lunedì 23 febbraio 2026

Frattaglie - 32

Vige scalpitante e frenetica la definizione di “miglioramico”. Che non è migliore in senso qualitativo, ma solo in senso quantitativo, nel senso di sentirsi più spesso che con gli altri amici. Dove “amici” è un modo pomposo per indicare gli altri compagni di classe. Una ragazzina mi parla della sua miglioramica: «è una stronza, è una puttana, mi ha fatto aspettare un sacco di tempo!» Poi si lamenta di un'altra (un'altra?) miglioramica: «è una puttana, è una stronza, non mi ha mandato il messaggio!» Indi mi parla di un'altra (ancora?) miglioramica: «sai, lei è…» «Una puttana!» soggiungo con entusiastico aplomb. Risponde sorpresa: «uh, ma allora la conosci!?» «Ho tirato a indovinare».

Una volta il rito di passaggio all'età adulta era conseguire la patente. Oggi, invece, sembra essere quello di combinare qualcosa con le apps di dating. Che hanno un limite irrisolvibile: la materia prima, cioè le femmine vogliose e disponibili (e senza problematiche particolarmente preoccupanti, è praticamente inesistente. Siamo abbondantemente nel 2026 e c'è ancora gente che fa capolino per chiedere consigli su come riuscire a ottenere qualche risultato da quelle apps, nella speranzosa e sognante speranza di poter finalmente quagliare: “se pago la tariffa qualcosa migliorerà, vero?”, già, tu molli i soldini e l'Algoritmo™ rende le femmine numerose, vogliose e disponibili. Tu sì che vai bene.

Una domenica sera sto aiutando a correggere le verifiche della “seconda B”. Definirle un obbrobrio è fare un complimento. Gli scopiazzi furbetti sono evidenti: laddove dovevano sommare gli esponenti, li hanno usati per moltiplicare; laddove dovevano semplificare, l'hanno dimenticato o hanno scritto numeretti a casaccio; laddove dovevano lasciare le parentesi le hanno tolte. «Ma no, qui gli mettiamo “sei meno”, sai, lo voglio incoraggiare; quest'altro non ha fatto niente, facciamo “quattro” e non se ne parla più». Sul serio? «Eh, sai, altrimenti le mamme già domattina mi scatenerebbero un finimondo». E quest'altro e quell'altro? «Eh, ma è un discalculico, eh, ma è un disgrafico, eh, ma è un dislessico, eh, ma è un BES (bisogno educativo speciale), eh ma la madre è straniera…» In tutta la classe ce ne sono solo un paio di normali. Una s'è guadagnata un “nove”, l'altro è fermo a “sette e mezzo” per diversi svarioni (devo essere proprio vecchio perché ricordo che ai miei tempi quegli svarioni non avrebbero meritato neppure un “cinque”). Slitta accidentalmente con la penna e deve ricalcare il voto: «oh no, ora mi pianterà un casino perché si illuderà che era un voto più alto, è sempre stato polemico e chiacchierone: pensa un po', gli altri della classe memorizzano più quello che dice lui che ciò che spiego io».

Tocca fermarci per una mezz'oretta, che faccio, salvo i risultati? «Non salvare nulla, devono partire tutti insieme, altrimenti le mamme mi piantano un casino che la metà basta, non sia mai che qualcuno conosce già il voto e se ne vanta con qualcun altro che non lo conosce ancora: devono tassativamente partire tutti insieme». Spallucce anche stavolta (mi varrà come allenamento, magari è meglio dei manubri su panca). Alcuni pessimi soggetti si erano astutamente (beh…) assentati alla verifica. «Ricordi quello da venti assenze? È tornato tutto abbronzato (era in vacanza dall'altra parte del mondo coi familiari), ha imparacchiato a memoria due cosette, ho dovuto mollargli una sufficienza per non creare altri casini». E com'è andata a finire? «Come previsto, siede sugli allori, non ha più voglia di impegnarsi. Ma almeno qualcosina la sa, non come quella col fidanzatino che la picchiava…». I voti non sono più una misura delle competenze, ma un certosino assecondare le mamme degli scaldasedia cercando di evitare “casini”.

