domenica 16 aprile 2023

Hanno tempo solo per annoiarsi

Dopo ere geologiche di felice assenza ho dovuto sorbirmi uno di quegli eventi mondani a base vagamente mangereccia, scoprendo che nel corso di tantissimi anni non è cambiato nulla. Si paga l'obolo che dà diritto ad un assaggino e una bottiglina d'acqua, si gira per le strade affollatissime di affamati, ci si distrae davanti a un manipolo di aspiranti teatranti moderni, imbacuccati di tulle peggio che bomboniere umane e che recitano in rima qualche giargianata con la sicumera tipica dell'assemblea del partito.

Ad un certo punto mi accorgo che una delle chiese più tradizionali di quel paesello era illuminata proiettandovi personaggi di vecchi cartoni animati e altre robacce dello stesso tenore intellettuale, involontariamente resa simbolo del degrado avanzato della Chiesa contemporanea.[1]Rivolgo mentalmente una genuflessione al Santissimo Sacramento e nel mentre mi passa davanti una vacca sciolta, che è tradizione anche nei periodi semifreddi l'esibirsi come quelle a caccia di clienti paganti. Le fisso la mercanzia che aveva ben scoperto, con uno sguardo autistico-scientifico, e dopo un lunghissimo istante la modesta damigella decide di riassestare con discrezione i lembi dell'indumento, che essendo per sua natura ingegnerizzato per scoprire, non era molto propenso al concedere copertura. Avrei voluto proferire - alla maniera di don Giussani - “ma no, scusi, se non c'è niente di male ad andare in giro combinata così, può anche continuare, eh, non la stavo mica rimproverando”. Ma in quell'ultima frazione di secondo in cui eravamo nei reciproci campi visivi (procedeva in direzione opposta), ho sperato che quel gesto istintivo le tornasse in mente la prossima volta che clicca (o indica alla commessa) uno straccetto sottodimensionato turboscoprente ultravalorizzante.

C'è ancora un po' di residuo di percezione di decenza in questo mondo che ha perso la fede? Sì, ma in quantità “omeopatiche”, tali che è un evento riuscire finalmente a far affiorare un vago indizio. La badante della vicina va lamentando di dover fare un altro regalo di matrimonio, a due che convivono. Ma come, obietta risentita, una volta prima ci si sposava e poi si facevano i viaggi insieme. Ora prima viaggiano (indica due fidanzatini pomicianti) e poi si sposano e pretendono pure il regalo? Eh sì, l'abito bianco indicava una virtù preservata, il bacio alla sposa indicava un inizio di qualcosa “finché morte non vi separi”. Ora invece è solo una gara a sentirsi adulti (non in senso di lavoro e responsabilità, ma in senso di lussi e lussurie). C'è poi il ragazzetto complessato (grazie al divorzio dei genitori) che investe considerevoli quantità di risorse e ansie per raggiungere l'ambita perdita di verginità e che una volta riuscitoci scopre che la vita è uguale o peggiore di prima (e quindi ci chiede se conosciamo una buona psicologa, che ormai da almeno due generazioni la figura dello psicologo ha sostituito quella del direttore spirituale). E poi la ragazzina ancora alle elementari che sfoggia un dizionario da scaricatore di porto e un vestiario da battona di fine carriera, è così perché le sue due migliori amichette son figlie di divorziati. Figlie uniche, drogatissime di attenzioni, “problematiche” quanto al comportamento e alla volontà, si sostengono a vicenda nel zoccoleggiare dimostrando cosa succede a ciechi che guidano altri ciechi. Tra la folla sbuca anche quel vecchio amico che sbaracca all'improvviso da una città (e cerca in fretta lavoro in un'altra) ogni volta che la sua principale amante del luogo lo smolla. Salvo poi vantarsi da me che lui importuna solo le sposate poiché dopo aver ottenuto servigi sessuali è più facile scaricarle, e anche qualora divorziassero sarà più facile defilarsi. Sapessi, mi diceva sgomitando, la faccia che lei aveva quando mi son presentato a sorpresa al suo matrimonio; il marito aveva girato l'invito a tutti quelli che nella rubrica lei aveva marcato come amici, magari c'erano altri amici particolari come me…

Non sorprende che in un mondo così il problema principale sia quello di ammazzare la noia.[2] Gente che lamenta di non aver tempo, e poi si annoia. Gente che compra camionate di carabattole - da palestra, da gita, da collezione, da viaggio, da indossare… - e poi non ha tempo per godersele. E quando glielo ricordi, ancor prima di lasciarti finire la rapida battutina ironica, già stanno rispondendo con stanchezza: sì, hai ragione, dovrei, ma non ho tempo. Hanno tempo per annoiarsi ma non hanno tempo per le cose di cui in teoria sono appassionate. Così, tipicamente, mettono mano al telefono, in cerca di una chiacchierata in compagnia. Il magico rettangolino luminoso, quello da cui accedono all'enorme oceano di pornografia gratuita, ha anche il tastino per la chiacchierata. “Sai, sono in aeroporto”, ed io: scusami, ma se non è una faccenda davvero urgente dobbiamo rinviare la conversazione. Con espressione gentile ma dall'accento risentito, talvolta accettano. Spesso no. “Solo un'ultima cosa… solo un'ultimissima cosa…”: ho dovuto rispondere con fermezza “ora non è il momento, ti richiamo io” e chiudere mentre ancora diceva “dai, solo quest'ultimissimissima cosa e poi concludo…”[3]

Come facilmente prevedibile, c'è tutto un mercato che specula sulla solitudine e la noia. Un amico eroicamente compra una bici elettrica per poter fare passeggiate: mi vanta le caratteristiche tecniche come se fossero stangate alla noia. Problemuccio alla batteria, sostituzione in garanzia, rimontaggio, test, funziona, ci mancava solo che dicesse “non vedo l'ora di provarla”. Ed infatti la mette a prender polvere. Anni a prendere polvere (con il contachilometri che ancora non ha raggiunto le due cifre) solo perché non aveva mai tempo, e perché abitando in collina prende sempre l'auto, sia mai che la bici lo tradisca proprio a inizio salita. O quell'altro amico che ha comprato un glorificato monopattino elettrico, dopo tre brevi uscite la prima banale caduta e si rompe il polso e dimentica tutti gli infiniti discorsi che mi aveva fatto sullo scorrazzare in libertà. Ha l'auto ma si stufa di usarla per qualcosa che non sia lavoro. Mi telefona per sentirsi raccontare delle passeggiate che faccio. Si autoinvita, perfino!, per poi dare buca perché “troppo stanco, rimandiamo”.

