domenica 17 agosto 2014
Vita coi nonni
Il nonno, forte del suo status di persona anziana e ammalata, esibisce i tipici capricci dei bambini. Come il mangiare rumorosamente a bocca aperta con un fastidiosissimo ciòmp-ciòmp (riesce a sgranocchiare perfino il brodo). Forte del fatto di essere stato ampiamente sgridato dai miei e dagli stessi nonni per un rumore dieci volte inferiore quando ero bambino, un paio di volte gliel'ho fatto notare. Se l'è presa a male ma il rumore è terminato immediatamente (anche nei giorni successivi, almeno finché ero presente). Sul momento in cui mi è sfuggita la lamentela ho provato perfino rimorso, rendendomi conto solo successivamente che il farglielo notare è stato qualcosa di positivo perché è stato un freno al lasciarsi andare.
I nonni passano le giornate in adorazione davanti al televisore, interrompendo solo per andare al bagno e per dormire, distratti al più da una visita di un parente. È una vita triste l'aspettare senza avere ben chiaro cosa si aspetta. I figli hanno preso la loro strada, qualche nipote (cioè solo il sottoscritto) viene incaricato di piccoli servizi da loro (cioè tener loro compagnia), della Chiesa non gliene importa niente (ma ci sono dieci santini di padre Pio sparsi per casa: questa sì che è fede, ragazzi!) e di quando in quando si lamentano dell'incessante pioggia di tasse e balzelli che continua a vandalizzare quel poco che avevano messo da parte in una vita di stenti.
Due nonni con tre televisori in casa. Uno in cucina, uno nel soggiorno, e un altro nell'altro angolo del soggiorno. Una media di uno e mezzo a testa. Ci sono da spostare alcuni mobili: il nonno comincia a pretendere un televisore in camera da letto (la nonna dorme in soggiorno e il televisore davanti al letto ce lo ha già). Ho fortunosamente rinviato il problema. Ci manca solo che il nonno provi l'ambitissima estasi del rimanere giornate intere a letto davanti al televisore. Ci manca solo che il suo ultimo sospiro sia accompagnato dalla pubblicità del dentifricio. I drammi della vita sono questi: vedi i nonni spegnersi, e il loro unico tabernacolo è il televisore, e ti tocca giocare la carta del nipote pigro e perdigiorno pur di non assecondare il desiderio di avere il televisore in camera da letto.
sabato 16 agosto 2014
Tabernacoli moderni
La vita del nonno si va lentamente spegnendo. Mangiare, dormire, guardare la tv tutto il giorno, che è diventata di fatto il suo tabernacolo. Gli eventi che per un attimo lo svegliano dal torpore sono insignificanti come quella conferenza su qualcosa di digitale ripresa dal telegiornale regionale, che mi ha commentato sorridendo. Un sorriso che è più un invito a fargli compagnia che la gioia per una conferenza sul “digitale”, digitale di non si sa che cosa.
L'ultima volta che sono stato da loro ho sentito il nonno lamentarsi che la sua vita non vale la pena essere vissuta. Forse lo diceva solo per attirare l'attenzione. Voglio sperare che l'abbia detto in un momento in cui si sia reso conto di cosa significhi donare le ultime ore della propria vita alla televisione.
Se avesse un po' di fede forse sarebbe tutto diverso. Ma ha vissuto per una vita intera senza mai esserne attirato. Ha visto il male che certi preti hanno fatto a me e alla mia famiglia. Sarebbe già una grande grazia se accettasse, anche solo per simpatia, di ricevere gli ultimi sacramenti (buona parte della grande grazia consiste nella decenza liturgica e umana del prete che si troverebbe ad amministrarglieli).
lunedì 11 agosto 2014
Tabernacoli
Con fatica gli devo ricordare che c'è da muoversi per le analisi. Senza staccare lo sguardo dal televisore mugugna qualcosa che dovrebbe significare “subito” e che invece serve a prendere tempo. Gli dispiace abbandonare quella visione beatifica proprio adesso. Lo schermo mostra una jeep che attraversa lentamente una strada sterrata, con due tizi in piedi nel cassone armati di fucile e con espressione truce. Sarebbero un ottimo bersaglio, ma loro stessi sanno di essere in un telefilm in cui nelle sparatorie non muore mai nessuno.
