mercoledì 9 luglio 2014

La vera catastrofe è la reazione

Anni fa, al campeggio, invece delle solite storiette di fantasmi discutemmo su come sopravvivere ad una catastrofe. Un banale guasto dell'ascensore dell'edificio dove abitano i miei nonni, protrattosi per quattro giorni, a suo tempo mi aveva all'improvviso riacceso l'interesse su certi argomenti. Nell'allegra ma istruttiva chiacchierata mi sentii in necessità di riportare la discussione dal quantitativo (per quanti giorni si può superare un determinato problema) al qualitativo (cos'è che oggi diamo talmente per scontato che cambierebbe tutto se all'improvviso cominciasse a scarseggiare).

Il primo caso da considerare è quello della cicala e della formica. Nel caso di una breve emergenza, orde di cicale guidate pressoché esclusivamente da una paura irrazionale, si getterebbero - con raziocinio inversamente proporzionale alla foga - sulle riserve accumulate delle formiche.

In parole povere, quasi nessuno è preparato mentalmente oltre che materialmente ad una breve emergenza: figurarsi una catastrofe. C'è una solida diffusissima certezza dogmatica che elettricità, acqua, internet e supermercati siano sempre efficienti e disponibili. Eppure bastano poche ore di black-out per scatenare l'apocalisse.[1]

Il secondo caso da considerare è che un semplice senso di umanità porta la formica a condividere quello che ha con le cicale (presumendo che non siano tali per arroganza ma per incapacità), a costo della propria stessa sopravvivenza.

La popolazione di cicale, ad essere davvero onesti, è enorme. E le formiche si troverebbero tutte indistintamente con problemi morali: chi aiutare, chi ascoltare, e come fare per non ergersi a giudice supremo delle disgrazie altrui? A questo si aggiunge il bruciante dramma di trovarsi a cambiare morale più volte: dopo aver fermamente deciso di aiutare, ritrovarsi a desiderare di essere molto più severi e selettivi, o viceversa.

Il terzo caso da considerare è che in caso di catastrofe occorre assicurare non solo il cibo per il corpo ma anche quello per l'anima, e non sto parlando solo di qualcosa di spirituale ma anche di ciò che oggi è universalmente percepito come essenziale alla propria dignità. Se non ci pensiamo un attimo, non ci rendiamo conto di quanto siano essenziali beni di consumo come carta igienica, sapone, lamette da barba, pettini...

Un'immagine che mi ha segnato anni fa è quella delle Memores nelle favelas brasiliane che tra le attività caritative fecero anche quella di parrucchiera. Una donna ottantenne, commossa, le ringraziava: “in vita mia non sono mai stata da una parrucchiera”. Cioè per quelle Memores un'attività apparentemente relativa alla vanità, era stata invece un modo per restituire una dignità a quella donna che apparentemente le era stata negata per una vita intera.

Il quarto caso da considerare è che la società semplicemente non è pronta neppure per i piccoli problemi. Un anziano malato che fa grossa fatica a deambulare, è un problema serio anche se abita al primo piano, figurarsi più persone in quelle condizioni che abitano ai piani superiori e per quattro giorni l'ascensore dà forfait. Amici, parenti e badanti possono essere una soluzione tampone. Ma cosa fare se qualche servizio essenziale (ascensore, fogne, acqua corrente) si protraesse?

C'è di comico il fatto che Hollywood instancabilmente ci racconta storie a lieto fine su catastrofi di ogni genere, sortendo però l'effetto opposto: la banalizzazione.


1) Nel SoCali black-out del 2011 sopra citato si segnalavano scene surreali tra cui questa: con un generatore a gasolio un tizio riesce ad accendere il televisore in cortile, si raduna una folla di persone in crisi d'astinenza da entertainment e subito comincia la rissa su quale programma vedere. È sera, il black-out era cominciato da appena sei ore (sarebbe durato solo altre cinque o sei), e già si arriva alle mani per decidere quale intrattenimento vada onorato.

martedì 24 giugno 2014

Cristiani e Puffi

L'allarme sulla fissazione del voler “curare il tumore con l'aspirina” è solo una delle conseguenze dell'imborghesimento del mondo cattolico e perciò - ahinoi! - anche del movimento di CL. È come se in questi ultimi anni - e specialmente dall'abdicazione di Benedetto XVI - tutte le cose buone per cui abbiamo sempre lottato si stiano lentamente e pacificamente diluendo. Comincio a diventare alquanto diffidente quando sento nominare Cristo. Il che mi tiene sveglio in quest'abbiocco generale, e mi fa notare che sui miei stessi peccati faccio fatica a interrogarmi come un tempo: evidentemente il virus sta aggredendo anche me.

In particolare mi rendo conto della sempre più urgente necessità della preghiera a san Michele Arcangelo. Uno dei tanti indizi è il proliferare di vignette e immagini blasfeme proprio ora che quasi nessuno se ne preoccupa più (oppure, come quella diocesi brasiliana, ci si limita a “monetizzarle”). Quanto più la blasfemia è gratuita - e dunque immotivata - tanto più c'è da allarmarsi su certi discorsi del “ben altro, ben altro”, quel benaltrismo de' noantri tutto concentrato a guardarsi l'ombelico che troneggia sul sazio ventre.