Nella folla che si accalcava alla festa paesana, bramosa di ammazzare la noia[4] tutta compita e ligia nell'eseguire il rituale del “compriamoci qualcosa da mangiare” (o quello tutto femminile dell'esibire la propria mercanzia[5] aspettandosi di essere notate solo dal principe azzurro), vedevo tanto agitarsi e gridare (come se ciò fosse efficace per sconfiggere la noia e la solitudine). Si può essere soli anche allo stadio, con decine di migliaia di persone attorno a te che condividono la tua passione per il calcio e le tue emozioni per il goal, senza che quell'agitarsi e quel gridare scalfisca quella solitudine.


1) È innegabile la crisi profonda in cui versa la Chiesa fin dagli anni '60. Una delle prove è che gli anticorpi a quella malattia - come il movimento di Comunione e Liberazione - è stato ossessivamente ostacolato e boicottato dalla gerarchia ecclesiale finché Giovanni Paolo II ne preparò l'elegante bara con il riconoscimento istituzionale. Nella foga di mostrarci ubbidienti, abbiamo acconsentito a farci ridurre ad altro, a farci omologare a organizzazioni chiesastico-dopolavoristiche, a nascondere e sminuire ciò che eravamo pur di inseguire un'immaginaria pax ecclesiale. Nella foga di mostrare un'ubbidienza al Papa - che c'era sempre stata ma che non necessitava di essere sbandierata come il Plus Che Gli Altri Non Hanno - abbiamo finito per diventare papisti ultrà. Fu facile esserlo con Wojtyła, ancor più con Ratzinger, per poi infine non poter scappare dalla doccia gelata di Bergoglio, “il Papa Buonasera”, col Carrón che si arrabbattava in full damage control, finendo poi lui stesso per diventare esattamente ciò che il Papa gratuitamente criticava, cioè autoreferenziale. Non fu lungimiranza bergogliesca ma solo il frutto di quel manierismo papista, di quell'aver pagato l'istituzionalizzazione con l'omologazione, di quel sostituire la compagnia guidata al destino con un attivismo di etichetta.

2) Il tragicomico tentativo di azzeccagarbugliare con espressioni al confine fra teologico e smielato (come “gioia del vangelo”) da parte di certi cattoliconi da salotto è solo la ciliegina su tale torta. Don Giussani ci ha ripetutamente messo in guardia da ogni riduzione sentimentalistica e buonistica, fin dai primi capitoli de Il Senso Religioso. Codesti campioni del sospirare beatamente - con aria melanconica se si tratta di tragedie, o con aria giuliva se si tratta di banalità -, mentre pasteggiano un elegante vermouth o fumano un ricco cubano dopo il lauto pasto, credono di poter etichettare come cinismo, misoginia, omofobia, qualsiasi cosa non segua la loro vera religione, che è quella del politicamente corretto.

3) È il classico caso di chi desidera qualcosa (nel caso specifico una relazione stabile e duratura) ma fa di tutto per impedirsi di raggiungerla.

4) Bernanos in uno dei suoi romanzi diceva che la noia è come la polvere sui mobili, non ci fai caso, si accumula, non riesci a spazzarla via che si sta già accumulando di nuovo, fino a diventare insopportabile, e che più ci si agita e più è garantito che si depositi di nuovo, tutta, dovunque.

5) Uno dei più invincibili dogmi della nostra epoca è la confusione tra bella e sexy. Fin da bambine vengono “educate” a credere che l'apparenza esterna sia tutto, e che anche la più frivola delle racchie possa urlare con arroganza: “io valgo!”.

lunedì 3 aprile 2023

Malanni psicologici e non

Se la nonna si lamentava che la musica pop dei suoi tempi era componimento poetico con accompagnamento musicale, io dovrei lamentarmi che la musica pop dei miei tempi è caos letterario su motivetti banali adattati a dilettanti con estensione vocale di mezza ottava. Ma ogni tanto capita qualche testo insolitamente rivelatore musicato in modo piuttosto professionale, nonostante siamo nell'epoca in cui il nulla prevale sul bello. Nel caso specifico - di una canzone che non nominerò perché non merita pubblicità, tanto meno il suo cantante - imbastendo un testo che ha una lettura teologica inequivocabile. È su un gioco di parole che va zigzagando fra alieni e pensieri intrusivi,[1] su una confusione fra ciò che è reale e ciò che è fuori dalla natura, sul preoccupante sentirsi ripetere “non preoccuparti”, alludendo sempre al fatto che tanti disturbi classificati come meramente psichici sono in realtà infestazioni del demonio. Al fatto che i sedicenti possessori di disturbi mentali specifici sono spesso bisognosi solo di buoni esorcismi[2] (e però preferiscono crogiolarsi nella propria penosa situazione).[3] Ma come ogni canzonetta moderna, termina prima di affermare chiaramente dove va a parare: l'ambiguità serve per far sì che ognuno interpreti a modo suo, e la maggioranza dei clienti si senta soddisfatta.[4]

Il testo ufficiale della canzone reperibile su internet non comprende le parole dette “in secondo piano” ma su un sitarello sperduto e amatoriale c'erano. Tranne una parola, reinterpretata forzosamente in positivo,[5] ma che nell'audio della canzone è chiaramente negativa (e la durezza di una consonante non lascia spazio ad equivoci). Da cui deduco che l'interpretazione teologica di quel testo è inequivocabile: l'autore, tutt'altro che cristiano, davvero stava insinuando che non tutte le patologie psicologiche sono di origine naturale.

La musica pop è tutto sommato anche un indicatore del sentimento generale della popolazione a cui è destinata. Se negli anni '50 erano poesiole musicate per gente uscita da una brutta guerra e che aveva una gran voglia di vivere e di ricostruire, nel XXI secolo è solo schifezza insensata,[6] “sacramento laico” amministrato a gente stancamente abituata a subire, ad un cadavere caldo e in decomposizione.[7]


1) Avevo già osservato che i film sugli “alieni che ti rapiscono” sono lo sdoganamento laicista del concetto di possessione diabolica.

2) Gli stessi che si fanno un vanto di bestemmiare e di sputare sulla fede e sulla Chiesa, son gli stessi che con malcelato interesse cercano robette da stregoneria, “ma solo per curiosità, eh”, sì, certo, come quelli che cercano sesso occasionale dalle Apposite Apps “ma l'ho installato solo per curiosità, eh”.

