto delle ore compaiono un mucchio di espressioni desuete e talvolta involontariamente comiche. Sono tali perché figlie di una moda dell'epoca (presto dimenticata) e dell'incrocio fra gergo comunistoide e nuovismo vaticansecondista fai-da-te.

6) Don Giussani ha detto di non aver mai voluto disubbidire ai propri superiori. E sì che è stato ossessivamente torchiato e persino spedito in esilio in USA, pur di allontanarlo dal movimento che volevano affossare. Per quanti distinguo abbia operato, vedo sempre il consistente rischio di trasformare l'ubbidienza tam baculum - cioè “sempre a disposizione e senza pretese” - in un'ubbidienza cieca e servile, quella a cui sono stato insistentemente invitato io stesso proprio da parte di chi cercava di spiegarmi il Giuss.

7) Proprio come oggi i 'ggiovani hanno sempre in mano il cellulare.

8) Osservo sempre con simpatia quanto sono gualciti i libretti altrui, esibiti con l'orgoglio dell'«io c'ero».

9) È pur vero che i comunisti imitavano le liturgie cattoliche, riconoscendone involontariamente la solennità e sublimità. Come ad esempio le processioni in URSS, celebrate -pare- fino alla metà degli anni Ottanta, coi compagni in sobria compostezza a portare in alto i cartelloni con l'effigie a mezzobusto dei massimi burocrati del dipartimento locale del Partito.

10) Don Giussani raccomandava ai preti di avere sul comodino il breviario e il giornale. Nel senso di osservare i propri doveri sacerdotali (se aveva da raccomandarlo, è perché i preti conciliari avevano praticamente smesso di pregare l'Ufficio, pur semplificato da 9 salmi a “due salmi e un cantico”) e di avere uno sguardo attento sul mondo. Che sarà anche bello da dire e difficilissimo da spiegare altrimenti, ma è come dire che occorre adeguarsi alla narrativa giornalistica - sempre più disonesta anno per anno - pur di avere qualcosa da dire ai laici.

11) Negli anni Ottanta la dittatura ideologica cedette il passo alla dittatura del moderatismo. Dal libretto di Mao alla “Milano da bere” fu un attimo.

12) Ricordo, ancora ridendomela, della polemica di uno dei giessini locali, furente perché il “fare scuola di comunità a casa” - cioè leggere e meditare gli scritti del don Giussani da soli - gli era stato contestato come se non avesse svolto i compiti per le vacanze. Il giovincello, tempo poche settimane, sparì del tutto. Ma il capetto locale della Giesse restò imbambolato e incredulo. Il suo moralismo, proprio quel moralismo contro cui don Giussani ci aveva sempre messo in guardia, è rimasto intatto nel corso dei decenni successivi, sì da ridurre la Fraternità locale a quattro persone (inclusi giessini e tutto), quattro, di cui i primi due erano lui e la moglie.

13) Tipico elemento di una giornata di inizio anno: la marcata differenza di sonorità fra il sermone, la testimonianza e gli avvisi. Come se tutte e tre le cose fossero un prodotto industriale coi suoi jingle eleganti.

14) Tanti, nel movimento, si son troppo spesso creduti autorizzati a varcare continuamente il confine fra l'onesta analisi di limiti, paure, tensioni, e i soliti psicologismi d'accatto (sia pure spesso celati in eleganti logorree). Anche gente piuttosto quotata puntualmente cedeva all'invincibile tentazione di cortocircuitare ragionamenti per applicare la Magica Formuletta Risolutrice, psicocazzate indistinguibili da quelle pubblicate ovunque nei social. Perfino i preti del movimento (e purtroppo persino in confessione). Il che spiega almeno in parte - il grosso è dovuto allo stato penoso della società e delle strutture educative dominanti - il motivo dei figli depressini e alluvionati di tanti ciellini. Che è parente non troppo remoto dei divorzi ciellini.

15) Se la giornata di inizio anno è una sagra delle rughe e dei capelli bianchi, con vistosa assenza di ragazzi e giovani (a casa concentrati sui TikTok), e pochissimi bambini - i ciellini non figliano più come una volta? -, le carrozzine-passeggino sostituite dalle carrozzine-anziani, il titolo avrebbe dovuto essere “Houston (Milano), abbiamo un problema”: la cielle si sta estinguendo a causa di un'improbabile mancanza di coscientizzazione.

mercoledì 5 febbraio 2025

Supercazzola bergogliana sull'itinerario di coscientizzazione

Era bello il movimento di Comunione e Liberazione quando il problema principale era trovare altri modi per farsi beffe di giussanologi e cielloti - cioè di quelli che lo riducevano a un'associazione culturale, e di quelli che lo riducevano ad un'associazione volontaristica.[1] Oggi ci aggiriamo fra le macerie di quello che fu,[2] prima che il carronismo[3] e il bergoglismo lo desertificassero.[4]

La “scuola di comunità” ridotta al gruppetto del “sempre gli stessi da trent'anni a questa parte”, gli universitari ridotti a pochi anonimi e ben nascosti, la quasi totale sparizione della fascia di età dai 9 ai 39… e la lettera bergogliana del 1° febbraio scorso che discetta di «provvidenziale itinerario di assunzione di consapevolezza delle problematiche», cioè che loda l'autoannichilimento come se fosse stato totalmente operato dall'interno.[5] E ha perfino il barbaro coraggio di chiamarlo «grande fermento nella vita di CL». “Minchia”, verrebbe da rispondere laconicamente, se non fosse che un attimo dopo rincara la dose lamentando che «questo itinerario di coscientizzazione non è giunto al suo compimento».[6] Come se Bergoglio vivesse su Plutone, anzi no, più lontano, e credesse che il movimento sia stato fondato da Tafazzi.[7]

A leggere quella lettera torna il ricordo amaro di quando nelle assemblee del movimento si menzionava qualcosa della fede accompagnando con un fervorino tipo “il Papa ci ha detto”.[8] In epoca ratzingeriana era tutto sommato ancora facile aggiungerlo. Dal 2013 quella pericolosa moda è inspiegabilmente continuata (sarebbe bastato tacere), e per quanto ben selezionato ogni fervorino finiva per banalizzare o confondere,[9] invece di sostenere e confermare. E anche dopo la doccia fredda di dieci anni fa (non fu la prima né l'unica), l'ordine di scuderia è rimasto lo stesso: apparire come plaudente tifoseria papista, pur sapendo - fin da quel “buonasera” del 13 marzo 2013 - di star scommettendo sul ronzino anziché sul fuoriclasse.[10]

In tempi non sospetti ci si diceva dietro le quinte che bisognava pensare alla vita interna del movimento, proprio perché il movimento cresceva. Cioè perché aderivano in tanti, nuovi, e piuttosto a digiuno di dottrina e sacramenti. Certo, partecipavano alle scuole di comunità, alle preghiere, alle Messe, al Meeting di Rimini (ai tempi in cui al Meeting c'era molto da imparare anziché da sbadigliare), ma che lasciati a sé stessi sarebbero tornati alla noiosa quotidianità precedente.[11] Un caro amico, pur assiduo alla Messa e alla scuola di comunità, mi dice distrattamente che saranno quasi due anni che non si accosta alla confessione. Lo stesso amico a cui in più di un'occasione ho dovuto spiegare concetti elementari del catechismo. Sanno tutto della polemica fra tal ministro e tal esponente di partito, sanno perfino l'episodio del giovane Giussani persosi nel bosco di Tradate, ma dopo decenni di partecipazione al movimento… come diavolo hanno fatto ad abolire il sacramento della riconciliazione? Cos'è che nel movimento è andato storto?

A chi ancor oggi si fregia di appartenere alla Cielle, farebbe bene ogni tanto dare uno sguardo imparziale dall'esterno, chiedendosi cos'è stato veramente il movimento nella propria vita, e quale è davvero l'attrattiva che induce a rimanervi,[12] e se ha davvero a che fare con la vita cristiana (a partire da dottrina e sacramenti).[13] Dall'esterno, cioè come di chi fosse materialmente impossibilitato, se non perseguitato.[14]


1) Un movimento ecclesiale ha senso solo se aiuta a vivere la fede. Altrimenti è un club di perditempo, anche se si fregiasse di un'etichetta culturale o volontaristica. Il movimento di CL nacque perché don Giussani, a furia di spiegare gli aspetti più elementari della fede cattolica, si ritrovò attorno un popolo, che nelle parrocchie e nelle iniziative diocesane non trovava altrettanto nutrimento spirituale. Fu solo verso il '69, quando un gruppetto di universitari affisse un volantino intitolato “Comunione e Liberazione”, che prese tale nome; e non passò molto tempo che un burbero cardinale di Milano, Colombo, dichiarò che CL era un'entità a sé stante. Probabilmente una dichiarazione di antipatia, che però ci procurò quella preziosa libertà dalle burocrazie di sagrestia, e che per oltre un ventennio fece crescere ciò che don Giussani aveva seminato fin dal '54, fin da quando si rese conto che la gioventù cattolica era spettacolarmente ignorante delle questioni più elementari della fede.

2) I movimenti ecclesiali sono strutture passeggere. Non sono necessari né alla fede, né all'organizzazione della Chiesa. Esistono solo per il desolante stato delle parrocchie, stato peggiorato in modo sempre più marcato a partire dal dopoguerra ad oggi. Quella “autonomia” goduta da CL l'hanno goduta anche gli altri movimenti… e solo perché oltre alla perenne ignoranza di catechismo, c'era nella Chiesa anche una crescente anarchia, penetrata specialmente grazie alla rivoluzione sessantottarda. E che - almeno in quegli altri movimenti, anche se la nuova moda è accusarne anche la Cielle - partiva dal presupposto (di fatto scismatico) che l'autorità della Chiesa non avrebbe diritto di interferire con la vita interna di un movimento, o addirittura di commissariarlo o scioglierlo.

3) Don Carrón fu scelto da don Giussani stesso a succedergli, frustrando le ambizioni di qualche prete italiano che aveva tutte le carte in regola. La deriva carronista è iniziata anni dopo, manifestatasi con la permalosità e con l'accentramento, anche se qualche indizio (come ad esempio l'emarginare subito il Cesana) era stato abbastanza rivelatore. Tutte le critiche che possiamo muovere a tale deriva non tolgono nulla al desiderio dei bergogliani di addomesticare la Cielle e trasformarla (o addirittura farla confluire) in Azione Cattolica, cioè in un associazionismo sostanzialmente irrilevante e autoincaricantesi di rimpinguare le asfittiche parrocchie. Conviene sempre diffidare di chi blatera di riscoperta del carisma, perché il primo sottinteso è che si sente autorizzato a cambiare quel che gli pare; e quindi conviene fortemente diffidare del clan bergogliano che infligge decisioni intese a portare cambiamenti non dichiarati (né dichiarabili…), proprio dopo un quindicennio di continua decrescita (dei Memores, di Gioventù Studentesca, degli universitari…).

