domenica 25 agosto 2019
Il nipotino si annoia
Entrambi gli aggeggi lo hanno rifornito di tutto l'armamentario di volgarità, perversioni e bestemmioni che il sottoscritto alla sua età considerava peggio che impensabili (e dire che in quegli stessi anni mi sono considerato comunque un selvaggio e ribelle). Preziosi anni della sua vita sprecati senza imparare altro che i latrati dei par suoi, col bonus aggiuntivo che in nome del neo-montessorismo può comportarsi da piccolo delinquente arrogante ricevendo premi anziché sganassoni educativi.
Di fronte a questi soggetti mi sembra di provenire dall'epoca di Neanderthal. A suo tempo, in certe occasioni, le ho prese. Era un'epoca (così vicina, così lontana) in cui un bambino si poteva ancora raddrizzare con un misto di mazzate e di sarcasmi. Il sullodato ragazzino, oggi, se le prendesse di santa ragione non appena le merita, non capirebbe, non capirebbe perché sarebbe la prima volta che le prende, penserebbe che è qualcosa di inaudito e che passata la tempesta potrà tornare a comportarsi peggio di prima.
La tragica sfortuna (chiamiamola così) di quest'epoca è la scomparsa dell'educazione, delegata a soggetti esterni (l'ambiente scolastico, la parrocchia, il branco, i videogiochi o altra attività per tenerlo occupato)... che è sintesi della scomparsa di un popolo.
mercoledì 21 agosto 2019
Investire su se stessi
Un amico mi chiama dopo molto tempo per un consiglio. Sua figlia, a cui piace disegnare, ha chiesto una tavoletta grafica. E l'esperto, a suo dire, sarei io. Dopo un primissimo scambio di battute deduco che ha solo fretta di comprare la più economica possibile e considerare chiusa la questione. Non c'è nemmeno tempo per chiedergli se la ragazzina vuole un giocattolo in più da esibire sulla scrivania o se ha intenzioni più serie. Fra sessanta euro e ottocento euro, non c'è voluto molto a scegliere. Se proprio vuoi diventare violinista, devi prima mostrare gran talento con un mini violino di plastica (sempreché i tuoi lungimiranti genitori te l'abbiano davvero comperato).
Sarà che vengo da una terra di poveracci dove persino i formalmente ricchi erano incapaci di investire. I miei compagni di scuola avevano il ciclomotore e i videogiochi, ma solo perché i loro genitori percepivano il primo come status symbol e i secondi come spesa necessaria a quietare il lardoso pargolo. Sarebbe stata una storia assai più interessante, la loro, se anziché il ciclomotore e la stanza per i giochi avessero avuto a disposizione una piccola officina con una collezione di DeWalt, Makita e Black&Decker.
Intanto i poveracci, anche quando potevano permettersi qualche spesuccia non banale, consideravano uno spreco investire su sé stessi e sui propri figli.[1] Ogni centesimo non investito ma messo da parte viene considerato una vittoria. Del resto erano gli stessi che alla notizia dei pessimi voti a scuola, con un sospiro di rassegnazione chiedevano quanto costasse un doposcuola economico.[2] E quei figli di conseguenza crescevano illudendosi che investire su sé stessi consisteva nel videogioco all'ultima moda, nella Vespa, o in ogni altra idiozia che faccia colpo sui decerebrati che frequentavano la stessa scuola.[3] Sono certo di averlo compreso ancor prima di incontrare il movimento, ma fu solo frequentando gli amici del movimento che capii cosa significava davvero investire su sé stessi, che si tratti di una buona giacca, di una tavoletta grafica, di un'abbondante quantità di libri, della partecipazione agli esercizi e al Meeting...
Sono i ferri che fanno il mastro: se all'epoca avessi deciso di risparmiare quei duecento e rotti euro per la mia tavoletta grafica, non avrei sviluppato la capacità di disegnare che non ero certo di avere. Non puoi emergere dalla povertà se non puoi comprare ferri, o peggio se credi che il comprarli sia una spesa troppo rischiosa. Il povero resta tale per una combinazione velenosa di ristrettezza mentale e ristrettezza economica. La paura di fare un investimento sbagliato ("e se le compro il violino e poi si stufa di impararlo?") scende fino alle piccole cose. I nonni non avevano mai assaggiato il taleggio in vita loro perché "se poi non piace, significa che abbiamo buttato tre euro". Grazie a me ora conoscono decine di formaggi, dopo che per una vita intera si erano contentati di non più dei soliti tre o quattro. Grazie a me che ho incontrato il movimento. E vi ho visto gente investire su sé stessa. Più esattamente, prendere sul serio le proprie passioni.[4]
1) Mi dà ancor oggi una sensazione di disgusto il ricordare l'illusione dei miei di riuscire a mettere da parte abbastanza soldi per avviare l'acquisto di una casa, e l'illusione che l'unico vero investimento consisterebbe nel non spendere soldi "perché in futuro, sai, non si sa mai, se succede qualcosa bisogna essere pronti con abbastanza soldi..." (senza mai precisare quanto esattamente doveva essere quell'abbastanza da coprire ogni <i>ansia</i> presente e futura). Il risultato è consistito in una vita intera passata in affitto e l'inizio degli investimenti su me stesso coinciso col mio primo stipendio.
2) La riduzione dei figli a prodotto da esibire ad un'immaginaria platea di spettatori ha trasformato il doposcuola in una specie di multa ingiusta inflitta dall'autorità Scuola agli sfortunati che non potevano permettersi tale spesa.
3) Per affermare sé stessi - non appena si inizi a percepire l'assenza delle figure paterna e materna - i figli finiscono inevitabilmente per identificarsi col branco. Riesce a non farsi omologare dal branco solo chi ha avuto in dotazione abbastanza passioni e figure adulte da non dover cercare forsennatamente l'approvazione e le manovre anti-noia di un branco.
4) L'attuale e triste declino del movimento di Comunione e Liberazione nulla toglie a ciò che efficacemente trasmetteva fino a non troppi anni fa.
lunedì 19 agosto 2019
Distruggono i franchise che parlano della vocazione
Per fortuna c'è qualche appassionato che pone rimedio. Non è la prima volta. Così, dell'ultimo Avengers Endgame, è stata diffusa una De-feminized Fanedit (aka Anti-Cheese-Cut) da cui hanno tagliato via tutte le scene intese ad accattivare quella parte di pubblico femminile ideologizzata e stupida.[2] Il risultato è ottimo, con pochi percettibili glitch: un montaggio di appena 91 minuti inclusi i titoli di coda, di qualità paragonabile ai primi del Marvel Cinematic Universe, senza scene "cheese!" (termine fotografico per dire "sorridi!" davanti alla fotocamera), senza scene "il gruppo di femmine super-eroine che salva qualche super-eroe maschietto",[3] senza abbracci né scenette melense mid-fight... Sul serio: la prima beneficiaria di questo montaggio piratesco è la Marvel stessa (che pure aveva incassato fior di soldoni da pellicole ideologizzatissime fino alla stupidità, come Black Panther[4] e Captain Marvel).[5]
Il fascino dei fumetti di supereroi - durato parecchie decine di anni e ormai estinto[6] - era per gran parte dovuto a due inconfessabili esigenze del lettore: la percepita necessità di un Messia[7] e l'interesse sul tema della vocazione. Il mondo va a rotoli e quindi anche il sedicente agnostico/ateo[8] trova conforto in una storia di un supereroe che efficacemente affronta le ingiustizie che il potere (legislativo, esecutivo e giudiziario) non riesce a toccare (o peggio le alimenta). La vita è infame e quindi anche il sedicente agnostico/ateo trova sollievo in un supereroe che segue la propria vocazione (i grossi "superpoteri" che gli danno grosse "responsabilità") a costo di vivere nel nascondimento e di distaccarsi dai propri affetti.[9]
Se da un lato è impressionante la riuscita del MCU e del DCEU (che giustifica i ciclopici investimenti di risorse), non meno impressionante è il loro declino dimostrato anzitutto dalla sfacciataggine con cui vengono infilate a forza delle scemenze "politiche" come contentino per minoranze troppo chiassose. Me ne lamento perché non suona molto logico che in un ristorante di lusso ci si veda servire una torta con una bistecca sopra, e ancor meno una torta con una scarpa usata sopra, per quanto di gran marca sia la scarpa. Certo, lo spettatore intelligente e sveglio sorvola sulla forzatura e si permette anche di deriderla. Ma il popolino bue finisce per considerare che quelle sbobbe (diversità, femminismo, omosessualismo...) devono essere temi "importanti", più del tema della vocazione (che era il vero motivo del successo).
1) Un supereroe di colore, ci sta - era nei fumetti già a suo tempo. Super-tecnologico, ci sta, altrimenti le storie sarebbero state noiosi generici combattimenti contro noiosi generici nemici. Re di una nazione africana iper-tecnologica, ci può stare, per rendere misterioso il supereroe, per costruirgli attorno una nobile storia. Ma quando oltre a tutto questo vengono infilati nel film elementi insulsi intesi solo a far gasare lo spettatore negro più stupido e arrogante e lamentoso, oltre ogni ragionevole soglia di avidità commerciale, ti viene la nausea. "Popolare", infatti, non è sinonimo degli standard più bassi possibili.
2) A leggere certi forum americani vengono i brividi per il parossismo idiota con cui la terza ondata di femminismo promuove i propri dogmi. Ma il suo successo è dovuto solo all'essere utile idiota dei poteri che contano.
3) Che un film possa prendersi qualche libertà rispetto al romanzo o fumetto originale, ci sta. Ma che tali libertà siano a senso unico, già fa infuriare il fan pluridecennale. Se poi è una manovrina prettamente politica a favore di una minoranza tanto stupida quanto chiassosa, ancor peggio. Se infine gli artifici introdotti impoveriscono personaggi e trama anziché renderli "più interessanti" o almeno "diversi" (non in senso di diversity), allora veramente si meritano la distribuzione capillare dei De-feminized fanedit aka Anti-Cheese-Cut.
4) Capii che non valeva la pena andare a vedere Black Panther quando il primissimo trailer mostrò un grattacielo con tetto di paglia. Un pizzico di pseudoscienza serve talvolta a giustificare un deus ex machina e a riconnettere un paio di storyline divergenti, ma se serve solo come contentino per gente accecata dall'ideologia (quattro gatti, sebbene molto chiassosi), rovina tutto il film. Quanto a Capitan Marvel, occorre stendere un velo pietoso multistrato: uno spottone propagandistico per le isteriche femministe americane, una sorgente di meme e nient'altro.
5) I tanto vantati incassi sono probabilmente frutto di una gigantesca corsa ai ripari: valanghe di biglietti comprati dalla Marvel stessa per ingrossare un numero già artificialmente gonfiato di spettatori.