Bisogna oggi diffidare da chi nomina Cristo: in 999 casi su 1000 sta parlando a vanvera, sta solo traslando “cristianamente” il discorso dei Puffi (quello in cui “puffiamo una cosa puffosa puffosa che si puffa puffando”). Ormai sono cinquant'anni che il mondo cattolico avanza a suon di buzzwords, di parole eleganti preconfezionate (e che dopo qualche mese pacificamente passano di moda), una moda sopravvissuta perfino alla rivoluzione sessantottina. Occorre diffidare da chi oggi nomina Cristo, perché quasi certamente Lo sta riducendo ad un discorso su Cristo, ad un'etichetta elegante per la propria tolleranza all'imborghesimento.

Sono troppi, ormai, gli ambienti ecclesiali a cui non si può augurare altro che una sana, brutale, accanita persecuzione purificatoria. Spesso perfino a quei bravi cristiani, laici e sopratutto chierici, che pur con un cuore d'oro e una grande intelligenza subiscono passivamente la devastazione conformista così rapidamente avanzata. Dopotutto basta nominare “Cristo”, la parola magica che certifica tutti i discorsi e che annichilisce i non allineati: sei polemico, dunque sei contro Cristo, hai da ridire, dunque sei contro Cristo, ti lamenti, dunque sei contro Cristo, non hai applaudito al messaggio del presidente di fine anno, dunque sei contro Cristo, stai a guardare quelle cosucce quando i problemi sono “ben altri”, dunque sei contro Cristo...

Di fronte a questi imborghesiti - fossero anche capi e capetti del movimento - probabilmente l'unica risposta è la preghiera a san Michele Arcangelo, perché ricacci nell'inferno i demoni che stanno dedicando un'infinità di sforzi per istigare le anime a ridurre Cristo ad un discorso su Cristo.

venerdì 6 giugno 2014

Si alza il vento

Un film da vedere: Si alza il vento (風立ちぬ - Kaze tachinu). È la storia - alquanto romanzata - di Jirō Horikoshi, ingegnere inventore del Mitsubishi A5M e successivamente dell'A6M “Zero” (il miglior aereo da caccia del mondo dei primi anni della seconda guerra mondiale).

Siamo già abituati agli altri film di Miyazaki - profondi, toccanti, commoventi, intelligenti - ma questo li supera tutti. È la storia di una passione di tutta una vita, la passione per il volo. Jirō non potrà mai essere pilota per problemi alla vista, ma quando gli appare in sogno il conte Gianni Caproni (l'ingegnere aeronautico italiano) che gli mostra il suo Ca.60 Transaereo, capisce che se proprio non potrà pilotare un aereo può pur sempre progettare “l'aereo più bello del mondo”.

Siamo in Giappone negli anni Trenta e sappiamo cosa comporterà la passione di Jirō: ma è proprio su questo aspetto che il film sfida gli spettatori con domande spinose: davvero l'arte per l'arte, la scienza per la scienza? Davvero sarebbe sempre giusto il seguire la propria onesta passione? È meglio un mondo con le belle ma inutili piramidi, o senza piramidi? Chi ha frettolosamente etichettato come “militaristico” il film, ha rifiutato quelle domande, come se si fosse limitato a leggere un asettico riassunto della trama piuttosto che seguire il film immedesimandosi nei protagonisti, come se sulle scene avesse premuto l'avanti-veloce per andare al sodo.

È senza dubbio un capolavoro, ma come al solito il doppiaggio è ciò che rovina il film: andrebbe seguito in lingua originale e sottotitoli. Per la voce del protagonista Miyazaki ha infatti scelto di proposito un non professionista, con un timbro anodino, una voce nasale poco espressiva, una voce da studioso felice di essere concentrato solo sul proprio progetto. I dialoghi sono espressivi più per quello che si vede che per ciò che si sente. Un capolavoro da gustare e che alla fine lascia non solo emozioni, ma una raffica di domande spinose e oneste.

lunedì 26 maggio 2014

Il posto segreto dei funghi segreti

Fino a non molti anni fa il nonno andava per funghi e ne portava quanto basta per un paio di cene. I segreti non durano a lungo e perciò un bel giorno la moglie di un vicino di casa cominciò la procedura di avvicinamento e convincimento: voleva che suo marito e mio nonno andassero insieme per funghi. La nonna fu gentile ma irremovibile: ne parlino tra di loro, io non c'entro. Dopo parecchi mesi di alti e bassi, la “procedura” si rivelò inapplicabile (zero risultati) e per dispetto i due vicini tolsero perfino il saluto, gratificando i nonni di maldicenze trasversali e tentativi di molestie che avevano dell'infantile.

Se la nonna era stata irremovibile, il nonno lo era anche di più. Pochi anni prima un altro posto segreto di certi bei funghi era stato saccheggiato e devastato da uno che aveva ripetutamente promesso di prenderne solo per uso personale e invece li portava al mercatino rionale al negozio del suocero. E siccome il suocero ci guadagnava facilmente, il baldo giovanotto in breve tempo spazzolò via tutto - e non certo con l'attenzione di chi vuole raccoglierne anche nel futuro. Fatto sta che il nonno ci rimase malissimo ed entrò di diritto nel club dei “so dove trovarli ma porterò il segreto fin nella tomba”.

Nel primo caso c'è stata la dinamica del “vedo dunque voglio”. È un atteggiamento impropriamente chiamato infantile, visto che l'intera industria pubblicitaria vi poggia su. Non è necessario vedere coi sensi: è sufficiente l'impressione, è sufficiente lo stimolo per sognare. Basta che baleni l'idea, e la naturale propensione all'avidità farà il resto. Nel secondo caso c'è descritta la dinamica della tragedia dei beni comuni: cioè il trarre benefici senza sostenerne i costi, stimola l'avidità e la devastazione generale a danno di tutti. La tragedia dei commons è solo il naturale risultato dell'inclinazione al male.

martedì 22 aprile 2014

Inutile chiamarli "i grigi"

Dopo l'ennesimo filmetto ufologico-thriller (a suon di “grigi”, “insettoidi” e affini) ho consolidato la certezza che tutto il filone cinematografico degli “alieni segretamente fra noi” è semplicemente il maggior riconoscimento laicista dell'esistenza degli indemoniati. Gli alieni in questione infatti non sono mai chiaramente visibili, non hanno mai intenzioni propriamente benevole, rendono la vita un inferno, eccetera.

