venerdì 8 novembre 2019

Il bombardamento in arrivo

L'indiscutibile segnale che la crisi dell'Italia è cominciata davvero (altro che "febbre turca") me lo diede quell'asta di BOT da 600 milioni andata deserta un annetto fa. 600 milioni sono briciole anche per un nanetto qualsiasi dei "mercati" (e persino per le banche italiane, anch'esse non interessate all'asta). Tra i mercati, uno degli dèi dell'olimpo moderno, dev'essere girata consistentemente voce che non conviene prestare all'Italia neppure 600 milioni. Cioè che il bersaglio concertato è un altro saccheggio dell'Italia, di fronte al quale la svendita sul Britannia del '92 fu una bazzecola.

Il Vangelo contiene in sé la più grande lezione di economia di tutti i tempi: "i poveri li avrete sempre con voi".[1] Cioè non solo l'economia non sconfiggerà mai la povertà, ma il passare dalla povertà ad un minimo di agiatezza è un'impresa titanica per il singolo come per il popolo (persino il diritto romano proibiva la "schiavitù per debiti", lezione dimenticata[2] da troppo tempo). Una volta impoveriti, non se ne esce più: diverse generazioni future di greci, per esempio, continueranno a pagare e a inveire contro ignoti.

L'impoverimento dell'Italia è enormemente facilitato dal penoso stato di questo popolo: aziende "statali" significa aziende sprecone, aziende "privatizzate" significa che penseranno solo a massimizzare profitti (anziché fare manutenzione e investimenti), e gli asset strategici (energia elettrica, acqua, ferrovie, telefonia, autostrade…), una volta "privatizzati", non hanno prodotto né posti di lavoro, né risparmio, né qualità.[3] A noi povero popolino bue vengono invece proposte battaglie riguardanti omosessualismo, aborto, vaccini (altra industria bramosa di far grandi ricavi), tutto, purché non si parli troppo del mezzo milione di immigrati incompetenti che entrano e dei 250mila giovani italiani competenti che emigrano all'estero.[4] È un popolo in via di estinzione,[5] e come tale va spolpato per bene prima che attiri l'attenzione di altri. Le crisi politiche fanno solo da noioso scenario sullo sfondo.[6]

Le conseguenze della crisi in corso - che a noi comuni mortali sembreranno "inevitabili" solo perché ce lo dice il telegiornale - sono facilmente prevedibili: il saccheggio dei rimanenti "gioielli di famiglia" (magari opportunamente ri-nazionalizzati all'uopo) continuerà,[7] e se in passato desideravamo farci governare dallo straniero ora ci siamo piegati a farci saccheggiare dallo straniero (diventando di fatto un popolo "schiavo per debiti").[8]

I poveri li avremo sempre con noi perché è facile impoverirsi ma è assolutamente arduo risalire una brutta china. Ma questo agli speculatori non interessa. Quando vedono una percentuale che comincia con il segno più,[9] vi si tuffano come squali desiderosi di terminare un lungo digiuno.[10]

Lo Stato, che in teoria doveva servire il bene comune, in pratica non c'è. L'ultimo vago statista che abbiamo avuto è stato fortunato a finire i suoi giorni in esilio in Tunisia. Chiunque si presenti con un programma che non sia aria fritta attrae un'isteria collettiva di odio (e vien da ridere amaramente a certe omelie della CdO), perché chi ha dimenticato il concetto di bene comune, non può non vedere - a seconda dei casi - lo Stato come vacca da mungere o come ostacolo al proprio tornaconto.[11]


1) Tempo fa ho scandalizzato e fatto infuriare qualche stupido prete facendogli notare che la "finanza" è per definizione pura speculazione e che l'estrarre guadagni non dal lavoro ma dalla speculazione è immorale. Ma pazienza. Nei seminari, se tutto va bene, insegnano a discettare del pelo del leone, mica a riconoscere il leone intero.
2) Secondo le leggi USA il debito studentesco non può essere soggetto a bancarotta. Quella bolla sta per esplodere. La timida proposta di azzerare il debito creerebbe un pericolosissimo precedente, oltre che tensioni sociali fra diplomati "pagati" e diplomati "graziati", senza contare il fatto che anche da quelle parti certi titoloni di studio (come i ridicoli Women Studies) non servono ad altro che a far autoalimentare un circlejerk ideologico e parassita. Miracoli del capitalismo terminale.
3) Dal ponte Morandi ai miseri trucchetti delle compagnie telefoniche è tutto uno show di italiche furbate.
4) Qualcuno ha calcolato in centinaia di migliaia di euro di mancati introiti per lo Stato la fuga di un singolo "cervello". È solo un conteggio di pochi decenni di mancato gettito IRPEF, che non tiene conto del valore aggiunto che tale "cervello" darebbe al mercato interno italiano, senza considerare l'incidenza del costo sostenuto dallo Stato in termini di scuola e università.
6) Non sarà la politica a "salvare" l'Italia, o almeno, non la politica di cui ci parlano i media e -ahinoi!- i capetti del movimento.
7) La sorte dell'ILVA era facilmente prevedibile: uno Stato che ha come strategia il "salvare i posti di lavoro" finisce ultimamente per non salvarli. Uno Stato che avesse avuto come strategia il garantire alle industrie del paese tot tonnellate di acciaio l'anno, avrebbe non solo "salvato i posti" ma indirettamente "aggiunto altri posti", perché nessuno è così cretino da voler mettere su un'impresa solo allo scopo di "salvare posti di lavoro".
8) La Fiat, passata prima alla Chrysler e quindi ora alla PSA-Peugeot, è stata per intere generazioni un pozzo senza fondo per finanziamenti intesi a "salvare i posti di lavoro".
9) L'Islanda - uno Stato popolato meno che la città di Venezia - per qualche segnetto più fu trascinata nel caos bancario e sull'orlo dell'abisso. Quel popolo è rimasto in piedi solo perché non è suicida come il nostro.
10) La morale di un'azienda è massimizzare i profitti, e se tale massimizzazione si ottiene per esempio con pubblicità ingannevoli anche al netto di pagamenti di sonore multe allora lo fanno senza scrupolo. L'azienda non si pone il problema di garantire uno stipendio ai lavoratori - bisogna essere dei "cattolici retrogradi" per avere un simile scrupolo - ma solo di abbattere i costi e di aumentare i profitti. E gli stipendi sono nella categoria "costi".
11) Quando gli Alleati bombardavano Berlino, non è che un anti-nazista potesse uscir fuori e gridare: "ehi, io sono sempre stato contro Hitler". Le bombe cadevano anche su di lui. Esserci opposti per tutta una vita a certi andazzi - religiosi, politici, economici… - non modererà significativamente le conseguenze sempre più gravi che intravede all'orizzonte chiunque non abbia sbarrato bene gli occhi. Il "bombardamento" in arrivo, anche dal lato economico, è inevitabile (motivo per cui occorrerebbe piuttosto prepararsi ad assorbirne a lungo termine l'impatto, per quanto possibile).









mercoledì 6 novembre 2019

Posso, dunque voglio - anche la bomba atomica

E quindi capitò la notizia di quel paesetto sperduto dove il distributore automatico di simulacri sessuali registrava il tutto esaurito dopo ogni notte. Non avevo tempo per vagliare i pro e i contro di tutte le possibili strategie per sfuggire all'imbarazzante discussione davanti a anime innocenti che non meritavano quella pubblicità virale. La prima idea che mi è venuta in mente è stata di accusare un leggero malore per distogliere l'attenzione, per poi -parte recitando, parte raccontando- rivelare qualcosa di me (che avevo sempre taciuto), allo scopo di tenere abbastanza a lungo spostata altrove la sua attenzione. Presto o tardi capita a tutti i pescatori di dover tappare una falla solo gettando il prezioso pescato del giorno: pazienza.[1]

Il meccanismo perverso più in voga nell'epoca moderna è il "si può, dunque si deve". L'affievolirsi della morale, consistito anzitutto nell'affievolirsi della capacità critica, dell'intelligenza critica, della capacità di guardare la realtà "criticamente" (cioè secondo tutti i suoi fattori) è ben riassunto nel modo di dire: "quando hai un martello, tutto sembra chiodo". Che si tratti di sesso, di droga, o di qualsiasi cosa riconducibile ai peggiori istinti umani, il solo fare il nome di una possibilità scatena un meccanismo irrefrenabile di curiosità (cioè di sottinteso desiderio) che può durare anche decenni. Cioè, in fin dei conti, fare il nome di qualcosa di cattivo significa evocarlo.

Il colpire ripetutamente civili inermi con una bomba atomica e l'ubriacarsi solo perché in frigo ci sono abbastanza bottiglie, sono azioni che hanno in comune lo stesso padre: "io sono in grado di farlo: dunque lo faccio". È quel sentirsi "in grado" a facilitare la messa da parte di senso morale, intelligenza, buon senso, e di aprire la strada al corto circuito tra l'accorgersi di potere e il volerlo fare a tutti i costi: "chi sei tu per vietarmelo? in questo momento ho deciso che lo ritengo necessario, sono in grado di farlo, dunque lo faccio". E se tenti anche minimamente di ragionare, "tu vuoi limitare la mia libertà, tu mi giudichi, tu non capisci cosa ho in cuore, sei il solito bacchettone". Per le birre come per l'atomica.

Una enorme percentuale di mali viene evitata dall'ignoranza. Il semplice non sapere che accanto alla mano c'è un martello è spesso più che sufficiente a non scatenare le tempeste del "tutto sembra chiodo".[2] Il non conoscere l'esistenza di certe grandi perversioni, evita materialmente a tantissime persone di compierle.[3] Paradossalmente, nel momento in cui scrupoli e morale scompaiono assieme all'intelligenza e alla memoria, ci tocca benedire l'ignoranza selettiva e addirittura coltivarla (è un paradosso solo perché abbiamo già dimenticato la lezione della Genesi: "conoscere il male" significa in fin dei conti averlo compiuto ed essersi posti nella condizione di poter continuare a compierlo).[4]


1) In quel momento non vedevo altra scelta; a distanza di qualche settimana sono ancora convinto che tutto sommato sia stato il modo migliore per salvare la situazione, anche se non posso essere certo che quella notizia pruriginosa, in mia assenza, non sia transitata di nuovo all'attenzione di quelle deboli anime che col mio strano comportamento ho inteso proteggere.

2) In genere è un processo piuttosto lungo. Dall'evocazione all'accarezzare l'idea, e fino al compiere una determinata malvagità, potrebbero passare anche parecchi decenni (motivo per cui già nel Salmo si domanda umilmente: "assolvimi Signore dalle colpe che non vedo" - non le vedo perché sono in fase di gestazione in qualche scomparto della mia testa, non sono ancora del tutto cosciente di aver cominciato a gironzolare attorno a certe idee, è una china ancora non sufficientemente ripida da destarmi allarme nella coscienza).

