venerdì 20 febbraio 2026

Sul don Innocenti

Quando leggo qualche intervista contro il don Giussani trovo sempre più conferme di qualcosa che nel movimento nessuno osa mai dire. E cioè che il don Giussani fu segnato a vita dall'ingiusta soppressione dello Studium Christi e decise di ubbidire sempre ai superiori ma… senza mai riuscire a dimenticare quell'ingiustizia. Intendo dire che quella sua ubbidienza mi sembra una sorta di sfida: mi comandi una cosa stupida, andrò sino in fondo - ma con buonsenso. (Non si riflette mai abbastanza sul fatto che il 99% delle ubbidienze va prima faticosamente decifrato perché composto da sottili e nebbiose allusioni, da vasti giri di parole che non dicono nulla ma si aspettano un preciso risultato, come ad esempio il “fa' un po' come ti pare” col sottinteso di “ma guai se non fai come voglio io”… A rendere don Giussani una mina vagante furono davvero gli schiribizzi passeggeri di papaveri curiali e pretini carrieristi).[1]

L'ubbidienza è una forma di amicizia, no? Questo principio vale in entrambe le direzioni. Potrebbe essere a senso unico solo in quei casi estremi in cui si hanno grosse ragioni per fidarsi totalmente del proprio superiore (e allora ubbidirgli tam baculum ti dà persino quella sottile ma palpabile soddisfazione di aver collaborato ad un'opera molto più grande di te). Ma ordinariamente è in entrambe le direzioni. A te tocca ubbidire, ma l'autorità non può limitarsi a comandare. Al superiore tocca accertarsi, oltre ogni ragionevole dubbio, di avertelo comandato per compiere davanti a Dio il proprio dovere, e di averti comandato ciò che ti spetta e che ti fa crescere, e di sforzarsi anche di farti capire perché. Altrimenti non è un superiore ma un programmatore, non un padre ma un caporale, non un pastore ma un mercenario, e dovrà severamente risponderne nel giorno del giudizio. E comunque dovrebbe capirlo da solo che “sottoposti” non significa “robot”. Chi si rende conto di queste cose è disposto sì ad ubbidire anche a ciò che non capisce, ma non dimenticherà le ingiustizie, nemmeno quelle piccole (incluso il fastidio di dover frequentemente utilizzare le buzz-word in voga nelle curie in modo da manifestare “comunione” coi propri superiori).

Mi torna in mente la buzz-word “alleanza”. Nel pretame moderno va tanto di moda pescare a casaccio nell'Antico Testamento per elucubrare lungamente su singoli versetti o singole parole prendendoli non come spunto e come conferma, ma tuffandovisi a capofitto. Anche il vicario generale qui aveva una vera ossessione per il tema dell'alleanza di Abramo. Avviò un corso di preparazione alla cresima elucubrando lungamente su Abramo, ripeté “Abramo” e “alleanza” fino alla nausea, con quella tipica cadenza soporifera clericale, a gente che si era iscritta al corso solo perché aveva fretta di pagare tutti i fastidiosi pedaggi burocratici necessari a sposarsi, più qualcuno che aveva noia a restare a casa e voleva ascoltare qualcosa di diverso. Ma diamine, i più erano incapaci di recitare un'Ave Maria completa, e tu dai libero sfogo a ottantuno minuti di ardita logorrea su Abramo, Isacco e Giacobbe? (E così per tutto il corso, e anche nei corsi precedenti e successivi). Gente che da una vita intera pensa che la comunione sia un gettone di presenza e che la confessione sia un inutile raccontar porcellonerie a un prete ozioso e licenzioso, viene inondata di voli pindarici sull'alleanza di Abramo: ma sul serio? (E guai a farglielo anche timidamente e diplomaticamente notare…) Ebbene, anche il donGiuss ebbe da pagare evidente pegno alla buzz-word con quel primo volume degli esercizi spirituali: Alleanza.