La questione degli indemoniati, specialmente all'interno della Chiesa, è spessissimo (e con una certa ossessione) derubricata a problemi psicologici, senza alcuno sforzo per approfondire almeno i singoli casi più eclatanti. Il triste risultato di tale miscredenza è la nascita di un non proprio virtuoso sottobosco di guaritori ed esorcisti fai-da-te, talvolta perfino in buona fede (e non solo per il fatto che lo scetticismo imposto per legge curiale partorisce sempre la creduloneria).

Eppure basta guardare qualche film recente sul tema ufo-thriller e sostituire gli “alieni” con le presenze demoniache. E riflettere su quanto abbondantemente Nostro Signore esorcizzò durante il suo ministero pubblico.

lunedì 31 marzo 2014

Piccole cose di tutti i giorni

Seminaristi e preti gareggiano ad esibire la pancia lardosa che deborda dalla camicia innestata nei pantaloni. Poi con quella voce stridula ed effeminata usano nelle omelie il termine desueto sfamare.

Per lunghi anni ho pregato perché i nonni superassero i problemi di salute che li affliggono. L'ho fatto perché sono affezionato e perché so che ogni attimo di vita in più è un dono. E quindi mi è particolarmente indigesto scoprire che passano il tempo a guardare la TV. Due nonni, due stanze, due televisori, due fastidiosissimi programmi televisivi che sembrano volersi sopraffare a vicenda in termini di pressione sonora e di banalità, per tutto il tempo in cui i nonni non sono impegnati a dormire.

Visto il film Die Welle. Lascia a desiderare, ma negli unici punti in cui è realistico (quando corrono ad imbrattare muri) parrebbe quasi un'apologia del peccato originale: date ai giovani un ideale senza guidarli (cioè senza educarli) e il risultato è totalmente scontato.

Scopro ancora una volta che mi si affezionano persone che non vedono l'ora di fuggire dalla propria famiglia.

Ho rabbrividito nel vedere lo striscione pubblicitario affisso sull'ingresso della parrocchia: Canta e cammina. Come se il popolo di Dio fosse un branco di Lemmings sul ponte del Titanic: orsù, fateli cantare. Sembrava un po' fare eco anche di una delle più cacofoniche canzoni di Claudio Chieffo, quella che ha ricordato a generazioni di ciellini che è bella la strada per chi cammina. Nel “cammina” ciellino c'era però una guida: una compagnia guidata al destino. Di questi tempi bui, invece, gli striscioni parrocchiali sembrano gridare un vuoto, sembrano indicare al branco di Lemmings di cantare e ballare sul ponte del Titanic: orsù, cantiamo, andiamo da qualche parte, purché ci si metta in moto, qualsiasi parte va bene, anzi, volete decidere voi?

Un libro si potrebbe dire “interessante” quando non riesci a smettere di leggerlo neppure per stanchezza.

Certi soggetti che ispirano antipatia sono in realtà semplicemente schiavi di una robusta invidia che provano vergogna a riconoscere. Vergogna perché pare assurdo invidiarti perché stai peggio di loro. Eppure sarebbe proprio questo un punto su cui spremere le meningi e cercare di capire qualcosa di più: perché mai dovresti invidiare qualcuno che sta messo molto peggio di te? Cosa c'è di così importante e “invisibile” da far arrovellare certa gente? Certa gente, incredibilmente, trova come scopo unico della propria vita quello di renderla fastidiosa e infelice ad altri.

lunedì 10 febbraio 2014

White House Down

L'idea che alla fine “i nostri eroi” sicuramente trionferanno è la riduzione laica della speranza cristiana della vita eterna ad una favoletta a lieto fine confezionata in formato commerciabile. La lotta tra il bene e il male viene ridotta ad un combattimento buoni-cattivi inscatolato in un contenitore sempre uguale: tipicamente quello cinematografico.

Il film-favoletta White House Down è l'ennesimo fastidiosissimo minestrone di amenità per bambine brontolone, miscelato a riposanti sparatorie con missili e bombe. Le imperfezioni della trama, della fotografia e degli attori sembrano addirittura pianificate per invitare lo spettatore a miscelare pezzi di realtà e di favole e a scegliere il cocktail che più gradisce. Quella scelta avviene nel momento in cui lo spettatore pensa: no, questo è impossibile, sì, questo invece è probabile: esattamente ciò che avviene all'ora dei pasti quando i telegiornali sembrano suggerirci di definire “ridicole” certe notizie e “allarmanti” certe altre. Ognuno si fabbrichi pure il suo sogno preferito sulla realtà, alimentandolo da stimoli teletrasmessi dalle centrali preposte allo scopo. Il film-favoletta che invita a costruirsi la propria realtà - cioè una qualsiasi edizione gradita al potere, ottenendo il risultato non con la forza bruta ma con un gradevole soft-power - è solo un fervorino nel mare magnum catechetico delle potenze di questo mondo.