3) La rivoluzione pornografica accelerata dall'internet è stata talmente veloce che è ancor oggi sottovalutata.

4) Aveva dunque senso la "damnatio memoriae": il male non ha bisogno di pubblicità, non ha bisogno di essere conservato, non ha bisogno di essere studiato e compulsato da autori che prima o poi finiscono per provare un'invincibile simpatia per il male. Come quel ridicolo gesuita che a furia di respirare l'aria polverosa della propria biblioteca, nel corso degli anni aveva finito per infatuarsi un eretico del V secolo che, a suo dire, andava assolutamente "riscoperto" e "rivalutato". Ecco, ora cominci a provar curiosità anche tu per questo innominato eretico, conoscerne il nome, sapere cosa andò proclamando. È così che funziona l'evocazione.

venerdì 1 novembre 2019

L'Ohio lagga...

È urgente insegnare a tutti, fin dalla più tenera età, cosa sono gli ordini di grandezza. Far capire anche ai bambini il prima possibile quale differenza c'è tra milione e miliardo. Magari facendo leva sull'astronomia, per rendere interessanti le lezioni. Bisognerebbe farlo in tutte le scuole, all'inizio di ogni anno scolastico, fino alla nausea. Non se ne può più di analfabeti funzionali modello Fontamara pronti a sottoscrivere la divisione del torrente in "tre quarti a me, e gli altri tre quarti a te".[1]

Mi si presenta dunque questo ragazzino che straparla dei twitcher di Fortnite che guadagnano "milioni" (sottinteso: "oh, mi aiuteresti a guadagnare? io videogioco a tutte le ore!"). Poi mi dice delle centinaia di milioni di giocatori a Fortnite e, entusiasta ed emozionato, spiega che lui è uno di tali privilegiati, aggiungendo poi il prevedibile fervorino sul quattordicenne che ha guadagnato Centinaia di Milioni vincendo il Campionato di Fortnite.[2] Non so che tipo di risposta si aspettasse ma ho avuto l'impressione che desiderava ardentemente un timbro di approvazione. Questo genere di impressioni mi trasforma istantaneamente in una specie di Hulk.

Anzitutto gli ho detto che tra un paio d'anni lui avrebbe parlato di Fortnite come una robaccia vecchia che non usa più nessuno. Gli ho ricordato che quando c'è stato il boom del Pokemon Go lui obbligava spesso sua madre a guidare attraverso stradine secondarie per catturare i bonus rari, e che ora non solo giudica una robaccia vecchia, ma non ha di che farsene di quei premi virtuali tanto faticosamente raccolti.[3]

Quindi gli ho fatto notare che gli streamer milionari si contano sulla punta delle dita. E che se la sua carriera di streamer dovesse iniziare, dovrebbe ricordare che l'un per cento di chi segue vede le pubblicità, e l'un per cento di tale un per cento eventualmente clicca, guadagnandogli qualche centesimo, e per arrivare a una cifra con almeno un paio di zeri prima della virgola occorre raggiungere un numero pazzesco di fedelissimi seguaci. Che poi è esattamente il motivo per cui gli streamer arricchiti sono così pochi e ben conosciuti.

Poi, con quale speranza di far successo? Una linea internet sgangherata, un PC gaming costruito coi buoni sconto, una cameretta che è tutt'altro che un set televisivo… Forse comincia a capire, forse mi dà anche un po' ragione, e soggiunge: "per esempio quel server dell'Ohio lagga parecchio".

Lo guardo come se avesse una molotov accesa in mano. "Lagga"? Ma lo sai dov'è l'Ohio? Sono ventimila chilometri![4] I pacchetti viaggiano su fibra a un terzo di "c": significa che hai un ping che non può andare al di sotto di duecento![5] Infine alza bandiera bianca - cioè è pronto alla fuga - dicendo che dopotutto il wifi di casa sua è buono… "Wifi?!", lo interrompo sdegnato, sputando fuori qualche concetto sul "reimpacchettamento" dei dati da etere a cavo e che dovrebbe attaccare La Plei col cavo direttamente al Ruter e sperare che mentre gioca nessuno in casa stia navigando, giocando, o girando per Youtube. Fuga per la vittoria ensues very hard.

Anni fa sui giornali si discettava ampollosamente di "nativi digitali", bambini cresciuti a merendine e internet, illudendosi della grande rivoluzione sociale in atto. La rivoluzione è avvenuta al contrario: sono convinti che il Uài Fài sia un diritto universalmente garantito, che l'internet consista nel Ghèming e nei social, che non ci sia praticamente differenza di latenze tra "fili" e "senza fili" (e che da qui a Milano sia lo stesso che da qui all'Ohio), che le infrastrutture facciano parte della natura e crescano automaticamente di uno o due zeri non appena esce qualche Gioco Nuovo (anch'esso prodotto automatico della natura). Sono quelli che poi all'università impareranno a loro spese che studiare quattrocento pagine costa almeno il doppio che studiarne duecento, che prenderanno l'aereo Milano-Roma credendo di ridurre la durata del viaggio quando sia in partenza che all'arrivo avevano comunque bisogno di spostarsi con le metropolitane, che comprando un computer spenderanno il triplo per avere un venti per cento di potenza in più, che pretenderanno il gaming 8k 240Hz senza accorgersi che all'occhio[6] non lo distinguono dal Full HD 60Hz,[7] e che anche dopo la laurea si lamenteranno della lentezza della connessione internet senza capire che in una bottiglia da un litro di vino non ci si possono infilare trenta litri di whisky, anche se la pubblicità dice il contrario.[8]

L'ordine di grandezza è un concetto talmente fondamentale che andrebbe insegnato a scuola ogni anno.[9]


1) A conoscere gli ordini di grandezza, non ci si allarmerebbe di fronte a notizie catastrofiche che cominciano parlando di una probabilità di un evento. Magari imprecisata.

2) "Capisci? Uno si diverte con Fortnite e diventa miliardario!" Sic.

3) Resto sconcertato al ricordare che sua madre mi mostrò tutta orgogliosa il livello da lei raggiunto su un videogiochino del cellulare, livello millecentoottantaquattro, segno di un allucinante numero di ore passate a strisciarne il touchscreen, e di un preoccupante accumulo di stress nelle pupille.

4) In realtà circa 7500, ma "ventimila" era per dire "dall'altra parte del mondo", e dato che il diametro all'equatore è poco più di quarantamila chilometri….

5) Da intendersi: i tuoi pacchetti dati, transitando nei cavi oceanici a un terzo della velocità della luce, cioè a 100mila km/s per 20mila km, impiegano almeno 200 millisecondi per raggiungere il server del gioco, senza contare i packet switching negli apparati e altri rallentamenti, dando cioè una considerevole frazione di secondo di vantaggio ai giocatori americani. Tolti gli arrotondamenti intesi ad impressionare il ragazzo (un valore più realistico è due terzi di c), lo svantaggio teorico - quello reale è comunque più alto - si riduce a diverse decine di millisecondi, un tempo comunque superiore alla persistenza delle immagini sulla retina. I ragazzini credono che la magia di internet consenta di giocare con l'Ohio come se fosse col vicino di casa.

6) Il corpo umano ha dei limiti fisici, e lo sanno bene i costruttori di armi, di veicoli, di attrezzature mediche, ecc. Sembrano invece non saperlo gli uffici del marketing dei videogiochi, dei cellulari, ecc.

7) Ma tanto l'importante non è l'efficacia, non è il risultato tecnico, ma solo il potersene vantare.

8) Se 500 clienti hanno una linea da 1 Mega, ci vorranno "500 mega" di backbone per servirli tutti senza rallentare nessuno. Il fornitore del servizio ce l'ha una rete di trasporto capace di "500 mega" connessa a tutti gli endpoint? No: costerebbe troppo (come nel caso di "milioni" di clienti con "centinaia di mega" ciascuno…) o in alcuni casi sarebbe semplicemente irrealizzabile. Ora, immaginate il classico soggetto Lavoro Spendo Pago Pretendo che fa una lunga sfuriata sul fatto che i "mega" promessi dal suo abbonamento si vedono assai di rado. Sapeva cos'è un'ordine di grandezza? Sapeva la differenza fra tera, giga, e mega? Allora era in grado di capire quanto fosse stata ingannevole la pubblicità che lo aveva convinto.

9) Mentre scrivo queste righe il debito pubblico italiano è di più di 39.000 euro a persona, inclusi i bambini nati oggi e coloro che fra qualche minuto spireranno. Ma è tabù parlarne, perché sono soldi che dovremo pagare di tasse per servizi statali di cui abbiamo teoricamente già usufruito (e di cui teoricamente era grandissima la qualità, dato quanto sono costati). Qualcuno potrebbe notare quanti zeri ci sono dopo quel "39".

sabato 26 ottobre 2019

Potrei scriverci un libro, sulle quarantenni

Attempate ultraquarantenni il sabato sera vanno alla disco e nel rientrare alle quattro e mezza del mattino si accorgono magari di aver pure smarrito le chiavi di casa. La notizia mi ha colpito prima perché per me disco è solo quello del computer (ci ho messo qualche momento prima di ricordare che avesse un altro significato), e poi perché ancor oggi non riesco a capire la stranezza del radunarsi nei luoghi appositamente creati per spennare soggetti che tentano maldestramente di non notare la propria solitudine e la propria insignificanza.[1] Siamo passati dall'epoca in cui si temevano la solitudine, la noia, la tristezza, la malinconia, all'epoca in cui si tentano di gestire (con risultati inevitabilmente peggiori).

Nel caso di queste mie conoscenti, viene da riflettere su come siamo passati dall'epoca in cui si diventava nonna prima dei quarant'anni[2] all'epoca in cui dopo una vita poco gloriosamente "avventurosa" perfino per gli standard televisivi di serie B,[3] si comincia a temere l'ultimo rintocco del così detto orologio biologico, cioè l'imminenza della naturale cessazione della capacità di procreare: comincia a far capolino la fretta di "fare un figlio" (attorno ai 40 anni), cioè poter vantare sui social di aver "fatto" almeno una cosa concreta nel termine della parte più ricca della propria vita.

Poi magari ti dicono che quella delle chiavi smarrite non è la solita facilona, no, lei sa tenere a bada i maschietti a caccia delle solite cose (e che disperatamente tentano di farsi notare cliccando Mi Piace su ogni stupidaggine dei suoi show su Instagram/Facebook), lei sa gestirsi il proprio sabato sera: una volta ha fatto una gita (solitaria) in un paesetto ameno sul mare a duecento chilometri di distanza,[4] un'altra volta ha guardato un film francese del 2001, un'altra volta è andata in parrocchia per l'incontro catechetico con annesso momento di agape[5] (altrimenti non ci sarebbe andato nessuno)… Come se la vita fosse solo quella fuori del proprio orario di lavoro, e il momento culminante fosse il sacro Sabato Sera.