3) Lo psicologo ha sostituito da decenni il direttore spirituale. Ma in certi ambientini di universitari, è letteralmente una gara a chiedere chi conosce qualche psicologo “bravo”, “economico”, “gratuito”. Dopo una vita comoda passata fra merendine, playstation, mascherine, finzioni on-line come i Social e la DaD, all'improvviso si ritrovano adulti, in cerca di senso, in cerca della formula magica per “trovare nuovi amici”, in cerca di applausi “ehi, rispetto alla Guerra io sono dalla Parte Giusta, eh! ed anche rispetto agli LGBTP*, ed anche rispetto al Cambiamento Climatico e a tutte le altre cose di moda!” (sottinteso: come mai questa solitudine? come mai l'aver rimediato faticosamente una fidanzatina - peraltro tutt'altro che illibata al momento dell'acquisto - non basta a sopprimere quel senso di vuoto?).

4) La peggior cattiveria che ho udito su una psicologa era l'aver incoraggiato il paziente a far sesso con la fidanzata: questa, mollandolo, si è lamentata che tale psicologa ha detto al soggetto “esattamente ciò che il soggetto gradiva sentirsi dire”.

5) Anche il buon Gianni Aversano alterò un testo (da “una bestemmia per questa libertà” ad “una preghiera per questa libertà”) perché gli ripugnava invitare alla blasfemia. Ma almeno, a suo favore, c'era il fatto che nel dialetto originale bestemmia era anche sinonimo di imprecazione. Nel caso che sto esaminando io, la reinterpretazione di quel sitarello amatoriale è del tutto gratuita (perché il testo cantato realmente allude a qualcosa di preternaturale). E magari non dettata dall'ignoranza, ma dal non voler tirare conclusioni che sembrino “teologiche”.

6) Le ultime generazioni conoscono come musica solo gli effetti sonori dei videogiochi e la robaccia come io no pago afito, entrambe perfettamente descrittive della società attuale. E pensare che una volta il don Giussani lamentava l'effetto Chernobyl di ragazzi svuotati completamente dentro.

7) La supina accettazione dell'Elisir di Lunga Vita e Prosperità non sarebbe avvenuta tanto facilmente se la fede non fosse stata ridotta a un club di galateo religioso. Sembrano già svanite dalla memoria collettiva la farsa delle autocertificazioni, le strade quasi vuote per la Zona Rossa, l'isteria collettiva dei tamponamenti a catena nelle farmacie, l'imbarazzo dei commercianti riguardo al Certificato Verde e alla perdita di clienti, la multa dei Cent'Euri agli over 50….

lunedì 20 febbraio 2023

La furia dei buggerati

Sono un sopravvissuto della Prima Offensiva Vaccinale 2020-2022. Una delle grandi cose che l'esperienza del movimento mi aveva insegnato fin dagli inizi è quella sana diffidenza nei confronti delle soluzioni facili, delle pozioni magiche risolvi-tutto, del tastino magico da premere per ottenere la felicità. Specialmente quando il tastino e la pozione compaiono all'improvviso sul mercato, accompagnati da grande fanfara e da mirabolanti promesse che il giorno dopo tutti hanno già dimenticato (dopotutto così funziona una psicosi di massa), tanto sono concentrati nella foga dell'acquisto. Eh, sì, che ai primissimi tempi ci dicevano (non lo ricordate più, nevvero?) che una volta fatta la dose di questo nuovo Elisir di lunga vita e prosperità[1] si sarebbe tornati a vita normale e senza pericolo… e nessuno degli astanti ha avuto da ridire quando, il giorno dopo le dosi necessarie diventavano due e che non davano neanche metà di quella libertà tanto sbandierata, e che dovevi comunque sottoporti a tutte le altre restrizioni a cominciare dal mutandone facciale, e che rischiavi comunque di crepare in caso di imprecisate complicazioni.

Questa scristianizzatissima società ha smesso di credere in Dio e perciò crede letteralmente a tutto, perfino alle favole che inventa da sola.[2] Si sentono intelligenti perché non credono alla fattucchiera che ti somministra l'olio di serpente contro il malocchio, ma poi credono con talebana convinzione all'Olio di Serpente del Lascenzaah che ti “salva” (con mille disclaimer) dal pericolo presunto (ma non dalle morti effettivamente avvenute a causa di cure inadatte). Tutto ciò che i lorsignori “intelligenti” blaterano oggi contro il medioevo non è altro che una proiezione della società presente. Vi ricordate quegli ameni racconti sul Buio Medioevo™ dove i ricchissimi abusavano politicamente, economicamente e sessualmente dei poveri, e i poveri che non solo erano sfruttati e abusati e calpestati ma addirittura professavano complicate superstizioni che rovinavano loro la vita? Ebbene, quel Buio Medioevo™ è oggi. Superstizioni anche solo verbali: certe parole sono diventate improvvisamente tabù, mentre prosegue l'aumento esponenziale di blasfemia ed immoralità.[3]

Una caratteristica particolare di questa scristianizzatissima società è che i Nuovi Credenti© avvertono come assolutamente necessario odiare chi non la pensa come loro. Nel caso del Magico Olio di Serpente, infatti, il sottinteso è che essendo stati bidonati alla grande, non riescono ad accettare di aver torto, di aver indotto i propri cari a sbagliare, di aver firmato una cambiale in bianco contro sé stessi e soprattutto (se avranno la fortuna di averli) sui loro futuri figli. Ci si potrebbe scrivere un horror perfino senza scomodare la fantascienza. Lo intitolerei: La furia dei buggerati.[4] Verrebbe catalogato - purtroppo a ragione - nel filone zombie.[5]

Quando chiesi per iscritto di aderire alla Fraternità di Comunione e Liberazione fu perché avevo davanti agli occhi un gruppetto di amici, e dietro di loro un popolo, una compagnia guidata al destino, qualcosa che fino a poco tempo prima sarei stato incapace perfino di immaginare, pur da fedele cattolico. In quella compagnia - e nelle sue immense diramazioni che nessun giornale notava, nessun parroco o vescovo vedeva (se non come rabbioso sentimento riguardo l'esistenza di cattolici che non gravitavano attorno alle deserte strutture parrocchiarde ufficiali, a cominciare dall'Azione Caotica)[6] e nessun “cattolico praticante” aveva mai visto. Tra le tante cose buone che assorbii dal movimento c'era anche questo: se il corpo è tempio dello Spirito, avvelenarlo è immorale, no? E se ciò vale per l'abuso di alcolici o il vizio del fumo, perché non dovrebbe valere per l'Elisir di Olio di Serpente che con sospetta insistenza i Padroni del Discorso vogliono accanitamente rifilarci? E se quell'Elisir di Serpente Magico contiene linee cellulari di bambini abortiti,[7] non è forse ancora più immorale? E quando su qualche rivista medica prestigiosa certi sedicenti scienziati si vantano di aver sviluppato la Pozione Magica di Serpente in pochi giorni o addirittura in un singolo pomeriggio e poi vogliono rifilarla al mondo intero senza i tipici dieci-vent'anni di accurata sperimentazione, non ti sale qualche leggerissimo sospetto?[8] Diamine, i Professanti la Psicosi Ufficiale, per un'espressione sintatticamente sbagliata che hai proferito distrattamente al bar dello sport subito ti han dato del nazifascio, mentre per ciò che riguarda la salute del tuo corpo (e della tua anima) diventano più stupidi di una gallina addormentata?