Prego il lettore di non attivare la modalità “eh ma però”, e di capire l'abuso maniacale e improvviso di certi termini del lessico cristiano, e diventare diffidenti quando vengono usati fuori contesto solo perché a qualche pretino sembra sufficientemente esotico, o solo in ubbidienza a qualche occhiuto e aggrottato superiore. Così va a finire che quell'ubbidienza vien ridotta ad essere lacché e pappagalli, una finzione necessaria ad evitare vendette trasversali di corrucciati capi e zelanti capetti. Tanto più che in epoca conciliare le sfumature non finiscono mai, le buzz-word si moltiplicano, l'ubbidienza è resa difficile anzitutto dal dover capire esattamente cosa diamine vuole chi comanda…

Don Giussani mise piede al liceo Berchet - sacrificando attività più prestigiose e tranquille - per una missione educativa. Al buon don Innocenti sembra improbabile ma è comunque avvenuto in tempi non sospetti (e se proprio ha ragione a stupirsi di quella scelta, la prima e necessaria ipotesi è che qualcuno alla Cattolica intendesse silurare don Giussani: non certo un unicum, visti i decenni successivi). E così pure l'auspicato dialogo “con le grandi culture dell'Asia e dell'estremo Oriente”, prima di considerarlo sospetto bisognerebbe ammettere l'ipotesi che un giovane sacerdote possa avere legittimamente vedute più ampie del tipico teologo morale da facoltà universitaria (altrimenti si lascia passare l'impressione che il prete sia solo un macchinario emettitore di liturgie, di prediche preconfezionate, di avvisi tecnici).[2]

Lungo tutta la sua carriera il don Giussani avrà avuto da accontentare fior di soloni ecclesiastici (ognuno dei quali ad esigere la tangente del fedeadultismo da quei non facilmente incasellabili ragazzi), sempre con ubbidiente entusiasmo.[3] E quegli stessi ragazzi erano soggetti alle mode del momento: quando persino il pretame dell'epoca cianciava a vanvera di rivoluzione e di novità sessuali,[4] il don Giuss vedeva il rischio di opporre moralismo religioso a moralismo laicista.[5] E dunque la battaglia contro il moralismo gli sembrava in quel determinato frangente inevitabilmente più urgente del ripetere asetticamente le raccomandazioni della Chiesa - raccomandazioni che i pochissimi che avevano davvero intenzione di seguire le conoscevano già.

Erano succubi delle mode anche i vescovi e le curie: il primo frutto della rivoluzione sessantottarda fu l'imbottire seminari[6] e comunità religiose di psicologismi da quattro soldi,[7] moda che resterà per tutti i decenni successivi fino ad oggi, come se la chiarezza della propria chiamata, la dirittura morale, la fede stessa, fossero argomenti che vescovo e formatori potevano lasciare in secondo piano quando non dare per scontati. Ne è testimonianza il costantemente decrescente grafico delle ordinazioni, il crescente faldone diocesano dei preti “in crisi”, di quelli che hanno già gettato la tonaca alle ortiche, e di quelli che hanno pasticciato.[8] Ne è testimonianza, ancor più, il contenuto di prediche ed esercizi, e dell'andazzo di case religiose, seminari, comunità.[9]

Il tipico errore che si commette nel valutare l'opera di don Giussani è di considerarlo una specie di libro da leggere, a 35 anni a pagina 35 ha detto così, a 58 anni a pagina 58 ha detto cosà, dunque dato che ogni libro ha una trama e una morale, sappiamo già dove andava a parare a 36 e a 59. Dunque se lo mandano in esilio in USA “per studiare la teologia protestante americana”, e lui dopo cinque mesi riesce a tornare, dev'esserci per forza il titolo “Giussani americanista” e il sottotitolo “contro Leone XIII”.

Devo ammettere che nel corso degli anni l'idea che mi son fatto del Giuss e di ciò che gli è nato attorno è cambiata, e più volte. È cambiata perché ciò che da giovane ignorante davo per scontato, scontato non era, era anzi piuttosto in opposizione a ciò che mi sembrava giusto. È cambiata perché per buona parte dipendeva non da ciò che leggevo su carta, ma da ciò che vivevano, facevano e dicevano quelli che mi sembravano i suoi migliori interpreti e… quelli che lo erano ufficialmente. È cambiata anche perché la sempre maggior percezione delle cose della vita della Chiesa mi ha guarito abbastanza dalla tifoseria e fatto ripetutamente riconoscere (non senza disagio) che le buone intenzioni e la buona volontà non trasformano mai il piombo in oro. Ed è cambiata anche perché l'eredità di don Giussani, mentre da un lato tentavano di salvarla recuperando i più remoti nastri e foglietti dimenticati in vecchi sgabuzzini, dall'altro l'hanno cavalcata per perseguire scopi un po' più mondani.