Un'attempata bionda, in treno, al telefonino dava consigli ad un'amica o parente: "se ti piace farlo allora non te ne devi vergognare". Lo diceva quasi a bassa voce, come se provasse vergogna a dirlo. Ma se è vergognoso allora perché consigliarlo?[6]

Un'altra attempata bionda, sempre over 40, con occhiali da sole anche al coperto (per non far notare zampe di gallina e occhiaie), abitino attillato e marito panciuto al fianco, mi introduceva al set dove di lì a poco ci sarebbe stato il Servizio Fotografico. Oggetto del sontuoso Servizio era una magrissima signorina in costume da bagno, debitamente dipinta ("si dice truccata!") di giallo e rosa dal collo in giù, alla quale non avrei dato più di tredici o quattordici anni ("macché bambina! è maggiorenne!") che si metteva in posa con uno sguardo torvo e sprezzante ("è perché ci sa fare!"). Uno stuolo di fotografi - tali solo per aver bruciato tre/quattromila euro per fotocamera e ottiche - si affannava a scattare senza sosta. L'occhialuta sorride con malizia e mi dice: "volete rimanere? tra poco a porte chiuse c'è la lingerie". Mi sento un po' un alieno che fatica a capire queste terrestri, così combattive contro la mercificazione della donna, così pungenti e fiscali contro gli sguardi dei mariti, e che però in occasioni a loro modo religiose come quel Servizio sono pronte a mettere da parte la morale e il buonsenso.

Ed un'altra attempata signora, ugualmente over 40, anche lei autotitolatasi fotografa, scattava foto alla "maggiorenne" discinta: "ora una posa più sècsi, su!" Ha fretta di incamerare qualche centinaio di pose risqué[7] da portare al suo capo, che avrà sempre e comunque da ridire. "Ma tanto se non lo faccio io, lo farà qualcun altro", si sarà detta qualche volta tra sé e sé per giustificarsi. Il capo del giornalucolo locale ti manda alla fiera dell'elettronica "ma c'è anche un set con una modella in lingerie, e i lettori…" Sottinteso: i lettori vogliono vedere un po' di prosciutti umani, non portarmi solo foto di gente annoiata in mezzo a chincaglierie cinesi.


1) Ci sarebbe anche la componente del "trasgredire", andata scemando drasticamente perché il nuovo perbenismo in vigore consente in pubblico e sui social ciò che un paio di generazioni fa era possibile solo nella disco. Per essere trasgressivi, per sfidare il mondo e suscitare riprovazione, bisogna farsi beffe del perbenismo in voga oggi, bisogna gettare nel Tevere gli intoccabili totem di oggi. Non a caso le disco storiche vanno chiudendo una a una per mancanza di mercato.

2) Una società più povera della nostra, appena uscita da una inutile guerra, ai tempi in cui si dormiva anche su sedie accostate e si viveva in quattro in un monolocale di venti metri quadrati, aveva molta più speranza nel "futuro", nessuno spavento di fronte al termine "famiglia numerosa", e una assai minor pressione burocratica/fiscale. Bonus aggiuntivo: vedere i figli dei propri figli mentre si era ancora nel pieno delle proprie forze dava ulteriore speranza.

3) Il picco è tuttora il sacro Erasmus, che stando alle lamentele più comuni è il luogo dove gli innamoramenti in corso terminano, e la donzella partita modesta ritorna troiona d'avanzata carriera. Ma è sempre stato noto che il fare esperienze all'estero per un'adolescente (anche solo mentalmente tale) è sinonimo di assaggiare la libertà (in senso libertino).

4) Dopo aver manifestato per una vita intera l'odio per la solitudine, vanno a fare una vacanzina ufficialmente di "solitudine", e guai a te se traduci in italiano quei chiari sottintesi che tentano insistentemente di trasmettere. Un neo-moralismo idiota e cervellotico.

5) Nella Chiesa post-conciliare scarseggiano le vocazioni perché i chiamati al sacerdozio sono più numerosi dei chiamati all'animazione turistica, per cui nelle parrocchie trasformate in luogo di intrattenimento (dove ti adescano con l'agape per poi infliggerti una sciapa predica sulla pace e sull'accoglienza) ovviamente i preti scarseggiano e sono sempre più insipidi.

6) Fra troione ci si giustifica volentieri a vicenda: è un meccanismo "educativo", a suo modo, verso l'irresponsabilità così tanto promossa dai media. Una scena del genere è possibile solo tra donne. Quand'anche tra uomini ci si parla con complicità, interviene sempre istintivamente quel senso di cameratismo che ti mette in guardia, anche se sotto forma di goliardata compiacente. Quella stessa espressione "se ti piace farlo…", se pronunciata tra uomini, a causa del naturale cameratismo suonerebbe come un lavarsene le mani, cioè come un atto d'accusa.

7) Quando ti rifilano continuamente paroloni stranieri significa che la traduzione in italiano rende troppo bene l'idea.

domenica 20 ottobre 2019

Salmista in salmì

Forse il massimo segno della crisi della Chiesa è quell'aver ridotto la liturgia ad una recita da palcoscenico (in cui peraltro non si ha alcuna voglia di seguire il "copione", cioè i libri liturgici).

Un tale mi si avvicina e con un sorriso idiota mi chiede: «vuoi fare il salmista?»

In quel momento corrono nella mia mente le immagini dei salami, del coniglio in salmì e di altri salumi e salamelecchi. Poi, d'un tratto, il mio intuito brucia tutte le scorte di caffeina rimaste nell'organismo e così, con la faccia più onesta possibile e sommamente sforzandomi di non ridere né proferire turpiloquio, retoricamente gli chiedo: «ehm… cosa?»

Il suo sorrisetto si fa ancora più idiota: «il salmista! oppure la preghiera dei fedeli! ognuno deve fare qualcosa, su!»

Devo aver assunto una faccia da pesce lesso ma per mia somma fortuna uno degli autoimpegnati più volenterosi della parrocchia emerge dal nulla e, più lesto di un vigile urbano che vede la tua auto in quarta fila, grida: «faccio io il salmista!» I due cominciano a battibeccare quel tanto che basta da dileguarmi come un'anguilla accortasi di essere in ritardo.

Partecipare alla Messa è diventata un'arte complessa. La liturgia cattolica, sublime e maestosa, si è quasi ovunque trasformata in un cerimoniale autogestito da buontemponi, con una fittissima selva di regole non scritte.

Ma… cos'è in realtà la liturgia? e perché si è ridotta a questo punto?

Ad entrambe le domande si può rispondere con le parole di Gesù stesso: «fate questo in memoria di Me».

Gesù ha detto queste cose ai suoi apostoli. Ha dato loro non solo l'esclusiva del "fare questo" (munus sacerdotale) ma ha implicitamente garantito che non serve una platea di spettatori-protagonisti. Infatti la Messa è ugualmente valida sia che il sacerdote la celebri con il popolo, sia da solo, sia concelebrando senza popolo, sia col popolo.

Quindi il problema di "cosa far fare al popolo per far riuscire meglio la Messa" è fondato su un equivoco, su un'invenzione di qualche ignorante annoiato. Hanno confuso la "partecipazione" («far parte di») con il "partecipare" («prendere parte a»), cioè hanno confuso l'unirsi spiritualmente al Sacrificio dell'altare… con il fare qualcosa.

Il Messale non è altro che una lista di istruzioni, la descrizione della best practice per fare «questo in memoria di Me». È un librone voluminoso, perché ci sono anche cose facoltative, cose consigliate, cose alternative: non è un software. Ma per qualche misterioso motivo, i preti oggi evitano di seguirlo, prendendosi molta più "libertà" della tanta che già ne concede.

Sembra insomma che i sacerdoti abbiano dimenticato la semplicità del «fate questo» per convincersi che la Messa sia una messinscena, uno spettacolino televisivo, come quei quiz a premi che prevedono la "partecipazione" del pubblico in sala: non a caso, le festicciole parrocchiali prevedono l'imbarazzante obbligo di essere "tutti protagonisti", come se l'urgenza fosse di massimizzare la quantità di parole pronunciate, come se la riuscita fosse proporzionale alla frenesia e alle rumorose risate, come se il successo fosse misurabile col numero di persone che si sono scatenate. Come se l'entusiasmo e l'allegria fossero "partecipazione", come se fossero programmabili.



domenica 25 agosto 2019

Il nipotino si annoia

Ricordo le davvero rare occasioni in cui da bambino mi sono annoiato. Per cui per me è peggio di una pugnalata alle spalle dover assistere alla scena di un dodicenne annoiato che non sa far altro che passare le giornate tra cellulare e Playstation, passando dal primo alla seconda non appena la batteria del primo, massacrata da ore intere di gioco, va sotto la fatidica soglia del diecipercento.

Entrambi gli aggeggi lo hanno rifornito di tutto l'armamentario di volgarità, perversioni e bestemmioni che il sottoscritto alla sua età considerava peggio che impensabili (e dire che in quegli stessi anni mi sono considerato comunque un selvaggio e ribelle). Preziosi anni della sua vita sprecati senza imparare altro che i latrati dei par suoi, col bonus aggiuntivo che in nome del neo-montessorismo può comportarsi da piccolo delinquente arrogante ricevendo premi anziché sganassoni educativi.

Di fronte a questi soggetti mi sembra di provenire dall'epoca di Neanderthal. A suo tempo, in certe occasioni, le ho prese. Era un'epoca (così vicina, così lontana) in cui un bambino si poteva ancora raddrizzare con un misto di mazzate e di sarcasmi. Il sullodato ragazzino, oggi, se le prendesse di santa ragione non appena le merita, non capirebbe, non capirebbe perché sarebbe la prima volta che le prende, penserebbe che è qualcosa di inaudito e che passata la tempesta potrà tornare a comportarsi peggio di prima.

La tragica sfortuna (chiamiamola così) di quest'epoca è la scomparsa dell'educazione, delegata a soggetti esterni (l'ambiente scolastico, la parrocchia, il branco, i videogiochi o altra attività per tenerlo occupato)... che è sintesi della scomparsa di un popolo.

mercoledì 21 agosto 2019

Investire su se stessi

Nonostante le magre risorse economiche ho spesso comprato oggetti perché stuzzicavano la mia creatività. Come quella tavoletta grafica tanti anni fa. Mi costò un capitale ma la sua sola presenza sulla mia scrivania mi invitava a disegnare. Ho disegnato. Migliorando negli anni. E imparato a editare foto. Avere un violino in casa non comporta automaticamente che tuo figlio diventi violinista. Ma è molto improbabile diventare violinisti se non hai vissuto l'infanzia con un violino in casa.