Insomma, mi sarei aspettato che il movimento di CL avesse avuto almeno un occhio aperto di fronte alla farsa. Avesse applicato i princìpi che fino a quel momento mi aveva felicemente insegnato.[9] Avesse continuato ad avere poco riguardo per le mode del momento (specialmente quando è una Psicosi di Massa ad essere la moda). E invece.


1) Negli scorsi mesi mi son morti due parenti di “malore” improvviso, uno dei quali under 50. Intanto prosegue lo spopolamento a suon di malorimprovviso, uno stillicidio di morti che non può più essere sotterrato fra le pagine di cronaca locale.

2) Il penosissimo spettacolo di Bergoglio che chiede scusa per cose mai successe è accompagnato dall'ira funesta dei credenti nella favoletta che nonostante la cringiata papale se la prendono ancor più furiosamente coi cattolici, colpevoli di esistere. Roba che neanche nell'URSS staliniana. E vista la morte del Ratzinger, dobbiamo prepararci a scenari peggiori.

3) Altrove avevo scatenato un pandemonio perché ad uno che aveva osservato che Biden era nuovamente positivo nonostante le tante “dosi”, avevo risposto con un pizzico di ironia. La Psicosi di Massa non ammette ironie: colpevole!

4) Va da sé che coloro che obtorto collo hanno firmato per ricevere l'Olio di Serpente perché ricattati sono furenti in misura proporzionale alla possibilità che avevano di scamparla se avessero resistito un po' di più. Non oso girare il coltello nella piaga di coloro che si sono arresi a dicembre 2021 o addirittura nei primi mesi del 2022. Uno di costoro ha già avuto un evento preoccupante di natura neurologica.

5) Sospetto che buona parte dei buggerati di mia conoscenza, se per ipotesi avessi potuto dir loro “ti dono io l'equivalente dello stipendio finché resisti”, avrebbe ultimamente ceduto comunque all'Olio Magico di Serpente Magico, per le pressioni sul luogo di lavoro e per il non poter andare al matrimonio del cugino sprovvisti di grimpasso. Due anni di terrore che i fautori e i complici, anche i più piccoli, stanno cercando di farci dimenticare la parte relativa alle pressioni.

6) Ogni cattolico italiano sano di mente prova un profondo disgusto verso l'Azione Cattolica perché da un po' di decenni si è ridotta è un mefitico pastone di buonismi, psicologismi d'accatto, sentimentalismi, autoreferenzialità, e regge in piedi solo per la cieca sponsorizzazione della Conferenza Episcopale. Un vecchio amico che si dava tanto da fare nell'AC fu messo alla porta per aver insegnato qualche semplice concetto cattolico ai ragazzi (figuratevi se avessero scoperto che era roba che aveva letto da Piccole Tracce). Non sia mai che l'AC trasmetta la fede.

7) Non si trattava di un “può darsi di sì, può darsi di no, chissà” ma di un dubbio positivo, di quei dubbi che vanno fugati, che richiedono una dimostrazione contraria. Se in un angolo inaccessibile della dispensa trovi una confezione di pasta strappata vorrai assicurarti che qualcuno si prenda la responsabilità di dirti “ce l'ho messa io stamattina”: fino a quel momento continuerai - giustamente - a sospettare che sia stato un topo.

8) Salvo poi scoprire che già nel 2019, con rimarchevole preveggenza, avevano già praticamente pronta la soluzione al problema che nessuno degli avidi meditatori di giornali e telegiornali avrebbe mai immaginato. L'aver perso la bussola della fede ha portato non certezze ma idolatrie. Che sono costate care.

9) Parlo della Cielle genuina, quella non riducibile a una sterile ripetizione di citazioni di don Giussani e di qualche VIP (Very Important Prelato). Quella Cielle “seminascosta”, quella che magari addirittura suo malgrado mi trasmetteva senza sforzo notizie e dati sugli inesauribili tesori della fede, come in quelle brevi ma intense conversazioni in macchina o in stazione.

lunedì 2 gennaio 2023

Il limite fondamentale degli anime e manga

Dopo aver abbandonato a metà l'ennesimo anime sopravvalutatissimo da un pubblico sempre più intontito ho di nuovo un'irrefrenabile voglia di lamentarmi dell'industria anime-manga.[1]

Il problema nasce nel fatto che è un'industria. Cioè qualcosa in cui detterà legge ciò che si vende meglio. E quindi le circostanze possono affossare un'opera tutto sommato buona, o far salire alle stelle un'opera mediocre perché sul mercato in quel momento erano tutti più mediocri. (Sembra quasi parlare della scuola, o per certi versi dell'università, o di quella giungla comunemente denominata mondo del lavoro…)

Un mangaka spara un'idea ambientativa iniziale,[2] ci costruisce attorno dei personaggi, e fa tutti gli scongiuri quando va dall'editore perché ha il terrore di sentirsi dire: “dal prossimo numero chiudiamo, hai buone idee ma non riesci a seguire la nostra linea”. E così deve inventarsi di volta in volta qualche colpo di scena, qualche mistero segreto e misterioso, qualche cliffhanger per tener alta l'attenzione dei lettori e la benevolenza dell'editore. E così l'arco narrativo iniziale, che si sarebbe felicemente concluso in una mezza dozzina di episodi, una decina al massimo, vede susseguirsi l'introduzione di nuovi personaggi, l'introduzione di complicazioni della trama, l'introduzione di contorte psicologie di personaggi primari e secondari per giustificare allungamenti di brodo, l'introduzione di recap e ricordi e interminabili dialoghi pseudofilosofici, l'introduzione di segreti misteriosamente segretissimi che prossimamente verranno svelati… Figuratevi quando l'editore acconsente all'introduzione di elementi di magico, psicologico, pseudoreligioso, horror, e (purtroppo c'è da vendere anche nel mercato americano) di fan-service LGBTP*, SJW, anticattolicesimo d'accatto,[3] più il dotare i protagonisti-ragazzini di mentalità da quarantenni stagionati e riccamente acculturati.[4]