Da un po' di decenni Hollywood promuove in modo assillante l'idea che il Santo Popolo Americano, pur coi suoi peccati e i suoi Giuda Iscariota, saprà sicuramente reagire ad un sorprendente attacco, un attacco “esterno” anche se interno. Che si tratti degli alieni o dei talebani, che si tratti di uno scienziato pazzo o dei nazisti, che si tratti di un supercriminale o degli zombie, quando avverrà qualcosa (non “se” avverrà, ma “quando”) il Santo Popolo Americano partorirà sempre il suo “eroe per caso” che prende decisioni istintivamente e perciò vince, che si innamora (mettendo a repentaglio il mondo intero a causa dei propri affetti) e perciò ugualmente vince, che nonostante tutte le avversità finisce per dimostrare sul campo di meritare fiducia e infine che per salvare gli USA e il mondo dalla inevitabile catastrofe occorrerà pagare un qualche spaventoso prezzo (in termini simbolici ed in termini di vite umane).

giovedì 2 gennaio 2014

Anche se facevano ridere...

Avrei dovuto collezionarle perché hanno tutte lo stesso schema. Un personaggio qualsiasi (buono o cattivo) che parla o interagisce con un personaggio notoriamente malvagio, e il finale della vignetta è sempre con quest'ultimo che si mangia (o uccide) l'interlocutore.

Sono vignette teologicamente esatte, pur essendo intese solo a far ridere. Fanno ridere perché siamo stati educati a ridere delle disgrazie di personaggi estranei alla nostra vita (il Dalek che lo extermina, il Sarlacc che lo mangia, il Gozilla che lo spiaccica...) ma parlano esattamente della stupidità umana di considerare il demonio come qualcuno con cui tutto sommato può esserci modo di interloquire. Quella stupidità che cerca (convinta che esista) un compromesso col peccato, una ragionevole via di mezzo tra il bene e il male, un'attenuazione dei rigori della verità (e quindi anche di Colui che è Via, Verità e Vita).

mercoledì 25 dicembre 2013

Finalmente è finita

Come ogni anno, il giorno di Natale è quello in cui faccio più penitenze. Quel diluvio inarrestabile di inutilissimi “auguri”, quell'asfissiante ostentazione di falsi sorrisi, quell'inevitabile grande abbuffata, quelle fastidiosissime canzoncine gingo bello e quello straziare i canti liturgici tradizionali, quell'obbligo di sorbirsi l'insulso parentame e gli elettrizzatissimi bambini, e poi quelle ridicole e interminabili celebrazioni eucaristiche, cioè l'occasione suprema per le grandi nullità parrocchiali di salire sul palcoscenico a celebrare sé stesse. Il grande momento della liberazione è al termine del pranzo di Natale, quando finalmente ci si può alzare e andar via, provando nell'attraversare il corridoio una sincera e irrefrenabile invidia per quei monaci che fanno voto di silenzio.

martedì 1 ottobre 2013

Un investimento perduto a causa di un incidente

Avvenne qualche tempo fa. Una coppia di sposi perde il suo unico figlio. Un dolore grandissimo, inimmaginabile per chi non lo ha vissuto.

Ma una volta lontani dal condividere il loro dolore, riemergono nel cuore certe strane domande. Un solo figlio. Figlio unico. Per lui sempre il meglio: dal più blasonato pannolino al miglior giocattolo di marca: mica stracci, mica giocattoli cinesi (tossici!), mica dentifrici non raccomandati “dall'associazione medici dentisti”. La tata certificata non meno che culle e passeggino, le frequenti visite mediche specialistiche (quelle normali sono per i plebei), merendine e bibite a basso contenuto di zuccheri, palestre importanti per uno sport intelligente, feste di compleanno con animazione professionale, corso di pianoforte e di lingua inglese, mica a giocare a palla, mica con la coperta del supereroe che andava di moda fino all'anno scorso, mica lo zainetto quello che stanca le spalle, e poi mille rimbrotti alla maestra perché non lo affaticasse, lite furiosa con la vicina di casa che ha usato il trapano proprio durante le ore di studio del prezioso pargoletto... Strana domanda: perché è capitato proprio a noi?

Sì, l'incidente. Banale, assurdo, inspiegabile: gli aggettivi per definire un incidente sono sempre gli stessi, perché tutti sono profondamente convinti che gli incidenti possano capitare solo agli altri.

Un incidente infatti attiva tutto un insieme di procedure non scritte ma uniformemente riconosciute. Costringe a far di tutto per non sembrare più gli stessi. Fingere di cercare ragioni e riuscire a non trovarne mai. Cercare qualcosa contro cui vendicarsi, invocare regole dallo Stato, protezione dalla società, sostegno dai conoscenti, solidarietà dagli sconosciuti. Reclamare, con ogni scusa possibile, soldi, soluzioni, memoria, fama. Fingere di accollarsi responsabilità ma con la pretesa di essere immediatamente e universalmente riconosciuti innocenti. Cercare perennemente qualcuno o qualcosa a cui affibbiare la colpa, accusando di “cinismo” chiunque non solidarizzi a norma di galateo moderno.

Insomma: è il passaggio dall'aver fabbricato un figlio “di successo” al ritrovarsi improvvisamente senza figlio e senza “successo”. Ci si sente come derubati di un enorme investimento ancora in corso, come quando il cane va a leccarsi per un momento l'impasto della torta vanificando due ore di preparazione e consegnando al nulla il calore del forno acceso.

Ecco: ci si sente derubati. Consideravano il proprio figlio come una loro proprietà, un loro progetto, su cui hanno investito tempo e denaro per la messa a punto, impegnandosi a rispettare i più elevati standard del momento... ed un incidente li priva del loro Unico Figlio. Sì, un incidente, proprio ciò che non avevano mai (dico: mai!) previsto nemmeno come remota possibilità.

