sabato 10 luglio 2010

Il culto di Lenin

I pagani adoravano le forze della natura e perfino gli animali. I russi hanno adorato il corpo di Lenin sulla Piazza Rossa per tanti anni.

Lenin era per loro l'idolo tagliato su tutte le misure, adattato a tutte le età. C'era un Lenin per i bambini dell'asilo, c'era un Lenin per i giovani pionieri, un Lenin per gli adolescenti del komsomol, un Lenin per la gente matura. Il suo nome riempie l'URSS. In ogni città esiste una Via Lenin, un Boulevard Lenin, una Piazza Lenin. La vecchia Pietroburgo è diventata Leningrado. Oggi, però, con un referendum popolare, è ritornata la città di S. Pietro.

I busti, le statue, i quadri, gli archi di trionfo in onore del leader non si contavano, come le scritte inneggianti al fondatore del socialismo reale, gli ospedali, le navi, le fabbriche intestate al suo nome. In occasione del centenario della sua nascita – 7 aprile 1970 – le radio, la Tv, i due cinematografi di Togliatti non trasmettevano e non proiettavano altro che biografie del festeggiato e continue incensazioni alla sua opera.

La sera della festa anche i militi fecero baldoria e si ubriacarono.

In ogni città dove Lenin ha soggiornato esiste un museo che lo ricorda. Le due case ad Ul'janovsk, dove è nato e dove ha dimorato, sono state incorporate in un unico edificio e ne è risultato un santuario laico, meta di innumerevoli pellegrinaggi. Io ci andai con una comitiva, la quale fu rimproverata dalla custode perché non dimostrava quella religiosa compunzione che è d'obbligo, ma soltanto un moderato rispetto, come quando si visita, per esempio, la casa del Manzoni o del Leopardi. Quel rimprovero indusse i miei amici a rinunciare alla visita e a fare ritorno sul battello.

Io invece continuai, adeguandomi alla situazione, ossia assumendo un aspetto compunto e devoto. Quando arrivai davanti al luogo, dove si trova la statua del nume, la stanchezza di una notte insonne, la nicchia, le mattonelle con il simbolo della falce e martello, per riflessi condizionati quasi quasi mi facevano… inginocchiare, come tutti gli altri. Certo mi costò non poca fatica conservare quell'aria seria e devota davanti ai cimeli del grande uomo, sistemati in varie sale, fra cui una copia del suo cappotto, di cui l'originale si trova in un museo di Mosca. Vidi anche la scuola frequentata da bambino dal futuro rivoluzionario. Nell'aula dove egli era stato seduto sui banchi potevano entrare una volta sola, in tutta la vita, gli alunni della prima elementare.

Nelle celebrazioni del centenario un sosia di Lenin si esibiva nei teatri pieni di invitati per creare l'illusione che l'idolatrato fosse ancora vivo e suggestionasse le folle col suo influsso magnetico. In attesa che si levasse il sipario, la tensione del pubblico era tale da raggiungere il parossismo.

Spente le luci, s'alzava il tendone e l'immagine si stagliava sul fondo rosso, illuminata da fari abbaglianti. Nei palchi e nella platea esplodeva un applauso interminabile. Il Lenin redivivo – occhi a punta di spillo, zigomi sporgenti, sorriso enigmatico sulla larga faccia asiatica – alzava le mani, ritmando le acclamazioni della folla in delirio. Era uno spettacolo irreale.

Ad una manifestazione del genere partecipò, insieme al vicedirettore del VAZ[1], il rag. Polani, direttore del personale FIAT. Egli non nascondeva l'impressione suscitata in lui da quello spettacolo che si risolveva in un fenomeno di autosuggestione collettiva, dal fanatismo della folla, la quale, al termine della manifestazione, si era stretta attorno al sosia, baciandogli le mani, toccandogli il vestito, chiedendogli autografi, quasi si fosse trattato di Lenin in carne ed ossa. Gli agenti della milizia durarono molta fatica a liberarlo da quell'abbraccio soffocante.

In realtà la figura dello statista è rispettata e onorata anche dai dissenzienti del regime e perfino da molti membri del clero.

Anch'io l'ho onorato in un modo che può sembrare infantile, ma non per chi crede.

Un giorno, passando vicino alla sua statua che sorge imponente sul vasto piazzale antistante il VAZ, mentre i muratori impastavano il cemento per consolidare il fondo della piazza, non visto da nessuno, vi ho gettato una manciata di medaglie della Madonna con il gesto largo del seminatore.

I torinesi, invece, con il loro fine e simpatico umorismo, alludendo all'appellativo con cui viene chiamato il cadavere di Lenin: “la grande salma”, quando parlavano di questo rivoluzionario, l'appellativo che usavano comunemente era “il salmone”. L'interprete faticò non poco a capire il perché delle nostre risa mal represse.
Citazioni da: don Galasso Andreoli, Cappellano con la FIAT a Togliattigrad, edizioni La Casa di Matriona, 1991, collana “Quaderni de L'Altra Europa”, pagine 120-123.


1) Il VAZ (Volžskij Avtomobil'nyj Zavod: Stabilimento Automobilistico sul Volga) era lo stabilimento FIAT a quindici chilometri da Togliattigrad. Alla città, il cui antico nome era Stavropol (“città della croce”), era stato assegnato dal 1964, anno della morte di Togliatti, il nome di Togliattigrad. Distava circa mille chilometri da Mosca. Nel '62 la FIAT, nell'esposizione di Mosca, aveva mostrato un progetto di uno stabilimento capace di produrre duemila automobili al giorno, cosa che aveva convinto i sovietici – fino ad allora arretratissimi nel settore automobilistico. Le prime sette vetture furono prodotte il 20 aprile 1970, centenario della nascita di Lenin. La piena operatività (duemila auto al giorno) fu raggiunta nel 1973.

Don Galasso Andreoli (1929-2005) è stato per tre anni cappellano per i lavoratori italiani a Togliattigrad a partire dalla fine del 1969.

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