Alla casa editrice non interessa il contenuto della storia. Interessa solo monetizzarla, estrarre soldi. E questo già ha incancrenito da più di mezzo secolo i manga, “costretti” a inserire fan-service (cioè immagini sessualmente stuzzicanti[5] ma del tutto inutili ai fini della trama, della caratterizzazione, del valore complessivo dell'opera) a tutto spiano, anche nelle serie per ragazzi,[6] come il sopravvalutatissimo anime di cui sopra, che conteneva inutili allusioni sessuali (per di più riguardo a minorenni).[7] Valgono come fan-service anche tutti quei prevedibili e stantii cliché per vendere gadget, pupazzetti, merchandising in generale: un personaggio pelosetto - meglio ancora se del cast protagonista - consente di stuzzicare i furries[8] e di vendere ancor più gli immancabili peluche.

Così la tipica serie manga - e il suo corrispettivo anime quando viene animata con un minimo di fedeltà - è fatta di uno o due episodi “esplosivi” iniziali, quindi uno svolgimento che a null'altro prelude se non un'infinità di allungamenti di brodo, di aggiunte di pretesti, contorsionismi, forzature maldestramente celate da rivelazioni di super segretissimi segreti misteriosi, Deus ex machina per aggiustare il tiro qualora stesse cominciando ad andare nella direzione giusta, spiegazioni di cose appena inventate (techno-babble in tutte le salse). Per poi concludere con poco meno di un colpo di accetta quando la direzione editoriale si sveglia con la luna di traverso e decide che è ora di concludere.

Le serie meno peggiori, dunque, sono fra le serie anime create ex novo, cioè con un progetto iniziale preciso, una storia lineare, uno svolgimento proporzionato. Ma vengono generalmente annacquate dalla cadenza settimanale della trasmissione degli episodi perché la direzione editoriale possa alterare in corso d'opera lo svolgimento, e lanciarsi nei deprecabili vizi sopra citati, cioè allungare il brodo e alterare lo scenario per facilitare la vendita di gadget. Negli anime dove si menzionano le difficoltà del produrre anime si insinua che la reazione degli spettatori darebbe al team di produzione spunti per correggere la rotta strada facendo… ma anche questo è fan-service, solo più sopraffino.[9] Che un episodio non dia reazioni entusiasmanti, è poco rilevante rispetto alla pianificata vendita di dischi blu-ray e di merchandising.

Certo dev'essere frustrante, in corso d'opera, sentirsi gridare dal capo: “ehi, questa robaccia si vende bene, allunga subito la trama! Ti avevano detto 12-15 episodi, ora il management ce ne chiede almeno 24! Anzi, facciamo 36!” È il destino di tanti ragazzotti sognatori, cresciuti a merendine, anime e manga,[10] decisissimi a lavorare nel campo,[11] pronti ad accettare paghe da fame e orari massacranti, e scoprirsi trentenni a non aver messo nulla da parte e ad essere stati sostituiti da altri più giovani, più in salute, e non ancora in burn-out.[12]

Si potrebbe obiettare che alle case editrici si può benissimo presentare un intero manga già completo, in cui ogni capitolo contenga una parte proporzionata della trama anziché arzigogoli e acrobazie dipendenti dall'umore lunatico dell'editore. Ma all'editore non piacerà troppo una simile idea, perché ciò che sulla sua scrivania gli può sembrare qualcosa di ben scritto e promettente, in fase di avanzata pubblicazione può rivelarsi una rogna da gestire. Metti che stai pubblicando una serie d'azione che contenga la scena di un'esplosione di un reattore nucleare… e ti scoppia il caso Fukushima. L'editore non ha tutti i torti nel pretendere di poter modificare la trama (o concludere anticipatamente… o allungare il brodo): il problema è che è già abituato ad abusare di questo potere. E se la storia preconfezionata sta vendendo bene, vorrà già prenotare una seconda stagione, in cui dovrà succedere questo e quello, i personaggi dovranno adeguarsi ai desiderata politici, woke, gender, e altre mode.

Comporre un intero manga senza la supervisione editoriale (che infliggendoti determinate scelte se ne prende un po' la responsabilità) implica partire avendo le idee chiare su come si racconta una storia. Idee che non tutti hanno - specie questi autori giapponesi bravissimi a disegnar colpi di scena, eccellenti nel progettare misteri segreti e misteriosi, ma talmente abituati a farsi dettar legge dai capi da essere incredibilmente incapaci di scrivere una storia coerente, equilibrata, sensata, gustabile fino alla fine. Non hanno mai letto la Flannery O'Connor quando dice che aveva appena deciso che il personaggio aveva una gamba di legno, e già ne intravedeva gli spigoli del carattere, già sapeva che il personaggio lo aveva trasformato in un feticcio e che lo considerava un lasciapassare perpetuo. O quando dice che i personaggi delle sue novelle non li “costruisce” ma li “segue”, li osserva. E soprattutto non hanno mai letto le novelle della O'Connor fermandosi a riflettere sull'escalation col botto finale. Novelle in cui non c'è una sola sillaba superflua, in cui ogni pagina mette a poco a poco il carico da novanta sulle precedenti.

Per essere buoni scrittori occorre essere anzitutto buoni lettori. Direi che in questo i giapponesi falliscono miseramente, perché aver fruito per tutta una vita di anime e manga li fa rarissimamente emergere come autori.[13]

Per produrre un manga coerente (e ancor più in caso di anime) occorrerebbe non dipendere da soggetti esterni. Cioè lavorare in proprio finché l'opera non è perfettamente delineata. Cioè costruire per bene personaggi, trama, ambientazione, “segreti”, ben prima di cominciare a scrivere la sceneggiatura.[14] Dopodiché allestire un episodio “zero” da non pubblicare,[15] in cui includere la logica dei “segreti” svelati successivamente, e presentare - anche solo parlandone - tutti i personaggi (e i legami che saranno oggetto di future allusioni). Quindi lavorare sugli episodi “uno” e “due” assicurandosi che vi siano almeno accennati tutti i personaggi che compariranno successivamente e tutte le situazioni che introdurranno apparenti cambiamenti nella trama (non è che al ventesimo episodio ti inventi che “c'era sempre stata una guerra”… L'ultima cosa che vuoi rifilare al lettore o spettatore è una novità appena improvvisata).