Inutile parlare a chi non vuole ascoltare. Inutile parlare di speranza a chi ha perso un investimento per un incidente “imprevisto”.

Nei tempi bui (fino a mezzo secolo fa) avevano un figlio unico solo coloro che per problemi fisici non erano riusciti ad averne altri. Un incidente era qualcosa che non riguardava solo “gli altri”. La morte di un figlio, fosse anche il figlio più amato, non riduceva i genitori a due professionisti disperati per essere stati derubati del loro investimento.

martedì 10 settembre 2013

Festa di piazza in paese

Festicciola in piazza, con complessino che strimpella vecchie insulse canzonette e urla nei microfoni. Amplificazione degna di miglior causa, con bassi che rimbombano nello stomaco. Gran folla di persone ad assistere all'autoesibizione retribuita delle star sul palco. Ragazzetti che chiassano per le stradine, tra minacce, grasse risate, battute stupidissime. Gente che esibisce il vestito nuovo, la moto liturgicamente ripulita per l'occasione, sguardi che fuggono senza meta, anziani che ciondolano tra le bancarelle ripetendosi con fervore le stesse piccinerie di tutti i giorni.

Io invece sono a casa: durante e dopo la cena mi tocca sorbire il fracasso accuratamente amplificato. I lorsignori sul palco sono ben rappresentati da quella vignetta con le note musicali obese e ammaccate e le scritte “zum zam bam bum” che martellano le orecchie di Paperino. La distanza e l'amplificazione mi fanno giungere il frastuono già scremato alle basse frequenze, cosa che mi permette di distinguere con maggior chiarezza la spiritualità tribale di quella liturgia.

Fin da piccolo ho percepito l'aria liturgica di tali organizzatissime gazzarre paesane,[1] paragonandola all'attenzione e alla preparazione che meriterebbero invece le celebrazioni dei sacramenti. La tecnologia contenuta negli strumenti di amplificazione permette alle masse di lasciar affondare le loro anime nel rumore, laddove la Chiesa le elevava col silenzio, con l'arte sacra e con quelle distese di canto gregoriano.[2] Da piccolo mi imbarazzava vedere che quello stesso popolo cattolico avvertiva il bisogno di equilibrare la sublimità della liturgia con le celebrazioni tribali in piazza (magari proprio la stessa piazza dove sorge la chiesa in cui poco prima ci si comunicava con devozione).

Era imbarazzante, di domenica, pranzare dagli zii col televisore acceso che vomitava allusioni volgari, ciniche insinuazioni e perfidi luoghi comuni, proprio un'ora dopo aver tutti consegnato al Santissimo Sacramento una quantità di buoni propositi. Un milione di volte ho desiderato insorgere e sgridarli: ma un attimo fa non eravate in ginocchio davanti al Redentore? La comunione con Lui è già da dimenticare? Ma avevo paura di sentirmi dire: ma dai, per così poco? ma dai, non ti sembra di esagerare? ma dai...

Ma avevo ancor più paura che alzassero ulteriormente il volume. Sembravo l'unico che non sentisse il religioso bisogno di fracasso e trivialità, mi pareva di non aver posto nello stomaco per quei “bum bam bum”, quelle sconcezze e banalità seguite da applausi tutti uguali. E quelle rare volte che il parroco ci concesse la sua presenza a pranzo, sembrava sentirsi perfettamente a suo agio con loro e col televisore acceso, e forse proprio per questo era così tremendamente noioso nelle omelie e aveva tanto rispetto per quel gruppo di oche litigiose che ogni santa domenica e festività comandata gli starnazzava nella liturgia le solite trite canzonette anni settanta.

Non so dire come e quando mi fu concessa la grazia di stancarmi definitivamente di quella “spiritualità” mondana, oltre che la grazia di capire che da qualche parte doveva esserci una cristianità meno televisionata e più scossa dal Mistero. Nel frattempo mi sforzai di imparare a lasciar passare da un orecchio all'altro, senza transitare per il cervello, tutto quel frastuono, ardua impresa anche se ne ero stato sempre allergico.

Nell'incontrare il movimento di Comunione e Liberazione, la prima cosa che mi colpì fu proprio la liturgia. Silenzio e ordine, sublimità e chiarezza, partecipazione senza protagonismo. Tutti inginocchiati alla consacrazione (scena mai vista in parrocchia), nessuno che spalancava le braccia e le mani come un cretino al pater noster, nessun protagonismo, nessuna scenografia da Zecchino d'oro, nessun ridicolo cartellone coi caratteri cicciotti, nessun “gesto” imbarazzante, niente: solo una compostezza veramente liturgica, come se tutti fossero lì riconoscendo Cristo presente nel Santissimo Sacramento.

La cattiva interpretazione della presenza di Cristo “in mezzo a noi” è all'origine della trasformazione della liturgia cattolica in un attivistico cerimoniale, dove la “partecipazione” è confusa col darsi da fare, dove quell'in-mezzo-a-noi ha ridotto Cristo ad una sensazione di ottimismo. Ne ho avuto un ampio assaggio quando il celebrante mi sgridò perché stavo in ginocchio, postura che lui aveva interpretato come un “non partecipare”.[3] Inginocchiarsi, infatti, non è un gesto da sagra paesana, non è un gesto da trasmissione televisiva di intrattenimento della domenica pomeriggio. Ci si può inginocchiare compunti davanti al Signore, fisicamente davanti al Signore, non certo nell'assemblea sedicente “cristiana” impegnata a “celebrare”, dove la “sacra sinassi” fa il “banchetto escatologico” in un “clima di festa”... e guai a chi non canta, guai a chi non esibisce un moto di “festa”:[4] non sembrerebbe più un varieté pomeridiano domenicale.