Un amico mi chiama dopo molto tempo per un consiglio. Sua figlia, a cui piace disegnare, ha chiesto una tavoletta grafica. E l'esperto, a suo dire, sarei io. Dopo un primissimo scambio di battute deduco che ha solo fretta di comprare la più economica possibile e considerare chiusa la questione. Non c'è nemmeno tempo per chiedergli se la ragazzina vuole un giocattolo in più da esibire sulla scrivania o se ha intenzioni più serie. Fra sessanta euro e ottocento euro, non c'è voluto molto a scegliere. Se proprio vuoi diventare violinista, devi prima mostrare gran talento con un mini violino di plastica (sempreché i tuoi lungimiranti genitori te l'abbiano davvero comperato).

Sarà che vengo da una terra di poveracci dove persino i formalmente ricchi erano incapaci di investire. I miei compagni di scuola avevano il ciclomotore e i videogiochi, ma solo perché i loro genitori percepivano il primo come status symbol e i secondi come spesa necessaria a quietare il lardoso pargolo. Sarebbe stata una storia assai più interessante, la loro, se anziché il ciclomotore e la stanza per i giochi avessero avuto a disposizione una piccola officina con una collezione di DeWalt, Makita e Black&Decker.

Intanto i poveracci, anche quando potevano permettersi qualche spesuccia non banale, consideravano uno spreco investire su sé stessi e sui propri figli.[1] Ogni centesimo non investito ma messo da parte viene considerato una vittoria. Del resto erano gli stessi che alla notizia dei pessimi voti a scuola, con un sospiro di rassegnazione chiedevano quanto costasse un doposcuola economico.[2] E quei figli di conseguenza crescevano illudendosi che investire su sé stessi consisteva nel videogioco all'ultima moda, nella Vespa, o in ogni altra idiozia che faccia colpo sui decerebrati che frequentavano la stessa scuola.[3] Sono certo di averlo compreso ancor prima di incontrare il movimento, ma fu solo frequentando gli amici del movimento che capii cosa significava davvero investire su sé stessi, che si tratti di una buona giacca, di una tavoletta grafica, di un'abbondante quantità di libri, della partecipazione agli esercizi e al Meeting...

Sono i ferri che fanno il mastro: se all'epoca avessi deciso di risparmiare quei duecento e rotti euro per la mia tavoletta grafica, non avrei sviluppato la capacità di disegnare che non ero certo di avere. Non puoi emergere dalla povertà se non puoi comprare ferri, o peggio se credi che il comprarli sia una spesa troppo rischiosa. Il povero resta tale per una combinazione velenosa di ristrettezza mentale e ristrettezza economica. La paura di fare un investimento sbagliato ("e se le compro il violino e poi si stufa di impararlo?") scende fino alle piccole cose. I nonni non avevano mai assaggiato il taleggio in vita loro perché "se poi non piace, significa che abbiamo buttato tre euro". Grazie a me ora conoscono decine di formaggi, dopo che per una vita intera si erano contentati di non più dei soliti tre o quattro. Grazie a me che ho incontrato il movimento. E vi ho visto gente investire su sé stessa. Più esattamente, prendere sul serio le proprie passioni.[4]


1) Mi dà ancor oggi una sensazione di disgusto il ricordare l'illusione dei miei di riuscire a mettere da parte abbastanza soldi per avviare l'acquisto di una casa, e l'illusione che l'unico vero investimento consisterebbe nel non spendere soldi "perché in futuro, sai, non si sa mai, se succede qualcosa bisogna essere pronti con abbastanza soldi..." (senza mai precisare quanto esattamente doveva essere quell'abbastanza da coprire ogni <i>ansia</i> presente e futura). Il risultato è consistito in una vita intera passata in affitto e l'inizio degli investimenti su me stesso coinciso col mio primo stipendio.

2) La riduzione dei figli a prodotto da esibire ad un'immaginaria platea di spettatori ha trasformato il doposcuola in una specie di multa ingiusta inflitta dall'autorità Scuola agli sfortunati che non potevano permettersi tale spesa.

3) Per affermare sé stessi - non appena si inizi a percepire l'assenza delle figure paterna e materna - i figli finiscono inevitabilmente per identificarsi col branco. Riesce a non farsi omologare dal branco solo chi ha avuto in dotazione abbastanza passioni e figure adulte da non dover cercare forsennatamente l'approvazione e le manovre anti-noia di un branco.

4) L'attuale e triste declino del movimento di Comunione e Liberazione nulla toglie a ciò che efficacemente trasmetteva fino a non troppi anni fa.

lunedì 19 agosto 2019

Distruggono i franchise che parlano della vocazione

Mi sorprende sempre come ogni grossa azienda prima o poi cominci a spararsi fucilate nelle proprie ginocchia. La Marvel non è da meno, imbottendo i film dei suoi supereroi di luoghi comuni di femminismo e sinistrismi vari, rendendo sempre più inguardabili tali film.[1]

Per fortuna c'è qualche appassionato che pone rimedio. Non è la prima volta. Così, dell'ultimo Avengers Endgame, è stata diffusa una De-feminized Fanedit (aka Anti-Cheese-Cut) da cui hanno tagliato via tutte le scene intese ad accattivare quella parte di pubblico femminile ideologizzata e stupida.[2] Il risultato è ottimo, con pochi percettibili glitch: un montaggio di appena 91 minuti inclusi i titoli di coda, di qualità paragonabile ai primi del Marvel Cinematic Universe, senza scene "cheese!" (termine fotografico per dire "sorridi!" davanti alla fotocamera), senza scene "il gruppo di femmine super-eroine che salva qualche super-eroe maschietto",[3] senza abbracci né scenette melense mid-fight... Sul serio: la prima beneficiaria di questo montaggio piratesco è la Marvel stessa (che pure aveva incassato fior di soldoni da pellicole ideologizzatissime fino alla stupidità, come Black Panther[4] e Captain Marvel).[5]

Il fascino dei fumetti di supereroi - durato parecchie decine di anni e ormai estinto[6] - era per gran parte dovuto a due inconfessabili esigenze del lettore: la percepita necessità di un Messia[7] e l'interesse sul tema della vocazione. Il mondo va a rotoli e quindi anche il sedicente agnostico/ateo[8] trova conforto in una storia di un supereroe che efficacemente affronta le ingiustizie che il potere (legislativo, esecutivo e giudiziario) non riesce a toccare (o peggio le alimenta). La vita è infame e quindi anche il sedicente agnostico/ateo trova sollievo in un supereroe che segue la propria vocazione (i grossi "superpoteri" che gli danno grosse "responsabilità") a costo di vivere nel nascondimento e di distaccarsi dai propri affetti.[9]

Se da un lato è impressionante la riuscita del MCU e del DCEU (che giustifica i ciclopici investimenti di risorse), non meno impressionante è il loro declino dimostrato anzitutto dalla sfacciataggine con cui vengono infilate a forza delle scemenze "politiche" come contentino per minoranze troppo chiassose. Me ne lamento perché non suona molto logico che in un ristorante di lusso ci si veda servire una torta con una bistecca sopra, e ancor meno una torta con una scarpa usata sopra, per quanto di gran marca sia la scarpa. Certo, lo spettatore intelligente e sveglio sorvola sulla forzatura e si permette anche di deriderla. Ma il popolino bue finisce per considerare che quelle sbobbe (diversità, femminismo, omosessualismo...) devono essere temi "importanti", più del tema della vocazione (che era il vero motivo del successo).


1) Un supereroe di colore, ci sta - era nei fumetti già a suo tempo. Super-tecnologico, ci sta, altrimenti le storie sarebbero state noiosi generici combattimenti contro noiosi generici nemici. Re di una nazione africana iper-tecnologica, ci può stare, per rendere misterioso il supereroe, per costruirgli attorno una nobile storia. Ma quando oltre a tutto questo vengono infilati nel film elementi insulsi intesi solo a far gasare lo spettatore negro più stupido e arrogante e lamentoso, oltre ogni ragionevole soglia di avidità commerciale, ti viene la nausea. "Popolare", infatti, non è sinonimo degli standard più bassi possibili.

2) A leggere certi forum americani vengono i brividi per il parossismo idiota con cui la terza ondata di femminismo promuove i propri dogmi. Ma il suo successo è dovuto solo all'essere utile idiota dei poteri che contano.

3) Che un film possa prendersi qualche libertà rispetto al romanzo o fumetto originale, ci sta. Ma che tali libertà siano a senso unico, già fa infuriare il fan pluridecennale. Se poi è una manovrina prettamente politica a favore di una minoranza tanto stupida quanto chiassosa, ancor peggio. Se infine gli artifici introdotti impoveriscono personaggi e trama anziché renderli "più interessanti" o almeno "diversi" (non in senso di diversity), allora veramente si meritano la distribuzione capillare dei De-feminized fanedit aka Anti-Cheese-Cut.

4) Capii che non valeva la pena andare a vedere Black Panther quando il primissimo trailer mostrò un grattacielo con tetto di paglia. Un pizzico di pseudoscienza serve talvolta a giustificare un deus ex machina e a riconnettere un paio di storyline divergenti, ma se serve solo come contentino per gente accecata dall'ideologia (quattro gatti, sebbene molto chiassosi), rovina tutto il film. Quanto a Capitan Marvel, occorre stendere un velo pietoso multistrato: uno spottone propagandistico per le isteriche femministe americane, una sorgente di meme e nient'altro.

5) I tanto vantati incassi sono probabilmente frutto di una gigantesca corsa ai ripari: valanghe di biglietti comprati dalla Marvel stessa per ingrossare un numero già artificialmente gonfiato di spettatori.

6) L'esistenza di nicchie di appassionati è cosa ben diversa dalla religiosa abitudine di andare in edicola a comprare l'ultimo numero e correre a casa per religiosamente leggerlo con cura e attenzione. Abitudine popolare, nel senso che c'era un popolo che riconosceva valida tale agenzia educativa. Anche il sedicente ateo trovava conforto in una rappresentazione di "Messia".

7) Che ovviamente Hollywood ha "umanizzato" a modo suo...

8) L'accanito, ossessivo e irrazionale rifiuto della fede, un vero e proprio dogmatismo, una convinzione religiosa calamitante facili sarcasmi ("l'ateo, se vede un grattacielo, pensa che è sempre esistito") ed ha creato dapprima un sottobosco di sedicenti atei e di sedicenti agnostici, caratterizzati unicamente dal profondo odio alla Chiesa Cattolica, quindi una minoranza fracassona al punto che talvolta pare quasi una maggioranza.

9) Il tema della morte dei parenti, magari dovuta al "crimine", al pari di quello del distacco dalle amicizie, è un comodo artificio narrativo per descrivere un concetto equivalente all'entrata in monastero.

domenica 18 agosto 2019

Lo zucchero per addolcire i telegiornali

C'era una volta il Meeting. È cominciato oggi un Meeting "nuovo corso" a cui ho ritenuto opportuno non andare. E c'erano una volta i "vescovi ciellini", la cui sola esistenza faceva infuriare sinistre, massoneria e clerical-progressisti. Oggi si sono adeguati al "nuovo corso". Per carità, nulla contro suonar concerti e giretti in autodromo, ma ai miei tempi, cioè sette o otto anni fa, dopo l'ordinazione e il rinfresco uno si ritirava in preghiera, non sul palcoscenico a costruirsi un'immagine dolce.