Chi ben comincia, è già a metà dell'opera. Perciò questo “ben cominciare” deve consistere nell'aver sempre le idee chiare, fin dall'inizio, di cosa si sta descrivendo (attenzione, non “scrivendo” ma “descrivendo”) e di fare il primo buon passo iniziale (cioè usare gli episodi “uno” e “due” non per raffazzonare colpi di scena galattici come esca per i lettori, ma per partire col piede giusto).[16] Negli episodi successivi la storia andrà distribuita in modo proporzionato: quando sai cosa c'è da raccontare, puoi anche abbozzare in anticipo i contenuti di ogni singolo episodio, conservandoti l'opportunità di piallare eventuali difetti prima di finalizzare la storia. Infine può cominciare la realizzazione vera e propria, disegnando e applicando i dialoghi.[17]

Più di un editore rifiuterà di avere a che fare con un'opera già completa.[18] Qualcuno troverà mancanze vistose, altri troveranno elementi che richiedono urgente modifica.[19] Ma l'autore deve avere anche il fegato di proporre l'opera con la formula del prendere o lasciare, a costo di pubblicarsela a spese proprie (il che richiede tenacia e soprattutto soldi) perché ogni volta che ti fai straziare l'opera in nome di una possibilità in più di pubblicarla, ti sei giocato non solo un po' di dignità ma anche di creatività.


1) Come tutti i miei rant, anche questo è una paginata interminabile. Trattandosi di un blog - cioè con un pubblico che non si sa se, quando e quanto leggerà - non riesco a fare a meno di aggiungere precisazioni, chiarimenti, considerazioni. Ogni tanto ci si lasci gridare: abbasso la sintesi, viva la logorrea.

2) Ci sono autori che riescono a sparare una “grossa idea iniziale” perché tirano direttamente fuori i propri torbidi interiori. Come un'autrice di una truce storia fantasy a base di maghi, demoni e magie, in cui pressoché tutti i personaggi rappresentano o una fase della sua vita (come la tredicenne impacciata), un suo ideale (come il bel protagonista in giacchetta e auto vintage), un suo familiare (come il mago capoclan in cui raffigurare il padre importante ma assente)… Il manga, in sé, al di là della cura maniacale nei dettagli disegnati, non è molto avvincente (e comunque sa spesso di allungamenti di brodo) ma ha avuto il suo piccolo successo (e il fedele adattamento anime) perché i personaggi non erano tagliati con l'accetta.

3) Come quella vecchia serie ambientata in Brasile, gettonatissima in Occidente solo perché entro il secondo capitolo faceva una sgangherata critica a certo cattolicesimo salottiero.

4) Come in certi libelli settecenteschi dove coltissime pastorelle discettavano di massimi sistemi con mandriani filosofi. Solo che stavolta è produzione giapponese.

5) Il motivo principale per cui raramente consiglio un anime o manga (o addirittura ne menziono dettagli senza indicare il nome dell'opera) è che il lettore-tipo si soffermerebbe anzitutto su ciò che gli stuzzica i soliti istinti, sulle scene più superficiali, sulla pretesa di valutare l'opera secondo la coincidenza coi propri strambi gusti del momento. Ma anche no, grazie. Tenetevi pure i vostri infantilismi modello Pokémon e One Piece, tenetevi pure i vostri pornetti travestiti da subcultura orientale, vi meritate davvero di “appassionarvi” a robaccia così stupida.

6) A quanto pare il tipico lettore-spettatore giapponese prova una sensazione simile al piacere sessuale quando vede qualche personaggio imbarazzato per questioni di pudore o di sessualità, tanto più se quelle questioni non c'entravano nulla con la storia raccontata e con la morale dell'opera.

7) Da decenni ai piani alti c'è un intensissimo lavorìo per sdoganare la pedofilia (proprio mentre i più sembrano ancora ufficialmente condannarla), ma ai piani bassi - come la tipica casa editrice giapponese che lamenta qualche Grande Morìa delle Vacche - si sa bene che a spendere una fraccata di soldi in gadget e merchandising (e acquisto degli originali delle opere anche dopo averle già seguite per intero) sono proprio i soggetti che faticano a tener a freno le proprie fantasie. È come quando un obeso compra un aggeggio da tremila euro beccandosi una cocacola in omaggio, senza la quale l'acquisto sarebbe stato incredibilmente “in forse”. E così nella tipica casa editrice si saranno detti: che c'è di male a mettere un pochino di fan-service in modo da sfangarla anche nel prossimo trimestre?

8) I soggetti che si travestono da animali sembrano dotati di un vasto campionario di esecrabili vizietti.

9) Ad esempio nelle varie Genshiken e in Shirobako. In quest'ultima si fa anche notare che nell'imminenza del finale di una serie, il direttore artistico inventa una vaccata del tipo “oh che bello il sentimento di amicizia”, per tirare disperatamente a riva una serie che brancolava nel buio da tempo. Un po' come le arzigogolate del parroco che non riusciva a trovar modo di concludere l'interminabile omelia domenicale.

10) Mi suscita una notevole ammirazione l'aver sempre notato in tutte le produzioni anime e manga, il sottile insegnamento di buone norme di civiltà - i protagonisti, salvo qualche eccezione nelle scene che devono far ridere, sanno rivolgersi agli adulti e ai superiori in modo formale, seguono buone norme di igiene, guidano con prudenza, mangiano frequentemente pasti genuini, ben preparati, anzi, amano cucinare e senza strafare… E risuona come un sacrificio il non poter seguire igiene e dieta sana, ed emerge come fastidioso o deprecabile chi non si attiene all'etichetta. Perfino quelle sempre più rare volte in cui un soggetto fuma.

11) Mi ricordano i tipici adolescenti italiani che dopo aver sprecato tutta la propria giovinezza su stupidi videogiochi, decidono eroicamente che vogliono diventare programmatori di videogiochi, per poi scoprirsi incapaci alle superiori e di buttarsi su qualcosa di “facile” al momento di scegliere l'università. Si ritrovano quindi trentenni, con un titolo di studio misero, ad accorgersi finalmente di aver bruciato pressoché tutto il loro tempo libero sui videogiochi senza riuscire a diventare almeno programmatori di serie B.