1) Avevo goffamente tentato di partecipare talvolta a quelle celebrazioni, anche obbedendo al loro primo comandamento (quello di sospendere la ragione), ma il dogma del “stasera faremo pazzie” non mi ha mai riempito minimamente il cuore. Forse perché so che dopo ogni “stasera” c'è sempre uno “stanotte” ed uno “stamattina”.

2) Il boom delle canzonette “per la liturgia” nasce mezzo secolo fa come risultato della malsana idea che il popolo debba dare il suo attivo contributo allo spettacolino religioso autogestito. Non più il lasciarsi inondare l'anima, ma il darsi da fare per far sembrare “riuscito” lo spettacolino (cfr. ad esempio quel parroco che ha cambiato arbitrariamente la formula finale in: «la messa è finita: andate in pace dopo il canto»).

3) Il maggior numero di sgridate che ho collezionato dai preti riguarda il canto. Mi ripugna cantare certe emerite scemenze. Detesto aggiungere alla liturgia la mia voce per recitare insipidi minestroni di religiosità pseudocattolica. E dopo la prima e la seconda volta che sono stato beccato in flagrante reato di bocca chiusa, quel prete ha sempre guardato nella mia direzione tutte le volte che ammoniva: “cantiamo tutti insieme, su! tutti insieme”.

4) Dal film Buck Rogers: “Il re Ming ordina a tutti di essere felici. PENA LA MORTE”.

lunedì 2 settembre 2013

Un privilegio, una croce, una grazia

Perché si implementa un “convento” o un “monastero”? Per semplificare la vita a coloro che perseguono un grande ideale.

Tanti cattolici - perfino di vita religiosa o monastica - hanno dimenticato o addirittura sempre ignorato il vero motivo per cui esistono conventi (e monasteri e istituti religiosi e tutto il resto). È puro orgoglio voler realizzare da soli la propria vita spirituale: si finisce inevitabilmente per sbandare. La necessità di una “compagnia” dove essere guidati e dove aiutarsi a vicenda ha fatto sorgere le “case” religiose. Dove le esigenze comuni vengano risolte senza richiedere ad ognuno troppe risorse dove la vita di preghiera e di sacramenti sia ordinata, senza subire rallentamenti, svolte o accelerazioni a seconda di capricci e ispirazioni passeggere. Per chi desidera consacrarsi seriamente a Cristo,[1] un buon “convento” è la via più comoda e meno rischiosa. Persino l'avere una “regola” ed un “superiore” a cui ubbidire sono un vantaggio: significa liberarsi di un gran numero di responsabilità e di scelte difficili.

Uno normalmente fa presto a dire “vedrò, saprò, resisterò”: ma una qualsiasi tempesta improvvisa può affondare la nave anche dopo decenni di perfetta navigazione. Una “compagnia” guidata è lo strumento che facilita una sfida altrimenti impossibile.[2] Il “convento” dove tutti perseguono il tuo stesso ideale - nonostante le tue e loro debolezze - è quanto di meglio tu possa desiderare per vivere fino in fondo la vocazione, vocazione che è assai più grande di quanto tu stesso non possa immaginare nei momenti di maggiore entusiasmo.

Don Giussani ha compreso tutto questo in tempi lontani. Mentre il mondo - perfino quello cattolico - si dava da fare per “ribellarsi”, “rinnovare”, “rivoluzionare”,[3] il don Giuss ha in qualche modo estratto l'essenza della vita religiosa. Chi conosce bene i Memores Domini non può non pensare che abbiano una dimora che realizza efficacemente l'ideale di “convento” sopra descritto.

Dimora non significa banalmente una struttura dove “fare vita comune”. Quest'ultimo odioso termine è figlio della mentalità moderna per cui la “vita” è qualcosa che si “fa”, il vivere è una lista di compiti da svolgere, ossia la vocazione sarebbe un mestiere, un elenco di regole. Dimora: uno strumento utile per accoglierti, aiutarti, sostenerti, riportarti in piedi quando cadi. Qualcosa che dunque in fin dei conti ti libera dai fardelli peggiori: il tentare di “capire” da solo, il tentare di “fare” da solo, il tentare di “vagliarsi” da solo...

Ai tempi in cui don Giussani era un ragazzino si diceva che entrare in un ordine religioso era un “privilegio”, rimanerci “una croce”, morirci “una grazia”. Una “grazia” perché significava l'aver combattuto fino alla fine la buona battaglia. Una “croce” perché nessuno strumento esime dalla necessità di lottare contro le proprie cattive inclinazioni.[4] Un “privilegio” perché si badava alla qualità piuttosto che alla quantità.

Che i tempi siano tanto, tanto cambiati lo si nota dalle disperanti “pastorali vocazionali” (diocesane e religiose) che descrivono il consacrarsi come un “fare”, come un'etichettina elegante di specialisti della preghiera, biglietto da visita di professionisti di cose chiesastiche, insomma, sempre un “fare”, un'attività, un mestiere, fosse anche solo il mestiere di essere “qualcosa”. Mestiere che viene chiamato pomposamente “carisma specifico”. Non propongono una dimora perché ormai non c'è più una dimora ma solo un'organizzazione: i “conventi” di oggi non attraggono più, e mentre prima avevano il problema delle troppe richieste, oggi hanno il problema delle troppe poche richieste.[5]

Nelle “pastorali vocazionali” non c'è più una compagnia: c'è invece una struttura con mille possibilità. Come se fosse un club o un partito a caccia di aderenti. Una sorta di accattonaggio di vocazioni che arriva spesso al grottesco: penso per esempio a certi ordini femminili che si affannano a rastrellare giovani africane e asiatiche[6].

Non riesco a vedere oggi negli ordini religiosi tradizionali (e nemmeno in quelli di recentissimo allestimento)[7] qualcosa che somigli almeno vagamente a ciò che don Giussani chiama dimora e che anima la vita dei frutti del movimento di CL (Memores, Cascinazza, San Carlo...) Sembra che solo i religiosi più anziani abbiano ancora memoria di ciò che era la vita consacrata prima della grande deriva del dopoguerra (che ha “fatto il botto” nel '68 e continua ancor oggi).


1) Il consacrarsi a Cristo può avere diverse forme (monaco, suora, prete...) che purtroppo nella parlata comune vengono erroneamente intese come mestieri. “Fare il prete” (piuttosto che “esserlo”), “fare il monaco contemplativo” (inteso come emettitore di preghiere), “farsi suora” (percepito come il farsi assumere in un'aziendina a conduzione femminile), eccetera: la riduzione tutta moderna della vocazione ad una “funzione”, un mestiere, un darsi da fare in nome della produzione di qualcosa che suoni “utile”.

2) Non mi risulta di santi eremiti recenti.

3) In coincidenza col Concilio Vaticano II si è assistito allo svuotamento di conventi, all'abbandono della veste talare e dell'abito religioso, si è fatta strada la mondanizzazione e la ridicolizzazione della vocazione: “il nostro carisma è l'ospitalità”, mi diceva qualche giorno fa l'anziana suora tarchiata che gestiva la “casa di spiritualità”, cioè un alberghetto con cappella. Quelle suore si sono a poco a poco trasformate in cameriere e sguattere stipendiate e con qualche momento accessorio di preghiera comune. La presenza della cappella in tali alberghetti (generalmente arredata con pessimo gusto) è solo uno dei vari servizi per la clientela. La loro “testimonianza” cristiana è ridotta al più a qualche quadretto religiosetto appeso al muro e ad un abito “religioso” che ricorda più un grembiule da vecchia badante che la divisa della consacrata.

4) Una mela guasta rovina l'intero cesto. Tanto più se la mela guasta è il “superiore” della casa religiosa: cedendo alle proprie cattive inclinazioni, o anche solo scendendo a compromessi, può devastare in poco tempo l'intera comunità.

5) Il peggior biglietto da visita di una comunità religiosa è solitamente il suo manifestino di pastorale vocazionale: vi si notino il font di caratteri utilizzato, il disegnino illustrativo, i colori utilizzati e la banalità del titolo che vuole a tutti i costi apparire simpaticamente controcorrente.

6) Il talent-scouting delle vocazioni femminili extracomunitarie si basa su un versetto da “quinto evangelo” del commendator Migliavacca: “seguitemi! vi darò un tetto e un piatto caldo”. Certe congregazioni femminili, fino a non troppi anni fa rigogliose di preghiera, testimonianza e vocazioni, si sono ridotte a piccola imprenditoria alberghiera a disposizione di gruppetti di cattolici imborghesiti. Anziché lasciar morire serenamente di vecchiaia la propria congregazione la eutanasizzano sotto forma di “casa di spiritualità”, per di più con una certa fretta perché alla loro età hanno bisogno di badanti e cuoche.

7) Il generale degrado della vita religiosa si nota in particolare quando i diretti interessati parlano del proprio “carisma”: hanno la stessa faccia e la stessa cadenza del dirigente che parla della “nicchia di mercato” su cui è specializzata la sua azienda.

domenica 1 settembre 2013

Come se fossero stati forgiati dalle verità della fede

Qualche tempo fa mi è capitato di assistere ad una conversazione tra alcuni Pezzi Grossi di una Grande Azienda italiana. Non so se per effetto del buon vinello in tavola o per reale convinzione, avevano una sincera nostalgia dei Bei Tempi Andati, di quando gli uomini erano uomini e amavano il proprio lavoro oltre che saperlo far bene.

Nel loro raccontare, episodi di quotidiano eroismo si susseguivano con precisi nomi, date e luoghi. Di quando quegli operai, che neanche sapevano scrivere il proprio nome, subito dopo un terribile nubifragio rimisero in funzione seimila cavi di collegamenti in tre ore. Di quando in autostrada durante una piovosa alba l'autista anziché frenare azzardò un sorpasso veloce evitando così di coinvolgere l'autobus carico di sonnecchianti operai in un pericoloso tamponamento. Di quando la suddivisione territoriale lasciava una tale autonomia, che gli “armadi” in ghisa con le apparecchiature erano ficcati ovunque, e nei paesetti persino nelle cantine delle case private, e riuscivano a far funzionare tutto senza elaborare complicate strategie di backup e disaster recovery. Di quando un semplice operaio trovatosi per caso davanti ad un'emergenza seppe velocemente manovrare con sangue freddo e perizia evitando un incendio e altri costosi danni, venne ricompensato solo con una lettera di encomio e non fece una piega.

Nei bei tempi andati c'erano sì pigri e furbetti, ma la mentalità più diffusa, dal vertice più alto fino all'ultimo degli operai, comprendeva la fierezza del far bene il proprio mestiere e un solido senso di lealtà verso l'azienda. I Pezzi Grossi, nel susseguirsi dei loro ricordi, aggiungevano dettagli e date per far capire che non stavano gonfiando i fatti, e con ciò sembravano quasi domandarsi da cosa fossero nate quelle virtù oggi praticamente scomparse.