In tempi non sospetti san Pio da Pietrelcina lamentava che il «tabernacolo del demonio» stava entrando in tutte le case. Parlava del televisore, non di internet. La televisione è peggio di internet poiché si fruisce passivamente. Ci si mette lì in «adorazione» lasciandosi diluviare addosso la banalità, in perenne attesa di emozioni o di qualcosa di meglio. Il demonio, più che la cattiveria, è impegnato a promuovere la banalità. Che può assumere perfino i contorni innocenti del telefilm con la sparatoria con migliaia di pallottole e nessun morto, nemmeno un ferito, neppure di striscio. Distorcere la realtà, a lungo andare, è più grave che distribuire sudiciume.
Il nonno si avvia verso la fine dei suoi giorni cibandosi di televisione. Come ad esempio quei vecchi e stupidissimi telefilm trasmessi alle otto del mattino di uno sperduto giorno del mese di agosto. Si leva al mattino e accende il televisore. Lo spegne solo per il pisolino pomeridiano. Dopo diverse esitazioni finalmente riesce a spegnerlo di sera per andare a letto. Poi magari dopo mezz'ora che si rigira nel letto decide di non aver sonno: torna in cucina e riaccende il televisore, per una o due ore supplementari di «adorazione».
C'è gente finita nel calendario dei santi per molte meno ore di adorazione. Davanti ad un diverso tipo di «tabernacolo». Comincio a temere che quella razza si sia estinta. Lo temo da quando andai a far visita a quelle suore e scoprii che passavano la sera davanti al televisore. Chi sferruzzava, chi rammendava, chi sfogliava, ma tutte in presenza del televisore. Lo temo specialmente nelle sere d'estate quando vado alla stazione e passando davanti al convento di un altro ordine di suore intravedo l'inequivocabile luce blu che traspare dalla finestra che dà sulla strada.
mercoledì 9 luglio 2014
La vera catastrofe è la reazione
Il primo caso da considerare è quello della cicala e della formica. Nel caso di una breve emergenza, orde di cicale guidate pressoché esclusivamente da una paura irrazionale, si getterebbero - con raziocinio inversamente proporzionale alla foga - sulle riserve accumulate delle formiche.
In parole povere, quasi nessuno è preparato mentalmente oltre che materialmente ad una breve emergenza: figurarsi una catastrofe. C'è una solida diffusissima certezza dogmatica che elettricità, acqua, internet e supermercati siano sempre efficienti e disponibili. Eppure bastano poche ore di black-out per scatenare l'apocalisse.[1]
Il secondo caso da considerare è che un semplice senso di umanità porta la formica a condividere quello che ha con le cicale (presumendo che non siano tali per arroganza ma per incapacità), a costo della propria stessa sopravvivenza.
La popolazione di cicale, ad essere davvero onesti, è enorme. E le formiche si troverebbero tutte indistintamente con problemi morali: chi aiutare, chi ascoltare, e come fare per non ergersi a giudice supremo delle disgrazie altrui? A questo si aggiunge il bruciante dramma di trovarsi a cambiare morale più volte: dopo aver fermamente deciso di aiutare, ritrovarsi a desiderare di essere molto più severi e selettivi, o viceversa.
Il terzo caso da considerare è che in caso di catastrofe occorre assicurare non solo il cibo per il corpo ma anche quello per l'anima, e non sto parlando solo di qualcosa di spirituale ma anche di ciò che oggi è universalmente percepito come essenziale alla propria dignità. Se non ci pensiamo un attimo, non ci rendiamo conto di quanto siano essenziali beni di consumo come carta igienica, sapone, lamette da barba, pettini...
Un'immagine che mi ha segnato anni fa è quella delle Memores nelle favelas brasiliane che tra le attività caritative fecero anche quella di parrucchiera. Una donna ottantenne, commossa, le ringraziava: “in vita mia non sono mai stata da una parrucchiera”. Cioè per quelle Memores un'attività apparentemente relativa alla vanità, era stata invece un modo per restituire una dignità a quella donna che apparentemente le era stata negata per una vita intera.
Il quarto caso da considerare è che la società semplicemente non è pronta neppure per i piccoli problemi. Un anziano malato che fa grossa fatica a deambulare, è un problema serio anche se abita al primo piano, figurarsi più persone in quelle condizioni che abitano ai piani superiori e per quattro giorni l'ascensore dà forfait. Amici, parenti e badanti possono essere una soluzione tampone. Ma cosa fare se qualche servizio essenziale (ascensore, fogne, acqua corrente) si protraesse?