Chiedo notizie di un vecchio amico, e mi sento rispondere: "sì, ho conosciuto la sua compagna..." Era nei Memores. Chiedo notizie di un altro vecchio amico: "da quando si è sposato..." Lui e consorte erano nei Memores. Fammi indovinare, ha lasciato anche quella nostra amica che...? "Ah, quasi; ora non abita più nella casa (delle Memores)". Ai bei tempi (cioè sette o otto anni fa) uno intendeva donarsi a Cristo, non al Dialogo. Ai bei tempi uno entrava perché desiderava essere il sale della terra, non lo zucchero per i bollettini diocesani.

Magari è colpa del riscaldamento globale, chissà. Dopotutto, uscendo stamattina per andare a Messa, sento la vicina di casa che mentre fa le pulizie canticchia una cantilena: "Maledizione, maledizione, maledizione". O la nonna che scaccia le mosche con voce rabbiosa: "fanculo, fanculo, fanculo". Per strada cercavo di capire se entrambe stessero riflettendo sullo stato del movimento oggi.

lunedì 12 agosto 2019

La nonna e quei suoi: ''ma come?!''

La nonna si infuria perché un certo prodotto, che pagò tre euro nel 2015, ora le è costato cinque euro. All'epoca ero presente anch'io, e sopportai stoicamente la sua sfuriata in negozio: "ma come! quattro euro?", e riuscì a farselo scontare a tre. Così, quando stamattina siamo andati dopo tanto tempo nello stesso negozio per comprare la stessa cosa, ha cominciato a lamentarsi ("ma come! cinque euro?") per cui le ho ricordato l'episodio di quattro anni fa. Dopo sue supplementari insistenze per darmi a capire che non mi aveva proprio ascoltato ("ma com'è possibile! cinque euro?!") non ne ho potuto più e le ho fatto presente che il voler evitare di guardare la realtà non cambia la realtà. Che se hai un problema e lo traslochi comodamente nel cassetto delle cose da dimenticare, non è che il problema va via o almeno si ferma. Al contrario, continua a crescere.

Uno si rende conto di essere vecchio quando gli arriva una lezione di vita da qualcuno assai più giovane di lui. Alla nonna, alla sua veneranda età, pareva ingiusto farsi dare una lezione sulla realtà e sul buonsenso dal nipote. Perciò, furiosa, ha contrattaccato: "no! tu parli a vanvera!" Ho risposto alzando la posta: "per te parla a vanvera chi ti ricorda i fatti?" Lei, su tutte le furie: "se fosse per me, ammazzerei tutti!" (il "tutti" era naturalmente il sottoscritto). Al che, ridendo: "dunque per evitare di affrontare un problema ammazzeresti chi te lo fa notare?" Finalmente si arrende, sbuffa, e proclama di non voler più parlare.

Anche in altre occasioni, con tutto il possibile rispetto per la parente anziana, non mi ero risparmiato nel far notare che alle azioni corrispondono reazioni. Che la pace è figlia della giustizia. Che se vizi un bambino compi un'ingiustizia che ti si ritorcerà contro nel momento in cui accidentalmente lo incenserai meno di quanto si aspetta. Che se non ti opponi al vicino di casa quando si comporta da incivile, lo stai autorizzando a diventare sempre più incivile... Sono tutti "consigli pratici della nonna" che fino a non troppi anni prima aveva lei stessa generosamente distribuito a figli e nipoti.

La nonna ha sempre avuto la fissa dei negozietti. È lo scenario principale del suo mondo piccolo mentale. Ricordo che da piccolo la ascoltavo cantare le lodi della vita da negoziante: guadagni stabili, stress limitato, clientela fedele, il tutto rendendo un utile servizio alla comunità. Saranno anni che i suoi "ma come!?" danno dure capocciate alla realtà e - come stamattina - alle logiche conclusioni che le somministro volta per volta... e che lei cerca di schivare per poter conservare il suo sogno di paesetto tappezzato di utili negozietti pieni di premurosi addetti, socievoli e gentili, generosi e disponibili...

Stamattina si chiedeva ancora una volta come mai i negozietti non abbassino i prezzi delle merci, costringendo i clienti a preferire il supermercato. In queste lande sperdute e dimenticate compriamo al supermercato quel tal prodotto a marchio francese con scritta in piccolo Made in China, che lei alla mia età non poteva permettersi. Se nel negozietto sotto casa lo paghi il trenta per cento in più, è perché la grande distribuzione fa economia di scala, mentre la "libera circolazione" di merci e capitali ha fatto il resto, indebitando i nostri pronipoti per consentire alla nostra generazione di imbottirsi di orpelli e carabattole. Intanto l'inflazione ci toglie potere d'acquisto giorno per giorno, alimentando il circolo vizioso per cui continuiamo a comprare schifezze cinesi. Nonna, il tuo mondo piccolo sta svanendo proprio perché i prezzi sono così bassi (e sì, quel "cinque euro" era decisamente basso rispetto a quanto costerebbe produrlo qui).

Viviamo in una società dove lo sforzo individuale è ostacolato in ogni modo - che è una delle conseguenze dell'aver ridotto il lavoro a merce, cioè di averne dimenticato la dignità e di essersi illusi di poter campare di rendita, cioè di poter tutti essere imprenditori senza rischio. Le leggi sono calibrate per favorire i pesci grossi. E non c'è niente di strano che una cineseria che ci costò tre euro oggi ne costi cinque.

mercoledì 7 agosto 2019

Schiavisti

Di recente mi sono permesso di rifiutare qualche Opportunità di Lavoro perché avevo la netta impressione che sarebbe stato un banale commercio: tot euro in cambio di tot ore della mia vita. Mi vien da chiedere: ma quanto valgono davvero, in euro, le singole ore della mia vita? Tale domanda non viene intaccata dalle omelie sul testimoniare Cristo attraverso il proprio lavoro. Le ore della mia vita sono contate (ma uno ci pensa solo se ha fede o quando si rende conto che giovinezza e salute non sono affatto durature). Il mio lavorare nella tua azienda può essere solo il frutto di una convenienza reciproca (non solo economica), altrimenti è mediocrità, se non schiavismo o truffa. Di questi tempi sono praticamente schiavi tutti coloro che per mantenersi (e mantenere la propria famiglia) non possono permettersi di non lavorare.

Sì, il fatto è che viviamo in una società schiavista. Una società in cui normalmente devi "vendere" le tue ore di lavoro per poter sopravvivere. E non si tratta solo di ore. Per esempio danno tutti per scontato che hai un computer, un autoveicolo, un cellulare. Ciò implica carburante, bollette, manutenzione, costosi aggiornamenti, burocrazie varie. Cioè soldi, continuamente. Certo, sono oggetti che ti fa comodo avere e che magari desideri possedere, ma se vuoi lavorare devi averli. Talvolta si può fare a meno dell'auto... in cambio di tot ore in più da pendolare. Il risultato è lo stesso: parte del tuo stipendio (e del tuo tempo libero) viene bruciato per beni e servizi che ti consentono di avere quel lavoro. Cioè riducono nei fatti quello che era il già discutibile valore economico delle ore della tua vita che stai vendendo all'azienda poiché nella tua situazione non puoi fare a meno di venderle. Fra te e un bracciante c'è poca differenza: avrai pure ferie, scrivania e climatizzatori accesi, ma non puoi permetterti di "rifiutare un lavoro" nemmeno quando noti che la scosciata segretaria nullafacente guadagna più di te che hai una laurea in ingegneria e trent'anni di esperienza sul campo, nemmeno quando noti che il passacarte annoiato prende più di te che fai servizio su strada e turni di notte.

Chi si lamenta che nel nostro paese manca una "cultura del lavoro" sta implicitamente ammettendo che siamo in una società schiavista. Chi nota il crescente fiume di burocrazia e di tasse, la scomparsa del posto fisso, il popolo dei paganti mutuo trentennale, l'ormai certa e inarrestabile estinzione delle pensioni, sta implicitamente ammettendo che questa è una società schiavista.

venerdì 22 marzo 2019

Il neo-movimento: nascita del cretino di cielle

Uno dei grandi equivoci che ci ha comportato infaticabili persecuzioni da uomini di Chiesa era sempre dovuto al loro intendere "esperienza" come "intimismo" o almeno "non del tutto ragionevole", cioè quanto basta per far infuriare sia i progressisti (ultimamente dogmatici, ma a modo loro, e promotori di intimismo) che quei tradizionalisti che riducono la fede a un elenco di contenuti e pratiche. Sarebbe bastato dare uno sguardino rapido a Il senso religioso per capire tale sagra degli equivoci.

In altre parole - che mi sembrano dette sempre più raramente nelle scuole di comunità - chi davvero incontra Cristo non può non desiderare di conoscere quel contenuto di verità, quella esatta dottrina cattolica - come nel perder la testa per una ragazza nasce la sete di saper tutto di lei, così nell'imbattersi in un'esperienza del tutto nuova nasce una sete di capire di più e di saperne di più. Il fascino di quell'incontro non ha mai potuto sopprimere quella sete. Ci parlano sempre di Zaccheo che cambia morale, ma ci parlano poco di Nicodemo che pur non capendo niente ha un'invincibile sete di capire e di conoscere. Più precisamente, l'incontro con Cristo ti risveglia anche l'intelletto, ti mette briosamente in moto la ragione.

Ciò è ancor più evidente pensando ai casi di coloro che avevano sempre sopportato con pazienza la vita di parrocchia fatta di fumose omelie, le attività fatte scandendo fumosi slogan, le liturgie imbottite di frasi fatte, la sagra dei moralismi da condominio... Don Giussani lo aveva capito benissimo, a cominciare da quell'episodio in treno che lo segnerà per tutta la vita: quei ragazzi erano ignoranti delle più elementari verità di fede. Se la fede non c'entra nulla con la vita reale, se la fede è un intimismo o una zuppa di contenuti e di regole, a che pro sprecare tempo ed energie?

Questo per dire che se il Giuss ha tanto insistito sul senso religioso e sull'esperienza, è perché aveva di fronte la riduzione della fede a cultura, moralismo, intimismo, attivismo. L'opera di don Giussani era in risposta a circostanze concrete. E ciò ha fatto sorgere attorno a lui un popolo. Ciò non toglie che nel movimento, di fronte a circostanze leggermente diverse[1] si possa compiere l'errore madornale di "adagiarsi sull'esperienza"[2] compiendo una riduzione del cristianesimo, spingendolo in buona fede verso un esperienzialismo di matrice protestante - nonostante il testo del Senso religioso dia abbondanti strumenti per evitare tale errore.