Per un attimo mi è parso che uno di loro stesse deducendo davvero l'unica esatta spiegazione. Che non c'entra con le vicende politiche ed economiche del dopoguerra, né col benessere percepito o desiderato, né con un presunto attaccamento alle virili virtù così come venivano celebrate dalla retorica fascista. C'entra invece con la percezione della dignità del proprio lavoro, del lavoro come proseguimento dell'opera creatrice di Dio, dell'espressione di una positività, di un desiderio. Il dirigente aveva infatti detto che quegli uomini sembravano aver chiaro il senso delle cose e la preziosità della propria opera, «come se qualcuno li avesse tutti educati a ciò fin da bambini».

giovedì 29 agosto 2013

L'epidemia di ipersuscettibilità

Nell'era delle tecnologie, della cultura, delle conquiste scientifiche, della laurea di massa, un nuovo tipo umano s'avanza: quello riducibile ad un banale fascio di reazioni.

Mi sono scontrato ancora una volta con uno di questi casi. Fino ad oggi la maggiore evidenza che ricevo dalla società contemporanea è quella di una diffusissima malattia epidemica: l'ipersuscettibilità (di cui il politicamente corretto e l'ipocrisia borghese sono solo i sintomi, non la causa). Recentemente ho avuto l'ennesima possibilità di osservare da vicino uno dei virus che provocano quella malattia.

Il caso in questione ha un che di paradossale. Tizio accusa Caio di odiare Sempronio, vantando prove che si rifiuta di dare. Sempronio odia Tizio ma gli crede pur sapendo che le accuse sono false. In questo si inseriscono Tizia rifiutata da Caio e Sempronia segretamente innamorata di Tizio, anch'esse propense a credere a ciò che la ragione e l'evidenza indicano come falso. Sullo sfondo c'è anche Caia a muovere guerra un giorno a loro, un giorno agli altri, per motivi non difficili da identificare come invidie del momento. Tutto un ridicolo e mutevole castello di insinuazioni, un articolato intreccio di accuse e menzogne, che ha strascichi anche su lavoro e famiglie, e che sarebbe tremendamente noioso anche solo cercare di riassumere.

La loro costante fondamentale è l'aver ridotto arbitrariamente i criteri per distinguere la verità ad uno solo: la sensazione del momento. È come se ognuno dei partecipanti di questo spettacolo autogestito dicesse qualcosa come: oggi mi sento generoso, perciò la verità è questa cosa che vedo in questo momento. Oppure: oggi mi sento innamorata, perciò la verità è lui, anche se mi ha respinta mentendo e umiliata di proposito. Oppure: oggi mi sento annoiato, per cui qualsiasi cosa incontro è da qualificare come falsa e aggressiva. Tutto cortocircuitato alla prima sensazione.

L'uomo ridotto ad un fascio di reazioni è il prodotto perfetto della rivoluzione iniziata cinque secoli fa e in continuo crescendo. La ragione totalmente soggetta alla sensazione del momento, a sua volta guidata da piccinerie e da fattori del tutto casuali. Le cose importanti della vita devastate in un attimo di temporanea simpatia o antipatia. L'amore ridotto ad una pretesa passeggera e infondata. L'odio profondo, gratuito, devastante, cieco, perfino a sé stessi, qualora sia percepito come supporto per la sensazione del momento. E perciò anche l'allergia a qualsiasi cosa possa essere vagamente percepita come misericordia. Infine, naturalmente, la totale frustrazione di qualsiasi tentativo di tirare in ballo ragionevolezza ed evidenze.

Una delle prime domande che mi posi nel conoscere l'opera di don Giussani è come mai avesse dato tanto spazio a temi come la ragione, il sentimento, l'incontro, il senso religioso... Davo cioè per scontato che fosse ragionevolmente facile poter discutere rimanendo onesti con la realtà. Pensavo che non fosse troppo difficile far venir fuori un po' di evangelica “buona volontà”. Non immaginavo neppure lontanamente che don Giussani si fosse scontrato proprio con i devastanti effetti di quell'epidemia, diagnosticandola proprio alle sue origini.

“Effetto Chernobyl”, lo aveva chiamato. Fuori sembra tutto lo stesso di prima, dentro è invece tutto devastato e ridotto ad un fascio di reazioni, di passioni di un attimo, di sensazioni momentanee. Fuori è un'apparenza di razionalità, di organizzazione, di criterio; dentro, invece, tutta l'energia umana è a disposizione della sensazione del momento. Tutto costruito sul nulla, come una bolla di sapone che può svanire da un momento all'altro.

Avere non dico un rapporto, ma almeno un brevissimo e banalissimo dialogo, con quel genere di persone, è una pura lotteria. Una singola parola inoffensiva può scatenare guerre infinite, come sopra accennato; uno sguardo qualsiasi (persino quello di totale approvazione) può scatenare l'apocalisse; e in tutto questo anche le più elementari verità, anche le più manifeste evidenze, vengono considerate interpretazioni sbagliate, menzogne, calunnie. E non si tratta di drogati strafatti di acidi, ma di persone apparentemente “normali”, che vivono una vita “normale”, con cui pensavi di avere un decennale rapporto di “normale” amicizia.

E improvvisamente scopri l'inutilità del sudare sette camicie per far notare una lampante evidenza: sono davvero venuti i giorni in cui comincia a diventare necessario mettere mano alla spada per poter affermare che il cielo è blu.