4) Il Potere è forte con i deboli, e debole con i forti. E quindi il Potere Clericale mazzola gli ubbidienti (come CL), e accarezza i disubbidienti (altrimenti si capirebbe che il Potere non ha potere su questi ultimi). Per cui Bergoglio che eroicamente decide di saccagnare la Cielle, lo fa non solo per la furiosa antipatia nutrita dalla mentalità gesuitica, ma anche perché i ciellini sono gli unici che possono essere falsamente etichettati “autoreferenziali” dal capo ufficiale della Chiesa, e applaudire sorridenti quasi come se non avessero capito. Il medico pietoso fece morire il paziente? Il medico furioso lo sta facendo crepare. Non ci vuole chissà che genio per capire che se vuoi correggere un problema dovuto al “capo” di un movimento, ti sarà sufficiente schiodarlo dalla poltrona e metterci qualcuno di quelli che lui ha più furentemente silurato, e il resto verrà da sé. Invece, dopo dieci anni, ci viene comandato un supplemento (a tempo indeterminato) di tafazzismo: «questo itinerario di coscientizzazione non è giunto al suo compimento», come a dire che sarà compiuto quando la Cielle sarà ridotta peggio delle caricature che ne facevano i comunistelli all'università.

5) Dopo che per decenni venivamo messi in guardia dal “parlarci addosso”, ecco che El Jesuita ci comanda di rinunciare a ciò che ci ha fatti crescere, e di procedere a “parlarci addosso” (raghi, a che punto siamo con la coscientizzazione?). Non prendiamoci per il culo: lo sappiamo benissimo quale è l'ideale della Chiesa Sinodale, che era lo stesso della Chiesa Dialogante, che era lo stesso della Chiesa Moderna, che era lo stesso della Chiesa attenta ai Segni dei Tempi… È sempre la stessa sbobba conciliare, con nuovi altisonanti nomi, fatta di cattoliconi da salotto, poco avvezzi a dottrina e sacramenti ma autoimpegnati a discettare finemente sull'aria fritta, che si “parlano addosso” come i quattro autoimpegnati della sagrestia di periferia che elucubrano sui massimi sistemi, «per il raggiungimento di quella rinnovata e fondamentale maturità ecclesiale tanto auspicata» ma mai veramente chiarita né onestamente spiegata.

6) Qualcuno metta mano al Vangelo e mi spieghi perché un “pastore” debba supercazzolare le “pecore”.

7) La reclamata «fase di implementazione del testo statutario potrà essere cruciale per il nuovo passo di maturità ora necessario». Tradotto dal clericalese sinodal-bergoglista, il movimento è sempre stato immaturo, ha sempre mancato di fasi “cruciali”, si è sempre guardato bene dall'avere un testo statutario da “implementare”, non ha mai compiuto abbastanza passi di “maturità” neppure quando erano necessari, e dopo oltre un decennio di strigliate si trova ancora crucialmente immaturo e obbligato a fare passi assolutamente indispensabili e subito… Indipendentemente da ciò che pensate di Carrón, se non siete capaci di riconoscere il masochismo e la volontà di massacrarvi, avete qualche problema di comprensione della lingua italiana.

8) Siamo onesti, evitiamo tifoserie: ci fu un tempo in cui quando una persona seria parlava, prendevi appunti perché trovavi talmente intelligenti le cose che aveva detto, che non volevi rischiare di dimenticarne qualcuna. Non era la stessa cosa di chi prende appunti perché deve riferire il contenuto di un discorso. In epoca bergogliana, invece, non riesci a prendere appunti, perché non ci trovi niente di coinvolgente per la tua fede, e praticamente niente da riferire a persone assenti. Lo scambio di lettere Bergoglio-Prosperi di cui parlo in questa pagina, al netto degli untuosi fronzoli clericali, poteva essere riassunto così: “il movimento continua a non piacermi, continua a bergoglizzarlo almeno fino al 2031” - “OK”.

9) Cioè l'esatto contrario di ciò che avrebbe ufficialmente dovuto fare. Chiederei senza alcuna ironia: abbiamo bisogno di prediche o di parole concrete? Se un fervorino si limita a esalare un'insalata di belle parole ma c'entra come i cavoli a merenda e magari addirittura risponde ad una domanda che non si pone, il messaggio che passa è che il movimento è una predica, cioè aria fritta, cioè un invitare a non ascoltare più con attenzione (e quindi decresce, oh ma che sorpresa). Bastava tacere, bastava semplicemente evitare di infilare a forza una citazione obbligatoria del Papa, del cardinale, del vescovo. Bastava tacere e passare all'argomento successivo, senza farsi prendere dall'ossessione di sembrare papisti come se fossimo in qualche quiz televisivo in cui conteggiano gli applausi della platea.

10) Si può rispettare il successore ufficiale di Pietro anche tacendo. Anzi, è meglio evitare slinguazzate e cambiali in bianco. Non c'è nulla di meno credibile di una tifoseria di una squadra che non si pone…

11) Don Giussani l'aveva capito - specialmente quando diceva che sarebbe stato bello ricominciare in dodici - ma aveva ancora davanti un popolo.

12) Non in senso carronista (pur con gratitudine al Carrón per quelle volte che ci ha fatto conoscere il don Giussani). E non in senso modernista - di quel modernismo da sagrestia, dove i “denti bianchi” della carcassa del cane vengono osannati e incensati, dove s'invita la Bonino a tenerci lezione perché qualche pezzettone grosso del movimento deve urgentemente farsi bello con qualche pezzettone grosso della politica.

13) Il movimento non è nato in sostituzione delle parrocchie ma ha paradossalmente trasmesso la sete di dottrina e sacramenti proprio mentre le parrocchie continuavano a castrarsi, che negli anni '50 facevano concorrenza alle sedi del PCI a suon di calciobalilla e cineforum, e che già dagli anni '70 non avevano più niente da dire se non “campetto di calcetto”, “musical teatrale”, “estate ragazzi”.

14) Vien voglia di obiettare al movimento: you had one job. Avevi un solo compito, non mille. Le primissime volte che partecipai alla Messa del movimento restai colpito dal fatto che tutti si inginocchiassero alla consacrazione, e che non tutti andassero a fare la Comunione. Segno che anche solo per aver visto gli altri, facevano esame di coscienza, si confessavano, si comunicavano. È stato probabilmente uno dei migliori indizi del vero carisma del movimento: ti parlava anche senza parole. Oggi che il movimento è ridotto alla caricatura di sé stesso - assemblee fatte di psicologismi “ma con intercalare ciellino” -, alla ripetizione di formule, alle interminabili mini-prediche dei partecipanti, alle massacranti «considerazioni» bergogliane che a leggerle «con massima attenzione e disponibilità di cuore» si deduce solo l'invito a spazzar via tutto ciò che di buono abbiamo vissuto, e nell'ultradecennale situazione kafkiana dell'«itinerario di coscientizzazione» misteriosamente ancora non «giunto al suo compimento», che dobbiamo pensare?

mercoledì 29 gennaio 2025

Pompieri privati

Durante gli incendi a Los Angeles di alcune settimane fa, qualche residente disperato chiedeva con urgenza sui social se fosse disponibile una squadra di pompieri privati: “pagherò qualsiasi cifra”.

Per il principio del “nulla è meno credibile della risposta ad una domanda che non si pone”, e dall'osservazione che l'offerta di pompieri privati è per adesso incapace di soddisfare la domanda,[1] si deve dedurre che nella terra del liberismo non basta avere tanti soldi: ne servono molti di più, e serve anche sufficiente fortuna da non scoprire un bel mattino che i disastri ambientali facilitati dalle ideologie eco-climatiche non favoriscano proprio gli incendi che le assicurazioni si rifiutano di coprire.[2]

Sono stufo di ripetere, inascoltato, in tutte le salse, il principio di sussidiarietà.[3] La sconfitta per la dottrina sociale della Chiesa iniziò con l'introdurre nel dibattito categorie e gergo alternativi, da tifoseria. Li senti pontificare favorevoli al liberismo (convinti che basti essere anticomunisti per essere cristiani, come se volessero battere il record mondiale di ingenuità), quello stesso liberismo che ad esempio ci ha donato le bollette della luce ballerine, zeppe di intermediari, di voci bizzarre, di numeretti mutevoli. Contemporaneamente sono tifosi dello statalismo, soprattutto invocando nuove tasse ogni volta che si sente parlare di furbetti e presunti tali: letteralmente la lotta di classe 2.0, dove il carcerato non auspica una riduzione della propria pena, ma un inasprimento di quella dei suoi compagni antipatici. Intanto quella minoranza di contrari allo statalismo finisce per applaudire ogni liberismo fingendo di non essere colpita da casi come quell'aberrante (poiché sincera) richiesta di pompieri privati. Per il 2000 ci promettevano macchine volanti e 4 ore lavorative totali settimanali; siamo nel 2025 e il sogno si è avverato solo per chi guadagna milioni al mese (jet ed elicotteri costano), sempre che abbia scelto il posto giusto per la sua villetta con piscina (altrimenti… “pagherò qualsiasi cifra”).

“Qualcuno” ha insegnato efficacemente alle nuove generazioni che la bestemmia è solo un intercalare, che le vere questioni della vita sono “ben altro”, che lo psicologo è il vero direttore spirituale, che il matrimonio è un irrilevante e barocco ritualismo sociale, che lo Stato debba impegnarsi ad aumentare le tasse agli altri perché sarebbe l'unico modo di risolvere sprechi, corruzione, indebitamenti… Addirittura ha insegnato a riconoscere (e deprecare, e pavlovianamente odiare) qualsiasi cosa buona della fede,[4] qualsiasi ragionamento non riconducibile ai belati richiestici dal regime, qualsiasi concetto che al momento non faccia parte dell'universo TikTok e dell'ordine del giorno giornalistico. Soprattutto, ha insegnato a odiare ogni sforzo intellettuale, ha fatto disimparare la capacità di astrarre, ha innescato il meccanismo istintivo del “guardare il dito” di qualunque saggio che indichi la luna. Così, riguardo a quegli incendi, resteranno solo le voci di chi non sa pensar altro che “avevano villette da 20-30 milioni, allora se lo meritano”, incapaci di rabbrividire (o anche soltanto di alzare un sopracciglio come accenno di temporaneo sbigottimento) di fronte alla domanda urgente di “pompieri privati” e alle sue vere radici.


1) Si è scoperto poi che ai vertici dei pompieri di Los Angeles c'erano delle diversamente etero impegnate a promuovere l'agenda DEI, diversity-equity-inclusion, secondo il principio che non importa più la qualità del servizio ma solo la diversità del personale. Son fioccate le vignette satiriche sulla reale utilità dei pompieri DEI (immagina pagare mezza milionata l'anno al capo dei pompieri per sostituire prontezza ed efficienza con DEI e ideologie di moda), resta da vedere se cambierà davvero qualcosa.