Quelle verità eterne, dunque, mi diventavano più familiari perché vedevo con i miei occhi qualcosa di vivo che mi induceva a prenderle sul serio.[3]

C'era un nesso tra quell'esperienza del tutto nuova, quell'umanità diversa in cui mi ero imbattuto, e il mio rapporto con Cristo. Mi era evidente soprattutto perché le liturgie non erano una recita, la vita di fede non era un passatempo religioso, le parole risultavano cariche di significato (specialmente nel dire "umanità diversa")... Avevo incontrato una fede virile dopo aver pazientemente sopportato una roba da donnette annoiate. Ci muoveva una sete, una ingenua baldanza, certezze incancellabili perché avevamo visto e sentito. Avevamo una dimora, un padre, una guida, che continuamente ci fornivano solide ragioni per ogni cosa che ci indicavano. Perciò potevamo ubbidire persino a strane robe come la richiesta di votare un impresentabile, no questions asked: chi ci guidava aveva a cuore la nostra libertà, aveva il nostro stesso orizzonte, aveva ripetutamente dimostrato di veder più lontano di noi, aveva un fuoco dentro più di noi.

Avevo, erano, muoveva. Sto parlando di un passato che si è lentamente ma inesorabilmente incrinato. Non per le piccinerie dei singoli[4] ma per qualcosa di più serio. Il cui primo indizio, almeno per me, è stato nel Meeting di Rimini: c'è stato un tempo in cui rimpiangevo che non durasse un mese poiché gli incontri più interessanti inevitabilmente si sovrapponevano.[5] Le omelie di politici e imprenditori hanno gradatamente invaso il Meeting, e quelle sovrapposizioni (cioè abbondanza di materiale prezioso) sono scomparse. Ti ritrovavi ad avere tempo libero durante le giornate del Meeting (inaudito), e ti chiedevi se valesse la pena bere qualcosa che non disseta.

Sì, siamo pronti ad ascoltare chiunque, e persino ad applaudirgli un'affermazione intelligente. Ma il trattamento come minimo adulatorio riservato ai vari Bersani, Napolitano, Bonino, ecc., ha fatto diventare quelle domande sempre più scottanti. Essere capaci di ascoltare tutti esige forse di dover porgere orecchio e battimani a chiunque venga portato sul palco? Siamo fedeli al Papa o dobbiamo ostentarci papisti? Siamo un popolo o una claque? Mi stai guidando per Cristo oppure c'è qualche secondo fine "più importante"? Ti sono figlio, o sono una pedina?[6] E quando poi i tuoi cari amici vengono ingiustamente calpestati da quello che era il tuo caro amico, allora qualche dolorosa conclusione cominci a trarla. Cominci a notare che quella dinamica osservata è anche altrove, e fa capolino persino nelle case dei Memores.[7]

Gli esercizi, le gite, la scuola di comunità, ti accorgi che da diversi anni qualcosa è davvero cambiato. Ti accorgi che il movimento decresce perché non è più attraente.[8] Quando tutti parlavano male di noi, ti stupivi di ciò che avevi incontrato e ti commuovevi che altri lo stessero ancora incontrando. Ora che tutti parlano bene di noi, tranne forse qualche comunista nostalgico, ora che nelle parrocchie e negli eventi diocesani siamo richiesti anziché allontanati, ti accorgi che il movimento è fatto di teste canute, lo zoccolo duro di fedelissimi che sono stati sempre puntuali perché non avevano altri hobby, e ti chiedi se fra di loro ci siano alcuni che vedono ancor oggi quello che a suo tempo vedevi tu. Intanto la SdC ti sembra sempre più spesso un esercizio stilistico, uno sfoggio di gergo ciellino, ti accorgi che non ti cambia più. Ti chiedi se sei tu che sei diventato sordo e poco assetato di Cristo, oppure se il movimento è cambiato. E mentre ancora te lo stai chiedendo, ti becchi come al solito un discorsino sulla libertà che si conclude col ricattino morale.[9]

Parafrasando Sciascia riguardo alla nascita del "cretino di sinistra", vorrei dunque far notare la nascita del "cretino di cielle", altrettanto "mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare". La Scuola di Comunità come il teatro elitario e colto della stupidità di certi ciellini, impegnati a promuovere - sia pure nascosti dal lessico del movimento - "una nuova formidabile ondata di conformismo". Cielloti e giussanologi stanno riuscendo là dove il Potere aveva miseramente fallito.[10] «Ecco, questo è un momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo».


1) Cioè ad una riduzione del cristianesimo operata da certi vertici della gerarchia cattolica.

2) Adagiarsi sul programma, come se il movimento fosse un'azienda preoccupata anzitutto dei bilanci e del prestigio.

3) Come un bambino che non si rassegna all'idea che il suo giocattolo preferito non si accende più, non riesco ancora ad ammettere che ciò in cui mi sono imbattuto e che mi ha tanto dato faccia parte ormai del passato.

4) Come l'incravattato figuro della CdO che simulò malamente interesse e gentilezza, per poi ricordarsi di me solo quando gli dissero che avevo finalmente trovato lavoro. Uno dei tanti che di ciellino aveva solo l'etichetta.

5) La presentazione di un libro, la lettura pubblica di poesie, una lezione di filosofia... ogni volta era una scoperta, ogni volta era buon cibo per l'anima, ogni volta era occasione per approfondire sul serio questioni di fede. L'incontro col movimento, quell'umanità nuova, era continuamente sostenuto da quel cibo. E lo dice uno che non ha mai inteso la scuola di comunità come una sorta di liturgia.

6) Carrón è notoriamente permaloso per cui è davvero arduo fargli notare certe cose. Il che non sarebbe un gran problema, se non ci fossero stati diversi episodi in cui il legittimo desiderio di infilare "qualcuno del movimento in tal posizione" sia degenerato in una combinazione di interessati applausi e furbe spintarelle per l'aristocratico ciellino di turno (il sottoscritto, non avendo il nobile pedigree da ciellino d'allevamento, quando aveva bisogno di aiuto ha ottenuto dai capi e capetti solo indifferenza, porte chiuse, e addirittura la scusa che non possiamo sempre aiutare solo i nostri; quando hai una guida e una dimora dell'io trovi la forza di non pensarci, ma quando la dimora e la guida vengono meno, cominci a ricordare sbalordito e a chiederti come hai fatto a non prenderli a pedate seduta stante).

7) Scene da soviet ciellino: mi forniscono un'informazione abbastanza generica con preghiera di pubblicazione, e dopo qualche settimana mi chiedono di toglierla subito dal blog perché il Memor che aveva parlato teme di essere riconosciuto e di subire nuove persecuzioni per aver detto ciò che nelle case dei Memores si sa ma non si può dire.

8) Dovrei aggiungere anche che non ispira più, quantomeno per il curioso sondaggio allegato all'invito per gli Esercizi: «se in merito al tema "che cosa regge l'urto del tempo?" vuoi mandare un tuo contributo...».

9) O con un gratuito «e anche per questo non insistiamo sulla quantità» che essendo clericalismo va letto al contrario: «insistiamo sulla quantità».

10) Certe notizie addolorano, ma fin dagli inizi del nuovo corso dovevamo aspettarcelo. E il veder sbattere Formigoni in galera darà ulteriore lustro a chi nel movimento non vede l'ora di omologarsi al Potere.

martedì 21 agosto 2018

La ricentratura che non era necessaria

I carroniani dicono che le critiche a Carrón sarebbero mosse da chi critica anche e soprattutto Bergoglio. Con l'autoapplaudente e autocompiaciuto sottinteso che ciò sarebbe prova della loro sequela al successore di Pietro.

In realtà Pietro può sbagliare. Può avere "timore dei circoncisi".[1] Può addirittura rinnegare il Signore.[2] Nel seguire Pietro ci sono momenti in cui occorre solo tacere e pregare,[3] perché la fedeltà non consiste in una claque.[4] Non siamo le risate preregistrate da aggiungere nelle tracce audio di quei programmi televisivi che non fanno ridere.[5]

Era facile proclamarsi fedeli al Papa che aveva detto a don Giussani "non capisco ma vedo i frutti, vada avanti, è la strada buona". Fu ancora più facile con Wojtyla: "non una strada, ma la strada". Fu una festa con Ratzinger.

Poi arrivò "il Papa buonasera" e la musica è cambiata radicalmente. Il movimento di Comunione e Liberazione è all'improvviso dichiarato "autoreferenziale". Ci si arrabbatta per fare una "ricentratura"[6] del movimento, non a causa di una sua sbandata o di una crisi interna, ma perché i piani alti hanno deciso che ci troviamo sugli spalti dello stadio e che la squadra di casa va entusiasticamente applaudita e incoraggiata anche in caso di auto-goal o di sciopero. Era proprio questa l'eredità del Giuss?[7]

Fu esattamente quel "buonasera" l'ultimo momento utile per imparare a tacere e pregare.[8] Fu anche l'inequivocabile indicatore di cosa sarebbe successo dopo al movimento.[9] Dopo una vita intera passata a deridere certo progressismo umanitarista da sagrestia, improvvisamente ci viene chiesto di professarlo.[10] Dopo una vita intera passata a deridere gli ecclesiastici che infilavano a forza parole giussaniane a caso nelle proprie omelie per captare la nostra benevolenza, ora ci arriva la rilettura bergogliesca del Gius con obbligo di plausi.[11] Alla luce di ciò che il movimento mi ha dato in passato, ho davvero bisogno di certe novità?


1) Galati 2,11ss.

2) O anche soltanto "fuggire di fronte ai lupi".

3) Puoi seguire acriticamente solo un santo (ma è raro ricevere una grazia di tal genere). Puoi seguire chi riconosci come padre anche quando non lo capisci, ma non ha senso seguire spegnendo il cervello. Puoi voler consacrare la tua vita a Cristo, ma non ha senso entrare nei Memores se "Cristo" ti viene ultimamente ridotto alle solite astruserie (apertura all'altro, cambiamenti radicali senza precedenti, ponti anziché muri, mondo più abitabile ed ecocompatibile...).

4) Nel sentirsi riconosciuto come figlio, uno cambia. Può cambiare per gratitudine o per doverismo. Nel primo caso il cambiamento sarà indolore, sarà un giogo dolce e un carico leggero. Quando sei riconosciuto come figlio da chi riconosci come vero padre la sequela non implica grandi sforzi, perché Cristo c'entra. Nel secondo caso ugualmente la descrivi come attrattiva ma finisci presto per aver bisogno di vendere chiacchiere a coloro che non ottemperano agli obblighi che ti sei auto-inflitto.

5) Significherebbe infatti che l'io non c'entra più niente, e che il movimento è solo un discorso sul movimento. La piaga dei giussanologi, esperti del pelo del singolo pelo del leone ma incapaci di riconoscere il leone intero, consiste nel fatto che esalano continuamente paroloni ciellini ma senza più quel retrogusto di verità di fede che calamitava guai di ogni genere, dalle persecuzioni amministrative alle molotov. Per passare dall'ingenua baldanza al podio da giussanologo è spesso sufficiente cercarsi un po' di plauso dal mondo o dai capetti delle chiese locali. Oppure di confondere la figura del capo della Chiesa con l'emettitore della moda del momento a cui adeguarsi allo scopo di incassare un po' di plauso dal mondo ed un'etichetta "cattolico" da una platea immaginaria.

6) «La storia del movimento è storia di svolte, di riprese, di ricentrature»: per la sua natura stessa di movimento ha infatti sempre attratto sensibilità di ogni genere, al punto da rendere talvolta necessaria qualche ricentratura. Ma una ricentratura è possibile solo se c'è una guida che ha sempre visto bene il vero centro. Altrimenti è solo un andare alla deriva aggrappandosi alla moda del momento. Abbiamo incontrato una compagnia, non una compagnoneria: per questo diciamo volti concreti, perché c'entra la verità, altrimenti la fede sarebbe stata solo un passatempo religioso zeppo di tautologie e il movimento un'associazione di auto-aiuto con volenterosi volontari del sorriso.

7) Sono convinto che il Giuss era disponibile ad azzerare immediatamente il movimento, se avesse riconosciuto ciò come volontà del Papa. Ma è esattamente questo il motivo per cui, di fronte alle circostanze attuali, posso dire che il movimento in cui mi sono imbattuto non è lo stesso di oggi. Confondere la sequela col fungere da claque è stato l'effetto Chernobyl deliberatamente applicato al movimento. Ciò che non mi cambia non mi serve. Affannarsi a spiegare che Carrón è stato scelto da Giussani stesso è solo un modo per insinuare che il primo può reinterpretare il secondo, può trasformare il movimento sostituendo ciò che ci aveva dato beneficio con qualche astruseria temporaneamente di moda: «il visconte Cobram era quello della corsa ciclistica». Affermare che Bergoglio, seppur con sensibilità diversa, proseguirebbe la linea di Woytjla o addirittura di Ratzinger, nonostante gli sforzi di quest'ultimo, è -diciamocelo onestamente- un patetico vender chiacchiere. Noi abbiamo bisogno di essere confermati nella fede.

8) Tutto questo gonfiarsi nel parlare di "Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti", di fumose sfide "lanciate" e poi fumosamente "raccolte", di "non occupare spazi ma avviare processi"... In passato il gergo ciellino era stato criticato perché complesso, mai perché fumoso. Ora invece, con l'obbligo di ostentarsi papisti, seguono automaticamente le prediche astruse.

9) Mi scrivono: «il vostro amico Vittadini ha detto che...» Ho laconicamente risposto che in tal caso non è più mio amico. Le unioni civili, un «compromesso accettabile»? Un «altro tipo di famiglia»? Deve aver fumato roba potente, complimenti allo spacciatore. In assenza di rettifiche del Vitta al Corriere, si spera che il suo deretano resti sempre a distanza di sicurezza dalla gittata delle mie pedate. (Chissà come mai in epoca pre-bergogliana non avevo mai avuto motivi per parlare così del Vitta).

10) Quanto ci vorrà affinché nel gergo ciellino "ideale" venga sostituito da "sogno"? Lo chiedo senza alcuna ironia. Farsi beffe di certo opprimente clericalismo era uno dei modi per ricordare a noi stessi ciò che di grande avevamo incontrato (e che non richiedeva fumosi paroloni).

11) Mi ricorda una scenetta di Arcipelago GULag. Mi ricorda anche che le peggiori stangate le abbiamo avute da quegli ecclesiastici dei quali ci si affannava a dire che "hanno letto don Giussani, apprezzano il movimento, ci chiamano, ci approvano, ci apprezzano". Abbiamo davvero tanto disperato bisogno, come movimento, di rincorrere a perdifiato plausi e simpatie?

domenica 29 luglio 2018

Riaccadere della scontatezza

È dalla notte dei tempi[1] che ogni incontro del movimento viene introdotto da qualche canto, da una preghiera, e dalla messa in guardia contro il viverlo con una sorta di scontatezza. In altre parole, contro la riduzione del movimento ad una serie di contenuti, ossia un discorso preconfezionato. Quella dev'essere proprio la tentazione interna che ha accompagnato il movimento fin dagli inizi. Era naturale che le persone ostili al movimento tentassero di inscatolarne i contenuti,[2] poiché dispiaceva loro profondamente che il riproporre delle elementari verità di fede avesse come conseguenza il far nascere un popolo. Ed in fondo in fondo era ovvio anche che i tipici ciellini imborghesiti e dalla pancia piena amassero strologare lambiccandosi lungamente in complesse e fumose spiegazioni di questioni chiare e semplici.

Al termine scontatezza, in quelle introduzioni, segue immancabilmente il termine riaccadere: nobile scopo, quello di connettere il motivo per cui volontariamente abbiamo scelto, chiesto, faticato, sofferto per essere anche lì, con la nostra stessa presenza fisica lì. Ma può funzionare solo per chi riconosce degli amici - in senso pieno, in senso di guida, poiché l'obbedienza è una forma di amicizia, e avvertire l'urgenza di ubbidire ad uno significa già seguirlo e averlo seguìto, significa considerarlo più di un vero grande amico, da tempo, cioè significa che c'è una storia.[3]

Perciò, nel dolore di accorgersi di qualcosa che incrina le fondamenta di quella storia, di quel riaccadere,[4] uno si rende conto di essere andato all'assemblea o alla ripresa di scuola di comunità per mero doverismo. Sì, magari anche per la sete di scoprire nuovi motivi per guardare avanti, ma quella del percepirsi come strumenti utilizzati per un'agenda che non ci interessa è una ferita che difficilmente si rimargina, è una domanda straziante sul "cosa sono venuto a fare qui".[5] L'ubbidienza è sì una forma di amicizia, ma esige inequivocabilmente che tale amicizia sia vissuta anche dall'altra parte. Puoi essere ignorato e messo ai margini per una vita intera e ancora legittimamente provare un senso di profonda gratitudine e un desiderio di ubbidienza che non viene scalfito neppure dai momentacci e dagli scandali. Ma quando scopri che per il soggetto che avevi sempre desiderato seguire sei stato non più che una delle tante anonime pedine su una scacchiera - cioè che la tanto pubblicizzata paternità non c'era mai stata -, la tua vita inevitabilmente cambia.[6]

Ricordo in un numero di Tracce un universitario che raccontava di avere una grandissima stima per un suo docente, un uomo serio, di scienza, un padre... al punto da imitarne il modo di vestire, di parlare, addirittura far proprio un suo tic. Lo invita alla scuola di comunità e dà il massimo di sé, desiderando condividere quel tesoro con lui. Invece il prof, stufo, commenta seccamente: mah, tutte cose già sentite. Va via senza aggiungere altro. L'universitario, addolorato e sconfitto, riassume: in quel momento ho perso un amico e ho perso un tic. Ecco, per me è stato lo stesso. Ho perso un amico, a cui fino a quel momento era stato un piacere ubbidire, e ho perso un tic - il tic del portafoglio, quello di svenarmi senza sosta per qualsiasi opera connessa al movimento.

La mia vita è cambiata lì, nei momenti in cui mi sono sentito una pedina intesa solo a gonfiare qualche statistica e nei momenti in cui dei cari amici sono stati ingiustamente calpestati da quello che in teoria era il nostro comune migliore amico.[7] Ciò che fino ad allora avevo ritenuto un errore di metodo - il distinguere tra la vera eredità di don Giussani e il movimento così com'è oggi - mi si è improvvisamente rivelato fondato e ragionevole. Nulla ha intaccato quel che ho vissuto in precedenza attraverso il movimento (cioè attraverso persone concrete e situazioni concrete), ma non riesco più a togliermi dagli occhi e dalle orecchie ciò che è stato drammaticamente spiacevole vedere e sentire. In queste stesse pagine prendevo in giro, fino a pochi anni fa, coloro che accusavano lo stesso problema: alla fine mi sono riscoperto a condividere ciò che dicevano e proprio a causa di quei mali che avevo io stesso diagnosticato - la sempre più massiccia presenza di "cielloti" imborghesiti iperattivi e "giussanologi" altrettanto imborghesiti.[8] Imborghesiti, cioè non solo estranei ad ogni persecuzione, ma addirittura applauditi nei consessi parrocchiali e diocesani, segno evidente di normalizzazione ben riuscita.[9]

Quando dunque in assemblea l'introduzione comincia col respingere ufficialmente la "scontatezza", dentro di me li sfido a dimostrarmi che fanno sul serio; quando in pompa magna proclamano un "riaccadere", dentro di me chiedo loro buone ragioni per l'uso di quel verbo,[10] quelle buone ragioni per cui un gruppetto di Fraternità nasce spontaneamente, non per meri motivi organizzativi o volontaristici, nasce per necessità vitale, non per passatempo religioso, nasce come una sequela, un'obbedienza, non per mettere nel proprio medagliere mentale un'altra decorazione. E dunque, di fronte a quella che considero una contraddizione non accidentale, quella del grande amico che calpesta i miei grandi amici, quella fastidiosa percezione di trovarmi di fronte a prediche preconfezionate introdotte meccanicamente coi termini "scontatezza" e "riaccadere", a lungo andare finisco anch'io per considerare gli incontri del movimento come qualcosa a cui partecipare "solo se ho tempo", avvicinandomi al diventare il tipico ciellino non praticante finché l'attuale gran capo non verrà sostituito da qualcuno che davvero ha a cuore la mia felicità. Ho bisogno che quel "riaccadere" sia molto più che uno dei classici paroloni del gergo ciellino. Ho bisogno di ritrovarmi sorpreso come negli anni passati, quando potevo ragionevolmente dirmi "non era affatto scontato", al punto da non resistere al volerne mettere a parte parenti, amici e colleghi e persino il parroco, pur sapendolo ostile a prescindere.[11]

È con un pizzico di diffidenza e di sfida che incrocio i volti di coloro che pensavo condividessero con me qualcosa di grande. Se prima tentavo di giustificarli pensandoli incapaci di esprimersi o di andare più in profondità, ora li noto come appartenenti ad un club perfettamente vaccinati contro gli ideali ufficiali del club stesso. Se prima potevo parlare di cielloti e giussanologi riuscendo ad associare a quelle due categorie volti tutto sommato lontani, ora, nello struggimento, non posso più ignorare che il movimento che ho incontrato è stato minato da giussanologi dei piani alti. È come uno che dopo la prova evidente del "tradimento della moglie", anche perdonandola di tutto cuore non riesce più a cancellarsi dalla testa l'idea che "non doveva" farlo e che in futuro potrebbe farlo "di più".[12] Ci vuole una vita intera per guadagnarsi una reputazione, ci vuole un attimo per distruggerla. Quando il gruppo di Fraternità scade nel formalismo, quando diventa stancante, non vale più la pena seguirlo - e gli alti richiami allo sforzarsi cominciano a puzzare di moralismo e di doverismo. Don Giussani ci ha insegnato che se la scuola di comunità non ti cambia è inutile. E un ammasso di eleganti discorsi non ti cambia.[13]


1) Odio scrivere tanto - dopotutto nessuno gradisce leggere pagine più lunghe di due o tre paragrafi - ma certe affermazioni inusuali richiedono spiegazioni inusualmente lunghe. La pigrizia mentale di chi legge non può essere sconfitta, ma può almeno trovare qualche riga più giù quel paio di precisazioni necessarie a comprendere più esattamente le ragioni e il contesto. In questa pagina intendo spiegare come è stata scalfita la mia affezione al movimento di oggi (che non somiglia più a quello di ieri) e perché non si tratta di una lamentela dettata da qualche altro tipo di disagio. Vaste programme, per dirla alla De Gaulle. Per cui, come nelle precedenti e future pagine, proverò a indurre il lettore a mettersi nei miei panni.

2) Tutti gli ecclesiastici che invitiamo a presiedere, pateticamente infilano qualche espressione di don Giussani nelle loro noiose omelie per pepare il discorsino e calamitare automaticamente un po' di plauso.

3) La mia storia, i miei amici, la loro fede, tutto convergeva. Ci era facile e addirittura percepito come indispensabile il riconoscere l'appartenenza al movimento. Avevamo un criterio, un metodo, avevamo un padre, avevamo qualcuno che con tutti i suoi possibili limiti (dei quali non ce ne importava pressoché nulla) era lì a capo e a vivere le nostre stesse urgenze. Avevamo una dimora ed era quantomeno un piacere spendersi senza sosta per sostenerla. La cosa peggiore che ci potesse accadere, l'inimmaginabile sventura, sarebbe stata lo scoprire che quella non era più la nostra dimora ma solo un contenitore.

4) Ci siamo sempre detti di aver incontrato Cristo attraverso il movimento, attraverso volti concreti. Cosa che resta vera anche se qualcuno se ne andasse poi per una diversa strada, dopo essere stato più o meno involontariamente strumento di grazia in una storia molto più grande di quel che ha mai potuto immaginare. Ma quando qualcuno di quei volti concreti viene calpestato da capi e capetti del movimento, qualche domanda uno se la pone. E se pure novantanove volte su cento capi e capetti avevano ragione, quell'un per cento di casi ti ricorda che la loro autorità non è affatto infallibile. Cioè che l'esser capo non significa esser santo - significa solo essere uno dei tanti strumenti che, spesso loro malgrado o a loro insaputa, possono essere eco di Cristo. Cioè che nel momento in cui ti dicono di metterti in gioco, hanno il dovere di essere loro stessi a mettersi in gioco per primi più di quanto non stiano già chiedendo a te. Altrimenti l'autorità degrada in autoritarismo, le indicazioni di ubbidienza diventano un ricatto morale sotto mentite spoglie, la tua appartenenza viene misurata in quanto tempo e soldi davi prima e dai oggi... e cominci a dubitare che loro appartengano a quel movimento in cui imbattendoti hai scoperto Cristo. Quando la loro foga è nel blaterare astruserie tipo "non bisogna Occupare Spazi ma Avviare Processi" per sembrare papisti, o "Grandi Cambiamenti Radicali Senza Precedenti" come un Ciotti qualsiasi, qualche dubbio ti viene. Quando la fedeltà a Pietro comincia ad avere l'aspetto di un'adulazione, quando il fondo comune viene nominato come se fosse una tassa di appartenenza, quando i tuoi amici vengono calpestati, cominci a chiederti sul serio dove è andato a nascondersi quel movimento che ha costruito la tua fede.

5) I nobiluomini del movimento hanno spesso come unica risposta quella più evasiva: "continua a venire, verifica tu stesso, chiediti cosa ti sta dicendo Cristo con tutto questo". Cioè per pigrizia non mettono in campo il tesoro che proclamano di avere, scaricando sull'accusato l'onere della prova (non diversamente da un kapò del Gulag che ti rimprovera di non saper lavorare). E guai a farlo notare loro.

6) Quando il capocasa è un emerito coglione, tu offri a Gesù, preghi, sopporti, pazienti, offri, offri, offri, ma per quanto puoi sforzarti di offrire e per quanto ti sforzi di "pensare positivo", prima o poi il vaso si riempie e arriva la goccia che lo fa traboccare (dopotutto i miracoli non sono mai automaticamente garantiti). E quindi quando nelle statistiche dicono che uno "ha lasciato la casa", c'è una buona probabilità che il problema non riguardi la sua vocazione ma solo la coglionaggine del capocasa che ha dimenticato (o forse mai saputo) che l'ubbidienza non è una dinamica unidirezionale. Sto parlando di coglionaggine reale, non immaginaria, non "reinterpretabile" - e che non è certo inviata da Dio. È uno squallido moralismo, a quel punto, rinfacciare al poveraccio: "devi fare un cammino, devi sforzarti di capire, devi mettere il Mistero davanti a questa tua fatica, devi, devi, devi..." Quel che doveva capire l'ha già capito (al punto che è traboccato il vaso), e ad uno con l'emicrania serve un'aspirina, non un discorsino sul capire l'emicrania per metterla "davanti al Mistero" (in nome della santa carità cristiana, per l'emicrania serve una cazzo di aspirina, non l'ennesima predica del cazzo). Ora, questa stessa dinamica del padre che rinuncia ad essere tale perché ha una diversa agenda, immaginatela in qualsiasi altro contesto - nel grande come nel piccolo, ecclesiale o laico.

7) Un'obbedienza sgradita o un colpo di freni a qualcosa che era buono non cambiano il contesto che don Giussani definiva dicendo che chi non ubbidisce sta comunque togliendo qualcosa dal rapporto. Ma quel contesto presumeva che in ultima analisi chi "comanda" non ha trasformato in pedina chi "obbedisce", cioè non ha declassato quell'amicizia ad un privilegio da aristocratico alla corte del re Sole. Disporre dell'ubbidienza di altri è una responsabilità enorme: basta dimenticarlo per un attimo per provocare danni irreparabili e per far pensare che chi ti ammannisce il fervorino "offri tutto a Gesù" stia difendendo la miserabile piccineria del capo o capetto di turno. L'ubbidienza è una forma di amicizia che non può essere unidirezionale.

8) Uno dei grandi equivoci - dall'esterno come dall'interno - è stato il considerare il movimento poco più che un gruppo di auto-aiuto, un club di amiconi sorridenti farcito con le espressioni tipiche del don Giussani, un movimento ecclesiale indistinguibile dagli altri (nel contesto della strategia wojtyłiana di istituzionalizzazione dei movimenti).

9) C'è un solido motivo per cui l'archeologia ciellina - le fatiche dei primi anni del movimento, i primi drammatici episodi di cronaca, gli anni di Litterae Communionis divenuta poi Tracce, l'essere costantemente attaccati dalla stampa, perseguitati o almeno ossessivamente ostacolati da parroci e vescovi a suon di burocrazie, diffidenze, esasperati tentativi di normalizzazione - ha un irresistibile fascino anche per il giovanissimo che vi si cimenta per la prima volta. La cosa peggiore che potesse capitare al movimento è stata il lasciarsi docilmente ridurre ad una delle tante etichette nella bacheca diocesana, etichetta indistinguibile dalle altre. Cioè il lasciare che l'istituzionalizzazione divenisse in fin dei conti sterilizzazione e normalizzazione dietro il paravento di una presunta "ubbidienza", comodo alibi dei collaborazionisti pilatescamente bramosi di conservare il proprio piccin privilegio e di lavarsene le mani.

10) "Dentro di me" perché ormai nelle scuole di comunità le difficoltà che si possono discutere sono solo quelle eteree e fumose, quelle che hanno risposte generiche preconfezionate. Le difficoltà reali, quelle che richiedono uno sguardo leale, virile, onesto, provocano sarcasmi, occhiatine di sufficienza, "ma dai, su, ma dai..." detti o accennati, sollevano tutti i possibili velati sinonimi di "non hai capito niente" e di "sei il solito lamentoso" (segno inequivocabile di una SdC ridotta ad un "parlarsi addosso", ad un esercizio di retorica dei membri del club dell'alce). Ho sempre speranza di trasmettere ciò che penso senza dover usare parole ufficiosamente vietate.

11) La tentazione del lamentarsi e del dirsi "non sono più parte di questa storia" nasce tipicamente dall'equivoco dell'immaginare che il movimento, in quanto tale, debba fare e dire certe cose anziché certe altre. Ciò di cui parlo, la ferita dolorosa che ho dentro, non riguarda discorsi e attività, ma l'incontestabile riduzione del movimento (operata dall'alto) ad una struttura da "monetizzare" in senso politico ed economico (per di più in tempi di insignificanza politica e di crisi economica, cioè dimenticando che è stata la fede a produrre imprevisti risultati "politici" e dimenticando che è stata la fede a produrre impreviste generosità in materie "economiche"). Il ricordare che "Cristo c'entra con tutto, anche con la matematica" diventa una sterile predica se proviene dalla bocca di chi ha mostrato di aver a cuore più il foglio Excel delle proprie statistiche che Cristo stesso. Tant'è che quando a tradire fu Pietro, non potendo mai bastare neppure il suo più eclatante e sincero pentimento, ci volle l'intervento personale del Risorto per convincere gli Apostoli a dargli nuovamente fiducia come capo.

12) Non escludo di poter cambiare radicalmente idea in futuro. È lo stato attuale delle cose che non va bene. Non va bene perché contraddice ciò che ho incontrato - cioè non è ciò che ho incontrato. Perciò resto in attesa che una diversa guida (non solo in senso di uomini) mandi in soffitta quella attuale.

13) L'espressione "per imparare a dire Tu a Cristo" suona molto diversamente se detta da uno per cui sei solo una pedina. E che all'assemblea dello scorso 6 giugno, nel parlare del fondo comune, ha avuto l'improntitudine di accennare in questi termini alla quantità versata: «sappiamo bene che siete alle prese con lavori a volte molto precari, e anche per questo non insistiamo sulla quantità». Il sottoscritto, precario da una vita intera, è fiero di aver versato con gratitudine (peraltro ricevendone il "centuplo" ancor oggi). Ma questo aristocratico favore del non "insistere" sulla quantità suona piuttosto male. Era proprio necessario aggiungere quell'inciso? Se sì, significa che ai piani alti il fondo comune non è più visto come un dono tanto inatteso quanto gradito, non è più considerato l'imprevisto e generoso frutto della gratitudine di chi ha aderito alla Fraternità, ma come una specie di tassa di appartenenza: "orsù, sforzatevi di dare un po' di più, almeno chi non è precario: qua abbiamo un sacco di spese, ci servono più soldi!". Non è il genere di espressioni che si poteva udire da don Giussani.