C'è di comico il fatto che Hollywood instancabilmente ci racconta storie a lieto fine su catastrofi di ogni genere, sortendo però l'effetto opposto: la banalizzazione.
1) Nel SoCali black-out del 2011 sopra citato si segnalavano scene surreali tra cui questa: con un generatore a gasolio un tizio riesce ad accendere il televisore in cortile, si raduna una folla di persone in crisi d'astinenza da entertainment e subito comincia la rissa su quale programma vedere. È sera, il black-out era cominciato da appena sei ore (sarebbe durato solo altre cinque o sei), e già si arriva alle mani per decidere quale intrattenimento vada onorato.
martedì 24 giugno 2014
Cristiani e Puffi
In particolare mi rendo conto della sempre più urgente necessità della preghiera a san Michele Arcangelo. Uno dei tanti indizi è il proliferare di vignette e immagini blasfeme proprio ora che quasi nessuno se ne preoccupa più (oppure, come quella diocesi brasiliana, ci si limita a “monetizzarle”). Quanto più la blasfemia è gratuita - e dunque immotivata - tanto più c'è da allarmarsi su certi discorsi del “ben altro, ben altro”, quel benaltrismo de' noantri tutto concentrato a guardarsi l'ombelico che troneggia sul sazio ventre.
Bisogna oggi diffidare da chi nomina Cristo: in 999 casi su 1000 sta parlando a vanvera, sta solo traslando “cristianamente” il discorso dei Puffi (quello in cui “puffiamo una cosa puffosa puffosa che si puffa puffando”). Ormai sono cinquant'anni che il mondo cattolico avanza a suon di buzzwords, di parole eleganti preconfezionate (e che dopo qualche mese pacificamente passano di moda), una moda sopravvissuta perfino alla rivoluzione sessantottina. Occorre diffidare da chi oggi nomina Cristo, perché quasi certamente Lo sta riducendo ad un discorso su Cristo, ad un'etichetta elegante per la propria tolleranza all'imborghesimento.
Sono troppi, ormai, gli ambienti ecclesiali a cui non si può augurare altro che una sana, brutale, accanita persecuzione purificatoria. Spesso perfino a quei bravi cristiani, laici e sopratutto chierici, che pur con un cuore d'oro e una grande intelligenza subiscono passivamente la devastazione conformista così rapidamente avanzata. Dopotutto basta nominare “Cristo”, la parola magica che certifica tutti i discorsi e che annichilisce i non allineati: sei polemico, dunque sei contro Cristo, hai da ridire, dunque sei contro Cristo, ti lamenti, dunque sei contro Cristo, non hai applaudito al messaggio del presidente di fine anno, dunque sei contro Cristo, stai a guardare quelle cosucce quando i problemi sono “ben altri”, dunque sei contro Cristo...
Di fronte a questi imborghesiti - fossero anche capi e capetti del movimento - probabilmente l'unica risposta è la preghiera a san Michele Arcangelo, perché ricacci nell'inferno i demoni che stanno dedicando un'infinità di sforzi per istigare le anime a ridurre Cristo ad un discorso su Cristo.
venerdì 6 giugno 2014
Si alza il vento
Siamo già abituati agli altri film di Miyazaki - profondi, toccanti, commoventi, intelligenti - ma questo li supera tutti. È la storia di una passione di tutta una vita, la passione per il volo. Jirō non potrà mai essere pilota per problemi alla vista, ma quando gli appare in sogno il conte Gianni Caproni (l'ingegnere aeronautico italiano) che gli mostra il suo Ca.60 Transaereo, capisce che se proprio non potrà pilotare un aereo può pur sempre progettare “l'aereo più bello del mondo”.
Siamo in Giappone negli anni Trenta e sappiamo cosa comporterà la passione di Jirō: ma è proprio su questo aspetto che il film sfida gli spettatori con domande spinose: davvero l'arte per l'arte, la scienza per la scienza? Davvero sarebbe sempre giusto il seguire la propria onesta passione? È meglio un mondo con le belle ma inutili piramidi, o senza piramidi? Chi ha frettolosamente etichettato come “militaristico” il film, ha rifiutato quelle domande, come se si fosse limitato a leggere un asettico riassunto della trama piuttosto che seguire il film immedesimandosi nei protagonisti, come se sulle scene avesse premuto l'avanti-veloce per andare al sodo.