12) L'industria anime giapponese è un tritacarne come pochi altri. Il paradosso è che è proprio il massiccio turn-over a evitare di far la fine degli sviluppatori software, che al burn-out ci arrivano attorno ai quarant'anni, in genere troppo tardi per riciclarsi altrove.

13) Sono incredibilmente poche le produzioni anime o manga degne di essere definite belle storie. Anche quelle di maggior successo poggiano infatti sull'aver girato e rigirato attorno a qualche idea brillante, ma non sono memorabili. Ad esempio Code Geass affascina per la strategia militare e il problem solving (seppure debitamente inquinati da puntuali e inutili colpi di scena), ma per il resto è un elenco di storiette adolescenziali banali cucite insieme alla buona. Ed anche Shingeki no Kyojin, che a detta del suo stesso autore doveva trasporre la questione del bullismo, diventa vittima del suo stesso successo con infiniti allungamenti di brodo e patetiche divagazioni pseudofilosofiche.

14) La O'Connor potrebbe non essere del tutto d'accordo ma qui parliamo di opere da vedere più che da leggere. E cioè che prima di essere realizzate visivamente devono essere raccontate (nel senso di preparare una sceneggiatura). E parliamo di autori dilettanti o comunque non eccelsi, che in ogni momento della produzione dovrebbero aver ben chiaro dove andare a parare anziché dover decifrare ogni volta da zero un qualche concetto astratto.

15) Nulla vieta che un episodio “zero” venga pubblicato in futuro come bonus track ma la sua realizzazione serve anzitutto a consolidare le idee all'autore.

16) Ricordo una serie anime fantascientifica in cui nel primo episodio un super mega mostro irrompe in casa di una ragazza in un remoto grattacielo - guarda caso una espertissima di armi e indagini, era la figlia del capo della polizia, mica la tipica italiana che rosica per non aver avuto almeno una decina di Like sul suo ultimo TikTok - e la aggredisce mentre questa si sdocciava. Ma poi misteriosamente scappa via senza ammazzarla. E lei, solo un pochino spaventata, comincia ad indagare per fermare il mostro. Segue quindi una ventina di puntate dove il mostro compare, ammazza un sacco di gente, e scompare, e nel frattempo si accumulano segreti su segreti, misteri su misteri, e l'incredibile coincidenza che nessuno ostacola la protagonista. È letteralmente il peggior inizio di storia che si potesse immaginare, anche in vista della prevedibilissima rivelazione che il mostro e la ragazza abbiano un qualche legame. Non è uno spunto di una storia, è solo un fan-service con zero spunti.

17) Disegnare solo dopo aver ben chiari i contorni della storia è meno complesso di quel che sembra ma richiede costanza e visione d'insieme. Anche un mediocre artista ha sempre le idee chiare su cosa deve contenere l'opera. Ad un grande artista l'opera quasi sempre “sfugge di mano”, suo malgrado, fluisce interamente senza accurate pianificazioni. Ma anche un dilettante ben determinato e con una chiara visione d'insieme, può - seppure con più fatica di un grande artista - produrre qualcosa di apprezzabile.

18) L'editore che si lamenta del contenuto ha a cuore le vendite, non il contenuto (è la definizione ironica di Letteratura Moderna e Contemporanea). L'eventuale correzione di bozze è un procedimento che richiede poca intelligenza, non è un arricchimento dell'opera. E sempre ricordando che l'editore, nel caso di anime e manga, è abituato all'insindacabile libertà di pretendere variazioni in corso d'opera. Per questo occorre presentarsi con un'opera già completa e consolidata, su cui si è lavorato senza darsi una scadenza precisa per la pubblicazione. Anche per quanto riguarda il tempo perso con gli editori a cui è stato necessario dire di no.

19) La stessa O'Connor veniva criticata perché le sue novelle contenevano “troppa violenza”. Ma ancor prima di leggere la sua risposta a tali critiche avevo già capito che chi le muoveva si era limitato a considerare la novella un elenco di eventi: tizio dice questo, tizia fa quello, infine tutti felici e contenti, con dosi predeterminate di violenza accettabile e di turpiloquio tollerabile. Proprio quel genere di persone che letterariamente non vede al di là del proprio naso e che - per esempio - considererebbe Il nome della rosa un giallo ambientato nel Medioevo anziché un trattato filosofico-iniziatico sul quale c'è confezionata come copertura una storietta anti-monaci. L'affermazione “nuda nomina tenemus” - nominalismo infilato alla fine di un crescendo inteso a negare la realtà (della realtà avremmo “solo nudi nomi”) - è in latino affinché gli incolti credano di aver solo letto un romanzo.

venerdì 21 ottobre 2022

Liturgie di devoti undicenni

Le mie presenze al McDonald's si contavano sulle dita di una mano monca (e tutte in compagnia di qualcuno e avendo fretta di metter qualcosa sotto i denti prima di ripartire). Qualche sera fa però ci sono tornato per accompagnare degli amici, il figlio undicenne di uno dei quali esigeva perentoriamente l'esperienza mistica mcdonaldesca.

La prima cosa che colpisce è la lunga fila all'ingresso. Tutti di una certa fascia di età (molto più giovane della nostra). Tutti religiosamente in attesa del turno per entrare. Una fila ordinatissima e silenziosa, di quelle che si vedevano solo al Meeting di Rimini, no, agli Esercizi della Fraternità.

Il momento sacramentale è quello di ordinare. Il ragazzino ha provveduto per tutti noi. Aveva una sconvolgente dimestichezza con quel touchscreen troneggiante così alto e luminoso, tale da farmi riflettere su quante volte avesse visto eseguire quelle ditate, e quante altre volte avesse provveduto lui stesso. Scegli, togli, ripensa, aggiungi, rimetti, clicca qui, codice, correggi, offerta, conferma, segnalino, pagamento. Mi sono sinceramente chiesto cosa sarebbe stato il ragazzino se un quarto di quell'entusiasmo, di quell'esperienza, di quella conoscenza, fossero state dedicate al Santissimo Sacramento.