6) L'esistenza di nicchie di appassionati è cosa ben diversa dalla religiosa abitudine di andare in edicola a comprare l'ultimo numero e correre a casa per religiosamente leggerlo con cura e attenzione. Abitudine popolare, nel senso che c'era un popolo che riconosceva valida tale agenzia educativa. Anche il sedicente ateo trovava conforto in una rappresentazione di "Messia".
7) Che ovviamente Hollywood ha "umanizzato" a modo suo...
8) L'accanito, ossessivo e irrazionale rifiuto della fede, un vero e proprio dogmatismo, una convinzione religiosa calamitante facili sarcasmi ("l'ateo, se vede un grattacielo, pensa che è sempre esistito") ed ha creato dapprima un sottobosco di sedicenti atei e di sedicenti agnostici, caratterizzati unicamente dal profondo odio alla Chiesa Cattolica, quindi una minoranza fracassona al punto che talvolta pare quasi una maggioranza.
9) Il tema della morte dei parenti, magari dovuta al "crimine", al pari di quello del distacco dalle amicizie, è un comodo artificio narrativo per descrivere un concetto equivalente all'entrata in monastero.
domenica 18 agosto 2019
Lo zucchero per addolcire i telegiornali
Chiedo notizie di un vecchio amico, e mi sento rispondere: "sì, ho conosciuto la sua compagna..." Era nei Memores. Chiedo notizie di un altro vecchio amico: "da quando si è sposato..." Lui e consorte erano nei Memores. Fammi indovinare, ha lasciato anche quella nostra amica che...? "Ah, quasi; ora non abita più nella casa (delle Memores)". Ai bei tempi (cioè sette o otto anni fa) uno intendeva donarsi a Cristo, non al Dialogo. Ai bei tempi uno entrava perché desiderava essere il sale della terra, non lo zucchero per i bollettini diocesani.
Magari è colpa del riscaldamento globale, chissà. Dopotutto, uscendo stamattina per andare a Messa, sento la vicina di casa che mentre fa le pulizie canticchia una cantilena: "Maledizione, maledizione, maledizione". O la nonna che scaccia le mosche con voce rabbiosa: "fanculo, fanculo, fanculo". Per strada cercavo di capire se entrambe stessero riflettendo sullo stato del movimento oggi.
lunedì 12 agosto 2019
La nonna e quei suoi: ''ma come?!''
Uno si rende conto di essere vecchio quando gli arriva una lezione di vita da qualcuno assai più giovane di lui. Alla nonna, alla sua veneranda età, pareva ingiusto farsi dare una lezione sulla realtà e sul buonsenso dal nipote. Perciò, furiosa, ha contrattaccato: "no! tu parli a vanvera!" Ho risposto alzando la posta: "per te parla a vanvera chi ti ricorda i fatti?" Lei, su tutte le furie: "se fosse per me, ammazzerei tutti!" (il "tutti" era naturalmente il sottoscritto). Al che, ridendo: "dunque per evitare di affrontare un problema ammazzeresti chi te lo fa notare?" Finalmente si arrende, sbuffa, e proclama di non voler più parlare.
Anche in altre occasioni, con tutto il possibile rispetto per la parente anziana, non mi ero risparmiato nel far notare che alle azioni corrispondono reazioni. Che la pace è figlia della giustizia. Che se vizi un bambino compi un'ingiustizia che ti si ritorcerà contro nel momento in cui accidentalmente lo incenserai meno di quanto si aspetta. Che se non ti opponi al vicino di casa quando si comporta da incivile, lo stai autorizzando a diventare sempre più incivile... Sono tutti "consigli pratici della nonna" che fino a non troppi anni prima aveva lei stessa generosamente distribuito a figli e nipoti.
La nonna ha sempre avuto la fissa dei negozietti. È lo scenario principale del suo mondo piccolo mentale. Ricordo che da piccolo la ascoltavo cantare le lodi della vita da negoziante: guadagni stabili, stress limitato, clientela fedele, il tutto rendendo un utile servizio alla comunità. Saranno anni che i suoi "ma come!?" danno dure capocciate alla realtà e - come stamattina - alle logiche conclusioni che le somministro volta per volta... e che lei cerca di schivare per poter conservare il suo sogno di paesetto tappezzato di utili negozietti pieni di premurosi addetti, socievoli e gentili, generosi e disponibili...
Stamattina si chiedeva ancora una volta come mai i negozietti non abbassino i prezzi delle merci, costringendo i clienti a preferire il supermercato. In queste lande sperdute e dimenticate compriamo al supermercato quel tal prodotto a marchio francese con scritta in piccolo Made in China, che lei alla mia età non poteva permettersi. Se nel negozietto sotto casa lo paghi il trenta per cento in più, è perché la grande distribuzione fa economia di scala, mentre la "libera circolazione" di merci e capitali ha fatto il resto, indebitando i nostri pronipoti per consentire alla nostra generazione di imbottirsi di orpelli e carabattole. Intanto l'inflazione ci toglie potere d'acquisto giorno per giorno, alimentando il circolo vizioso per cui continuiamo a comprare schifezze cinesi. Nonna, il tuo mondo piccolo sta svanendo proprio perché i prezzi sono così bassi (e sì, quel "cinque euro" era decisamente basso rispetto a quanto costerebbe produrlo qui).
Viviamo in una società dove lo sforzo individuale è ostacolato in ogni modo - che è una delle conseguenze dell'aver ridotto il lavoro a merce, cioè di averne dimenticato la dignità e di essersi illusi di poter campare di rendita, cioè di poter tutti essere imprenditori senza rischio. Le leggi sono calibrate per favorire i pesci grossi. E non c'è niente di strano che una cineseria che ci costò tre euro oggi ne costi cinque.
mercoledì 7 agosto 2019
Schiavisti
Sì, il fatto è che viviamo in una società schiavista. Una società in cui normalmente devi "vendere" le tue ore di lavoro per poter sopravvivere. E non si tratta solo di ore. Per esempio danno tutti per scontato che hai un computer, un autoveicolo, un cellulare. Ciò implica carburante, bollette, manutenzione, costosi aggiornamenti, burocrazie varie. Cioè soldi, continuamente. Certo, sono oggetti che ti fa comodo avere e che magari desideri possedere, ma se vuoi lavorare devi averli. Talvolta si può fare a meno dell'auto... in cambio di tot ore in più da pendolare. Il risultato è lo stesso: parte del tuo stipendio (e del tuo tempo libero) viene bruciato per beni e servizi che ti consentono di avere quel lavoro. Cioè riducono nei fatti quello che era il già discutibile valore economico delle ore della tua vita che stai vendendo all'azienda poiché nella tua situazione non puoi fare a meno di venderle. Fra te e un bracciante c'è poca differenza: avrai pure ferie, scrivania e climatizzatori accesi, ma non puoi permetterti di "rifiutare un lavoro" nemmeno quando noti che la scosciata segretaria nullafacente guadagna più di te che hai una laurea in ingegneria e trent'anni di esperienza sul campo, nemmeno quando noti che il passacarte annoiato prende più di te che fai servizio su strada e turni di notte.
Chi si lamenta che nel nostro paese manca una "cultura del lavoro" sta implicitamente ammettendo che siamo in una società schiavista. Chi nota il crescente fiume di burocrazia e di tasse, la scomparsa del posto fisso, il popolo dei paganti mutuo trentennale, l'ormai certa e inarrestabile estinzione delle pensioni, sta implicitamente ammettendo che questa è una società schiavista.
venerdì 22 marzo 2019
Il neo-movimento: nascita del cretino di cielle
In altre parole - che mi sembrano dette sempre più raramente nelle scuole di comunità - chi davvero incontra Cristo non può non desiderare di conoscere quel contenuto di verità, quella esatta dottrina cattolica - come nel perder la testa per una ragazza nasce la sete di saper tutto di lei, così nell'imbattersi in un'esperienza del tutto nuova nasce una sete di capire di più e di saperne di più. Il fascino di quell'incontro non ha mai potuto sopprimere quella sete. Ci parlano sempre di Zaccheo che cambia morale, ma ci parlano poco di Nicodemo che pur non capendo niente ha un'invincibile sete di capire e di conoscere. Più precisamente, l'incontro con Cristo ti risveglia anche l'intelletto, ti mette briosamente in moto la ragione.
Ciò è ancor più evidente pensando ai casi di coloro che avevano sempre sopportato con pazienza la vita di parrocchia fatta di fumose omelie, le attività fatte scandendo fumosi slogan, le liturgie imbottite di frasi fatte, la sagra dei moralismi da condominio... Don Giussani lo aveva capito benissimo, a cominciare da quell'episodio in treno che lo segnerà per tutta la vita: quei ragazzi erano ignoranti delle più elementari verità di fede. Se la fede non c'entra nulla con la vita reale, se la fede è un intimismo o una zuppa di contenuti e di regole, a che pro sprecare tempo ed energie?
Questo per dire che se il Giuss ha tanto insistito sul senso religioso e sull'esperienza, è perché aveva di fronte la riduzione della fede a cultura, moralismo, intimismo, attivismo. L'opera di don Giussani era in risposta a circostanze concrete. E ciò ha fatto sorgere attorno a lui un popolo. Ciò non toglie che nel movimento, di fronte a circostanze leggermente diverse[1] si possa compiere l'errore madornale di "adagiarsi sull'esperienza"[2] compiendo una riduzione del cristianesimo, spingendolo in buona fede verso un esperienzialismo di matrice protestante - nonostante il testo del Senso religioso dia abbondanti strumenti per evitare tale errore.
Quelle verità eterne, dunque, mi diventavano più familiari perché vedevo con i miei occhi qualcosa di vivo che mi induceva a prenderle sul serio.[3]
C'era un nesso tra quell'esperienza del tutto nuova, quell'umanità diversa in cui mi ero imbattuto, e il mio rapporto con Cristo. Mi era evidente soprattutto perché le liturgie non erano una recita, la vita di fede non era un passatempo religioso, le parole risultavano cariche di significato (specialmente nel dire "umanità diversa")... Avevo incontrato una fede virile dopo aver pazientemente sopportato una roba da donnette annoiate. Ci muoveva una sete, una ingenua baldanza, certezze incancellabili perché avevamo visto e sentito. Avevamo una dimora, un padre, una guida, che continuamente ci fornivano solide ragioni per ogni cosa che ci indicavano. Perciò potevamo ubbidire persino a strane robe come la richiesta di votare un impresentabile, no questions asked: chi ci guidava aveva a cuore la nostra libertà, aveva il nostro stesso orizzonte, aveva ripetutamente dimostrato di veder più lontano di noi, aveva un fuoco dentro più di noi.