È senza dubbio un capolavoro, ma come al solito il doppiaggio è ciò che rovina il film: andrebbe seguito in lingua originale e sottotitoli. Per la voce del protagonista Miyazaki ha infatti scelto di proposito un non professionista, con un timbro anodino, una voce nasale poco espressiva, una voce da studioso felice di essere concentrato solo sul proprio progetto. I dialoghi sono espressivi più per quello che si vede che per ciò che si sente. Un capolavoro da gustare e che alla fine lascia non solo emozioni, ma una raffica di domande spinose e oneste.
lunedì 26 maggio 2014
Il posto segreto dei funghi segreti
Se la nonna era stata irremovibile, il nonno lo era anche di più. Pochi anni prima un altro posto segreto di certi bei funghi era stato saccheggiato e devastato da uno che aveva ripetutamente promesso di prenderne solo per uso personale e invece li portava al mercatino rionale al negozio del suocero. E siccome il suocero ci guadagnava facilmente, il baldo giovanotto in breve tempo spazzolò via tutto - e non certo con l'attenzione di chi vuole raccoglierne anche nel futuro. Fatto sta che il nonno ci rimase malissimo ed entrò di diritto nel club dei “so dove trovarli ma porterò il segreto fin nella tomba”.
Nel primo caso c'è stata la dinamica del “vedo dunque voglio”. È un atteggiamento impropriamente chiamato infantile, visto che l'intera industria pubblicitaria vi poggia su. Non è necessario vedere coi sensi: è sufficiente l'impressione, è sufficiente lo stimolo per sognare. Basta che baleni l'idea, e la naturale propensione all'avidità farà il resto. Nel secondo caso c'è descritta la dinamica della tragedia dei beni comuni: cioè il trarre benefici senza sostenerne i costi, stimola l'avidità e la devastazione generale a danno di tutti. La tragedia dei commons è solo il naturale risultato dell'inclinazione al male.
martedì 22 aprile 2014
Inutile chiamarli "i grigi"
La questione degli indemoniati, specialmente all'interno della Chiesa, è spessissimo (e con una certa ossessione) derubricata a problemi psicologici, senza alcuno sforzo per approfondire almeno i singoli casi più eclatanti. Il triste risultato di tale miscredenza è la nascita di un non proprio virtuoso sottobosco di guaritori ed esorcisti fai-da-te, talvolta perfino in buona fede (e non solo per il fatto che lo scetticismo imposto per legge curiale partorisce sempre la creduloneria).
Eppure basta guardare qualche film recente sul tema ufo-thriller e sostituire gli “alieni” con le presenze demoniache. E riflettere su quanto abbondantemente Nostro Signore esorcizzò durante il suo ministero pubblico.
lunedì 31 marzo 2014
Piccole cose di tutti i giorni
Per lunghi anni ho pregato perché i nonni superassero i problemi di salute che li affliggono. L'ho fatto perché sono affezionato e perché so che ogni attimo di vita in più è un dono. E quindi mi è particolarmente indigesto scoprire che passano il tempo a guardare la TV. Due nonni, due stanze, due televisori, due fastidiosissimi programmi televisivi che sembrano volersi sopraffare a vicenda in termini di pressione sonora e di banalità, per tutto il tempo in cui i nonni non sono impegnati a dormire.
Visto il film Die Welle. Lascia a desiderare, ma negli unici punti in cui è realistico (quando corrono ad imbrattare muri) parrebbe quasi un'apologia del peccato originale: date ai giovani un ideale senza guidarli (cioè senza educarli) e il risultato è totalmente scontato.
Scopro ancora una volta che mi si affezionano persone che non vedono l'ora di fuggire dalla propria famiglia.
Ho rabbrividito nel vedere lo striscione pubblicitario affisso sull'ingresso della parrocchia: Canta e cammina. Come se il popolo di Dio fosse un branco di Lemmings sul ponte del Titanic: orsù, fateli cantare. Sembrava un po' fare eco anche di una delle più cacofoniche canzoni di Claudio Chieffo, quella che ha ricordato a generazioni di ciellini che è bella la strada per chi cammina. Nel “cammina” ciellino c'era però una guida: una compagnia guidata al destino. Di questi tempi bui, invece, gli striscioni parrocchiali sembrano gridare un vuoto, sembrano indicare al branco di Lemmings di cantare e ballare sul ponte del Titanic: orsù, cantiamo, andiamo da qualche parte, purché ci si metta in moto, qualsiasi parte va bene, anzi, volete decidere voi?