2) Il paradosso è che in questo caso quelle assicurazioni non hanno tutti i torti perché non sono capaci di rivalersi efficacemente contro chi ha innescato il disastro ambientale (sempre che non si tratti di DEW, armi ad energia diretta, perché erano incendi selettivi capaci di radere al suolo villette moderne - mica favelas di assi sottili e spago - ma di lasciare in piedi gli alberi attorno). Dopotutto l'assicurazione è un'impresa privata, dedita al profitto, e campa solo se il rapporto fra pagamenti degli assicurati e casi da risarcire è parecchio alto: è naturale che nelle clausole in piccolo scrivano che non risarciranno un “act of God” o un wildfire.

3) Nella religione laicista contemporanea, nessuno osa domandarsi se stati e unità di stati abbiano il diritto di andare contro i cittadini. È un tabù, anche quando è manifesto che lo Stato è contro il cittadino: il tipico cittadino NPC (non-playing character, una comparsa muta e irrilevante nello scenario pre-programmato) ti obietterà con voce stridula che le leggi vanno rispettate, che lo Stato fa quel che può, che certi sacrifici sono necessari… Solo grazie a tale maggioranza di NPC, che si nutrono del telegiornale della sera e dei titoloni sparati in prima pagina al mattino, è stata realizzabile la prima Grande Offensiva Vaccinale del 2020-2022.

4) Ricordo la ghignante soddisfazione da apparatchik sovietico sulla faccia del seminarista che mi dava un passaggio in macchina alla parrocchia, dopo che aveva notato in sottecchi che avevo con me qualche copia di Piccole Tracce, “il giornale dei bambini”, che sebbene edito da gente del movimento di Comunione e Liberazione, era veramente destinato ai bambini e citava il don Giussani solo occasionalmente. Sarà stato più di vent'anni fa, quando la rivista (che purtroppo oggi non esiste più, e di cui conservo ancora alcune preziose copie, i cui contenuti non sono affatto invecchiati) non la conoscevano nemmeno nel movimento. Lui era già informato e pavlovianamente pronto a puntare il dito ferocemente accusatore contro la rivista “di Cielle” (con chissà quali fantasiosi sottintesi), e chiedeva insistentemente che io gli dicessi “chi” la pubblica. Ingenuamente non lo assecondai, cosa che gli triplicò l'odio e la soddisfazione di quell'interrogatorio staliniano, ma capii quanto siano zelanti, addestrati e indottrinati gli adepti della “chiesa” che ama dirsi moderna.

sabato 28 settembre 2024

Frattaglie - 28 - altre brevi riflessioni sparse che non divennero articoli

Caratteristica di tutte le fiction recenti: adulare le “minoranze”. Tecnicamente indistinguibile dalle bambine che giocano creando scenette in cui le bamboline si lodano a vicenda. “Ehi, facciamo un telefilm in cui un esponente della minoranza 456 è il capo eroico e incompreso che però vince contro il maschio bianco etero. Sì, ma mettiamoci una reginetta esponente della minoranza 173 che contribuisce a risolvere il caso per poi innamorarsi di lui. Ok ma infiliamoci pure un esponente della minoranza 381 che elogia entrambi e vince concorsi importanti, anche se non serve a niente nel contesto della trama, bisogna pur far vedere che vince e rivince. Benissimo, ma ficchiamoci pure un esponente della minoranza 219 i cui bizzarri gusti sessuali gli fanno ottenere per puro caso un ambitissimo premio…”

Abbiamo appurato che il nostro amico-nemico GoogleBlogspot ogni tanto ama bullizzarci impedendoci l'accesso per giorni (o settimane) dando erroneamente errore di password, facendolo solo per avere la scusa di richiedere il numero di telefono per autenticarci (e no, non ti darò il mio numero). Dopo giorni (o settimane) fa finta di niente e il login riesce al primo colpo, infliggendoci solo l'invito a inserire un altro indirizzo email o numero di telefono. “Amico” perché tutti i servizi che mi ha dato gratis in tanti anni sono stati utilissimi nel mio cammino (ivi inclusa la mappa e le immagini stradali di quel bel santuario, grazie alle quali son poi riuscito a visitare di persona), “nemico” perché pur vivendolo ai margini del suo territorio di caccia (è sempre a caccia di informazioni, pesca a strascico) sono stato bersaglio di rotture di scatole pazzesche come questa del login che ufficialmente risultava sempre errato (a suo tempo ebbi già da abbandonare un altro account, divenuto davvero inaccessibile senza motivo; per fortuna non era tanto essenziale da farmi fare il diavolo a quattro per recuperarlo).[1]

Quando ci ricordano che l'ubbidienza è una forma di amicizia dimenticano sempre di chiarire che vale anche dal versante opposto: colui a cui ubbidisci deve meritarsela, quell'ubbidienza: “non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge”.[2] Per cui se dopo tutto il mio impegno ad ubbidire vengo gratuitamente insultato e calpestato, devo dedurre che sto erroneamente chiamando “ubbidienza” il servilismo, e “amicizia” un'autoimposta tifoseria.[3] Posso ammettere - anche di fronte ad un singolo fioco indizio - che lo spadroneggiare sia motivato da cose importanti che non conosco ma in mancanza anche del più fioco indizio, beh, resto ai margini ad osservare la scena.[4]

Il primo figlio, un mollaccione “divano e videogiochi”. Il secondo, vacanze, lavoro, terapie, sfascia non uno ma due paia di occhiali, telefonino seminuovo caduto in piscina, “ma tanto c'è uno che li ripara”, il viaggio con gli amici, a inizio luglio aveva già bruciato tutti i risparmi e anche i futuri guadagni del resto dell'estate. “Però ha dei ricordi, mica di intere estati passate sul divano coi videogiochi”. Ricordi di attività frenetiche, di vacanze non riposanti, di fisioterapie al risparmio (chiedevano 45 euro a seduta, “ma tanto se ci parlo mi faranno un prezzaccio”, certo, certo, aspettano proprio di ascoltare il tuo convincentissimo discorso), di intere settimane passate con gli occhiali sbagliati (e di medici in ferie, e di ottici costosissimi perché il posto è turistico…). Entrambi, una volta quarantenni, per raccontar qualcosa ai propri amici diranno di aver fatto pazzie irreplicabili, moltiplicando i dettagli fantasiosi e chiedendosi mentalmente a quale bivio sbagliarono strada.

Mi chiedono quale autore ascolterei quando sono giù di morale. Ho in mente già almeno una dozzina di nomi ma mi rendo conto che non vale la pena indicarli perché non sono i miei rimedi alla tristezza, perché funziono in maniera diametralmente opposta a quel che insinuava quella domanda. Quando le cose stanno maluccio, al più metto qualcosa di ancor più deprimente. Uso la musica come il camion dell'indifferenziata, non come il furgone del gelataio. Quando ho bisogno di pace, metto su qualcosa di scontroso. Quando sono nervoso, ho bisogno di musica rabbiosa.[5] Mi sembra più virile così. È come se avere un “cantante preferito” da usare per tirarsi su di morale, fosse una sorta di droga, di metodo per sognare, un modo per ingannare sé stessi.

Il vero dramma dei blog e social cattolici è che sembrano esser buoni solo per il cattolico da salotto. Ahimé, tante mie pagine blog soffrono dello stesso malanno. Quando hai fatiche e sofferenze, certe disquisizioni su quant'era bravo e bello Nostro Signore sembrano provenire da attempate casalinghe che pasteggiano elegantemente vermouth e biscotti esclusivi, certe che l'aria condizionata d'estate non si fermerà, e che la peggior preoccupazione del mese è quella cacca di piccione sul portellone del cofano. “Quando hai mal di testa, hai bisogno di una cazzo di aspirina, non di una predica del cazzo su emicranie, sul significato del dolore, sulla sopportazione”.

Quella frenesia collettiva di prepararsi un surrogato di viaggio di nozze, prepararsi un surrogato di vita da VIP come quella che si vede nei film, prepararsi un surrogato di avventura instagrammabile. Viviamo di surrogati. Come le numerose bevande di “reintegratori minerali”, che son tutte acqua e zucchero e un pizzico di sale, letteralmente, ma contengono nella confezione, nel design, nel nome, quel tocco di eroica forza sovrumana, come nei film.

Una coppia si dedica per trent'anni a rimettere in sesto un piccolo bosco, di poco più di un centinaio di ettari, in un paese dall'altra parte del mondo. “Hanno scelto di non avere figli”, proclama leccandosi i baffi il giornalista che riporta la notizia. Pioggia di like da vecchie carampane in menopausa, specialmente dalle onnipresenti in parrocchia. “Una storia di rinascita”, commenta la carampana più pomposa e gettonata. Resisto faticosamente alla tentazione di rispondere “rinascita di 'sta minchia” mentre mi rendo conto che era stata quella stessa carampana a farmi notare il pretino che logorroicamente vantava la balneabilità di una spiaggia.


1) Ha un che di surreale l'ipotesi di dover ringraziare il Signore anche per aver avuto sempre comodo accesso a entità come GoogleBlogspotGmailMaps.

2) 1Pt 5,3.

3) “L'ubbidienza è una forma di amicizia” veniva detto ai cari amici dei Memores per giustificare i rospi da mandar giù. Finché avevi ancora un minimo indizio che la “casa” e la società dei Memores fossero “per te”, mandavi giù e capivi. Ma in mancanza anche di quello, cominciavi a chiederti perché cazzo eri ancora lì: avevi mendicato di entrare perché volevi donarti a Cristo, non al dialogo.

4) Un paio di settimane fa a Singapore il Bergoglio ha implicitamente dichiarato di essere l'inutile capo ufficiale di un ente che lui stesso dichiara inutile: «Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio». Bizzarro che nessuno lo abbia spernacchiato. Condoglianze ai ciellini che fin dall'incipit «Buonasera» si stanno ancora sforzando di trovare almeno un dente bianco nella carogna per poterla applaudire ed incensare.