Avevo, erano, muoveva. Sto parlando di un passato che si è lentamente ma inesorabilmente incrinato. Non per le piccinerie dei singoli[4] ma per qualcosa di più serio. Il cui primo indizio, almeno per me, è stato nel Meeting di Rimini: c'è stato un tempo in cui rimpiangevo che non durasse un mese poiché gli incontri più interessanti inevitabilmente si sovrapponevano.[5] Le omelie di politici e imprenditori hanno gradatamente invaso il Meeting, e quelle sovrapposizioni (cioè abbondanza di materiale prezioso) sono scomparse. Ti ritrovavi ad avere tempo libero durante le giornate del Meeting (inaudito), e ti chiedevi se valesse la pena bere qualcosa che non disseta.
Sì, siamo pronti ad ascoltare chiunque, e persino ad applaudirgli un'affermazione intelligente. Ma il trattamento come minimo adulatorio riservato ai vari Bersani, Napolitano, Bonino, ecc., ha fatto diventare quelle domande sempre più scottanti. Essere capaci di ascoltare tutti esige forse di dover porgere orecchio e battimani a chiunque venga portato sul palco? Siamo fedeli al Papa o dobbiamo ostentarci papisti? Siamo un popolo o una claque? Mi stai guidando per Cristo oppure c'è qualche secondo fine "più importante"? Ti sono figlio, o sono una pedina?[6] E quando poi i tuoi cari amici vengono ingiustamente calpestati da quello che era il tuo caro amico, allora qualche dolorosa conclusione cominci a trarla. Cominci a notare che quella dinamica osservata è anche altrove, e fa capolino persino nelle case dei Memores.[7]
Gli esercizi, le gite, la scuola di comunità, ti accorgi che da diversi anni qualcosa è davvero cambiato. Ti accorgi che il movimento decresce perché non è più attraente.[8] Quando tutti parlavano male di noi, ti stupivi di ciò che avevi incontrato e ti commuovevi che altri lo stessero ancora incontrando. Ora che tutti parlano bene di noi, tranne forse qualche comunista nostalgico, ora che nelle parrocchie e negli eventi diocesani siamo richiesti anziché allontanati, ti accorgi che il movimento è fatto di teste canute, lo zoccolo duro di fedelissimi che sono stati sempre puntuali perché non avevano altri hobby, e ti chiedi se fra di loro ci siano alcuni che vedono ancor oggi quello che a suo tempo vedevi tu. Intanto la SdC ti sembra sempre più spesso un esercizio stilistico, uno sfoggio di gergo ciellino, ti accorgi che non ti cambia più. Ti chiedi se sei tu che sei diventato sordo e poco assetato di Cristo, oppure se il movimento è cambiato. E mentre ancora te lo stai chiedendo, ti becchi come al solito un discorsino sulla libertà che si conclude col ricattino morale.[9]
Parafrasando Sciascia riguardo alla nascita del "cretino di sinistra", vorrei dunque far notare la nascita del "cretino di cielle", altrettanto "mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare". La Scuola di Comunità come il teatro elitario e colto della stupidità di certi ciellini, impegnati a promuovere - sia pure nascosti dal lessico del movimento - "una nuova formidabile ondata di conformismo". Cielloti e giussanologi stanno riuscendo là dove il Potere aveva miseramente fallito.[10] «Ecco, questo è un momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo».
1) Cioè ad una riduzione del cristianesimo operata da certi vertici della gerarchia cattolica.
2) Adagiarsi sul programma, come se il movimento fosse un'azienda preoccupata anzitutto dei bilanci e del prestigio.
3) Come un bambino che non si rassegna all'idea che il suo giocattolo preferito non si accende più, non riesco ancora ad ammettere che ciò in cui mi sono imbattuto e che mi ha tanto dato faccia parte ormai del passato.
4) Come l'incravattato figuro della CdO che simulò malamente interesse e gentilezza, per poi ricordarsi di me solo quando gli dissero che avevo finalmente trovato lavoro. Uno dei tanti che di ciellino aveva solo l'etichetta.
5) La presentazione di un libro, la lettura pubblica di poesie, una lezione di filosofia... ogni volta era una scoperta, ogni volta era buon cibo per l'anima, ogni volta era occasione per approfondire sul serio questioni di fede. L'incontro col movimento, quell'umanità nuova, era continuamente sostenuto da quel cibo. E lo dice uno che non ha mai inteso la scuola di comunità come una sorta di liturgia.
6) Carrón è notoriamente permaloso per cui è davvero arduo fargli notare certe cose. Il che non sarebbe un gran problema, se non ci fossero stati diversi episodi in cui il legittimo desiderio di infilare "qualcuno del movimento in tal posizione" sia degenerato in una combinazione di interessati applausi e furbe spintarelle per l'aristocratico ciellino di turno (il sottoscritto, non avendo il nobile pedigree da ciellino d'allevamento, quando aveva bisogno di aiuto ha ottenuto dai capi e capetti solo indifferenza, porte chiuse, e addirittura la scusa che non possiamo sempre aiutare solo i nostri; quando hai una guida e una dimora dell'io trovi la forza di non pensarci, ma quando la dimora e la guida vengono meno, cominci a ricordare sbalordito e a chiederti come hai fatto a non prenderli a pedate seduta stante).
7) Scene da soviet ciellino: mi forniscono un'informazione abbastanza generica con preghiera di pubblicazione, e dopo qualche settimana mi chiedono di toglierla subito dal blog perché il Memor che aveva parlato teme di essere riconosciuto e di subire nuove persecuzioni per aver detto ciò che nelle case dei Memores si sa ma non si può dire.
8) Dovrei aggiungere anche che non ispira più, quantomeno per il curioso sondaggio allegato all'invito per gli Esercizi: «se in merito al tema "che cosa regge l'urto del tempo?" vuoi mandare un tuo contributo...».
9) O con un gratuito «e anche per questo non insistiamo sulla quantità» che essendo clericalismo va letto al contrario: «insistiamo sulla quantità».
10) Certe notizie addolorano, ma fin dagli inizi del nuovo corso dovevamo aspettarcelo. E il veder sbattere Formigoni in galera darà ulteriore lustro a chi nel movimento non vede l'ora di omologarsi al Potere.
martedì 21 agosto 2018
La ricentratura che non era necessaria
In realtà Pietro può sbagliare. Può avere "timore dei circoncisi".[1] Può addirittura rinnegare il Signore.[2] Nel seguire Pietro ci sono momenti in cui occorre solo tacere e pregare,[3] perché la fedeltà non consiste in una claque.[4] Non siamo le risate preregistrate da aggiungere nelle tracce audio di quei programmi televisivi che non fanno ridere.[5]
Era facile proclamarsi fedeli al Papa che aveva detto a don Giussani "non capisco ma vedo i frutti, vada avanti, è la strada buona". Fu ancora più facile con Wojtyla: "non una strada, ma la strada". Fu una festa con Ratzinger.
Poi arrivò "il Papa buonasera" e la musica è cambiata radicalmente. Il movimento di Comunione e Liberazione è all'improvviso dichiarato "autoreferenziale". Ci si arrabbatta per fare una "ricentratura"[6] del movimento, non a causa di una sua sbandata o di una crisi interna, ma perché i piani alti hanno deciso che ci troviamo sugli spalti dello stadio e che la squadra di casa va entusiasticamente applaudita e incoraggiata anche in caso di auto-goal o di sciopero. Era proprio questa l'eredità del Giuss?[7]
Fu esattamente quel "buonasera" l'ultimo momento utile per imparare a tacere e pregare.[8] Fu anche l'inequivocabile indicatore di cosa sarebbe successo dopo al movimento.[9] Dopo una vita intera passata a deridere certo progressismo umanitarista da sagrestia, improvvisamente ci viene chiesto di professarlo.[10] Dopo una vita intera passata a deridere gli ecclesiastici che infilavano a forza parole giussaniane a caso nelle proprie omelie per captare la nostra benevolenza, ora ci arriva la rilettura bergogliesca del Gius con obbligo di plausi.[11] Alla luce di ciò che il movimento mi ha dato in passato, ho davvero bisogno di certe novità?
1) Galati 2,11ss.
2) O anche soltanto "fuggire di fronte ai lupi".
3) Puoi seguire acriticamente solo un santo (ma è raro ricevere una grazia di tal genere). Puoi seguire chi riconosci come padre anche quando non lo capisci, ma non ha senso seguire spegnendo il cervello. Puoi voler consacrare la tua vita a Cristo, ma non ha senso entrare nei Memores se "Cristo" ti viene ultimamente ridotto alle solite astruserie (apertura all'altro, cambiamenti radicali senza precedenti, ponti anziché muri, mondo più abitabile ed ecocompatibile...).
4) Nel sentirsi riconosciuto come figlio, uno cambia. Può cambiare per gratitudine o per doverismo. Nel primo caso il cambiamento sarà indolore, sarà un giogo dolce e un carico leggero. Quando sei riconosciuto come figlio da chi riconosci come vero padre la sequela non implica grandi sforzi, perché Cristo c'entra. Nel secondo caso ugualmente la descrivi come attrattiva ma finisci presto per aver bisogno di vendere chiacchiere a coloro che non ottemperano agli obblighi che ti sei auto-inflitto.
5) Significherebbe infatti che l'io non c'entra più niente, e che il movimento è solo un discorso sul movimento. La piaga dei giussanologi, esperti del pelo del singolo pelo del leone ma incapaci di riconoscere il leone intero, consiste nel fatto che esalano continuamente paroloni ciellini ma senza più quel retrogusto di verità di fede che calamitava guai di ogni genere, dalle persecuzioni amministrative alle molotov. Per passare dall'ingenua baldanza al podio da giussanologo è spesso sufficiente cercarsi un po' di plauso dal mondo o dai capetti delle chiese locali. Oppure di confondere la figura del capo della Chiesa con l'emettitore della moda del momento a cui adeguarsi allo scopo di incassare un po' di plauso dal mondo ed un'etichetta "cattolico" da una platea immaginaria.
6) «La storia del movimento è storia di svolte, di riprese, di ricentrature»: per la sua natura stessa di movimento ha infatti sempre attratto sensibilità di ogni genere, al punto da rendere talvolta necessaria qualche ricentratura. Ma una ricentratura è possibile solo se c'è una guida che ha sempre visto bene il vero centro. Altrimenti è solo un andare alla deriva aggrappandosi alla moda del momento. Abbiamo incontrato una compagnia, non una compagnoneria: per questo diciamo volti concreti, perché c'entra la verità, altrimenti la fede sarebbe stata solo un passatempo religioso zeppo di tautologie e il movimento un'associazione di auto-aiuto con volenterosi volontari del sorriso.
7) Sono convinto che il Giuss era disponibile ad azzerare immediatamente il movimento, se avesse riconosciuto ciò come volontà del Papa. Ma è esattamente questo il motivo per cui, di fronte alle circostanze attuali, posso dire che il movimento in cui mi sono imbattuto non è lo stesso di oggi. Confondere la sequela col fungere da claque è stato l'effetto Chernobyl deliberatamente applicato al movimento. Ciò che non mi cambia non mi serve. Affannarsi a spiegare che Carrón è stato scelto da Giussani stesso è solo un modo per insinuare che il primo può reinterpretare il secondo, può trasformare il movimento sostituendo ciò che ci aveva dato beneficio con qualche astruseria temporaneamente di moda: «il visconte Cobram era quello della corsa ciclistica». Affermare che Bergoglio, seppur con sensibilità diversa, proseguirebbe la linea di Woytjla o addirittura di Ratzinger, nonostante gli sforzi di quest'ultimo, è -diciamocelo onestamente- un patetico vender chiacchiere. Noi abbiamo bisogno di essere confermati nella fede.
8) Tutto questo gonfiarsi nel parlare di "Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti", di fumose sfide "lanciate" e poi fumosamente "raccolte", di "non occupare spazi ma avviare processi"... In passato il gergo ciellino era stato criticato perché complesso, mai perché fumoso. Ora invece, con l'obbligo di ostentarsi papisti, seguono automaticamente le prediche astruse.
9) Mi scrivono: «il vostro amico Vittadini ha detto che...» Ho laconicamente risposto che in tal caso non è più mio amico. Le unioni civili, un «compromesso accettabile»? Un «altro tipo di famiglia»? Deve aver fumato roba potente, complimenti allo spacciatore. In assenza di rettifiche del Vitta al Corriere, si spera che il suo deretano resti sempre a distanza di sicurezza dalla gittata delle mie pedate. (Chissà come mai in epoca pre-bergogliana non avevo mai avuto motivi per parlare così del Vitta).
10) Quanto ci vorrà affinché nel gergo ciellino "ideale" venga sostituito da "sogno"? Lo chiedo senza alcuna ironia. Farsi beffe di certo opprimente clericalismo era uno dei modi per ricordare a noi stessi ciò che di grande avevamo incontrato (e che non richiedeva fumosi paroloni).
11) Mi ricorda una scenetta di Arcipelago GULag. Mi ricorda anche che le peggiori stangate le abbiamo avute da quegli ecclesiastici dei quali ci si affannava a dire che "hanno letto don Giussani, apprezzano il movimento, ci chiamano, ci approvano, ci apprezzano". Abbiamo davvero tanto disperato bisogno, come movimento, di rincorrere a perdifiato plausi e simpatie?
domenica 29 luglio 2018
Riaccadere della scontatezza
Al termine scontatezza, in quelle introduzioni, segue immancabilmente il termine riaccadere: nobile scopo, quello di connettere il motivo per cui volontariamente abbiamo scelto, chiesto, faticato, sofferto per essere anche lì, con la nostra stessa presenza fisica lì. Ma può funzionare solo per chi riconosce degli amici - in senso pieno, in senso di guida, poiché l'obbedienza è una forma di amicizia, e avvertire l'urgenza di ubbidire ad uno significa già seguirlo e averlo seguìto, significa considerarlo più di un vero grande amico, da tempo, cioè significa che c'è una storia.[3]
Perciò, nel dolore di accorgersi di qualcosa che incrina le fondamenta di quella storia, di quel riaccadere,[4] uno si rende conto di essere andato all'assemblea o alla ripresa di scuola di comunità per mero doverismo. Sì, magari anche per la sete di scoprire nuovi motivi per guardare avanti, ma quella del percepirsi come strumenti utilizzati per un'agenda che non ci interessa è una ferita che difficilmente si rimargina, è una domanda straziante sul "cosa sono venuto a fare qui".[5] L'ubbidienza è sì una forma di amicizia, ma esige inequivocabilmente che tale amicizia sia vissuta anche dall'altra parte. Puoi essere ignorato e messo ai margini per una vita intera e ancora legittimamente provare un senso di profonda gratitudine e un desiderio di ubbidienza che non viene scalfito neppure dai momentacci e dagli scandali. Ma quando scopri che per il soggetto che avevi sempre desiderato seguire sei stato non più che una delle tante anonime pedine su una scacchiera - cioè che la tanto pubblicizzata paternità non c'era mai stata -, la tua vita inevitabilmente cambia.[6]
Ricordo in un numero di Tracce un universitario che raccontava di avere una grandissima stima per un suo docente, un uomo serio, di scienza, un padre... al punto da imitarne il modo di vestire, di parlare, addirittura far proprio un suo tic. Lo invita alla scuola di comunità e dà il massimo di sé, desiderando condividere quel tesoro con lui. Invece il prof, stufo, commenta seccamente: mah, tutte cose già sentite. Va via senza aggiungere altro. L'universitario, addolorato e sconfitto, riassume: in quel momento ho perso un amico e ho perso un tic. Ecco, per me è stato lo stesso. Ho perso un amico, a cui fino a quel momento era stato un piacere ubbidire, e ho perso un tic - il tic del portafoglio, quello di svenarmi senza sosta per qualsiasi opera connessa al movimento.
La mia vita è cambiata lì, nei momenti in cui mi sono sentito una pedina intesa solo a gonfiare qualche statistica e nei momenti in cui dei cari amici sono stati ingiustamente calpestati da quello che in teoria era il nostro comune migliore amico.[7] Ciò che fino ad allora avevo ritenuto un errore di metodo - il distinguere tra la vera eredità di don Giussani e il movimento così com'è oggi - mi si è improvvisamente rivelato fondato e ragionevole. Nulla ha intaccato quel che ho vissuto in precedenza attraverso il movimento (cioè attraverso persone concrete e situazioni concrete), ma non riesco più a togliermi dagli occhi e dalle orecchie ciò che è stato drammaticamente spiacevole vedere e sentire. In queste stesse pagine prendevo in giro, fino a pochi anni fa, coloro che accusavano lo stesso problema: alla fine mi sono riscoperto a condividere ciò che dicevano e proprio a causa di quei mali che avevo io stesso diagnosticato - la sempre più massiccia presenza di "cielloti" imborghesiti iperattivi e "giussanologi" altrettanto imborghesiti.[8] Imborghesiti, cioè non solo estranei ad ogni persecuzione, ma addirittura applauditi nei consessi parrocchiali e diocesani, segno evidente di normalizzazione ben riuscita.[9]
Quando dunque in assemblea l'introduzione comincia col respingere ufficialmente la "scontatezza", dentro di me li sfido a dimostrarmi che fanno sul serio; quando in pompa magna proclamano un "riaccadere", dentro di me chiedo loro buone ragioni per l'uso di quel verbo,[10] quelle buone ragioni per cui un gruppetto di Fraternità nasce spontaneamente, non per meri motivi organizzativi o volontaristici, nasce per necessità vitale, non per passatempo religioso, nasce come una sequela, un'obbedienza, non per mettere nel proprio medagliere mentale un'altra decorazione. E dunque, di fronte a quella che considero una contraddizione non accidentale, quella del grande amico che calpesta i miei grandi amici, quella fastidiosa percezione di trovarmi di fronte a prediche preconfezionate introdotte meccanicamente coi termini "scontatezza" e "riaccadere", a lungo andare finisco anch'io per considerare gli incontri del movimento come qualcosa a cui partecipare "solo se ho tempo", avvicinandomi al diventare il tipico ciellino non praticante finché l'attuale gran capo non verrà sostituito da qualcuno che davvero ha a cuore la mia felicità. Ho bisogno che quel "riaccadere" sia molto più che uno dei classici paroloni del gergo ciellino. Ho bisogno di ritrovarmi sorpreso come negli anni passati, quando potevo ragionevolmente dirmi "non era affatto scontato", al punto da non resistere al volerne mettere a parte parenti, amici e colleghi e persino il parroco, pur sapendolo ostile a prescindere.[11]
È con un pizzico di diffidenza e di sfida che incrocio i volti di coloro che pensavo condividessero con me qualcosa di grande. Se prima tentavo di giustificarli pensandoli incapaci di esprimersi o di andare più in profondità, ora li noto come appartenenti ad un club perfettamente vaccinati contro gli ideali ufficiali del club stesso. Se prima potevo parlare di cielloti e giussanologi riuscendo ad associare a quelle due categorie volti tutto sommato lontani, ora, nello struggimento, non posso più ignorare che il movimento che ho incontrato è stato minato da giussanologi dei piani alti. È come uno che dopo la prova evidente del "tradimento della moglie", anche perdonandola di tutto cuore non riesce più a cancellarsi dalla testa l'idea che "non doveva" farlo e che in futuro potrebbe farlo "di più".[12] Ci vuole una vita intera per guadagnarsi una reputazione, ci vuole un attimo per distruggerla. Quando il gruppo di Fraternità scade nel formalismo, quando diventa stancante, non vale più la pena seguirlo - e gli alti richiami allo sforzarsi cominciano a puzzare di moralismo e di doverismo. Don Giussani ci ha insegnato che se la scuola di comunità non ti cambia è inutile. E un ammasso di eleganti discorsi non ti cambia.[13]
1) Odio scrivere tanto - dopotutto nessuno gradisce leggere pagine più lunghe di due o tre paragrafi - ma certe affermazioni inusuali richiedono spiegazioni inusualmente lunghe. La pigrizia mentale di chi legge non può essere sconfitta, ma può almeno trovare qualche riga più giù quel paio di precisazioni necessarie a comprendere più esattamente le ragioni e il contesto. In questa pagina intendo spiegare come è stata scalfita la mia affezione al movimento di oggi (che non somiglia più a quello di ieri) e perché non si tratta di una lamentela dettata da qualche altro tipo di disagio. Vaste programme, per dirla alla De Gaulle. Per cui, come nelle precedenti e future pagine, proverò a indurre il lettore a mettersi nei miei panni.
2) Tutti gli ecclesiastici che invitiamo a presiedere, pateticamente infilano qualche espressione di don Giussani nelle loro noiose omelie per pepare il discorsino e calamitare automaticamente un po' di plauso.
3) La mia storia, i miei amici, la loro fede, tutto convergeva. Ci era facile e addirittura percepito come indispensabile il riconoscere l'appartenenza al movimento. Avevamo un criterio, un metodo, avevamo un padre, avevamo qualcuno che con tutti i suoi possibili limiti (dei quali non ce ne importava pressoché nulla) era lì a capo e a vivere le nostre stesse urgenze. Avevamo una dimora ed era quantomeno un piacere spendersi senza sosta per sostenerla. La cosa peggiore che ci potesse accadere, l'inimmaginabile sventura, sarebbe stata lo scoprire che quella non era più la nostra dimora ma solo un contenitore.
4) Ci siamo sempre detti di aver incontrato Cristo attraverso il movimento, attraverso volti concreti. Cosa che resta vera anche se qualcuno se ne andasse poi per una diversa strada, dopo essere stato più o meno involontariamente strumento di grazia in una storia molto più grande di quel che ha mai potuto immaginare. Ma quando qualcuno di quei volti concreti viene calpestato da capi e capetti del movimento, qualche domanda uno se la pone. E se pure novantanove volte su cento capi e capetti avevano ragione, quell'un per cento di casi ti ricorda che la loro autorità non è affatto infallibile. Cioè che l'esser capo non significa esser santo - significa solo essere uno dei tanti strumenti che, spesso loro malgrado o a loro insaputa, possono essere eco di Cristo. Cioè che nel momento in cui ti dicono di metterti in gioco, hanno il dovere di essere loro stessi a mettersi in gioco per primi più di quanto non stiano già chiedendo a te. Altrimenti l'autorità degrada in autoritarismo, le indicazioni di ubbidienza diventano un ricatto morale sotto mentite spoglie, la tua appartenenza viene misurata in quanto tempo e soldi davi prima e dai oggi... e cominci a dubitare che loro appartengano a quel movimento in cui imbattendoti hai scoperto Cristo. Quando la loro foga è nel blaterare astruserie tipo "non bisogna Occupare Spazi ma Avviare Processi" per sembrare papisti, o "Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti" come un Ciotti qualsiasi, qualche dubbio ti viene. Quando la fedeltà a Pietro comincia ad avere l'aspetto di un'adulazione, quando il fondo comune viene nominato come se fosse una tassa di appartenenza, quando i tuoi amici vengono calpestati, cominci a chiederti sul serio dove è andato a nascondersi quel movimento che ha costruito la tua fede.
5) I nobiluomini del movimento hanno spesso come unica risposta quella più evasiva: "continua a venire, verifica tu stesso, chiediti cosa ti sta dicendo Cristo con tutto questo". Cioè per pigrizia non mettono in campo il tesoro che proclamano di avere, scaricando sull'accusato l'onere della prova (non diversamente da un kapò del Gulag che ti rimprovera di non saper lavorare). E guai a farlo notare loro.
6) Quando il capocasa è un emerito coglione, tu offri a Gesù, preghi, sopporti, pazienti, offri, offri, offri, ma per quanto puoi sforzarti di offrire e per quanto ti sforzi di "pensare positivo", prima o poi il vaso si riempie e arriva la goccia che lo fa traboccare (dopotutto i miracoli non sono mai automaticamente garantiti). E quindi quando nelle statistiche dicono che uno "ha lasciato la casa", c'è una buona probabilità che il problema non riguardi la sua vocazione ma solo la coglionaggine del capocasa che ha dimenticato (o forse mai saputo) che l'ubbidienza non è una dinamica unidirezionale. Sto parlando di coglionaggine reale, non immaginaria, non "reinterpretabile" - e che non è certo inviata da Dio. È uno squallido moralismo, a quel punto, rinfacciare al poveraccio: "devi fare un cammino, devi sforzarti di capire, devi mettere il Mistero davanti a questa tua fatica, devi, devi, devi..." Quel che doveva capire l'ha già capito (al punto che è traboccato il vaso), e ad uno con l'emicrania serve un'aspirina, non un discorsino sul capire l'emicrania per metterla "davanti al Mistero" (in nome della santa carità cristiana, per l'emicrania serve una cazzo di aspirina, non l'ennesima predica del cazzo). Ora, questa stessa dinamica del padre che rinuncia ad essere tale perché ha una diversa agenda, immaginatela in qualsiasi altro contesto - nel grande come nel piccolo, ecclesiale o laico.
7) Un'obbedienza sgradita o un colpo di freni a qualcosa che era buono non cambiano il contesto che don Giussani definiva dicendo che chi non ubbidisce sta comunque togliendo qualcosa dal rapporto. Ma quel contesto presumeva che in ultima analisi chi "comanda" non ha trasformato in pedina chi "obbedisce", cioè non ha declassato quell'amicizia ad un privilegio da aristocratico alla corte del re Sole. Disporre dell'ubbidienza di altri è una responsabilità enorme: basta dimenticarlo per un attimo per provocare danni irreparabili e per far pensare che chi ti ammannisce il fervorino "offri tutto a Gesù" stia difendendo la miserabile piccineria del capo o capetto di turno. L'ubbidienza è una forma di amicizia che non può essere unidirezionale.
8) Uno dei grandi equivoci - dall'esterno come dall'interno - è stato il considerare il movimento poco più che un gruppo di auto-aiuto, un club di amiconi sorridenti farcito con le espressioni tipiche del don Giussani, un movimento ecclesiale indistinguibile dagli altri (nel contesto della strategia wojtyłiana di istituzionalizzazione dei movimenti).
9) C'è un solido motivo per cui l'archeologia ciellina - le fatiche dei primi anni del movimento, i primi drammatici episodi di cronaca, gli anni di Litterae Communionis divenuta poi Tracce, l'essere costantemente attaccati dalla stampa, perseguitati o almeno ossessivamente ostacolati da parroci e vescovi a suon di burocrazie, diffidenze, esasperati tentativi di normalizzazione - ha un irresistibile fascino anche per il giovanissimo che vi si cimenta per la prima volta. La cosa peggiore che potesse capitare al movimento è stata il lasciarsi docilmente ridurre ad una delle tante etichette nella bacheca diocesana, etichetta indistinguibile dalle altre. Cioè il lasciare che l'istituzionalizzazione divenisse in fin dei conti sterilizzazione e normalizzazione dietro il paravento di una presunta "ubbidienza", comodo alibi dei collaborazionisti pilatescamente bramosi di conservare il proprio piccin privilegio e di lavarsene le mani.
10) "Dentro di me" perché ormai nelle scuole di comunità le difficoltà che si possono discutere sono solo quelle eteree e fumose, quelle che hanno risposte generiche preconfezionate. Le difficoltà reali, quelle che richiedono uno sguardo leale, virile, onesto, provocano sarcasmi, occhiatine di sufficienza, "ma dai, su, ma dai..." detti o accennati, sollevano tutti i possibili velati sinonimi di "non hai capito niente" e di "sei il solito lamentoso" (segno inequivocabile di una SdC ridotta ad un "parlarsi addosso", ad un esercizio di retorica dei membri del club dell'alce). Ho sempre speranza di trasmettere ciò che penso senza dover usare parole ufficiosamente vietate.
11) La tentazione del lamentarsi e del dirsi "non sono più parte di questa storia" nasce tipicamente dall'equivoco dell'immaginare che il movimento, in quanto tale, debba fare e dire certe cose anziché certe altre. Ciò di cui parlo, la ferita dolorosa che ho dentro, non riguarda discorsi e attività, ma l'incontestabile riduzione del movimento (operata dall'alto) ad una struttura da "monetizzare" in senso politico ed economico (per di più in tempi di insignificanza politica e di crisi economica, cioè dimenticando che è stata la fede a produrre imprevisti risultati "politici" e dimenticando che è stata la fede a produrre impreviste generosità in materie "economiche"). Il ricordare che "Cristo c'entra con tutto, anche con la matematica" diventa una sterile predica se proviene dalla bocca di chi ha mostrato di aver a cuore più il foglio Excel delle proprie statistiche che Cristo stesso. Tant'è che quando a tradire fu Pietro, non potendo mai bastare neppure il suo più eclatante e sincero pentimento, ci volle l'intervento personale del Risorto per convincere gli Apostoli a dargli nuovamente fiducia come capo.
12) Non escludo di poter cambiare radicalmente idea in futuro. È lo stato attuale delle cose che non va bene. Non va bene perché contraddice ciò che ho incontrato - cioè non è ciò che ho incontrato. Perciò resto in attesa che una diversa guida (non solo in senso di uomini) mandi in soffitta quella attuale.
13) L'espressione "per imparare a dire Tu a Cristo" suona molto diversamente se detta da uno per cui sei solo una pedina. E che all'assemblea dello scorso 6 giugno, nel parlare del fondo comune, ha avuto l'improntitudine di accennare in questi termini alla quantità versata: «sappiamo bene che siete alle prese con lavori a volte molto precari, e anche per questo non insistiamo sulla quantità». Il sottoscritto, precario da una vita intera, è fiero di aver versato con gratitudine (peraltro ricevendone il "centuplo" ancor oggi). Ma questo aristocratico favore del non "insistere" sulla quantità suona piuttosto male. Era proprio necessario aggiungere quell'inciso? Se sì, significa che ai piani alti il fondo comune non è più visto come un dono tanto inatteso quanto gradito, non è più considerato l'imprevisto e generoso frutto della gratitudine di chi ha aderito alla Fraternità, ma come una specie di tassa di appartenenza: "orsù, sforzatevi di dare un po' di più, almeno chi non è precario: qua abbiamo un sacco di spese, ci servono più soldi!". Non è il genere di espressioni che si poteva udire da don Giussani.
martedì 10 luglio 2018
Selvaggi alla conquista della nuova giungla
Dopo l'inutile scenetta da tribù di cannibali a digiuno, alla fine anche lui è scappato, opportunamente aiutato da un suo parente che ha voluto evitare che la sua "sconfitta" passasse dall'uno a zero al cinque a zero. La (magra) soddisfazione di aver dovuto ripetere più volte concetti estremamente elementari - intesi più per il capannello di spettatori che per il soggetto accecato dall'ira - non mi ripaga. Le mie corde vocali non sono abituate a tutto questo inutile stress.[4]
Personalità "tossiche" esistono da sempre - qualcuno addirittura stima che la fetta di psicopatici sia notevole, dal 10 al 30 per cento della popolazione.[5] Ma da qualche anno a questa parte ho l'impressione che ci sia qualcosa a pompare benzina sul fuoco.[6] Tutta la mia collaudata abilità del vivi e lascia vivere e del mantenere un basso profilo sembra diventata drammaticamente insufficiente - e non riesco ancora a trovare solidi indizi per sospettare che a cambiare sia stato io.
Persino in un paesetto della più periferica periferia delle periferie quello che era un popolo si autoriduce a una massa di gruppuscoli tribali in bramosa attesa di trovare uno più debole su cui affermare la propria superiorità secondo le leggi della giungla (era sempre stato così, con la differenza che eventi del genere una volta facevano notizia). Il triste destino dell'Italia si nota anche da questo genere di degrado. Ed è uno scempio di cui gli uomini di Chiesa, autoridottisi ad impiegatucci del sacro intenti a proferire trite banalità, sono stati i primi, e perciò -purtroppo-, i principali responsabili. L'attempata strega venuta da chissà dove si mette a sbraitare contro l'unico ciellino della parrocchia, il parroco interviene per fingere di dirimere la questione ascoltando compunto le esagerazioni e falsità proferite dalla signora, e quando questa conclude la propria filippica il parroco le dà ragione e mi fa una sgridata multimediale[7] senza neppure voler ascoltare la mia versione - e subito dopo va via perché ha da fare e tra poco deve anche dir Messa. La surreale scenetta si è svolta materialmente a due metri dal Tabernacolo. Due metri due.[8]
Ma le streghe passano, il ciellino resta. La volta successiva ero in preghiera nei banchi, e il parroco mi si siede nel banco davanti (un modo tutto clericale per dirmi "ora possiamo parlarne" garantendosi però una plausible deniability). Per un attimo ho valutato le alternative: farmi il sangue amaro concedendo al soggetto di ascoltare le mie ragioni fuori tempo massimo? Oppure ignorarlo e sperare che la prossima volta ci pensi due volte prima di evitare di ascoltare anche l'altra campana? Rivedendo mentalmente la sua piccineria a due metri due dal Tabernacolo non ho potuto far altro che ignorarlo: dopo un interminabile minutino si è alzato ed è andato via, probabilmente per correre a dipingermi come il nemico giurato del dialogo e della comprensione e della pace. Da allora non abbiamo più parlato.[9] La giungla aveva già conquistato un altro palmo di terra.
Il possesso di telefonini e SUV[10] non rende il selvaggio meno selvaggio. Interi decenni di celebrazione dei sacramenti non rendono il parroco più uomo. La giungla avanza, la civiltà arretra, l'educazione di popolo manca, la cristianità è sempre più annacquata e insipida, chi ti aggredisce lo fa non in vista di qualche vantaggio concreto, ma in ottemperanza ad una ridicola e mutevole immagine mentale. Proprio come i veri selvaggi.
1) Forti con i deboli e deboli con i forti. Avrebbe fatto lo stesso se avesse avuto anche solo il minimo sospetto di avere a che fare con uno che gira armato?
2) Mentre per noi cattolici perseguitati i termini "moglie" e "figli" hanno un significato profondo e che tocca l'affettivitià, per i selvaggi con telefonino sono solo alcune voci del proprio Curriculum Personae, insieme a "telefonino", "campionato", "soldi". Cioè uno di loro si offende in egual misura se gli dici che il suo cellulare dopo un mese costa cento euro in meno, o se scopri qualche suo vergognoso altarino personale. L'affetto è infatti rivolto non al figlio ma all'immagine di sé stessi (la "persona") che vorrebbero esibire sui social, ed oggi è considerato disonorevole il non poter esibire il Figlio "Tutto A Posto" (versione borghesotta del Figlio Perfetto).
3) In pratica il padre tenta di insegnare al figlio i Valori della Giungla Occidentale. Mi ricorda quella vignetta in cui una mamma single sommerge di complimenti la figlioletta che fa twerking, le compra abitini sexy per farla essere "più bella", e quindi vedendola incinta si lamenta: "ma dove ho sbagliato?".
4) Sebbene il sottoscritto segua segretamente la tattica del "can che abbaia non morde", esclusivamente intesa a chiudere la faccenda sbraitando in modo da non essere coinvolto in una nuova faida o un fastidiosissimo seguito di piccinerie e dispettini, l'aver a che fare con gente con rotelle fuori posto non dà alcuna garanzia.
5) Quelle percentuali mi sembrano sorprendentemente realistiche, a giudicare dal numero di certezze che ho acquisito su conoscenti e parenti anche gentilissimi e mansueti ma che alla minima occasione sfoggiano una ferocia e un cinismo da cocainomani.
6) Gli spiriti dell'aria di cui parlava san Paolo e contro cui invochiamo l'Arcangelo?
7) Occhiataccia infuocata e parole taglienti, con una perfidia possibile solo a un panciuto parroco che non è riuscito a far carriera nelle curie.
8) Quando i tuoi eroi cominciano a comportarsi in modo strano, rivedi drasticamente l'influsso che hanno avuto sulla tua vita. Da ragazzino avevo un'altissima stima per il sacerdozio. Oggi ho la certezza - maturata attraverso un'interminabile sequenza di delusioni e di momenti imbarazzanti - che i preti stanno per ricevere una punizione assai più severa.
9) Da allora riconsiderai parecchio il mio impegno in parrocchia, sebbene in tante occasioni non abbia potuto resistere a dare una mano. Quello che succede in parrocchia, succede in tutta la Chiesa. Era stato anticipato nell'orwelliana Fattoria degli animali: il cavallo che per tutta una vita aveva lavorato e servito, quando non è più in grado di lavorare viene venduto al macello per cavarne ancora qualche soldo. Il "laico impegnato" (amavano chiamarlo così), unico ciellino della parrocchia, al quale il parroco non aveva mai risparmiato la battutina corrosiva, aveva donato solo Dio sa quante ore e quanta pazienza (e quanti soldi).
10) Ce l'ho contro gli Sport Utility Vehicles - e qualsiasi altro veicolo a due o più ruote progettato più per essere esibito che per portare a termine la propria giornata di lavoro - perché almeno da queste parti sono invariabilmente guidati da pirati della strada, convinti che il prezzo del veicolo includa il diritto di precedenza, di sorpasso e di parcheggio in ogni situazione, arroganti, aggressivi, pronti a farti rischiare l'incidente perché tu alla guida di una vecchia utilitaria sgangherata (o di un camion, autobus, furgone, qualsiasi cosa utilizzabile solo per lavoro) non meriteresti che disprezzo. Il selvaggio, acquistando telefonino e SUV, non diventa meno selvaggio, diventa solo più arrogante.
martedì 3 luglio 2018
Occorreva pensare alla vita interna
Ho un ricordo vivo di qualche anno prima, quando mi fu detto - sottovoce, come per le indicazioni più gravi - che era ora che il movimento pensasse alla "vita interna". Cioè ad essere un po' meno "movimento" e con minor presenza sulla scena pubblica ed ecclesiale, e a formare di più i singoli, dando loro un miglior equipaggiamento dottrinale e sacramentale in vista di inevitabili maggiori battaglie.[1] Non ricordo trionfalismi da barzelletta riguardo a quella lettera del Papa, ma ho sempre avuto la sensazione netta che da quel momento alla vita interna i vertici non ci hanno pensato più.[2]
La crisi del movimento è ufficialmente cominciata una decina d'anni dopo, nell'annus horribilis che fu il 2013, quando al conclave Scola entrò Papa e uscì cardinale.[3] I peana carroniani per incensare Francesco ebbero come unico frutto una sonora "sferzata" e la conferma della dimenticanza definitiva della vita interna,[4] tutti presi dalla foga di compiacere il Papa suonando la sviolinata giusta. Al punto che la voce di corridoio secondo cui ci sarebbe un piano per fondere il movimento con Azione Cattolica non sembra più complottismo da bar sport.[5]
Una volta un pretino del movimento, col tono di chi dice qualcosa di Molto Adulto ad un Ragazzetto un po' troppo entusiasta, mi disse provocatoriamente che "i movimenti passano, la Chiesa resta", per poi calcare la mano insistendo che un giorno Comunione e Liberazione potrebbe finire. E fu qui che obiettai, vedendolo di conseguenza recitare la parte dell'Adulto Molto Molto Adulto che dà una Lezione di Vita al Ragazzetto. Anni dopo sarebbe stato Giovanni Paolo II a mettere nero su bianco ciò che non riuscivo ad esprimere. Il movimento ha voluto indicare non una strada, ma la strada, e la strada è Cristo. Questo non può "finire". Può piuttosto "finire" la struttura movimento che ospita ciò - e finirebbe perché smette di "indicare", tutta presa da attività tipiche della peggior Azione Cattolica.
1) La capacità organizzativa è una freccia spuntata se la falange macedone ciellina dipende più dai notiziari che dall'adorazione eucaristica. L'eredità di don Giussani è molto più ampia di quanto non possa emergere dalla vasta quantità di scritti e registrazioni: la prima volta che me ne accorsi fu quando un'amica delle Memores mi parlò dell'angelo custode in termini non bambineschi né da predica. Le Quasi Tischreden sono state trascritte perché anche quando scherzava sorseggiando un buon bicchierino trasmetteva qualcosa. Com'è tipico dei santi.
2) Se ne è accorto - fuori tempo massimo - anche Negri.
3) Sarebbe stato imbarazzante ritrovarsi negli avvisi degli esercizi della Fraternità l'ubbidienza a Papa Scola riguardo cose come l'augurare "buon Ramadàn" ai fratelli musulmani. Fu un annus horribilis anche per la frustrazione delle speranze politiche dei formigoniani, definitivamente azzerate dalle manovrine del solito Partito della Magistratura.
4) Le parole d'ordine (tipo "cambiamenti radicali senza precedenti", "uscire da sé stessi", "cambiamento d'epoca che lancia una sfida", "davanti a un cambiamento di epoca, da dove ripartire?"...) sono esattamente quelle che fino a pochi anni prima erano oggetto dei nostri motteggi goliardici contro gli stralunati azioncattolichini avulsi dalla realtà e col cervello spento. Il più allarmante segno di una sconfitta è il vedersi comandare di essere esattamente come la caricatura che faceva il nemico.
5) Comunione e Liberazione nacque perché don Giussani, insegnando gli elementi fondamentali della fede, si ritrovò circondato da un popolo. Avendo fatto scuola di comunità con i gruppi di Azione Cattolica, ha dato l'impressione che il movimento ne sia stato una costola. In realtà la separazione era netta, come confermò lo stesso cardinal Colombo, nel 1971: «i gruppi di CL non sono un'alternativa all'AC ma sono solo un libero e legittimo movimento di apostolato». Nei prossimi cinque o dieci anni un cardinale o Papa potrebbe dire il contrario?
mercoledì 20 giugno 2018
Salvare i semi
È un vecchio trucco clericale[3] quello del lanciare il tema. È un vaccino contro il vero problema: fatene parlare tutti, se ne parli fino alla nausea, tanto er dibattito nel giro di pochi giorni si sposta altrove e tutto rimane come prima. Anche un politicante di mezza tacca sa che lanciare il tema è un'arma - e sa che la fucilata va sparata lontano dal proprio piede. E sa anche che le armi di distrazione di massa vanno usate con parsimonia, perché provocano dipendenza peggio della droga.
È da molto tempo che la politica non mi stuzzica più. Non si può parlare di politica se la sovranità è stata svenduta da un pezzo e le decisioni che ci riguardano vengono prese a Bruxelles. I nostri governi fanno ordinaria amministrazione, autorizzati a gestirsi le proprie piccinerie, e obbligati a ratificare ciò che ci impone l'Unione Europea. Il triste spettacolo in corso - omosessualismo, distruzione della famiglia, immigrazionismo, perversione dei bambini... - ha una regia che non teme la politica. Porre speranze nella politica significa ormai contentarsi che il Titanic abbia gli oblò ben puliti mentre affonda.
L'ultimo vero atto sovrano dell'Italia non lo ricorda più nessuno: la crisi di Sigonella. Era l'undici ottobre 1985 e i Carabinieri puntarono i fucili contro i militari americani del DEVGRU.[4] Craxi piegò Reagan. Sette anni dopo cominciò Tangentopoli e avvenne la svendita sul Britannia. Il berlusconismo fu poco più che un debole colpo di coda prima di annodare il cappio dell'Unione Europea. Quando la politica era importante, i ciellini venivano gambizzati e la Jaca Book si beccava le molotov, e solo perché la stampa ci accusava di "fare politica", cioè di avere un'opinione non allineata a quella dei comunisti.
Nello sfascio generale la massima urgenza dovrebbe essere quella di salvare i semi da piantare. Come farebbe qualsiasi contadino nell'imminenza dell'alluvione. Affannarsi sulla politica, anche solo per condividere l'ennesima sacrosanta vignetta su Facebook, è una perdita di tempo.
1) Detesto parlare di politica e ancor più fare il nome di un politico e ancor più valutarlo. Ciò infatti scatena i più elevati vertici di frenetica stupidità umana con l'incontenibile foga del "devo assolutamente dire la mia" investendo zelo, tempo, energia e nervi senza fare economia. Sono le stesse persone che sbadigliano quando si tratta di questioni davvero serie e del tutto urgenti. È un paese di politicanti e di allenatori. Con quel cognome in cima a questa pagina, ora il blog otterrà parecchia visibilità e parecchi commenti.
2) L'Italia è già ridotta a una giungla (zingari ed extracomunitari mezzo secolo fa erano meno di una rara nota di colore), poiché ciò che non sei in grado di nascondere e proteggere è in balìa di qualsiasi bestia di passaggio. E prima di emigrare occorre riflettere bene, per evitare di trovare altrove uno scenario simile.
3) Il clericalismo da tempo non è più appannaggio esclusivo dei preti. Penso ad esempio a certe dinamiche nella pubblica amministrazione.
4) Assecondare il gangsterismo dei "temibili" (stando a Hollywood) DEVGRU Seals Team 6 avrebbe significato ammettere pubblicamente l'inesistenza di una sovranità italiana.
venerdì 15 giugno 2018
Ancora sulla barbarie che avanza
Come i par miei, mi illudo sempre che esporre ragioni serva a qualcosa, che richiamare princìpi induca almeno un pochino a miti consigli, che ad indicare la luna non sia il dito a ottenere attenzione. Macché. I sacri tabù contemporanei sono perennemente assetati di sangue,[10] e lo sport di cui sono campioni i loro adoratori - il chiacchiericcio condito con l'ostinata confusione tra realtà, paure e sogni - farà il resto.[11] Mi quereleranno per "minacce a bambino"? (tipica scena italiota: diversi mesi dopo, ormai dimenticata la faccenda, ricevere una lettera da un avvocato...).[12] Daranno fuoco al cortile o alla macchina o a qualcos'altro che qui riteniamo necessario o affettuoso?[13] (non lo fanno mica solo a Napoli e Detroit).[14] Si vendicheranno creandomi pasticci tra familiari e vicini di casa? (questo insignificante villaggio di selvaggi con telefonino già vanta pluridecennali faide avviate per non si sa più quali bizzarri motivi).[15]
L'esercito di genitori che mi aveva accerchiato mi stava vincendo per estenuazione. Mi sarei contentato di ottenere che uno di loro ammettesse che sì, l'educazione non è un optional, e già non ci speravo più, quando il genitore "colpevole" si lascia sfuggire in un plurale maiestatis una clamorosa ammissione che getta altra benzina sul fuoco: "fummo noi quella volta a..." (a fare un dispettaccio del tutto gratuito ai miei nonni, motivabile solo dall'invidia). Gli rispondo in un lampo, con un'espressione istintiva di sorpresa che da sola vale già mille discorsi: "dunque siete stati voi?!" Peccato non aver avuto le telecamere a far notare, da quel momento, la sua incapacità di guardarmi in faccia e la sua fuga dal capannello un minutino dopo.[16] Anche una persona adulta e ben addestrata a imbottire di sofismi le discussioni può avere un momento di ingenuità, un vero e proprio autogoal.[17] Chi si crogiola in pensieri di vendetta,[18] prima o poi si fa sfuggire qualcosa del genere, riaprendo ferite che erano rimarginate già da un pezzo.
Quello che mi addolora, dunque, è che questa società non è più viva. È un cadavere caldo. È una massa di selvaggi con telefonino, non "barbari" ma selvaggi: il barbaro non ha mai conosciuto la civiltà, il selvaggio è quello che la civiltà l'ha rifiutata, non la vuole più. Il barbaro può ancora lasciarsi educare qualora si imbatta in qualcosa che lo affascina, il selvaggio rigetta gli ultimi brandelli dell'educazione ricevuta sostituendola alle apparenze e alla legge della giungla. Il barbaro dopo non troppo tempo si è convertito: il selvaggio va magari in parrocchia ogni domenica ma è di fatto tornato alla superstizione. Può avere l'iPhone, il SUV, il microonde e la fibra ottica, ma non riconosce più concetti elementari come la dignità del lavoro, la dignità del matrimonio, l'educazione dei figli, il vivi e lascia vivere, la tragedy of the commons... In società imputridite come questa sorsero monasteri per grazia del Signore, ben sostenuti anche dal fatto che "fuori" dal monastero la vita era semplicemente invivibile.[19] Oggi, invece, non si vedono monasteri (e persino i Memores Domini, grande speranza fino a non troppi anni fa, sono tristemente in declino[20]). L'ottimismo dei cattoliconi da salotto, che è più un parlar forbito che non un crederci davvero, ha da tempo attecchito anche nel movimento: pertanto, nei confronti di capetti con la predica ciellina pronta,[21] non resta altro che augurare di vivere momenti di seria emergenza educativa (con annessi ragionevoli timori di rappresaglie) come quello che ho descritto in questa pagina.[22]
1) L'aborto, la fecondazione "assistita", ecc., sono solo un mercato che poggia su quella mentalità. Eccolo: il Prodotto Perfetto, che non è più da educare ma è da lasciar indottrinare da televisione, videogiochi, internet, e da lasciar autoeducarsi nel branco (scolastico, di quartiere, da clan o altro gruppo on-line...) Avete saputo dimostrare di saper avviare una gravidanza: oh, come siete onorevoli, perbacco, avete passato i vostri geni, che bravi, è un figlio Prodotto Perfetto ("e ora stop: non ce n'è mica bisogno di altri"): applausi, applausi! (preregistrati, ma comunque ambìti anche da coppie gay), ormai ci siamo abituati. Intanto, in qualche sperduta scuola di comunità, per la millesima volta si elucubra sull'imprevisto e imprevedibile incontro con Cristo: anche un cafone può incontrare, certo, anche un barbaro può, ma non è una cosa magica, tanto meno è facile dire di sì. Quell'imprevisto va sostenuto da noialtri - pregando, educando, lottando contro le tentazioni -, eppure persino ai vertici del movimento certe volte si lascia passare l'idea che robacce come quella mentalità anti-educativa vadano più "ascoltate" (in fin dei conti incensate, e comunque non hanno nulla di serio da dire) che combattute con l'insegnamento e con l'agire in controtendenza ("mandateci in giro nudi ma lasciateci libertà di educare").
2) Quei valori erano l'ultimo residuo di una società che un tempo è stata cristiana. Una volta, anche il sedicente agnostico/ateo riteneva urgente dire pane al pane e vino al vino.
3) L'esistenza dell'inferno è massimamente documentata da vita e atti di questa genìa di persone apparentemente buone e normali e che però sotto sotto dedica con inspiegabile zelo tutta la propria vita e le proprie risorse a piccinerie micragnose, ultimo traguardo dell'imborghesirsi. Magari li vedi anche tra le persone tutte casa e parrocchia, in fila per la Comunione, dopo aver aggredito la vicina di casa ferendola seriamente, mentre il loro avvocato riesce ad impressionare il giudice scovando che l'aggredita, quarant'anni prima, aveva fatto un corso di kung-fu e pertanto era "pericolosa" oltre che "minacciosa".
4) Che tradotto dal bambinese alla lingua italiana diventa: "hai fatto qualcosa di grave e pertanto ho sia l'obbligo di fartelo notare, sia l'obbligo di invocare l'autorità, e la tua miglior opzione è collaborare con l'autorità". Un padre ha certamente motivo di allarmarsi alla notizia che uno sconosciuto minaccia di pestare suo figlio, ma in qualità di adulto dovrebbe avere anche l'urgenza di capire le circostanze: potrebbe darsi il caso che suo figlio abbia davvero compiuto qualcosa di pericoloso per sé e per gli altri. La furiosa discussione che ne è nata, invece, ha dimostrato quanto i genitori credano ciecamente nell'impunibilità dei rispettivi Figli Perfetti e quanto abbiano colpevolmente subappaltato l'educazione a soggetti esterni.
5) È pur vero che era stata solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. La sola minaccia di buscarle è talmente efficace che nei cartoni animati per bambini potete assistere alla tipica scena dove il super cattivo della settimana sequestra e minaccia la bimba coprotagonista puntandole un coltello alla gola, ma non vedrete mai un bambino ricevere un ceffone (o altra punizione di quelle che non può non capire: quella corporale), nemmeno quando totalmente meritato. È tabù, è un tabù difeso quotidianamente da ogni fiction animata, scritta, disegnata, recitata: montessorismo de noantri elevato a sistema. L'ultimo baluardo dell'educazione, oggi, è quello di insegnare ai bambini - anche con le cattive se necessario - a distinguere il bene dal male. È già una grande notizia sapere che un ragazzetto le abbia prese per aver tirato il proprio smartphone in faccia al fratello: significa che in futuro ci sarà qualche accoltellamento in meno, qualche omicidio in meno.
6) Come il tizio che mi entra in scena per dire "io non c'entro ma vorrei dire la mia": da antologia del variety pomeridiano. L'esprimere un'opinione aspettandosi un applauso preregistrato e l'inquadratura di immaginari spettatori interessati, ha preso il posto del difendere qualcosa di vero per sé come per tutti. In questa società televisionata l'imperativo è quello di aprir bocca, mentre il silenzio è disonore, vigliaccheria, o furba convenienza. Se fossi stato un soggetto di quelli un po' pericolosi si sarebbe limitato a guardare la scena dalla finestra da un forellino della persiana totalmente chiusa.
7) Uno degli astanti mi chiedeva retoricamente se io avessi figli. Cioè spostava l'asse della discussione dal principio dell'educare alle opinioni sull'educazione (stante la sempre più forte confusione fra esperienza e opinione). Se c'è qualcosa in cui la scuola americana supera di gran lunga quella italiana, è il fatto di insegnare a riconoscere le fallacie logiche, un utilissimo fallacy shaming contro i furbetti.
8) È spaventosa la quantità di occasioni in cui si cede alla tentazione di chiedere esoneri anche alle norme più ragionevoli. Quando affonda l'educazione, emerge l'anarchia.
9) Dice il proverbio: le cosiddette questioni di principio non lo sono. Ma a costo di sembrare uno di quelli che vogliono per forza farne una questione di principio, non potevo tacere: per uno come me che da piccolo le ha buscate e da adolescente e adulto ha avuto continuamente a cuore la questione educativa, sarebbe stato profondamente ingiusto contribuire a diseducare anche gli adulti lì presenti.
10) Quod licet Iovi, non licet bovi. Cioè qui sanno tutti che il sottoscritto non è dotato di certi mezzi di dissuasione (non proprio morali) che rapidamente chiudono parecchi discorsi.
11) Nei minuti immediatamente successivi già ho scorto la mancata educatrice (che si era precedentemente distinta per un tentativo di corruzione: "quant'è? vi rimborso", col sottinteso di esser disposta a pagare pur di non andar contro il tabù e di non farsi riconoscere come renitente a educare) a conferire con l'impiccione chiacchierone del quartiere: mi vien da ridere a pensare che anch'io, se avessi voluto fare escalation, sarei stato tentato alla stessa tattica. Se la miglior battaglia è quella vinta senza combattere, la miglior lite è quella che non viene fatta nascere. Per cui la prima tentazione di chi viene coinvolto è quella di mettere subito in moto qualcosa che poi il proprio stesso buonsenso non riesca più a ridimensionare. "Capite? C'è di mezzo una babbina!" gridò tutto rosso alla vigilanza il soggetto al supermercato che non trovava sua figlia. Doveva costringere sé stesso a creare una situazione da cui non fosse autorizzato ad uscirne (e la foga fu tanta che la bambina divenne "babbbina" con innumerevoli "b").
12) Le lungaggini della giustizia nostrana, insieme ad un corpus di leggi di una complessità bizantina e alla debolezza delle norme sulle "cause temerarie", divide il popolo italiano in classi: quelle che possono permettersi un buon avvocato (tale da poter opprimere gli avvocati assoldati dalle classi inferiori), e quelle che non hanno tempo e soldi per permetterselo. Il buon senso e il buon cuore possono bastare solo se sei un eremita ben isolato. È una società in cui devi fare estrema attenzione a qualsiasi cosa che abbia anche solo un vago nesso con i rapporti sociali e con l'affollatissima foresta di totem pubblicamente adorati (riconoscibili tipicamente dal concerto di sviolinate necessarie prima di nominarli). Le trite banalità chiesastiche - come il moralismo del diluviarti di "devi pregare, devi interrogarti, devi perdonare", che contiene l'implicita accusa che staresti cercando ogni alibi per non farlo - sono solo uno degli artifici oratori per significare "cambiamo discorso".
13) C'è chi sbollisce la rabbia con una buona dormita, e chi invece ci gira e rigira attorno, nelle conversazioni a tavola con la moglie, col vicino di casa, col collega di lavoro, col cognato, facendo deliberatamente crescere dentro di sé il desiderio di vendetta e accorpando sogni di gloria e paure altrui nella propria rappresentazione mentale della Grande Sfida Avventurosa Come in Quei Film Col Processo al Cattivone. Una scena in tivù, il colore di una maglietta, il suono di un clacson, mille piccole cose riporteranno alla memoria quello scenario che era nato con l'idea del "gliela farò pagare cara" contribuendo ad aggiungere sempre nuovi particolari a quel divorzio con la realtà, possibilmente fino a tragiche conseguenze.
14) Un giorno dovrei scriverlo, un pamphlet intitolato "Elogio di don Abbondio". Il suo unico vero errore è stato quello di non riuscire a spedire i promessi sposi da qualche altro parroco, magari più pavido di lui (al clero di oggi fischieranno parecchio le orecchie, per tutti e sette i sacramenti). Dev'essere stato penoso esalare tutto quel latinorum pensando con apprensione a quei bravissimi bravi. Una società dove le forze dell'ordine ti guardano con commiserazione per un esposto che non riguardi un fattaccio grave e televisionabile (a meno che tu non sia un pezzo grosso), dove devi mobilitare - con moneta sonante e sovrabbondante - avvocati, fiscalisti, burocrati di ogni stirpe, per dimostrare di essere innocente, dove a distanza di tempo dai fatti ti piovono lettere di avvocati e "cartelle pazze", dove devi calibrare con circospezione le parole che dici e scrivi, anche in privato su Whatsapp, non è una società civile, nonostante le apparenze, nonostante i traguardi scientifici e industriali (mica tanti, in epoca recente). Qualche tempo fa sono stato aggredito e spintonato da un tizio perché allontanandomi dallo sportello Bancomat non gli avevo segnalato che andavo via perché era guasto (occasio facit furem, and a guappo as well). Tirai fuori il cellulare minacciando di chiamare il 113, e lui urlò: "sono io la polizia!", esibendo per una frazione di secondo - con elevatissima dimestichezza - un tesserino da guardia giurata. Uno dei passanti che aveva finto di voler intervenire si è poi dileguato in un vicolo - pure con elevatissima dimestichezza - per evitare, qualora la faccenda degenerasse, di venir chiamato a testimoniare. Sì, don Abbondio, non avevi tutti i torti. Noi vasi di coccio - cioè non dotati di pistole, avvocati, amici potenti che senza sporcarsi le mani possono mettere nei guai chi ci risultasse antipatico - dobbiamo stare attentissimi su questo carro traballante che è la società di selvaggi di ferro. Presi il numero di targa del soggetto, ma ho sempre avuto abbastanza motivi per non cimentarmi a denunciare l'aggressore: ci si imbarca in un'impresa solo quando si ha qualche ragionevole speranza di portarla a termine, solo quando il gioco vale la candela. Mi sono limitato a scegliere uno sportello bancomat diverso.
15) Ho parecchi motivi per tenere a freno l'ottimismo da cattoliconi da salotto perché ho visto con quale instancabile accanimento lungo innumerevoli anni certa gente apparentemente civile - così ti sembrano quando sono vestiti a festa nelle grandi occasioni e nella festa parrocchiale - ha molestato il vicino o il parente a cui segretamente aveva giurato vendetta, tremenda vendetta. E no, non è una dinamica esclusiva delle giungle metropolitane: anche il paesetto nella periferia delle periferie, televisionato come gli altri, si pregia di esibirla.
16) La moglie gli farà pagare caro lo scivolone e contemporaneamente contribuirà a sputare benzina sul fuoco. È un altro di quei casi in cui il singolo peccato, non essendovi seguito alcunché in controtendenza, fa fiorire a distanza di tempo altre occasioni di peccato, dirette e indirette, locali e remote, in un groviglio sempre più inestricabile. E i diretti interessati non riescono ad apprendere la lezione che anche il singolo peccatuccio è ultimamente un'aggressione all'intero creato oltre che a Dio. Eppure non dovrebbe essere complicato, visto che non hanno difficoltà a credere che per alterare il clima basta un battito d'ali di un gabbiano.
17) Se fosse capitato a me, per certi versi sarebbe persino stato un bene: dando loro l'impressione di averla avuta vinta su tutta la linea, avrebbe concluso la discussione limitando i danni. E avrebbe contribuito a diseducare.
18) Il pensiero precede l'azione. Ma per quanto ci si può tentare di ingannare sull'importanza del coltivare certi pensieri, prima o poi senza accorgersene si segue uno dei piani tanto amabilmente accarezzati nel retrobottega delle proprie fantasie. Con esito tipicamente del tutto diverso da quello che si pianificava. Non a caso Nostro Signore fece capire che si può peccare anche coi pensieri: lezione poco appresa, oggi, dove comunemente si confonde il peccato con il reato legalmente perseguibile.
19) Il monastero aveva una biblioteca perché fuori del monastero la cultura era disprezzata. Aveva campi coltivati e officine perché fuori era speculazione, spreco e svacco. Aveva una vita ordinata e civile - sorretta dalla vita religiosa - perché fuori non c'era ordine, c'erano solo selvaggi. I monasteri, più o meno involontariamente, produssero in breve tempo quell'educazione di popolo che rende civile la società.
20) Alla radice del declino non c'è un calo di "qualità" dei consacrati ma il sottile equivoco del ridurre l'ubbidienza a sequela cieca, che incrina la solidità dell'essersi donati a Cristo e fa affiorare il dubbio dell'essersi donati al Dialogo.
21) Al di là del prezzo che in futuro mi toccherà pagare per aver solo battuto sul tasto dell'educazione, è stato istruttivo da diversi punti di vista, inclusi strategia e tattica. Ma alle orecchie di cielloti e giussanologi amanti delle Alte Disquisizioni e che infilano aneddoti su misura delle prediche preconfezionate - persino nel tono di voce e nella cadenza - e sostanzialmente rispettosissime dei tabù (indovinate il motivo per cui i ciellini non vengono più bersagliati da bombe molotov e pistolettate?), rimarrò dipinto come il furioso minaccioso incapace di perdonare e allergico alla domanda "cosa ti sta dicendo il Signore con tutto questo?" Scusate la risatina sarcastica, ma mi sta dicendo chiaramente che in una società di selvaggi è pericoloso essere uno che ci tiene all'educazione. Magari la prossima volta tirate fuori una domanda retorica meno cretina per dire che non sapete cosa dire.
22) La doccia fredda della realtà non sempre è convincente. Uso il termine sprezzante "prediche" perché mi danno l'impressione di essere innamorati del timbro della propria voce e dell'immagine "modello Mulino Bianco" - ahimé, perorata persino dalla rivista Tracce - al punto da considerare fumo negli occhi qualsiasi intoppo alla precostituita narrativa ciellina. Ma forse lo fanno solo per l'ancestrale paura di lettere di avvocati e di decenni di perfide e accanite molestie.