Un libro si potrebbe dire “interessante” quando non riesci a smettere di leggerlo neppure per stanchezza.
Certi soggetti che ispirano antipatia sono in realtà semplicemente schiavi di una robusta invidia che provano vergogna a riconoscere. Vergogna perché pare assurdo invidiarti perché stai peggio di loro. Eppure sarebbe proprio questo un punto su cui spremere le meningi e cercare di capire qualcosa di più: perché mai dovresti invidiare qualcuno che sta messo molto peggio di te? Cosa c'è di così importante e “invisibile” da far arrovellare certa gente? Certa gente, incredibilmente, trova come scopo unico della propria vita quello di renderla fastidiosa e infelice ad altri.
lunedì 10 febbraio 2014
White House Down
Il film-favoletta White House Down è l'ennesimo fastidiosissimo minestrone di amenità per bambine brontolone, miscelato a riposanti sparatorie con missili e bombe. Le imperfezioni della trama, della fotografia e degli attori sembrano addirittura pianificate per invitare lo spettatore a miscelare pezzi di realtà e di favole e a scegliere il cocktail che più gradisce. Quella scelta avviene nel momento in cui lo spettatore pensa: no, questo è impossibile, sì, questo invece è probabile: esattamente ciò che avviene all'ora dei pasti quando i telegiornali sembrano suggerirci di definire “ridicole” certe notizie e “allarmanti” certe altre. Ognuno si fabbrichi pure il suo sogno preferito sulla realtà, alimentandolo da stimoli teletrasmessi dalle centrali preposte allo scopo. Il film-favoletta che invita a costruirsi la propria realtà - cioè una qualsiasi edizione gradita al potere, ottenendo il risultato non con la forza bruta ma con un gradevole soft-power - è solo un fervorino nel mare magnum catechetico delle potenze di questo mondo.
Da un po' di decenni Hollywood promuove in modo assillante l'idea che il Santo Popolo Americano, pur coi suoi peccati e i suoi Giuda Iscariota, saprà sicuramente reagire ad un sorprendente attacco, un attacco “esterno” anche se interno. Che si tratti degli alieni o dei talebani, che si tratti di uno scienziato pazzo o dei nazisti, che si tratti di un supercriminale o degli zombie, quando avverrà qualcosa (non “se” avverrà, ma “quando”) il Santo Popolo Americano partorirà sempre il suo “eroe per caso” che prende decisioni istintivamente e perciò vince, che si innamora (mettendo a repentaglio il mondo intero a causa dei propri affetti) e perciò ugualmente vince, che nonostante tutte le avversità finisce per dimostrare sul campo di meritare fiducia e infine che per salvare gli USA e il mondo dalla inevitabile catastrofe occorrerà pagare un qualche spaventoso prezzo (in termini simbolici ed in termini di vite umane).
giovedì 2 gennaio 2014
Anche se facevano ridere...
Sono vignette teologicamente esatte, pur essendo intese solo a far ridere. Fanno ridere perché siamo stati educati a ridere delle disgrazie di personaggi estranei alla nostra vita (il Dalek che lo extermina, il Sarlacc che lo mangia, il Gozilla che lo spiaccica...) ma parlano esattamente della stupidità umana di considerare il demonio come qualcuno con cui tutto sommato può esserci modo di interloquire. Quella stupidità che cerca (convinta che esista) un compromesso col peccato, una ragionevole via di mezzo tra il bene e il male, un'attenuazione dei rigori della verità (e quindi anche di Colui che è Via, Verità e Vita).
giovedì 26 dicembre 2013
mercoledì 25 dicembre 2013
Finalmente è finita
martedì 1 ottobre 2013
Un investimento perduto a causa di un incidente
Ma una volta lontani dal condividere il loro dolore, riemergono nel cuore certe strane domande. Un solo figlio. Figlio unico. Per lui sempre il meglio: dal più blasonato pannolino al miglior giocattolo di marca: mica stracci, mica giocattoli cinesi (tossici!), mica dentifrici non raccomandati “dall'associazione medici dentisti”. La tata certificata non meno che culle e passeggino, le frequenti visite mediche specialistiche (quelle normali sono per i plebei), merendine e bibite a basso contenuto di zuccheri, palestre importanti per uno sport intelligente, feste di compleanno con animazione professionale, corso di pianoforte e di lingua inglese, mica a giocare a palla, mica con la coperta del supereroe che andava di moda fino all'anno scorso, mica lo zainetto quello che stanca le spalle, e poi mille rimbrotti alla maestra perché non lo affaticasse, lite furiosa con la vicina di casa che ha usato il trapano proprio durante le ore di studio del prezioso pargoletto... Strana domanda: perché è capitato proprio a noi?
Sì, l'incidente. Banale, assurdo, inspiegabile: gli aggettivi per definire un incidente sono sempre gli stessi, perché tutti sono profondamente convinti che gli incidenti possano capitare solo agli altri.
Un incidente infatti attiva tutto un insieme di procedure non scritte ma uniformemente riconosciute. Costringe a far di tutto per non sembrare più gli stessi. Fingere di cercare ragioni e riuscire a non trovarne mai. Cercare qualcosa contro cui vendicarsi, invocare regole dallo Stato, protezione dalla società, sostegno dai conoscenti, solidarietà dagli sconosciuti. Reclamare, con ogni scusa possibile, soldi, soluzioni, memoria, fama. Fingere di accollarsi responsabilità ma con la pretesa di essere immediatamente e universalmente riconosciuti innocenti. Cercare perennemente qualcuno o qualcosa a cui affibbiare la colpa, accusando di “cinismo” chiunque non solidarizzi a norma di galateo moderno.
Insomma: è il passaggio dall'aver fabbricato un figlio “di successo” al ritrovarsi improvvisamente senza figlio e senza “successo”. Ci si sente come derubati di un enorme investimento ancora in corso, come quando il cane va a leccarsi per un momento l'impasto della torta vanificando due ore di preparazione e consegnando al nulla il calore del forno acceso.
Ecco: ci si sente derubati. Consideravano il proprio figlio come una loro proprietà, un loro progetto, su cui hanno investito tempo e denaro per la messa a punto, impegnandosi a rispettare i più elevati standard del momento... ed un incidente li priva del loro Unico Figlio. Sì, un incidente, proprio ciò che non avevano mai (dico: mai!) previsto nemmeno come remota possibilità.
Inutile parlare a chi non vuole ascoltare. Inutile parlare di speranza a chi ha perso un investimento per un incidente “imprevisto”.
Nei tempi bui (fino a mezzo secolo fa) avevano un figlio unico solo coloro che per problemi fisici non erano riusciti ad averne altri. Un incidente era qualcosa che non riguardava solo “gli altri”. La morte di un figlio, fosse anche il figlio più amato, non riduceva i genitori a due professionisti disperati per essere stati derubati del loro investimento.
martedì 10 settembre 2013
Festa di piazza in paese
Io invece sono a casa: durante e dopo la cena mi tocca sorbire il fracasso accuratamente amplificato. I lorsignori sul palco sono ben rappresentati da quella vignetta con le note musicali obese e ammaccate e le scritte “zum zam bam bum” che martellano le orecchie di Paperino. La distanza e l'amplificazione mi fanno giungere il frastuono già scremato alle basse frequenze, cosa che mi permette di distinguere con maggior chiarezza la spiritualità tribale di quella liturgia.
Fin da piccolo ho percepito l'aria liturgica di tali organizzatissime gazzarre paesane,[1] paragonandola all'attenzione e alla preparazione che meriterebbero invece le celebrazioni dei sacramenti. La tecnologia contenuta negli strumenti di amplificazione permette alle masse di lasciar affondare le loro anime nel rumore, laddove la Chiesa le elevava col silenzio, con l'arte sacra e con quelle distese di canto gregoriano.[2] Da piccolo mi imbarazzava vedere che quello stesso popolo cattolico avvertiva il bisogno di equilibrare la sublimità della liturgia con le celebrazioni tribali in piazza (magari proprio la stessa piazza dove sorge la chiesa in cui poco prima ci si comunicava con devozione).
Era imbarazzante, di domenica, pranzare dagli zii col televisore acceso che vomitava allusioni volgari, ciniche insinuazioni e perfidi luoghi comuni, proprio un'ora dopo aver tutti consegnato al Santissimo Sacramento una quantità di buoni propositi. Un milione di volte ho desiderato insorgere e sgridarli: ma un attimo fa non eravate in ginocchio davanti al Redentore? La comunione con Lui è già da dimenticare? Ma avevo paura di sentirmi dire: ma dai, per così poco? ma dai, non ti sembra di esagerare? ma dai...