La peggior condanna al movimento era proprio quella di diventare uguale alle critiche (o peggio, alle caricature) che ne facevano i detrattori. Se il movimento non ha retto nel tempo è perché si è ripetuta la stessa situazione del '68, di metà degli anni '70, dell'epoca bergogliana: il farsi irretire dalle mode[10] o da qualche calcolo politico locale.


1) Come impietosamente annotava Socci, il don Giussani «smentì tutte le teorie sociologiche, perché attraverso di lui “esplose” un’imprevista rinascita cattolica nel momento storico ritenuto peggiore (il ’68), nel gruppo umano che sembrava il più lontano e avverso (i giovani universitari) e nella città più moderna d’Italia (quindi, secondo il paradigma della sociologia, la più secolarizzata): Milano». Così in appena vent'anni c'è stato il “naufragio” del movimento di Comunione e Liberazione e la “sepoltura” di Giussani da parte di quelli che lo avevano seguito: «…Per piacere a Bertinotti, Violante, Recalcati o Polito si sono vergognati di Cristo».

2) Don Ennio ha visto la guerra e lo sfascio della Chiesa e non gli si può contestare di aver visto il ribollire dei “rivoluzionari” e i danni che provocarono quanto alla fede e quanto alla società.

3) Come in quella scena di Buck Rogers quando sfila l'aereo con lo striscione: il re Ming ordina a tutti di essere felici… pena la morte!.

4) Negli anni '60 esimi teologi pubblicavano articoli sulle riviste femminili per dire che la Chiesa stava ponderando la questione degli anticoncezionali. Era un clamoroso autogoal, in quanto alla lettrice media il messaggio che arrivava è “fra poco si potrà trombare senza rischi”, ed ancor più autogoal quando uscì la Humanae Vitae: lo stesso Paolo VI, che si era in precedenza spinto a dire che se ne poteva discutere (23 giugno 1964), deludeva proprio quelli che ubbidendogli avevano pomposamente voluto discutere.

5) Uno degli intoccabili dogmi del laicismo contemporaneo è il libertinismo. Resto sempre sorpreso quando dal nulla emeriti esperti di onanismo e pornerie ti danno contro furentissimi perché hai osato alludere alla virtù della castità o ai danni - o anche solo alla stretta connessione - di quei due vizietti.

6) La menzione che i seminaristi ciellini «spesso arrivati alla vocazione piuttosto adulti, creavano scompiglio nei seminari» sembra involontariamente alludere al fatto che il tipico seminarista di parrocchia intende il sacerdozio come un mestiere. Cristo sulla bocca di tutti ma nel cuore di nessuno. E quindi morale ridotta a moralismo, liturgia ridotta a cerimonialismo, omelie che commentano il telegiornale della sera prima cercando di infilarvi a caso qualche termine evangelico. Ben venga, dunque, tale scompiglio.

7) E pensare che fino a non troppo tempo fa, sebbene con una terminologia diversa, temi come solitudine, mal di vivere, depressione, venivano affrontati in sede di direzione spirituale. Venendo meno la fede, ci si è illusi che quei mali e quella sete di vita potessero essere aggiustati da pseudoscienze e da pasticche conformi alle pseudoscienze.

8) Ahinoi, anche fra i preti ciellini non sono mancate defezioni. E non ci contenta la spiegazione da gruppo mamme della parrocchia secondo cui il demonio non li lascia tranquilli perché dicono la verità.

9) Superiori e formatori sembrano ossessionati dall'infilare qualche buzz-word biblica o teologica in considerazioni di psicologia spicciola, dall'invadere - per quanto possibile - il foro interno dei formandi, dal confezionare bizzarre spiegazioni psicologiche per spazzar via i sottoposti sgraditi, il tutto mentre fanno mobbing contro questi ultimi e autorizzano o addirittura invogliano a fare altrettanto.

10) Don Innocenti dava per scontato che i seguaci di don Giussani fossero tutti convinti sostenitori, escludendo simpatizzanti capaci di cambiare idea per un qualsiasi motivo. Così come il giovane onnipresente animatore tuttofare della parrocchia si eclissa all'improvviso non appena trova una ragazza (e smette contestualmente di frequentare i sacramenti), allo stesso modo tanti presunti ciellini virano verso l'attività comunistoide sessantottina o parapiddina-bergogliona a seconda di mode, convenienze, piccinerie.

Nessun commento: