domenica 26 giugno 2011

Misteri della fede

Qualcuno prima o poi dovrebbe spiegarmi perché tutti sanno dire hotel Excelsior ma pochi sanno pronunciare gloria in excelsis Deo.[1]


1) Se la liturgia richiedesse “hotel in Excelsis” nessuno pronuncerebbe più eccèlsis.

lunedì 20 giugno 2011

Un simbolo che spiega tutto

Un ottimo simbolo per descrivere questa società: il gesto, frequentemente avvertito come necessario, di portare una mano dietro la schiena per tirarsi su i jeans.

domenica 19 giugno 2011

Fatalismo

“Non cade foglia che Dio non voglia”: giusto, poiché se Dio non vuole allora la foglia non può cadere. Ma attraverso sfumature della lingua italiana spesso quel doppio “non” viene semplificato in un fatalismo: se una foglia cade, allora sarebbe colpa di Dio che l'ha voluto e preteso: come se Dio desiderasse il male, come se fosse talmente debole da non poter fare a meno di permetterlo, come se Dio fosse vendicativo contro gli squallidi peccatori e addirittura miope (visto che i peccatori più incalliti non sembrano mai essere adeguatamente puniti dalla sorte), come se ogni male che vediamo si potesse incolpare l'entità generica “Dio” di averlo compiuto (volendolo, oppure distraendosi e lasciandolo accadere).

Quest'idea balzana serpeggia tra tanti fedeli sufficientemente ignoranti dell'insegnamento della Chiesa. Se l'uomo è stato creato talmente libero da poter scegliere perfino di compiere il male a danno di innocenti, allora il dire “Dio permette” è una scappatoia per chi ha fretta di chiudere una discussione. Le malvagità degli uomini, infatti, dipendono dalla volontà... degli uomini. Dire che “non cade foglia” è un modo meschino di accusare Dio (il generico “Dio”: più comodo accusare il generico “Dio” che Nostro Signore in persona) di esser colpevole delle cattiverie umane e della natura ferita dal peccato (prima del peccato originale la natura non si ribellava all'uomo).

Il fatalismo è lo stratagemma di quei deboli che hanno la sventura di essere anche stupidi.

sabato 18 giugno 2011

Appetito

- Il nostro più caro amico: esiliato. Loki sul trono. Asgard sul principio di una guerra. Eppure sei in stato in grado di consumare quattro cinghiali, sei fagiani, un quarto di bue e due botti di birra... Vergognati! Non ti importa...?
- Non equivocare il mio appetito per apatia!
- Smettetela! Tutti e due. Basta! Sappiamo che cosa dobbiamo fare.
- Dobbiamo andare. Dobbiamo trovare Thor.

giovedì 2 giugno 2011

Hanno beccato il prete pedofilo

Quando a dettarti l'agenda è qualcuno che ti è ostile, vuol dire che ti ha già sconfitto per estenuazione e senza neppure sporcarsi le mani.

E al cattolico di oggi l'agenda non gliela dettano il Magistero e la Tradizione, ma i titoloni sbattuti in prima pagina.

Oh, certo, ecco tantissime sacrosante prese di posizione, giustissime condanne, però, dai, noiose, prevedibili, ovvie, automatiche: in una parola, inutili.

Peggio: dannose! Poiché infatti tanta cagnara conferma e consolida la supremazia di chi detta l'agenda.

Viene costruito attorno a noi un mondo virtuale a suon di “notizie” che possono talvolta perfino rispecchiare la verità dei fatti, poiché è il modo in cui ci vengono somministrate a renderci tutti dei cani di Pavlov.

Quanto funzioni bene quel sistema, è dimostrato da quel sottile fastidio con cui leggi questa pagina: ma come, non si tratta di una notizia vecchia di diversi giorni?

venerdì 27 maggio 2011

Una dinamica dell'odio alla Chiesa

Andavamo sempre a pranzo nello stesso locale. I primi giorni ci trattavano come clienti di riguardo: razioni abbondanti, abbondanti anche gli extra, servizio veloce e preciso. Poi qualcosa ha cominciato ad incrinarsi. Tizio chiedeva più condimento. Caio cambiava idea settanta volte al minuto. Sempronio trovava sempre la pietanza troppo cotta o troppo poco cotta, troppo salata o troppo poco salata.

Ora, il principio è che loro lì stanno facendo il loro lavoro. Può esserci qualche sbavatura perché a chiunque può capitare di sbagliarsi. Può esserci qualche dimenticanza, perché a chiunque può capitare di avere la testa altrove a causa di problemi familiari, di salute sacrificata, di ore di sonno ancora da recuperare. Per questo, se non ho evidenti indizi di trascuratezza deliberata, non mi lamento mai. L'operaio è degno della sua mercede e, così come chiedo che sia perdonata qualche non infrequente imperfezione nel mio lavoro, così sono disposto a perdonarne a chi fa un mestiere meno invidiabile del mio.

I tre sopracitati figuri, invece, non erano altrettanto disposti. Per di più la loro lamentela era pressoché sempre fuori luogo. Si lamentano del troppo sale (“che fa male alla pressione”: ma da quando in qua avete mai cominciato a preoccuparvi della “pressione”?), cambiano idea di continuo (segno di un'insofferenza alle cose della vita, o quantomeno di un'insicurezza feroce e ben coltivata)... insomma manifestavano un disagio scaricandolo su ciò che trovano davanti. Nel locale in cui si va a pranzo, naturalmente, il bersaglio non poteva che essere ciò che si mangia. Cioè il lavoro degli “operai” da noi pagati per pranzare.

La reazione degli operai non si è fatta attendere a lungo. Le porzioni non sono più state abbondanti. Il condimento extra si è rarefatto, e va chiesto esplicitamente, e bisogna aspettarlo, e bisogna contentarsene perché “non ce n'è più”. È stato un modo gentile per farci capire che i clienti lamentosi sono tollerati fino ad un certo punto, punto che il nostro gruppetto ha abbondantemente sorpassato: certi clienti è meglio perderli che trovarli.

Tizio, Caio e Sempronio cominciano finemente a discettare della qualità del servizio, senza minimamente interrogarsi sulle proprie evidenti e documentate paturnie. Quando le faccio presenti, addirittura hanno tanta faccia di bronzo da obiettare: “dunque quelli del locale vogliono vendicarsi di noi?”

Agli “operai” naturalmente non è più gradita nemmeno la mia, di faccia. È andata a finire che il sottoscritto, sebbene innocente, per associazione di idee è considerato un cliente della categoria “meglio-perderlo-che-trovarlo”.

In fin dei conti non posso avere da ridire sul loro comportamento. La mia pazienza ha un limite, e certamente avrà un limite anche la loro, limite anche più basso del mio perché ogni giorno avranno a che fare con clienti isterici, clienti furbetti, clienti incontentabili... cioè con persone che vanno lì per “comprare” un servizio e finiscono per approfittarne per scaricare la tensione dei loro nervi sui malcapitati.

Anche se andassi da solo o in compagnia di “facce” diverse dai tre sopra citati, per molto tempo troverò quegli “operai” ancora consolidati nell'idea che io sono uno della “banda dei seccatori numero 3758”. Comprensibile. Riguadagnare la fiducia perduta è un'impresa titanica, non banalizzabile in qualche gesto di cortesia o mance.

Questa che ho descritto è la stessa dinamica per cui certa gente ha un odio viscerale contro la Chiesa. A causa di qualche religioso imbecille, si finisce per odiare tutta la Chiesa. La suora che in quei momenti era stata intrattabile, il prete che in certi momenti era parso avido o insolente, finiscono per diventare come “esempio fondante” per coloro che già istigati dalla società si autoeleggono moralizzatori duri e puri e si chiedono: “ma come, loro non dovrebbero dare l'esempio?

Dirò di più: tutti questi religiosi che non hanno mai veramente lavorato in vita loro subiscono per tutta la vita la tentazione di sottovalutare il lavoro di tali “operai”. Esattamente come i tizio-caio-sempronio sopra descritti. Basta che per un certo periodo un prete faccia il pirla (poco importa per quali motivi), che i fedeli finiranno per regolarsi di conseguenza, anche quelli che ostinatamente ricordano che quelle preziose mani sacerdotali consacrano e assolvono.

Banali meccanismi psicologici (come il lamentarsi del poco condimento quando in realtà il disagio riguardava la mancata promozione o le ore di sonno perdute e non ancora recuperate) finiscono per far sembrare “marcio” tutto il clero e tutti i consacrati. Non tutti gli “operai” hanno il tempo e la pazienza per capire che le ultime ottomila lamentele del tal prete o della tal suora non hanno nulla a che fare con il servizio effettivamente reso dall'operaio. Non tutti i preti e suore, sebbene dotatissimi di orari di meditazione e letture bibliche, riescono a ricordare che l'operaio è “degno della sua mercede” (e che pretendere di più, a parità di mercede, è in fin dei conti una ingiustizia non trascurabile).

Finisce così che l'intera categoria dei preti viene detestata per i disagi temporanei (non necessariamente malizia e cattiveria: basta molto meno) di uno che era troppo stanco per ricordare che i santi non si lamentavano mai. Il comando forte e chiaro della Chiesa, ridotto a pio suggerimento per anime sazie e riposate, finisce per apparire come materia da prediche della domenica piuttosto che come urgenza di giustizia e carità. E mentre per il gruppetto dell'ora di pranzo erano bastati tre quarti di lamentosi, per il clero basta molto meno per aiutare il Principe di questo mondo a diffondere e sostenere la sottile tentazione di pensar male di tutti i consacrati.

C'è una casa di formazione (di proposito non chiamata “seminario”) dove prima di accettare aspiranti preti ci si assicura che lavorino, che abbiano fatto seria esperienza di cosa significa lavorare, avere orari, responsabilità, provar fatica, avere ore di sonno arretrate, tempo libero ridotto, e a fine giornata dover anche subire durante la Messa la noiosa predica buonista del “dobbiamo essere più buoni, più disponibili, più generosi”. Perciò hanno la mia massima stima: accederanno al sacerdozio avendo già gli anticorpi giusti (non solo contro quel tipo di prediche). Come me, senza troppa fatica, eviteranno il 99% delle tentazioni di lamentarsi degli “operai” solo per sfogare un disagio che con gli “operai” non c'entra per niente. E si sentiranno dire (come già ripetutamente avvenuto a qualcuno di quegli aspiranti), “solo tu mi capisci, solo tu sai cosa significa lavorare e tirare avanti”.

venerdì 20 maggio 2011

Convertirsi dall'islam

Un commovente resoconto di cosa significhi conversione: «Chi siete?»
«Guardando le loro facce, per la prima volta nella mia vita, ho sofferto di non poter ricevere la Comunione. Ho capito che l’unico che può rendere la mia vita felice è Cristo. Desideravo essere parte di Lui e che Lui fosse parte di me».

giovedì 19 maggio 2011

Deviazioni standard: concettualismo e concretismo

Contro i concettualisti degradati:
«Uno spettro si aggira per il continente post-moderno, nella Wasteland inaridita dell’intelletto; uno spettro mimetico e multiforme, e questo spettro è il concettualismo degradato di massa che trasforma ogni cosa sensibile in un’astratta formalizzazione intellettuale, e credendo di ‘aggiornarsi’ si aliena all’esperienza»[1]
Contro i concretisti:
«Come potrebbe amare l'uomo di benevolenza se non avesse la conoscenza astratta della verità? Permettetemi un po' di prendere le difese dell'astrazione: al giorno di oggi siamo tanto concretisti, che guai a fare discorsi astratti! Molto spesso mi è capitato di essere confrontato con questo rimprovero, e cioè che il discorso risulta essere troppo astratto. Io, per la verità, l'ho ritenuto sempre grande pregio, quello di un discorso, di essere astratto, dato che -appunto!- san Tommaso sostiene che l'astrazione è il mezzo per conoscere, il medium cognitionis, il mezzo conoscitivo. Non c'è altro modo per conoscere che astrarre»[2]



1) R. La Capria, La mosca nella bottiglia, 1996.

2) Padre Tomas Tyn, conferenza sulla dottrina sociale della Chiesa La società in genere, 1986?

sabato 14 maggio 2011

La morale moderna, fondata sull'ipocrisia

Oggi si assume come “morale” ciò che si può fare senza che trovino da ridire le persone che identifichiamo come utili.

Corollario 1: “se nessuno mi vede, tutto è lecito”.

Corollario 2: “la morale varia secondo come percepisco le circostanze”.

mercoledì 11 maggio 2011

Anche i ciellini sbagliano

Mi è arrivata l'email-promemoria per il versamento della quota del Fondo Comune alla Fraternità di CL (l'unica email di "versamenti" gradita), in italiano, inglese e spagnolo. Nella parte in inglese ci sono due correzioni fraterne tra ciellini e ciellini, di cui io e qualche altra decina di migliaia di aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione veniamo fatti partecipi:



Dunque Toglierei ‘of’ e Meglio ‘Warm regards’ diventano da oggi il tormentone dell'estate fino al prossimo Meeting di Rimini!

lunedì 2 maggio 2011

Non do soldi alla parrocchia

Non sono uno zio Paperone: in vita mia non ho mai sguazzato tra le monete d'oro. È da sempre che devo stare attento anche all'ultimo centesimo, per cui i termini “donare”, “contribuire”, “regalare”, alle mie orecchie suonano in modo alquanto diverso rispetto a chi può liberarsi di qualche euro senza avvertirne seriamente la mancanza. Non avendo molto “superfluo” di cui liberarmi, potrei essere considerato “povero”, se questo termine oggi non fosse così melensamente abusato.

Non ricordo più quando è stata l'ultima volta che ho lasciato qualche moneta durante l'offertorio della messa parrocchiale. Mi ripugna l'idea di contribuire alle brutture parrocchiali, per giunta proprio qualche istante dopo il celebrante ha trovato modo di terminare la sua noiosa omelia sui luoghi comuni dettati dal telegiornale della sera prima. Sogno (posso solo sognarlo) che un giorno tutti diventino come me, e diano le proprie offerte solo laddove il crocifisso sembra davvero un crocifisso, laddove i paramenti non sembrino spezzoni di tendaggio dozzinale, laddove non si sprechino centinaia (o migliaia) di euro per amplificare certe patetiche esibizioni canore... sogno cioè di vedere che le offerte dei fedeli diventino proporzionali al modo in cui viene curata la chiesa[1], proporzionali all'ortodossia[2].

In parole povere, non riesco a donare “con gioia” quando vedo sprechi.

Al contrario, altrove “dono con gioia”. Come qualche giorno fa. Metto volentieri mano al pur magro portafogli, e poco dopo mi trovo spesso a chiedermi se e come potevo dare di più. Molto di questo “altrove” è diretto alle opere del movimento, perché ho ben presenti certi volti e certe opere, ho visto con i miei occhi quella “ingenua baldanza” quali frutti ha già portato. Aver già visto come vengono ben spesi i miei due spiccioli liberamente donati loro, mi induce a donare ancora.


1) Sul blog Fides et forma c'è una gran quantità di testimonianze sulle brutture architettoniche spacciate per “nuove parrocchie”, costruite con i soldi raccolti con l'«otto per mille». Tra i peggiori esempi di spreco delle offerte dirette dei fedeli spicca purtroppo l'orrore eretto a San Giovanni Rotondo.

2) Il grande Rino Cammilleri, un po' scherzando e un po' no, suggeriva l'idea di “tassare” l'eterodossia, ossia colpire alla scarsella i preti che liberamente scegliessero di deviare dal tradizionale insegnamento della Chiesa.

martedì 26 aprile 2011

Imborghesirsi senza accorgersene

Mai come quest'anno ho urgente bisogno degli Esercizi della Fraternità. Un vecchio proverbio della nonna suonava più o meno così: a colui che è sazio è impossibile credere a colui che è a digiuno. Traslato nella vita di tutti i giorni, diventa: a colui che si è imborghesito le questioni fondamentali della vita si riducono ad un elegante, disarticolato ed inconcludente disquisire.

È facile filosofeggiare a pancia piena. Un po' meno facile quando ci si sveglia al mattino con una spina nel fianco, tale da far imprecare ancor prima di pregare. Vedi un mondo che crolla, vedi le persone che più amavi lanciarsi in colossali cazzate, vedi infaticabilmente sputare su ciò che di meglio sei riuscito a donare, e cominci a provare quella curiosa sensazione di indifferenza di fronte a tante parole “religiose” (proprio quelle che al “sazio” suggerivano invece un'espressione da pensoso gourmet).

La fede viene forgiata dalle difficoltà e dai dolori. Spazzano via le incrostazioni “borghesotte” che, come la polvere sui mobili, si accumulano senza che noi ce ne si accorga. Ma come tutte le medicine, oltre un certo dosaggio la cura diventa veleno. Persone a me care, nel corso degli anni, hanno perso la fede per dosi di dolore troppo elevate per il loro spirito. Pur riconoscendo assolutamente vera la possibilità di salvezza offerta a tutti in modo misterioso, è quantomeno drammatico vedervi concretamente sputare su.

La dose di dolori a me riservata mi ha alquanto snellito il parlare (anche sul blog). Di fronte ad un dolore, il desiderio più assoluto è che il dolore scompaia. Spesso (troppo spesso) i discorsi sul significato del dolore non lo attenuano ma addirittura lo peggiorano. Il disorientato vuole la Via, non il discorso sul camminare insieme. Il confuso vuole la Verità, non le prediche. L'addolorato vuole la Vita, non disquisizioni sul vivere.

Ciò che intendo estrarre dagli Esercizi del 29-30 aprile a Rimini non è un discorso. È piuttosto un mettere alla prova il carisma del movimento. È un verificarne l'efficacia concreta (che perciò non può consistere delle sole parole). È una pretesa, una legittima pretesa: vado a Rimini perché nella mia vita di fede è stato il movimento di CL a svegliarmi e a tenermi in piedi, ma vado lì pretendendo sale che sappia di sale, perché il sale senza sapore non mi serve ad altro che a calpestarlo.

Fino ad oggi il movimento mi è sempre stato utile strumento per la vita e la fede. Stavolta, a causa del “mondo che crolla” di cui sopra, ho bisogno di una fiammata più importante, di una cura più urgente, di una risposta più concreta di fronte alle catastrofi che mi vedo attorno.

venerdì 15 aprile 2011

Il nemico è dentro

In tempi normali la fede è una cosa seria, eccezionalmente seria. Qualcosa per uomini duri, pronti a tutto (mentre i deboli osservano con sconcerto, ammirazione, invidia). Ma questi non sono tempi normali. Questi sono tempi in cui il panorama ecclesiale è misero, è molle, è debole e spesso perfino orgoglioso di esserlo. La crisi della fede è documentata, tristemente, da quelle canzoncine parrocchiali costruite su motivetti del tipo “Cristo Gesù, ti dà di più”, cantillati come il jingle pubblicitario del minimarket rionale.

È ciò che pensavo ascoltando Enemy Within, di Malmsteen[1]. Tentando di essere maestosamente medievale (in particolare nell'incipit e alla fine), finisce (involontariamente?)[2] per essere una descrizione dei tempi moderni e della situazione della Chiesa. È buffo quando un artista vorrebbe dipingere il diavolo come simpatico, o la morte come dolce e deliziosa, o la realtà come un'infinita ed invincibile serie di mali... e finisce invece, involontariamente,[3] per fare apologia della Chiesa cattolica.

Vale la pena ascoltare attentamente il pezzo, lasciando emergere quei lampi di significato da parole apparentemente messe lì pro forma.

“Divide et impera: par sempre funzionare”. Il potere di questo mondo non è potere, ma è solo sopraffazione: sembra funzionare, ma è destinato a durar poco (è già tanto che alcune civiltà abbiano potuto superare il millennio di vita).

“Hanno tutti cominciato ad adorare la bestia”. Più precisamente, come diceva il cardinal Biffi, i non credenti non sono quelli che non credono, ma quelli che credono a tutto: sono creduloni. Adorerebbero qualsiasi cosa, perfino la bestia, pur di mostrarsi liberi di credere a quel che gli piace. Il vero Potere, infatti, non dipende dalle mani dei mortali, ma agisce nelle teste dei mortali: il vero Potere, prima che omicida, è mentitore, inganna, illude.[4]

“Dovremmo capire chi è il vero nemico (mentre i lupi sono già alla porta di casa)”. Le angherie di questo mondo, le ingiustizie di questo mondo, le malvagità di questo mondo, non sono il vero nemico. “Il nemico ce l'abbiamo dentro”. Ma siamo dotati di volontà, di capacità di scegliere, di possibilità (addirittura!) di scegliere il male pur vedendo l'evidenza del bene. La nostra volontà è perciò marcia. Il nemico ce l'abbiamo dentro, e si chiama peccato originale: inclinazione al male, che inquina la capacità di fare il bene. E le tentazioni, ciò che ci “ipnotizza” e ci suggerisce l'errore,[5] vengono da “quelle perfide menti”, quelle intelligenze compiute ma ribelli, ossia il demonio. Se “il regno ha perso la sua corona”, è perché “siamo stati ingannati”: il mondo scristianizzato insegue ogni immagine, ogni inganno, non sa più cos'è la morale, non sa più appassionarsi alla vera giustizia.[6]

“Questa battaglia non può essere persa”. È irragionevole arrendersi solo perché ci si ritrova deboli: il peccato originale non è l'ultima parola. L'ultima parola è la possibilità della redenzione: varrebbe la pena combattere “il nemico dentro” anche se quella possibilità fosse solo teorica, perché tra due teorie (la debolezza e la redenzione) è da autolesionisti buttarsi su quella che promette il peggio. Specialmente di fronte all'evidenza di altri che lo hanno fatto, e fino a quali strabilianti risultati: i santi.

“Il nemico è dentro”. Fuori siamo circondati da lupi, ma possiamo scamparla solo combattendo il nemico “dentro”, cioè l'inclinazione al male. Non è una cosa per coloro che sono orgogliosi della propria debolezza. Ci vogliono secco fegato, cuoia dure e dura fronte.

La fede è una cosa per uomini forti, duri, temprati. Altro che le canzonette da minimarket.


1) Dall'album Relentless (2010). Yngwie Malmsteen è definito “il Paganini dell'heavy metal”: un po' mi dispiace che la collana Spirto Gentil non ne abbia pubblicato un'antologia.

2) Tempo addietro commentavo qualche altro “involontario” esempio: Here come the tears dei Judas Priest, e Marian dei Sisters of Mercy.

3) Le parole “enemy within” si potrebbero intendere anche come “il nemico [è entrato] dentro [i nostri fortilizi]”. È tipico della musica contemporanea giocare su piccole ambiguità verbali per suggerire un qualche alone di misterioso e di seducente (ossia: ognuno capisca quel che gli pare). Il testo della canzone, però, sembra pendere verso l'interpretazione che ho presentato.

4) “A che serve guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria anima?” è un monito preoccupante anche per chi non crede. Lasciò sbigottiti la notizia di un ultranovantenne suicida: ci chiedevamo perché a quell'età abbia voluto togliersi la vita. Ce lo chiediamo perché nel fondo del nostro cuore c'è un insopprimibile desiderio di vivere sempre. A che serve guadagnare il potere sul mondo intero, se ci deve costare quel “sempre”? In tanti muoiono mentre stanno ancora azzittendo questa semplice domanda.

5) Il termine “errore” scatena la furia dei permalosi. Perciò potremmo precisare: “preferire il bene minore al bene maggiore”.

6) Alla beffa si aggiunge il danno: di fronte alle catastrofi sociale, economica, politica, artistica... i nostri soloni non sanno parlar d'altro che di “matrimonio” gay e di “bunga bunga”.

giovedì 7 aprile 2011

Ancora sulle Missionarie di San Carlo Borromeo

«Il miracolo dei miracoli, più di tutti i miracoli di Lourdes, più di tutti i miracoli di qualsiasi santuario del mondo, il miracolo dei miracoli, vale a dire il fenomeno che inesorabilmente ti obbliga a pensare a Gesù, è una bella ragazza di vent'anni che abbraccia la verginità».

(don Luigi Giussani, “Il tempo e il tempio”, BUR Rizzoli, pag. 74).

PDF: Missionarie di san Carlo Borromeo
Ultimissime: sono ora in diciotto...

venerdì 1 aprile 2011

Vocabolario kelebekkiano

Accenni. E’ un po’ come se uno storico vedesse in ciò che noi chiamiamo normalmente la Prima guerra mondiale una nota a piè di pagina in un testo sulla lotta di liberazione dei serbo-bosniaci contro l’impero austroungarico.

Bizzarria. La stranezza che negano è sempre quella degli altri: nessuno si sorprende del fatto che il comunismo, impiantato tra gli esotici bolognesi, abbia dato frutti assai bizzarri rispetto al modello russo.

Dovere. La guerra diventa talmente un dovere anche per la sinistra, che nel 2006 un partito che si chiama comunista espelle i propri deputati che non la apprezzano.

Guerra. Siamo in guerra, anche se la tecnologia moderna rende le guerre un po’ come i safari in Kenya, dove i cacciatori rischiano al massimo di slogarsi un dito a forza di tirare il grilletto.

Mormoni. Quasi due secoli fa, un signore americano si accorse che vari patriarchi biblici erano stati poligami; e così decise di fare della poligamia uno dei segni distintivi della nuova religione che stava inventando, quella dei Mormoni. Perché scelse l’esempio dei patriarchi, anziché – ad esempio – quello di Gesù, che a quanto pare non aveva né moglie né figli? E’ quantomeno legittimo sospettare che il signore in questione volesse avere molte mogli, e andò quindi in cerca dell’inattaccabile precedente teologico che ne giustificasse il comportamento.

Nuovo mondo. Poi siamo entrati nel nuovo mondo, in cui il nemico poteva avere migliaia di soldatini e fucili, ma non era in grado di abbattere un solo aereo. E quindi era a tutti gli effetti disarmato. Di fronte a un missile Tomahawk, non c’è differenza tra un militare di leva con un mitra e una vecchietta con una padella di ferro.

Rom. Per noi, che non soffriamo di political correctness, i problemi non si risolvono cambiando i nomi. In italiano, la parola Rom, che ha sostituito – correttamente – la parola zingaro, si porta ormai addosso tutta la carica negativa del termine che voleva rimpiazzare. Anzi, zingaro almeno aveva una nota di allegria e di libertà che il nuovo termine non possiede affatto; mentre, per una casuale assonanza, Rom ha contaminato anche romeno.

Shebab. Normale parola araba, che indica “giovani”, come in “folla di giovani chiede autografi a Maria De Filippi“.

Sinistra (gente di). Nella maggior parte dei casi, però, la gente di sinistra si deve affidare ai media per capire a proposito di cosa si devono indignare, e chi devono sostenere; e siccome sono volenterosi e non si tirano indietro, devono indignarsi o esaltarsi appena sentono la notizia. Ora, i media hanno imparato ormai da anni come presentare le notizie nei termini vittimologici che la sinistra capisce, con le sue categorie elementari – “le donne, i bambini, i lavoratori, i diversi” contro i “dittatori, i razzisti, i fascisti” – applicabili più o meno a caso a qualunque realtà dalla Patagonia al Laos.

Traduttori. Cito sempre i nomi di quei traduttori che sono così bravi, da farti dimenticare che esistono.