5) Il motivo per cui qui non indico ciò che ascolto è che… sono esattamente autori e stili di cui ordinariamente consiglierei di stare alla larga. Robaccia che insinua, che suggestiona, che celebra cose di cui ti avrebbe fatto piacere continuarne a ignorare l'esistenza, (beh, dai, esageravo un po') che condisce i testi con sufficiente irrazionalità e incoerenza per fare in modo che siano le tue paure a completare il quadro. Conoscerne anticipatamente il “funzionamento”, e sapere di quali malattie mentali e spirituali soffrono gli autori (o fingono di soffrirne, per motivi meramente commerciali), normalmente è già sufficiente a sterilizzare tutto e a trattenere di un autore i pochissimi pezzi - o l'unico pezzo - meritevole di attenzione. La logica, poi, fa il resto: sapendo come l'autore intende alzare la tensione ne scovi lo stratagemma verbale e musicale. Sai già che l'autore che sta celebrando quel tipo di droga, probabilmente non l'ha mai assaggiata. O ricordi quel cantante che ammise, in un'intervista, che gran parte di ciò che ha cantato non l'ha mai vissuto “altrimenti sarei morto”.

venerdì 28 giugno 2024

Sul ringraziare e sul pretendere

Un episodio di Arcipelago GULag: un detenuto, in un polveroso ufficio, in attesa che gli trascrivano il documento di fine pena, mendica delicatamente all'addetto di dimenticare una lettera. Cioè di trascrivere la sigla KRD (detenuto politico) anziché KRTD (detenuto politico trotkista). L'addetto ci pensa un attimo, e “dimentica” quella T, rendendogli così la vita parecchio meno infernale. Il beneficiato va via senza neppure un cenno di ringraziamento ma Solženicyn commenta: è un favore così grosso che è impossibile ricompensare adeguatamente chi te l'ha fatto, e chi te l'ha fatto lo sa e non avverte il bisogno di ricordartelo.[1] Tra uomini, dopotutto, non ci si perde in formalità e salamelecchi, e se l'addetto avesse accidentalmente sbagliato a danno del detenuto, sarebbe stato impossibile veder riconosciuti i propri diritti (era pur sempre l'epoca staliniana). Se io fossi stato al posto dell'addetto, avrei stroncato qualsiasi tentativo di ringraziarmi.

Quell'episodio lo ricordo perché una delle cose che più mi irritano è l'arroganza di chi invece dovrebbe provare sincera riconoscenza. “Ma io devo curare i miei interessi”, sbottò uno a cui stavamo già facendo un enorme favore ed a cui non si poteva concedere nessuno dei benefit aggiuntivi, ed i cui interessi cozzavano clamorosamente contro quelli dell'ente e anche del buonsenso. Non so cosa s'inventò col pavido pretino che dirigeva la baracca ma l'ebbe vinta. Appena possibile smisi di collaborare col pretino, perché è frustrante vedersi puntualmente scavalcare da ogni arrogante di passaggio.

Sì, c'è sempre da tener in conto la possibilità che qualcuno sembri arrogante solo per incapacità di esprimersi. O che non ha abbastanza fiato per i salamelecchi. Oppure che per stress pregresso non ce la faccia neanche a tacere. Ma dopo tante, troppe volte che hai rivisto quel pattern, non hai più l'ingenuità di voler dare sempre un'ultima possibilità a chi ti sta di fronte. Le delusioni e le frustrazioni forgiano il carattere, l'esperienza rende praticamente irreversibile quella forgia. Col risultato, ad esempio, di non aver remore a rimbrottare - anche rumorosamente - qualche anziano capriccioso e ostinato. L'età e le malattie non ti esonerano dal provare riconoscenza per chi ti assiste. Non voglio salamelecchi, basterà un virile silenzio - come in quell'ufficio russo dove una lettera T viene accidentalmente dimenticata -, e quel minimo sindacale di doverosa collaborazione, perché è fastidioso e frustrante cercare di aiutare chi rifiuta di essere aiutato. Tollero anche lo sterile lamentarsi ma non tollero i procurati allarmi. Non sono un giocattolo da usare come passatempo, non sono il telecomando che premi per sport anche a televisore spento, non stai collaborando se mi chiami d'urgenza mentre sto dormendo, mentre sto alzando la forchetta per il primo boccone, mentre sto letteralmente cagando, e poi non è per nulla urgente. C'è differenza tra una richiesta di aiuto e un pretendere intrattenimento.

Il pretastro in confessione mi ha detto di trattare quel nonnetto come Cristo. Mi è venuto un brivido, perché sembrava una di quelle affermazioni da predica, cioè “in teoria verissima, in pratica dubbia”.[2] Per fortuna sono anni che quando un confessore me la spara grossa ho capito che non devo impressionarmi ma solo sforzarmi di decifrare cos'è che aveva inteso.[3] Piegarsi all'arroganza non sempre è un gesto di umiltà. Abbracciare chi ti tratta da giocattolino è un atto che può riuscire a dei santi (abbracciateli voi coloro che si sono imposti come missione di frustrarvi il più sadicamente possibile, dopodiché potrete farmi la predica). Fra la santità e la pazzia il confine è labile, e se non riconosco il bisognoso in cui abbracciare Cristo avrò sempre il dubbio di star collaborando al sadismo altrui. Caritatevole sì, e con tutto lo sforzo possibile, ma fesso no. E “possibile” implica dei limiti.

È una società malata, che ha abolito la riconoscenza sostituendola coi formalismi, coi cartellini del prezzo, coi salamelecchi, con l'adulazione, ferma restando la salute necessaria per eseguire quei prescritti rituali. Per questo regna l'arroganza. Quando sono stanchi, hanno fretta, hanno bisogno di distrazione, o sono su di giri per qualsiasi motivo, scattano tutte le pretese, dimenticano totalmente la realtà, agiscono come bambini capricciosi a cui tutto è dovuto, tutto e di più, incluso il capire magicamente cosa hanno per la testa in quel momento e cosa avranno subito dopo. Per cui, quando possibile, rimprovero: “molla quel cellulare e pensa a guidare!”, sperando che la pubblica figuraccia gli sia più educativa che umiliante, prima che metta di nuovo in serio pericolo me o qualcun altro.


1) Solženicyn ama ricordare gesti di carità del genere da quell'infernale “arcipelago”.

2) Quante volte dall'ambone ci hanno altisonantemente comandato di “uscire a proclamare il Vangelo”, o di andare “dai nostri nemici a dire: ti perdono!”…

3) Aiuta molto il figurarsi mentalmente il professorino col dito alzato che inizia ogni frase con “sì, ma devi…”.

martedì 25 giugno 2024

Frattaglie - 27 - altri argomenti che non svilupperò

Dovrei girare un documentario sull'impegno (degno di miglior causa) che ci mette certa gente a finanziare la propria vanità.

Mammetta giuliva mi parla orgogliosamente dei due figli adolescemi. Il primo è peggio di un lumacone in pensione che spende la paghetta in videogiochi e il cui viaggio più lungo è dal divano al frigorifero. Il secondo è un iperattivo distrattone che si fa rubare il motorino, perde gli occhiali durante una festa, organizza una vacanza con un suo amico accorgendosi troppo tardi di scadenze e impegni, si procura una lesione muscolare giocando e gli resta un danno permanente (poca cosa ma permanente) perché sapeva che le terapie gli avrebbero annullato tornei e vacanze. Alla loro età anch'io ero disorientato. Anche a me l'unico orientamento fornito era “togliti dalle balle, economicamente e silenziosamente, ma togliti dalle balle”. Anch'io ebbi praticamente da mendicare una presenza adulta, una guida, un maestro, finendo per scegliermene io di volta in volta (nel branco e non) e cercando di attribuirvi una qualche importanza, finendo per dimenticarne una e passare alla successiva. Finché non mi accorsi che le cose migliori dei miei migliori amici avevano a che fare col movimento.

Alla fine si è avverata l'ennesima profezia di 1984: una canzonetta creata dall'intelligenza artificiale mi risulta orecchiabile e cantabile. In 1984 si immaginava di rimbambire i prolet fornendo loro romanzetti fabbricati automaticamente da macchine (e dunque, per estensione, canzoni e altre forme di entertainment, che neppure Orwell aveva saputo immaginare). Per natura, all'uomo piace sentirsi raccontar cose, cantar cose, suggerire immagini su cui fantasticare (ohibò, quanti libri sacri - e opere profane - sono stati a lungo trasmessi solo oralmente?).

Ricordavo una band metallara con capelli a cresta di pollastro e giubbotti gialli che a fine concerto lanciava Bibbie agli spettatori (non nel senso metallaro di scagliarle addosso ma nel senso di distribuirle gratis). Un'americanata, nel vero senso protestante della parola. Così, per scherzo più che per assaggio, ho cominciato ad ascoltare le trasmissioni di una radio specializzata in Christian metal. Il principio è questo: siccome i giovani sono convinti che per essere ribelli ci sia da ascoltare musica metallara (quella fatta di “uaaaargh!” e di voci cinque ottave sotto i piedi), allora qualcuno si dà da fare per ammannire loro musica biblically correct e moralmente accettabile (salvo il non proprio buon gusto delle schitarrate, delle urlate e delle voci roche). Tra gli slogan della radio quello che mi fa più ridere è: Powerful Music for a Powerful God, “musica potente per un Dio potente”. Powerful. Anzi, quell'altro: To blow the devil away, “per spazzar via il diavolo”. Suppongono cioè che il demonio disprezzerebbe quella musica solo per il contenuto dei testi. Che anziché essere ambigui, cupi e brutali come quelli delle varie branche di trash metal, death metal, ecc. (che lo sono perfino quando apparentemente cantano romanticherie), sono invece zeppi di citazioni della Bibbia, raccomandazioni morali e citazioni dottrinali.[1] Dubito, però, che ci siano state conversioni o almeno maggior rettitudine morale da parte degli ascoltatori.

Nel mondo fai-da-te americano riecheggia ancora nostalgicamente il nome degli Home Depot, catena di negozi rinomata non solo per la vastità del catalogo ma anche per il fatto di assumere gente “del mestiere” (idraulici, carpentieri, ecc.) e di pagarla bene[2] (non come un qualsiasi spostapacchi). E che quando lavoravano fra gli scaffali capivano cosa cercava davvero il cliente e lo accontentavano. Ma un bel giorno la catena si becca una grossa causa contro la discriminazione perché gli incompetenti e gli ultimi arrivati lamentavano di essere pagati meno degli esperti. Sorpresa sorpresina: nel 2004 l'azienda perde la causa, sborsa fior di milionate di risarcimenti, e per forza di cose cambia politica di assunzioni. Così da allora ad oggi il personale è fatto di incompetenti e di spostapacchi. Cioè gente che se ti vede con dei tubi di rame intesi a essere saldati non sa la differenza tra un saldature a butano e una torcia a propano.

Perché in 1984 c'era bisogno di trasmettere la “confessione” di Goldstein? Perché il grande pubblico è fatto principalmente di coglioni ai quali piace “svegliarsi al mattino e trovare tutto già pensato”. Cioè non usano la logica, non sanno riconoscere le evidenze, o meglio, rifiutano la logica e le evidenze perché hanno paura di dover cambiare idea. Hanno bisogno di un Super Cattivo da odiare, perennemente descritto come tale, possibilmente “reo confesso”. Dunque finché qualcuno non viene descritto come nemico dell'IngSoc, finché non si trasmette qualche spezzone video “incriminabile”, per l'italiano coglione medio non può essere “cattivo”, può essere al massimo criticabile o oggetto di motteggi. Cosicché dopo la dittatura del ConteDraghi, finché i due soggetti non andranno in tv a dire “abbiamo preso ordini dai Nemici del Popolo”, l'italiano coglione medio si rifiuterà categoricamente di riconoscere i fatti, le evidenze, le connessioni, persino la logica stessa (l'abuso delle “zone colorate” e dei lockdown, e tutti gli abusi collegati). Non a caso, di fronte a scenari di guerra che nessun sano di mente vuole, l'italiano coglione medio continua a cibarsi della campagna d'odio contro il Goldstein russo, senza capire minimamente chi e perché sta manovrando il branco di utili idioti.

