martedì 3 marzo 2026

Tutto già pensato

Andrebbe scolpita nel marmo quell'espressione di Guareschi secondo cui all'italiano piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Spettacolarmente attuale, al punto che mi era sempre sembrata eccessiva l'enfasi data a quel detto di don Giussani secondo cui il prete dovrebbe avere sul comodino il breviario e il giornale. Il Giuss sperava di non avere preti che vivessero solo “sulle nuvole”, si è ritrovato (suo malgrado) a certificare un'incrollabile fiducia nella narrativa[1] mediatica: anche al prete piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”.

Tutto “già pensato”: anche i giudizi sulla realtà, anche il metodo, anche la selezione degli argomenti, anche il peso da assegnarvi… Col comodo sottinteso che chi sceglie dal menu dei media potrà darsi da solo una bella pacca sulla spalla complimentandosi con sé stesso per essere stato sagace, scaltro e perspicace, soprattutto quando ripete pedissequamente i proclami esalati da tale o talaltro giornalista “importante”, e avere il diritto di disprezzare come “complottari” coloro che non seguono nessuna delle voci del menu predefinito. In quel menu ci sono voci anche molto diverse fra loro ma sono come diversi componenti di un'orchestra, dove il tamburo ha stile e colore diversi dal violino, ma sono tutti intenti a contribuire alla stessa sinfonia. Superfluo aggiungere che a trovar tutto “già pensato” la riflessione cede il posto alla tifoseria, il dialogo cede il posto alla ripetizione del formulario della propria “squadra”, e l'emergere di contraddizioni viene percepito come un grave e immotivato affronto anziché come la necessità di rivedere onestamente qualche posizione.

Mi telefona un amico per una chiacchierata e tra la rava e la fava salta fuori la cronaca di certi bombardamenti in medioriente, di cui non gliene importava nulla ma aveva premura di commentare il commento di un certo soggetto politico. Una robusta suonata di palo mi sarebbe stata meno dolorosa. Un principio che sembra sfuggire ai più è che se degli innocenti vengono bombardati e ammazzati, è qualcosa di molto più grave delle affermazioni di un politico elargite ai giornalisti e magari drasticamente riviste (o semplicemente dimenticate) meno di una settimana dopo.[2] Se degli innocenti muoiono bombardati, mi si stringe il cuore anche se non sono cristiani; i cattoliconi dalla pancia piena, invece, si commuovono solo se i telegiornali lo comandano, ed infatti l'amico ha rincarato la dose con una battuta che avrei voluto fargli riascoltare al rallentatore per mille volte, per fargli notare quanto cinismo era stato in grado di esalare in una frazione di secondo ottemperante al “tutto già pensato”. Così, gliene ho cantate di tutti i colori, facendogli anche notare come fosse del tutto ignaro di altri eventi che influivano drammaticamente sul giudizio che stava vomitando, notare come arrancava tentando di cambiare discorso, notare come insistesse a volermi ripetere i capisaldi della narrativa ufficiale.[3] Non è da me, ma quando è troppo, è troppo.

Ironia della sorte, sono decenni - interi decenni - che si diceva d'accordo con me riguardo alle narrative preconfezionate, riguardo al non fidarsi troppo ciecamente di giornali e tv, riguardo ai danni fatti dal dimenticar facilmente le notizie che il giorno prima sembravano così importanti. Ma gli paceva troppo svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Ha sempre avuto come compagnia giornali e tv (“breviario e giornale sul comodino”), più i colleghi che commentavano giornali e tv, e a casa la tv perennemente accesa (“non la seguo sempre attivamente, ma mi tiene compagnia, spezza il silenzio”), e sui social l'onnipresente eco di tutto ciò che vomitano giornali e tv (e in parrocchia, le prediche del parroco che commenta il telegiornale del mattino). E così ha assunto una posizione eminentemente religiosa, addirittura talebana: di fronte a controargomentazioni non autorizzate dalla “sinfonia” mediatica, rispondeva come un bimbo capriccioso mortalmente offeso.

A gelarmi il sangue è il fatto che l'intero Paese (non solo l'amico) si sveglia al mattino bramando di trovar tutto “già pensato”, per darsi la canonica pacca trionfale sulla spalla. Basterebbe disintossicarsi un pochino, basterebbe tener spenti un po' gli schermi e gli altoparlanti, basterebbe cominciare ad avere la mezz'ora di silenzio quotidiana.


1) Uso il termine “narrativa” anziché “narrazione” perché quest'ultimo dà dignità ai media che ce la propinano. Molto prima del covidiotismo già lamentavo che il tipico italiano accende la tv per farsi dettare l'agenda del giorno, il tabernacolo del demonio a cui chiedere religiosamente: “di cosa dovrò preoccuparmi oggi?” Se ne vedeva tristemente traccia nelle assemblee di scuola di comunità, dove gli interventi dei singoli erano il commento al telegiornale religiosamente ascoltato a pranzo, così come le omelie domenicali erano praticamente il commento al tiggì della sera prima. “Il dottor Octopus ha minacciato l'Uomo Ragno!”, strillano i notiziari, agitando il pericolo che l'ente immaginario 1 pone all'ente immaginario 2, e i fedelissimi teleascoltatori hanno un momento di ansietta, a cui faranno eco commentando ai colleghi e ai parenti, anche solo come spunto di conversazione. Non importa che l'ente 1 e l'ente 2 abbiano di reale poco o nulla. L'importante è la preghiera quotidiana: “sacra tivvù, di cosa mi devo preoccupare oggi?”.

2) Chi desidera trovar tutto “già pensato” è perché ha la memoria corta o spenta, oppure non vuole consumare energie a tenerla accesa.

3) Già da ragazzino notavo l'assurda scaletta dei telegiornali dove il numero di parole dedicate a una situazione gravissima era uguale o inferiore a eventi mondani o irrilevanti. E che “bisogna pur riempire il telegiornale” non era una spiegazione sufficiente.