Quello con la barba, il capoprogetto, accostò ed uscì in fretta dalla macchina, dicendo di aver visto una sorgente. Nevicava. Uscii anch'io, per curiosità, mentre gli altri due colleghi vollero richiudere subito gli sportelli per continuare a godersi il riscaldamento a tremila gradi. Era un ruscelletto minuscolo tra due rocce ma in mezzo a quelle montagne innevate, su quella strada svizzera dove da parecchi minuti non s'erano visti altri veicoli. Il gracchiare della neve sotto le nostre scarpe, lo scroscio d'acqua, lo scoppiettare del vecchio diesel imbiancato. Si sciacquò le mani, si fece il segno della croce, si inginocchiò su una pietra guardando una delle nuvole con un'espressione tipica della malriuscita recita scolastica di fine anno. Con le mani a coppa ne bevvi un sorso, con la sensazione che spine di ghiaccio me le avessero attraversate da palmo a dorso. Aspirai ampie boccate d'aria gelida. Poi, all'improvviso, la sensazione di gelo: rientrammo in auto, accolti dalla quarantina di gradi di escursione termica. Si lisciò la barba, innestò la prima cercando di non sbagliare, ripartimmo. Ci disse che aveva provato davvero “esperienza di Dio” (o qualcosa del genere), e che i due colleghi avevano perso tantissimo a voler rimanere al calduccio.

Ero abituato alle sue prediche, noiose quanto quelle del parroco. Ho visto tanti cercare di rendere liturgico qualcosa dei piccoli eventi quotidiani, di assegnarvi significati più ampi e trascendenti, di imprimervi solennità. Come se avessero sete di rendere sacra una qualche abitudine. Dopo aver estirpato a forza la fede dalla loro vita, finiscono - a volte subito, a volte dopo molti decenni - a voler sacralizzare ciò che hanno intorno. Come quella nonnina che nel suo monolocale ordinatissimo aveva allestito ampi spazi per il presepe, per le foto dei parenti defunti, per santini e statuette, per ricordini di pellegrinaggi, tutto diviso per sezioni. Anche il capoprogetto barbuto desiderava rendere liturgiche le occasioni che vedeva abbastanza poetiche e significative. Come chi sostituisce la liturgia delle ore con i caffè. Il caffè mattutino. Il caffè dell'ora terza. Il caffè dell'ora sesta. Il caffè dell'ora nona. Quello dei vespri. Il caffè dopo cena, cioè quello della compieta.

Il ragazzino non sa che scuola scegliere e tutti gli adulti attorno a lui si affannano a decifrare micro-segnali per accontentarlo. Tipico fallimento educativo: voler assecondare (anziché guidare con mano ferma) chi non sa cosa vuole. Ora il Piccolo Lord s'è impuntato per un imbecillissimo istituto perché ci vanno i suoi miglioramici. Ma serve il treno, e la stazione non è tanto vicina a casa. Non sa cos'altro scegliere, cambia idea ogni paio di giorni, non sa cosa vorrà fare da adulto. In tempi normali il suo parere sarebbe stato quasi irrilevante. Avrebbero scelto i genitori sulla base di considerazioni pratiche e di indicazioni degli insegnanti. E privandolo totalmente della possibilità di cambiare scuola, consci che a gran parte degli alunni viene puntualmente il momento di tristezza del “voglio andare in un'altra scuola”. Ai bei tempi l'Adulto entrava in scena allo scopo di evitare scelte stupide e stupidamente costose. E privava l'ingenuo dell'alibi del “non avevo capito, non sapevo, non pensavo”. Oggi l'adulto entra in scena per secondare i distratti capriccetti del Figlio Unico, che puntualmente si ritroverà alle soglie dei 29 anni di età ad aver conseguito finalmente la Triennale in Scienza delle Merendine per tornare finalmente alle sue attività preferite: dormire fino a mezzogiorno, passare il resto della giornata fra videogiochi e cazzeggio.

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