Qualche tempo fa mi regalarono un tablet cinesissimo. Era in omaggio con un televisore; l'amico in vacanza dall'altra parte d'Italia compra il televisore in un negozietto ambiguo e al ritorno mi dona il pacchetto dicendo di avere già troppi tablet in casa. La prima sensazione fu di capire quanto siamo disperatamente dipendenti da cineserie e da infrastrutture cino-americane. Sulla confezione non c'era scritto nulla, né le caratteristiche, né il nome del modello, solo un'immagine generica. Alla gente non importa sapere quanta memoria ha, quanto spazio libero c'è il primo giorno. “Ci funziona Uozzappe? Si può usare per i Ticche Tocche? La didattica a distanza la fa?[3] Allora va bene”. Procedo a installare un po' di apps scoprendo che richiedono un cumulo di permessi assurdi. A cosa diavolo serve ad un'apps di previsioni del tempo (che non fa altro che presentare in modo carino i contenuti di un sito web) il permesso di usare fotocamera, storage, identità e quant'altro? A cosa diavolo servono i tremila permessi per un'apps che serve solo a pubblicare foto e spezzoni video? L'utonto queste domande non se le fa: “l'importante è poter vedere le signorinelle discinte”. O peggio, “la Pubblica Amministrazione ha deciso che devo fare tutto con l'apps ufficiale”. Naturalmente quasi tutte le apps sono imbottite di pubblicità fino all'eccesso, cosa che sul mio laptop non ero abituato a vedere (e pure sul vecchio cellulare ho preso tante contromisure). Il manualino, scritto in caratteri minuscoli, è completamente inutile (parla solo di apps da installare, cioè l'unica cosa che si può fare senza assistenza). Per capire le caratteristiche hardware ho dovuto installare un'apps apposita: sono piuttosto altisonanti (gigabyte di qua, gigabyte di là…) ma il tablet si comporta come se fosse un gadget di dieci anni fa, lento e farraginoso (chissà con cosa hanno simulato l'esistenza di tanta memoria). Inoltre, al tatto, fa rumore da incollaggio storto. Dopo aver installato un po' di apps,[4] una si rifiuta di partire e dice che il tablet non è sicuro perché risulta attivato il “root”.[5] Cosa che non avevo fatto, ma si tratta pur sempre di aggeggi cinesi, non sai mai cosa c'è dentro, né quanto a software, né quanto ad hardware: non mi fido ad inserirvi cose importanti e faccio bene, visto che due settimane dopo inspiegabilmente non partono più neppure i giochini. Riformattare è un'impresa titanica e ostacolata in ogni modo. Il tablet prenderà qualche mese dopo un urto leggero che distrugge lo schermo. Non vedevo l'ora di riportarlo all'isola ecologica. L'amico si meraviglierà che mi era durato così tanto.


1) L'aspetto divertente del protestantesimo è che ti mostra sempre cosa succederà quando il prossimo cattolico cercherà di inseguire l'applauso del mondo.

2) Si dice che una rinomata azienda dal nome francese e non proprio economicissima tenti maldestramente di fare lo stesso, ma tutte le volte che sono andato a prendere qualcosa ho incontrato solo degli “spostapacchi”.

3) Eh, si era in tempi in cui il boom della didattica a distanza provocò lo svecchiamento dei magazzini di tablet, con gran gioia degli importatori di cineserie.

4) Nel gergo moderno i termini commerciali, le loro sigle, i loro diminutivi, sono diventati parte del vocabolario comune. Apps! E subito ti si illuminano gli occhi, come di fronte ad una magica soluzione a mille problemi. Sei disperato? Apps! Sei povero? Apps! Sei senza femmine? Apps! Tutto è apps, signori.

5) Evidentemente il tablet aveva già il malware precaricato di fabbrica, e chissà quanta gente più ingenua di me c'è già cascata.

sabato 22 giugno 2024

Alto mare bergogliesco

Uno dei fattori della crisi profonda della Cielle è stato senza dubbio l'ascesa al soglio di Bergoglio.[1] Il papismo da tifosi a cui eravamo stati addestrati con successo in epoca wojtyłiana e con ancor maggior successo in epoca ratzingeriana si è inevitabilmente ritorto contro di noi proprio nel momento in cui Benedetto XVI abdicava, e col papa Buonasera la stangata è stata definitiva. Non era mai stato davvero necessario sfoggiare quel papismo per affermare la fiducia nel successore di Pietro, non lo era nemmeno quando Ratzinger era sotto il fuoco incrociato di amici e nemici.[2] Ma è come se ai vertici del movimento di Comunione e Liberazione fosse piaciuto imporre l'ostentazione della fedeltà al Papa come fattore identitario.[3]

Sul sito web della Fraternità è apparsa la lettera del Prosperi ricevuto dal Bergoglio sabato scorso. La sviolinata prosperiana tenta malamente di nascondere[4] l'atteggiamento da corrucciato burocrate a caccia del pelo nell'uovo che ha identificato i punti buoni del movimento e mira a distruggere esattamente quelli. Non riesco a credere che un'ossessiva insistenza sull'«andare fuori» o contro il «guardarsi l'ombelico» siano dettate da buona fede e animo di pastore,[5] perché la prima va a colpire quel curare la vita interna di cui il movimento ha sempre più bisogno da diversi decenni[6] (il trascurarla, infatti, equivale a ridurre il movimento ad un darsi da fare finalizzato a dimostrare che si sta facendo qualcosa) e la seconda è subdolamente intesa a colpire quelle caratteristiche peculiari che hanno sempre reso unica (nel senso di attraente) la proposta del movimento.[7]

La programmatica accusa di autoreferenzialità che ci piovve addosso dallo stesso Bergoglio fu una gratuita sferzata per noi piccoli - in quanto campata in aria - e una tutt'altro che carezza per giussanologi e cielloti, che avevano agguantato il grosso delle poltrone cielline e iniziato a rattrappire molte opere e attività del movimento. La fissazione bergogliana sulla “guida comunionale” menzionata nella lettera, però, svela ancora una volta l'intenzione di ridurre definitivamente il movimento a un club parrocchiale indistinguibile dagli altri. Il sottinteso è infatti che ciò che ti è accaduto - imbatterti esattamente in quelle persone, un avvenimento che riguarda la tua fede - va considerato tutto sommato irrilevante e staccato dalla vita del movimento. Non hai più una catena umana di fiducia, avrai solo una struttura a cui ti iscrivi per eseguirne le attività,[8] non hai più in primo piano volti amici, avrai solo un grigio consiglio direttivo che ti gira gli ordini da eseguire.[9]

Mi lascia diffidente anche l'espressione «la speranza è una virtù umile».[10] Diamine, ci voleva il successore ufficiale di Pietro per proferire una simile banalità?[11] Escludo che nella lettera sia menzionata come sintesi di un'indicazione più articolata (per nascondere qualche randellata di cui conviene tacere): sembra piuttosto la risposta ad un'implorazione del genere “santità, ci dica almeno una parola che dobbiamo scrivere la lettera-verbale di incontro e non possiamo sviolinare esclusivamente su incoraggia/stima/desiderava conoscere”.

Il movimento, insomma, è ancora in alto mare bergogliesco.

Accolgo l'obiezione: il movimento “quale”? Dovrei distinguere fra tre diversi movimenti. Le persone concrete in cui mi sono imbattuto io, e tutta quella vasta trama di rapporti di fiducia che con crescente gratitudine vi ho scoperto dietro.[12] Se Tizio, che ritengo avere fede, mi si dice molto colpito da Caio, del quale ne riconosce la fede, so di poter fidarmi. E se a sua volta Caio riconosce la fede di Sempronio… È letteralmente la fede che si diffonde “per contagio”, disvelando un popolo, una compagnia guidata al destino. Che convenzionalmente veniva chiamata movimento di Comunione e Liberazione[13] e che dall'esterno si vedeva organizzare Meeting, pellegrinaggi, vacanzine, gli esercizi spirituali, incontri, attività. Senza fretta, senza pressioni, soprattutto senza fregature, ché tornavamo sempre con una ricchezza in più in cuore. Perché era una compagnia guidata, non su “una” strada ma su “la” strada.

Il secondo movimento è quando “giussanologi” e “cielloti” hanno sempre più conquistato la sala comandi.[14] Per i primi il movimento è di fatto “un discorso sul movimento” (nonostante lo neghino),[15] per i secondi è l'etichetta di un darsi da fare (per dimostrare di esser bravi a darsi da fare). Non c'è voluto molto che pensassero di poter campare di rendita, politicamente, economicamente, ecclesialmente. E non c'è voluto molto perché arrivasse quell'annus horribilis in cui si consolidò il declino del movimento come lo avevamo conosciuto, mentre le sue migliori perle - come ad esempio il Meeting di Rimini - diventavano a poco a poco la caricatura che ne avevano sempre fatto i comunisti.

Il “terzo” movimento è quello che hanno in mente Bergoglio e i vescovi italiani: rimpolpare l'asfittica Azione Cattolica facendovi confluire le armate cielline con la loro capacità ed esperienza organizzativa (e di raccolta fondi). Immaginiamoci come passo successivo della “guida comunionale” un gruppone disomogeneo di responsabili di vari club ecclesiali riunitosi per far sembrare concreta l'ultima esternazione pontificia o l'ultimo insignificante slogan della conferenza episcopale. Con quello della mummificata AC che comunionalmente dice a quello di CL: “farete… sposterete… darete…”: e che rispondi, non vorrai mica essere poco “comunionale”? Su, datti da fare. Convoca i tuoi associati, scrivi una letterina per convincerli, dà ordine ai capetti di suonare la grancassa, applicando un adeguato numero di espressioni in forma impersonale e simulando un adeguato entusiasmo su una lista sconnessa di astrazioni farcite di versetti biblici tirati su per assonanza, per convincerli a darsi una mossa. Non è così che si fa anche nei consigli pastorali parrocchiali e diocesani dove tutti comunionalmente comandano e alla fine si approva solo quello che i soliti noti vogliono? Soprattutto, guai a te se non sorridi e applaudi entusiasta, sei uno che non vuole “andare fuori”, sei uno che “si guarda l'ombelico”.


1) Do per scontato che chi legge questi miei rant abbia in qualche modo a cuore le sorti del movimento e sia sufficientemente capace di distinguere fra affermazioni di carattere generale difficilmente attaccabili (come l'inarrestabile declino del movimento in epoca bergoglionica, sebbene coadiuvato da debolezze interne) e affermazioni che dipendono dalla mia esperienza personale ma che sembrano trovare sempre più riscontri.

2) Se passa l'idea che il Papa ha bisogno di una claque si fa largo anche l'idea che il Papa sia una specie di mascotte, di capocannoniere, di segretario del partito, non dell'uomo che per divina volontà si ritrova ad essere pastore del più delicato e vasto gregge immaginabile. Proclamarsi fedeli al Papa, quando vige il menefreghismo, è di fatto una risposta ad una domanda che non si pone, è percepito come un tentativo di sembrar virtuosi, cioè come un invito a sbadigliare o perculare. E quando poi arriva il papa Buonasera

3) Quando il don Giussani ribadiva la fedeltà alla gerarchia, aveva ancora presente l'ostentazione di infedeltà da parte di certi progressisti non ancora convertitisi al moderatismo clericale degli anni ottanta (quando da qualche cabina di regìa giunse l'ordine ai rivoluzionari di far meno caciara), la ribellione a Paolo VI da parte degli stessi modernisti che erano stati fin troppo accontentati, e probabilmente anche la scottatura delle tante dure ubbidienze e rospi da ingoiare che curie e vescovi avevano ostinatamente inflitto al sacerdote brianzolo reo di aver fondato - suo malgrado e senza neppure l'intenzione - un movimento. Finì evidentemente che certuni nel movimento ritennero d'uopo prendere alla lettera le espressioni del Giuss, anche dai pro forma destinati ai diffidenti curiali.

4) Ipotesi di complotto: anche Prosperi è stufo e pacatamente, ancora una volta, lascia trasparire l'assurdità della situazione. “Giusto cielo, ma guarda quante volte il Papa ci ha ripetuto la frase sull'Andare Fuori e sul non Guardarsi L'Ombelico, oh santo cielo”. Chi non è rincoglionito (né ipocrita) ha già inteso. Ma per credere a tale ipotesi occorre convincersi che ai vertici del movimento l'ordine implicito di scuderia sia quello di continuare a fare le candide colombelle in attesa speranzosa del prossimo pontefice (e sperare di non tornare ai fantozziani fasti carroniani). Ché sarà già una grazia se il prossimo Papa ci ignorasse e ci lasciasse leccarci le ferite.

5) Gli slogan degli ambienti gesuitici, “andare fuori”, “non guardarsi l'ombelico”, di sapore sessantottino e gesuiticamente interpretabili in due modi solitamente opposti, vengono infatti usati come un'amichevole pacca sulla spalla nei confronti di certi modernisti clericali e come una sferza nei confronti della Cielle. C'è una sola categoria di fedeli trattata peggio dal Bergoglio, ed è quella dei tradizionalisti.

6) Mi lascia sbigottito scoprire ciellini anche di lungo corso che ad oggi vivono i sacramenti come un'attività di cui farebbero volentieri a meno, o che trascurano la confessione da anni. Ho il sano terrore che il “patto col diavolo” della Cielle sia stato l'accettare supinamente la “comunione sulla mano” (introdotta dalla CEI nel 1989) come norma anziché come eccezione. L'ubbidienza ridotta a servilismo (con la scusa dello sbrigare le comunioni) faceva il paio con la fedeltà al Papa ridotta a papismo di etichetta.

7) “Guardarsi l'ombelico” è un dispregiativo che non ammette obiezioni, una sentenza data prima del processo, e incrimina previamente il presentare la propria esperienza. È un fare di tutta l'erba un fascio, è un presumere che l'intero movimento sia un “discorso sul movimento”. Ed è come quando quell'esimio prelato disse con sommo sprezzo verso una possibile causa di beatificazione, che il movimento non aveva bisogno di suoi santi.

8) Non si può negare che Wojtyła istituzionalizzando i movimenti li abbia castrati. Volutamente, temo, seppure troppo spesso con ottime ragioni. Bergoglio ha semplicemente portato alle estreme conseguenze quell'istituzionalizzazione, come se volesse dei cloni dell'Azione Cattolica, a guida “comunionale”, imbottiti di attività ma ultimamente un passatempo parrocchiale poco rilevante nella vita di fede di chi vi aderisce. Comico paradosso: la Cielle nasce dall'Accì e una cinquantina d'anni dopo dopo la Cielle indistinguibile dall'Accì non può far altro che confluire nell'Accì.

9) Alla fine della fiera l'autoridursi a eseguire ordini (attivismo e incontrini cultural-teologico-autopsicanalitici) è esattamente l'accontentare giussanologi e cielloti. Che però solo a quel punto cominceranno a capire di non essere più “speciali” ma di esser diventati uno dei tanti insignificanti club parrocchiali, che per di più avrà perso la sua autonomia organizzativa e la sua verve con cui attirava sempre nuova gente.

10) Gesuiticamente parlando, la speranza “virtù umile” si contrappone alla speranza basata su una “certezza presente”, che in quanto certezza è invisa al modernismo clerical-gesuitico oggi in vigore. Ricordo bene la fretta con cui un pregiato monsignore mi rintuzzò insinuando che l'esperienza non può dare certezze, quando per ingenua baldanza avevo menzionato la ragionevole certezza acquisita dall'esperienza. Proprio loro, i campioni del sospirante intimismo e del sottinteso che alla fine della fiera “va' dove ti porta il cuore” (cioè “scegliti ciò a cui vuoi credere e sei a posto”), hanno quel momento di reazione pavloviana in cui “esperienza” e “certezza” suonano loro come un grave pericolo.

11) Per tutta una vita cristiana ho dovuto sopportare logorroici chierici parolai che proferivano instancabilmente petalose banalità e giocavano con le parole del lessico cattolico un po' come bambini che infilano tre o quattro parolacce nella stessa frase convinti di aver ideato l'imprecazione del secolo. Immaginate la mia faccia alle prime scuole di comunità e Meeting di Rimini, quando sentivo parlar chiaro e senza melensaggini sulle questioni fondamentali della fede.

12) Cosa vuol dire essere “ciellini”? L'appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione comincia non perché decidi di aderire ad un club ma perché i tuoi migliori amici sono coinvolti in quella genuina esperienza di fede al punto che nel tuo piccolo non riesci a non desiderare di vivere la stessa cosa. E col passare del tempo scopri che i loro migliori amici vivono quella stessa fede, e così pure gli amici degli amici degli amici… e capisci cosa significa quell'espressione “compagnia guidata al destino”. Per indicare quella cosa dici “amici”, se proprio c'è bisogno di esser formali usi qualche timido termine come “il movimento”, “la fraternità”, perché non hai bisogno di un'etichetta, perché sai che non è banalmente uno dei tanti club parrocchiali che s'infervorano attorno al logo colorato del proprio gruppo, bramosi di dimostrare di essere significativi nella Chiesa o almeno utili a qualcosa. Quel “movimento” riguarda la tua vita di fede, non un darsi da fare, non un impegno culturale (sebbene nel movimento non manchi). Non si diventa ciellini svegliandosi al mattino con la voglia di una tessera in più. Ci si accorge di essere ciellini tardi, quando si viene accusati di esserlo, quando quei volti che rappresentano la tua fede vengono accusati di essere tali, quando qualche clerical-curiale insiste a volerti apporre un'etichetta clerical-politica…

13) All'interno della Cielle praticamente nessuno usa tale termine - e neppure “Cielle” e simili. Ci si è sempre detti “il movimento”. Non c'era mai stato bisogno di etichettarsi.

14) Le prime crepe si son viste col don Giuss ancora vivente. E lui stesso in diverse occasioni - come dopo il misero fallimento del referendum contro l'aborto del 1981 - ebbe a desiderare di ricominciare tutto daccapo, di essere solo “in dodici”. In quanto movimento - per definizione “qualcosa si muove”, non è una cosa statica, c'è chi entra, c'è chi esce -, tanti si fanno facilmente sedurre dalle sirene mondane. Dalla politica, dalla “giussanologia”, dall'attivismo… Evidentemente nemmeno Giussani riuscì a tenerli a bada.

15) Le scuole di comunità e assemblee, ridotte troppo spesso ad un esercizio stilistico di oratoria, alternano omelie farcite di gergo ciellino (“lo sguardo leale sul riaccadere di una presenza che si imbatte nell'esperienza che si gioca nell'amicizia senza la scontatezza…”: termini che una volta ci erano necessari per farci capire, non per abbellire discorsi) a sensazioni vagamente intimistiche (“ieri mi colpiva la notizia al telegiornale”, è sempre uno “stamattina” o “ieri” - al limite nascosto dietro un “ultimamente” -, mai qualcosa dei precedenti 7-15-30 giorni), sono quanto basta per riaffermare, con don Giussani, che se la scuola di comunità non ti fa crescere è inutile, e che l'autoincaricato di martellarti a marcar presenza è uno scocciatore.

domenica 26 maggio 2024

La tortura del sonno

Da qualche tempo sono sottoposto a una sorta di “tortura del sonno”[1] dovendo aiutare il nonno in condizioni fisiche piuttosto malmesse. A qualsiasi ora del giorno e della notte reclama la mia presenza per accendere o spegnere il televisore, per aprirgli merendine, per alzarsi e farsi portare in bagno (e dopo diversi minuti esige di farsi alzare dal bagno e riaccompagnare a letto)… E tende talvolta a cadere, lasciar cadere, sversare dappertutto. Difficile stimare quanto ci sia di problema fisico, quanto di desiderio di compagnia, quanto di capriccio infantile, ma sono certamente presenti tutti e tre. Era iniziata come piccola e breve penitenza d'avvento: non è stata breve, è proseguita fino alla quaresima, c'è stato un breve bagliore fioco in fondo al tunnel ma si è spento presto l'ottimismo.[2]

Nel nonno autoridottosi a bambino capriccioso e insolente vedo drammaticamente quanto può essere immiserita una vita dal naturale invecchiamento e che fino ad alcuni anni prima era tutto sommato fatta di successi, di impegni, di compagnie, di soddisfazioni. Vedo quanto ci si può ridurre male e quanto facile venga da mugugnare “voglio morire” quando cominciano a mancare lucidità e forze, e un po' temo per me stesso, per quando sarò io a finire in quelle condizioni e senza la fortuna di una persona che si dà pazientemente e volenterosamente da fare,[3] e col rischio di riuscire a farla pure perdere, quella pazienza. Dopo che per l'ennesima volta mi ha svegliato ha attaccato con una cazziata perché non ho decifrato ed eseguito immediatamente ciò che voleva, e mi ha lanciato uno sguardo di quelli di inequivocabili furia e disprezzo. E allora il cazziatone gliel'ho dovuto fare io, ripetendogli con insistenza che non può permettersi il lusso di trattare così chi lo ha letteralmente tolto dalla merda.[4]

Con l'occasione penso anche al vastissimo branco di coglioni, non solo quelli della mia fascia di età, che hanno orgogliosamente rinunciato alla normale vita “famiglia e figli” per non perdersi le “opportunità” della vita.[5] Facile pensare in grande quando la salute non ti manca e i soldi riesci ancora tutto sommato a intascarli. Poi all'improvviso ti ritrovi bisognoso come quel nonno, e se mugugni “voglio morire” vieni immediatamente preso sul serio perché non sei più utile. Tutti i gadget comprati, le fiction viste, gli apericena, i week-end, le vacanze in posti che non sapevi nemmeno indicare sul mappamondo, non ti ridanno neppure l'ombra di ciò di cui avverti il bisogno.[6]


1) Non è un modo di dire. Non poter usare cuffie o auricolari, non poter pianificare orari, non riuscire a prendere sonno sapendo che all'improvviso - dopo un periodo casuale che varia dal quarto d'ora alle sei ore - occorrerà alzarsi in fretta e furia e fare sforzi da manovale solitario.