Ma avevo ancor più paura che alzassero ulteriormente il volume. Sembravo l'unico che non sentisse il religioso bisogno di fracasso e trivialità, mi pareva di non aver posto nello stomaco per quei “bum bam bum”, quelle sconcezze e banalità seguite da applausi tutti uguali. E quelle rare volte che il parroco ci concesse la sua presenza a pranzo, sembrava sentirsi perfettamente a suo agio con loro e col televisore acceso, e forse proprio per questo era così tremendamente noioso nelle omelie e aveva tanto rispetto per quel gruppo di oche litigiose che ogni santa domenica e festività comandata gli starnazzava nella liturgia le solite trite canzonette anni settanta.
Non so dire come e quando mi fu concessa la grazia di stancarmi definitivamente di quella “spiritualità” mondana, oltre che la grazia di capire che da qualche parte doveva esserci una cristianità meno televisionata e più scossa dal Mistero. Nel frattempo mi sforzai di imparare a lasciar passare da un orecchio all'altro, senza transitare per il cervello, tutto quel frastuono, ardua impresa anche se ne ero stato sempre allergico.
Nell'incontrare il movimento di Comunione e Liberazione, la prima cosa che mi colpì fu proprio la liturgia. Silenzio e ordine, sublimità e chiarezza, partecipazione senza protagonismo. Tutti inginocchiati alla consacrazione (scena mai vista in parrocchia), nessuno che spalancava le braccia e le mani come un cretino al pater noster, nessun protagonismo, nessuna scenografia da Zecchino d'oro, nessun ridicolo cartellone coi caratteri cicciotti, nessun “gesto” imbarazzante, niente: solo una compostezza veramente liturgica, come se tutti fossero lì riconoscendo Cristo presente nel Santissimo Sacramento.
La cattiva interpretazione della presenza di Cristo “in mezzo a noi” è all'origine della trasformazione della liturgia cattolica in un attivistico cerimoniale, dove la “partecipazione” è confusa col darsi da fare, dove quell'in-mezzo-a-noi ha ridotto Cristo ad una sensazione di ottimismo. Ne ho avuto un ampio assaggio quando il celebrante mi sgridò perché stavo in ginocchio, postura che lui aveva interpretato come un “non partecipare”.[3] Inginocchiarsi, infatti, non è un gesto da sagra paesana, non è un gesto da trasmissione televisiva di intrattenimento della domenica pomeriggio. Ci si può inginocchiare compunti davanti al Signore, fisicamente davanti al Signore, non certo nell'assemblea sedicente “cristiana” impegnata a “celebrare”, dove la “sacra sinassi” fa il “banchetto escatologico” in un “clima di festa”... e guai a chi non canta, guai a chi non esibisce un moto di “festa”:[4] non sembrerebbe più un varieté pomeridiano domenicale.
1) Avevo goffamente tentato di partecipare talvolta a quelle celebrazioni, anche obbedendo al loro primo comandamento (quello di sospendere la ragione), ma il dogma del “stasera faremo pazzie” non mi ha mai riempito minimamente il cuore. Forse perché so che dopo ogni “stasera” c'è sempre uno “stanotte” ed uno “stamattina”.
2) Il boom delle canzonette “per la liturgia” nasce mezzo secolo fa come risultato della malsana idea che il popolo debba dare il suo attivo contributo allo spettacolino religioso autogestito. Non più il lasciarsi inondare l'anima, ma il darsi da fare per far sembrare “riuscito” lo spettacolino (cfr. ad esempio quel parroco che ha cambiato arbitrariamente la formula finale in: «la messa è finita: andate in pace dopo il canto»).
3) Il maggior numero di sgridate che ho collezionato dai preti riguarda il canto. Mi ripugna cantare certe emerite scemenze. Detesto aggiungere alla liturgia la mia voce per recitare insipidi minestroni di religiosità pseudocattolica. E dopo la prima e la seconda volta che sono stato beccato in flagrante reato di bocca chiusa, quel prete ha sempre guardato nella mia direzione tutte le volte che ammoniva: “cantiamo tutti insieme, su! tutti insieme”.
4) Dal film Buck Rogers: “Il re Ming ordina a tutti di essere felici. PENA LA MORTE”.