2) Non ricordo più l'ultima volta in cui ho dormito per un'intera notte senza interruzioni e senza venir svegliato da un lamento che mette l'ansia di dover decidere se era una richiesta di aiuto o se si può tentare di riprendere a dormire. E che dunque passa un'ora o più prima di poter riprendere sonno.

3) E ci si deve pure considerare fortunati ad avere almeno un tipico badante cinico e scansafatiche.

4) Si dice sempre “non è lui a parlare ma la sua malattia”. È una di quelle belle frasi che non spiega e neppure consola. Il soggetto ce l'ho io davanti. Sono io quello che lo ha visto in azione e che può meglio stimare quanto c'è di malattia e quanto di capriccio.

5) È una vera tortura ascoltarli pontificare sul convivere, sul “diritto” di sopprimere vite, sul diritto di immaginarsi ciò che non si è, e su quanto sia costoso figliare, su quanto importanti siano il prossimo acquisto o la prossima vacanza… Sono gli stessi che si lamentano di come in cinque anni la vita si sia fatta molto costosa e lo stipendiuccio - già misero all'epoca - sia a stento sufficiente a pagare tutte le rate e a restare a galla. Per poi invidiare quelli che stanno scalfendo le ricchezze ereditate per continuare a fare gli irrinunciabili viaggetti, cenette fuori, acquisti online.

6) Uno può crogiolarsi nei ricordi solo su un comodo divano e a stomaco pieno e temperature confortevoli.

sabato 25 maggio 2024

Frattaglie - 26 - il tempo di twittare mancava ancora

La moda del “proteico” continua ad impazzare fra i 'ggiovani, convinti che sia la nuova pozione magica per avere un corpo statuario, indispensabile per poter primeggiare nei rapporti sociali. Non vedo l'ora che qualche parroco promuova la parrocchia proteica nel sempre più ingrato compito di attirare i giovani.

Il metodo standard femminile di presentare il proprio valore è passato in pochi decenni dal cucinare deliziosi pranzetti all'agitarsi per un balletto idiota davanti a un cellulare.

Ho dovuto stoppare una persona cara che aveva innestato il Pilota Automatico del Dare Consigli. Ho dovuto ricordare che quando hai un'emicrania, c'è bisogno di un'aspirina, non di discorsi sulla testa, non di consigli sulle aspirine, non di spiegazioni mediche, non di “cosa vorrà dirti il Signore con questo”: quando hai una cazzo di emicrania, hai bisogno solo di una cazzo di aspirina, ed è proprio quella stessa emicrania a renderti fastidiosissime le inutili elucubrazioni.

Vive da mesi all'estero e chiede informazioni su cosa preparare in caso di morte inattesa. Funerali? Modo di avvisare i parenti dall'altra parte della Terra? Poi dice che non ha molto interesse a far testamento. E allora, vorrei rispondergli, di che ti preoccupi? Non hai né fede, né affetti meritevoli di ciò che lasci (a parte un generico avvisar gente che evidentemente non ci tiene troppo a te).

Perché tanta cagnara sul Vaticano II? Gli si dia tutto l'onore che effettivamente gli spetta (poco, visto che era un concilio “pastorale” che non ha affermato né condanne, né dogmi di fede, né altro che impegni seriamente la vita dei credenti), e basta; non un pelo di più. Invece è sempre stato solo una scusa per far passare la propria “agenda”, è sempre stato il comodo alibi di chi voleva appiattire e banalizzare, al punto che il don Giussani (persino lui!) si ritrovava a doverlo citare per evitare di essere bersagliato dai Professanti Mentalità Moderna.[1] Ti lamenti del tavolaccio usato come altare? “Eh ma sei preconciliare”. “No, guarda, sono ciellino, e di solito vengo accusato di modernismo dai preconciliari, mettetevi un po' d'accordo su cosa dovrei essere secondo voi”.[2]

Ogni tanto vien voglia di scrivere una paginetta autocelebrativa sul perché uso tante note, digressioni, parentesi, corsivi, incisi… È perché da tanti anni sono abituato ad aver a che fare con dei minus habens, dalla ridotta capacità di comprendonio e ridottissimo attention-span. E quindi ogni singola sillaba si presta ad equivoco, e dunque ogni singola sillaba va precisata, giustificata, contornata di spiegazioni e distinguo e chiarificazioni.

Quando cominciai a frequentare il movimento di Comunione e Liberazione si sentiva - anzitutto dall'ostilità di altri ambienti ecclesiali - che la Cielle era un unicum, che era qualcosa di particolarissimo di fronte a cui non veniva la tentazione di sbadigliare. Oggi invece la percezione è che si tratti di una delle tante aggregazioni ecclesiali, ognuna col suo elevatissimo grado di insignificanza, il suo gergo peculiare,[3] la sua aristocrazia di capi e capetti (con zero importanza fuori dall'ambiente). L'autoriduzione della Cielle alla caricatura che ne facevano i comunistoidi era appena cominciata (ma al sottoscritto occorsero parecchi anni per accorgersene, cioè fino al momento in cui le “eccezioni” e le “coincidenze” cominciarono a risultare davvero troppe).

Era solo nel movimento che ci veniva ripetutamente chiarito come l'arte parlasse (mostrare la bellezza, cioè “mostrare Dio”), salvo poi indulgere negli sgorbi di un Congdon o nel “valorizzare” sinistre figure (sinistre non solo politicamente) e sentirsi à la page, anzi, valorizzarle di più proprio per essere ancor più à la page. Ricordo ancora il brivido che provai quando assistei per la prima volta ad un triduo pasquale in Vetus Ordo: erano quegli stessi testi del De Victoria che il movimento ci aveva abituato ad ascoltare e anche ad usare nelle liturgie. Il Vetus Ordo era letteralmente la risposta sottintesa a tutte le volte che il movimento ci aveva insegnato quel “mostrare Dio”. Curiosamente, i sacerdoti del movimento “un po' tradizionalisti” erano dei soggetti isolati. Come se il movimento ti facesse assaggiare la lasagna ma contestualmente proibendoti di cucinarla o di richiederla. E tutto perché vigeva la legge non scritta dell'essere talebani del merdosissimo Vaticano II.

Per i comunisti sovietici la vergogna peggiore dei nazisti era il giustificare la propria malvagità con “la nazione lo vuole” e di voler ignorare che la “nazione” (qualcosa di impersonale) è fatta di persone. Sottinteso: “quando noi sovietici diciamo che il Partito lo vuole, devono esser per forza le persone a volerlo”. Che è la stessa cosa, perché anche il “Partito” è qualcosa di impersonale e fatto di persone. Ma questo non importava al dipartimento sovietico di Agitazione e Propaganda. Dopotutto il popolo parla per bocca dei suoi rappresentanti, i quali parlano per bocca del Partito, il quale parla per bocca del suo leader, cioè il segretario del Partito. I sovietici criticavano il nazismo per l'essere una malvagità senza un volto a cui associarla. Ma in risposta avevano il volto del leader a giustificare ogni malvagità.[4]


1) Checché ne dicano i più esperti giussanologi, l'entusiasmo di don Giussani per il Concilio - che non è solo un insieme di documenti ma un'intera mentalità - era dovuto alla speranza di poter cavalcarlo come alibi per poter cambiare qualcosa in meglio. Così come gli altri lo cavalcavano come alibi per imporre robacce impresentabili nella direzione opposta. Senza dubbio gli sarà stato frustrante, gli sarà stato un inseguire il carro che rotola giù dal pendìo. Del Concilio, “quel ch'era buono non era nuovo, e quel ch'era nuovo non era buono”. Non è arditissimo ipotizzare che Giesse, Cielle e tutto il resto potessero tranquillamente nascere anche senza il Concilio, perché le intuizioni del Giuss, per quanto “ubbidienti” alla gerarchia, non avevano né bisogno, né origine dai testi conciliari, dai loro sedicenti interpreti, dai fanatici del cambiamento. Magari un giorno si potrà ammetterlo anche nelle biografie di don Giussani.

2) L'accusa di modernismo a Giussani e al movimento (intendo il nocciolo duro del movimento, non il vasto strato movimentistico che lo ricopre) può essere dovuta o a pedanteria semantica (riassumibile ironicamente in “se uno dice barca deve per forza essere un marinaio”), o a pignoleria professorale (riassumibile in “se non esibite il gagliardetto di Pio V siete collusi col Nemico”).

3) Quando s'aveva qualcosa da dire, si usavano termini specifici - “avvenimento”, “imbattersi in una presenza”, “sguardo leale”… -, proprio per far meglio chiarire ciò che s'aveva da dire. Oggi, invece, sembra che anche i capi e capetti abbiano confuso il “qualcosa da dire” col gergo con cui lo si esprimeva. Cioè si sciorina il solito insalatone di paroloni, e in virtù di ciò ci si sente speciali e (auto)convalidati.

4) Da questo si capisce come i russi di oggi abbiano ancora la convinzione che i nazifasci propugnano qualcosa di impersonale e perciò possano essere telecomandati.

sabato 30 marzo 2024

Frattaglie - 25 - la radical-sciccosa

Uno dei tipici personaggi di queste lande brulle e desolate è la radical-sciccosa di parrocchia. Tanto impegnata fra sagrestia, spazi parrocchiali e sagrato, quanto allineata alla religione sentimentalistica e radical-chic che sta spazzando via gli ultimi brandelli di cattolicesimo convenzionale: la religione dei sospiri, delle frasi sdolcinate e insignificanti, quella in piena sintonia coi telegiornali.[1] La radical-sciccosa pubblica sui suoi social un disegno a matita della sorella, altrettanto parrocchiana. “Che bel regalo”, descrive, scatenando una gragnuola di Like e di commenti entusiastici. Il soggetto sacro raffigurato dà l'impressione che i pensieri della disegnatrice non fossero esattamente religiosi.

Passate le feste di Natale, si è esaurito il liturgico diluvio di sospiri, auguri, frasi fatte, espressioni di generica “speranza” fondate sul nulla o su numeretti di calendario. Da domani sera potremo considerare passate le feste di Pasqua,[2] e considerare esaurito il bis di quel diluvio. I teleconsumatori paganti e fieri di esserlo celebrano con intensa devozione la liturgia degli auguri come se temessero seriamente che un team apposito controllasse se ne hanno dimenticato o ridotto qualcuno (dopodiché si torna alla realtà, fatta di costi, spese, aumenti, stangate). Sono liturgie di un mondo postcattolico che non sa più neppure perché insiste a voler festeggiare “Pasquetta”, “Capodanno”, “Natale”, “Ferragosto”… si festeggiano “perché sì”.

La musica non classica che ascolto ogni tanto con una certa avidità ha due costanti fondamentali: l'inquietudine che quasi sfocia nell'urlare e il ritmo serratissimo di chi corre a lato di un precipizio ma con la foga di chi ha un obiettivo e spera che sia valido. Si tratta di poche ottime canzoni di pochi gruppi che nel resto della loro produzione raramente riuscivano a raggiungere almeno la mediocrità (e che anche solo per questo motivo non meritano di esser nominati: non vorrei stuzzicare curiosità su tale spazzatura): devo ormai considerare dato acquisito il fatto che un gruppo men che mediocre possa produrre in tutta la sua carriera uno o forse ben due pezzi di un certo rilievo. L'inquietudine è difficile da esprimere in musica (un po' meno difficile nel caso della musica classica, ma non con quel mordente del correr di lato ad un precipizio), e quando la musica ti diventa un mestiere, l'inquietudine la esprimi solo fingendola.

Solženicyn dedica suo malgrado tante righe di Arcipelago GULag per rispondere alle obiezioni: ma non potevate denunciare? Non potevate organizzarvi? Non potevate reagire? Non potevate evitare? Non potevate convincere gli altri?[3] Quando con estrema cautela abbiamo cercato di opporre qualche dubbio alla Sacra Narrativa Vigente siamo stati presi per pazzi, nel migliore dei casi, accusati di voler fare i bastian contrari, di voler credere ai gombloddih,[4] venendo emarginati, ostacolati, derisi.[5] Ed ora ci dispiace vederli crepare come moscerini che ronzano attorno al fuoco. Poi, fra un decennio o due, qualcuno comincerà finalmente a riflettere su cos'era diventata questa società quando dovevi stamparti autocertificazioni per andare a fare la spesa (e sperare di non trovare un agente pignolo), quando dovevi esibire un nazistissimo Lasciapassare Verde per poter prendere una merda di caffè al bar o andare al matrimonio del cugino, quando i pretastri rinnegatori del buonsenso rifiutavano la Comunione a chi non si presentava con le mani (e nel frattempo non era presidiato neppure uno dei confessionali di parrocchie e santuari).

Uno dei dogmi più assoluti dei preti moderni è “non devono rompermi il tran-tran”. Hanno un'allergia a qualsiasi richiesta che vada fuori dalle loro più inveterate abitudini. Sono dispostissimi a fare e dire solo ciò che hanno in una sorta di menu precompilato ben chiuso nella loro scatola cranica, e nient'altro. Per cui banalizzano, deridono, o fingono di non capire, quando avvertono anche un minuscolo sentore che stai per domandare una cosa che dovrebbe essere normale chiedere ai preti, ma che loro non hanno alcuna intenzione di assecondare.[6]

Nel corso di lunghi anni, apparentemente senza motivo né cure, sono guarito da alcuni problemi fisici che mi ero rassegnato a doverci convivere per tutta la vita. Incluso un problema di stomaco, per il quale mi ero arreso a farmi prescrivere una fastidiosa gastroscopia, venendo messo in lista d'attesa per un tempo biblico. Nel frattempo era iniziato il 2020 con la Novella Religion Obbligatoria ed il reparto presso cui ero in lista è scomparso nel nulla (salvo poi ricomparire chiedendo il nazistissimo Lasciapassare Verde). Un giorno, durante tale interminabile attesa di quella gastroscopia, ho avuto l'ennesima crisi, ho vomitato interi metri cubi, e il giorno successivo non avevo più nulla. Così, senza motivo, senza medicine, senza neppure una visita.[7]

L'uomo ama confondere i sogni con la realtà per poi diventare violento e isterico quando glielo si fa notare. A volte, invece, assume l'espressione da cane bastonato e accetta il fato standosene immobile a chiedersi com'è mai potuto succedere che la realtà non fosse uguale al sogno.

Divertente notare ancor oggi che il format di invito ad andare ad un incontro di un qualche gruppo ecclesiale sia ancora sufficiente a capire se si tratta di Comunione e Liberazione o no. Per le altre realtà ecclesiali l'invito generalmente si riassume in: vedrai (o farai) qualcosa di nuovo (sottinteso che siamo già sicuri che non puoi assolutamente averlo già visto o fatto meglio di come noi: sai, siamo gli specialisti di tale novità). Quelli della Cielle, invece, sono riassumibili in: si parlerà di cose serie. Che fino a non troppi anni fa era pure vero (mi sale il magone a pensare quando tornavo dalla “scuola di comunità” con un punto in più, anche l'aver capito soltanto un punto in più).

No, non sono pentito di aver trattato in modo un po' brusco i nonni nell'ultima interazione che abbiamo avuto quando erano vivi. Mi viene spesso da pensare che il rincitrullirsi in vecchiaia sia forse la più disperata delle àncore di salvezza, come nelle vecchie barzellette in cui l'imputato invoca la propria infermità mentale per passarla liscia in extremis. E quindi che quel trattamento brusco - in cui stavo di fatto interagendo con la loro salute mentale in crollo verticale - non sia da addebitarmi come una mancanza di carità, ma come un tentare di tenere ancora a galla una barca che affonda. (Ed è tragico quando tale affondamento dura a lungo, settimane, mesi, magari anni)

Il drammatico limite di qualche anziano con cui sto avendo a che fare è che con loro crollano comode impalcature di parenti, di equilibri sociali, di questioni di soldi e di immobili, e di tanti altri problemucci che avrebbero tolto il sonno e la tranquillità se non fossero stati rinviabili. La finestra di Overton del rendersi indipendenti - l'ideale dell'andare a vivere da soli e lontano -, una volta chiusasi, lascia solo problemi, beghe, amare sorprese, e soprattutto uno sconquasso nella propria vita che non risulterà aggiustato nemmeno dieci o vent'anni dopo. Quel precario ma tutto sommato ancora gestibile microequilibrio sociale che c'era prima del 2020, in poco più di quattro anni è andato a pezzi, complice la dittatura del 2020-2021 e il magico Elisir di Lunga Vita. E così mi ritrovo mio malgrado nella stagione dei rimpalli di responsabilità, di attività sgradite, di interventi da “arbitro che non voleva essere tale”, di rincorse e acrobazie per guadagnare quell'ora di sonno o di aria pulita. È come se tutto il mondo fosse invecchiato di colpo.

Mi torna la nostalgia di quelle epoche rappresentate nei film che tanto piacevano a don Giussani (come Ordet, come L'albero degli zoccoli), in cui anziani, storpi e malati godevano tutto sommato di compagnia, assistenza, vita sociale, perché non era in voga la foga di sbarazzarsene, perché non c'era l'ossessione del pubblicare sui social quanto ci si è goduta la vita. E avrebbero avuto un funerale commosso e partecipato anche se si fossero spenti come questi gingilli elettronici moderni, d'improvviso lo schermo diventa nero e non c'è più niente da fare.

Ci veniva sempre detto, alla “scuola di comunità”, che la vita della Chiesa - e dunque la vita del movimento - non è il fare delle cose insieme e poi andare a mangiare insieme. O è aperta alla totalità, o ci fa soffocare. Siamo nel 2024 e il rileggere le parole “aperta alla totalità” mi fa ricordare come tale espressione sia stata pian piano annacquata, nel corso degli anni, ad un generico sospiro beneaugurante. L'effetto Chernobyl sul movimento: “fuori”, le stesse parole di prima, “aperti alla totalità”, “dentro”, progressivamente e inesorabilmente svuotate di senso.[8]

Anni fa ci raccontarono di un malato terminale di Montréal che aveva chiesto con urgenza l'iscrizione alla Fraternità di Comunione e Liberazione, morendo pochi giorni dopo, seppellito con la “tesserina” nel taschino. Bei tempi, quando si poteva guardare al movimento come un di più nella propria vita. Oggi, invece, siamo in paziente attesa che smetta di essere un di meno, che smetta di essere un discorso già sentito e sempre più simile ai discorsi delle radical-sciccose. La nuova moda è, ahinoi, il ciellino disincarnato, distaccato e distopico, che ha smesso anche di essere iperattivo volontario nelle attività.[9]. Ma forse la colpa peggiore del carrónismo è stata l'illusione che il movimento poteva finalmente campar di rendita nonostante l'aver evitato per decenni di curare “la vita interna”.


1) Ricordo vivamente, di quando ero bambino, quel momento in cui mio zio, a casa del quale avevamo il cenone di fine anno, si pose religiosamente davanti al televisore per seguire l'omelia del presidente della repubblica, mortalmente più noiosa persino di quella del vecchio parroco. Posso supporre che esistano ancora vecchi barbogi disposti a questo tipo di liturgia laica, non necessariamente anziani zii e vecchie carampane.

2) La Sacra Pasquetta è una festività che non abbisogna di auguri.

3) Arcipelago GULag è un'opera che andrebbe fatta studiare nelle scuole… se le scuole fossero capaci di insegnare anziché di limitarsi a (malamente) istruire.

4) L'accusa di complottismo è la fallacia ad hominem che serve a screditare i non credenti nella Religione Laicista.

5) E ci confezionavano persino le fiabe ad hoc, come quella dei malati che in ospedale in punto di morte rimpiangevano di non essersi fatti somministrare il sacro Olio di Serpente Elisir di Lunga Vita.

6) Cartello: “confessioni: il mercoledì pomeriggio dalle 15:30 alle 16”. Siamo quasi al punto che è più facile farsi rilasciare il passaporto che confessarsi.

7) Nel biennio della Novella Religion Obbligatoria sono guarito anche da altre cose, grazie al fatto di essermene infischiato degli obblighi così volenterosamente abbracciati dai credenti e praticanti. Se avessi potuto aver accesso ai sacramenti come nel 2019 non me la sarei presa tanto contro tale Novella Religione.

8) È preoccupante la riunione dove il Capo-Capetto infligge ai convenuti l'Omelia-Standard con i Paroloni Importanti del Movimento e qualche Volo Pindarico occasionale (“ieri…” “stamattina ero colpito da una notizia del Corriere…”). I convenuti, dai capelli bianchi come il predicatore, son lì solo per marcare presenza e fare il giro di saluti. Ché il giro di saluti è sempre stato il momento più goduto di ogni scuola di comunità. In altri tempi - devo esser vecchio, perché mi sembrano già lontanissimi -, pur godendoti il momento dei saluti, avevi un tarlo dentro, avevi capito qualcosa di nuovo, anche soltanto una virgola. “Possedevi” di più ciò che fino a quel momento avevi cercato di afferrare, di capire, di far tuo. Salutavi, ma stavi crescendo.

9) Attività intese come l'attivismo del “ehi, organizziamo qualcosa per fare qualcosa, dai, che bisogna pur aver qualcosa da esibire alla nostra platea immaginaria”.