Nell'esatto ultimo momento dell'ultima ditata - quella del selezionare il pagamento -, come risvegliandosi all'improvviso da un sogno, scatta indietro a comandare a suo padre di inserire la carta di credito. La magica carta che fa magicamente mangiare. Tutte le pietanze erano rigorosamente descritte da numeretti (i prezzi in euro). Togliendo un ingrediente, il prezzo non cambiava: e allora rimetticelo il doppio bacon nel mio BBQ, va'. E il ragazzino, in preda a delirante entusiasmo, mostra la sua bravura nel selezionare, modificare, aggiungere, confermare, lietissimo di ottemperare a questa richiesta di conformarsi ancor più alle divine virtù di Colui che Ordina sul Taccio Scrinno del Mecco Donaldo. Chissà quante volte avrà implorato gli amichetti di consentirgli di essere al centro dell'attenzione, di essere l'Ordinante Diteggiatore, soccombendo alle piccole prepotenze degli altri che si ritenevano più degni, che erano più esperti, che magari era già tanto che gli avessero consentito di diteggiare il suo. Ma ora, in mezzo a degli adulti -perbacco!-, che addirittura gli chiedono di modificare una voce dell'ordine, è un sublime momento sacro di mistico fulgore! Vorrebbe che i compagni fossero presenti a vederlo mentre modifica un ordine su esplicita richiesta di un adulto! Che apoteosi.

Segue quindi il sacro momento conviviale. Il ragazzino apre con un po' di indifferenza la sua scatolotta debitamente decorata dei santi in vigore, cioè gli animali domestici di Batman e Wonder Woman, rigorosamente diversity (impossibile che i supereroi abbiano tutti un cane non abbastanza nero), con porzioni edibili talmente piccole che a vederle da sazi sarebbe tornata la fame per solidarietà. Uno dei presenti consuma la sua insalatina, con una microporzione di olio (“15ml”, dice la scritta sulla bottiglina morbidina formato bambolina). Una dei presenti consuma solo parzialmente la sua porzioncina di McNuggets. Il ragazzino tenta il suo show - quello che gli amici non gli avrebbero tanto facilmente consentito - raccontando robe a caso e battutacce bambinesche da undicenne che vuol sembrare adulto navigato. La dose di attenzione che ottiene non è proprio quella desiderata, ma tant'è, meglio di niente, che l'indomani si torna col branco dei coetanei, e lì sarà di nuovo dura ritagliarsi il suo momentino di gloria. Qualcuno degli adulti butta lì incautamente qualche argomento di conversazione da adulti annoiati, cioè fidanzamenti ed “ex”, rovinando quella già scarsa dose di attenzione.

Fuori è un freddo boia ma c'è gente - sempre di quella succitata fascia di età - che con religiosa compostezza procede al sacro pasto.

Una delle addette aveva un braccio abbondantemente tatuato che per una combinazione surreale di circostanze è stato per un attimo teso trasversalmente a pochi centimetri dai miei occhi. Lavoratori umani ubbidiscono roboticamente agli ordini del computer, ordini compilati con ascetica devozione da inebriati contemplatori del touchscreen. Il computer provvederà certamente a misurare l'efficienza e la precisione degli umani nell'eseguire gli ordini. Mentre la tatuata mollava i vassoi il suo commissario politico supervisore (più giovane di lei) chiedeva distrattamente se fosse tutto a posto. Nessuno risponde. Più per imbarazzo che per necessità, gli porgo il lungo sacro scontrino chiedendogli cortesemente di controllare. Passano quattro lunghi secondi, e il supervisore afferma che mancano i nuggets. L'addetta tatuata si sposta subito verso i robot umani dall'altro lato, tornando trionfante con una scatolina extra.

Viene infine il momento di alzarsi. Nessuno vuole alzarsi per primo, sarebbe come un dire che si è pregato abbastanza, nessuno vuol passare per quello poco devoto. Così mi alzo io, con la scusa di riporre negli appositi raccoglitori le bottiglie di plastica vuote. Non posso fare a meno di notare che la quantità di cibo è proporzionalmente simile a quella di carta, plastica e incarti. Il ragazzino è già stufo da un pezzo di star lì, vorrebbe qualche altro intrattenimento, la compagnia degli adulti gli è stata prevedibilmente noiosa. Ah, se ci fosse il branco! Ah, se lo avessero visto mentre si destreggiava a ordinare!

Son felice di non appartenere a quella religione.

giovedì 18 agosto 2022

Here come the tears

Quelle cose che più ti colpiscono[1] ti vien spesso voglia di recensirle di nuovo,[2] anche se lo avevi già fatto quindici anni fa. E quando eri pronto a rimetter mano a una recensione scopri che sotto il video uno dei commenti più gettonati dice: lo comprai che ero sedicenne, nel 1977, ed ancor oggi a sessant'anni piango ancora nel riascoltarlo, l'amore non è mai giunto, giusto?

Sembrerebbe che il sessantenne ancora non abbia capito perché c'è quel tuono verso la fine della canzone. È quel tuono che impedisce una lettura triste e senza speranza.[3] Quel tuono che rappresenta alla perfezione un ego che viene finalmente scalfito,[4] il momento esatto in cui il cuore si apre ad una possibilità che prima si ostinava a voler ignorare.

Sarà che ho letto e riletto con entusiasmo le novelle della Flannery O'Connor[5] da capire che le occasioni di grazia - a cominciare dall'aprire finalmente gli occhi sulla propria vita - sono tanto rocambolesche quanto ineleganti. E avvengono nei modi e momenti in cui meno le si aspetta, anche se si stava “aspettando” con decisione ed attenzione. E che creano un bivio ineludibile in cui occorre usare tutta la propria volontà per decidere quale delle due direzioni prendere.


1) Una prece per quei poveri cattolici che credono di trovare argomenti di meditazione e di sapienza tra le patetiche pagine di un Camus o di un Baricco (e consolazione e serenità tra le mani di psicologi e terapeuti) solo perché al pretame modernista piace mettere il rossetto al maiale, riuscendo con diabolica efficienza a far meglio di tutti i precedenti nemici della Chiesa. E pensare che è già un miracolo che nomi come Dobraczyński, Benson, Lewis, Chesterton, non siano stati frettolosamente dimenticati (ma è stato per lo più grazie a gente di CL).

2) Un artista è tale suo malgrado, ché i talenti van coltivati per non farli morire (ma non si possono far nascere). E potrebbe aver poco da dire, ed averlo già detto tutto nei primissimi anni della sua carriera - come questi Judas Priest, o come il canto mariano dei Sisters of Mercy - quando ancora non si poneva il problema di trasformare il talento in una rendita mensile.

3) Molte grandi opere offrono involontariamente una lettura superficiale diversa da quella che si scopre dopo un attimo di onesta riflessione. Posso presumere che chi vive la solitudine sia tentato di interpretare quel “come” come imperativo (“ecco, vengano le lacrime”) anziché una posposizione del soggetto (“vengono giù lacrime”) e di interpretare il tuono come un espediente per drammatizzare. Ma quel maschio e inevitabile tuono arriva dopo un intenso crescendo di here come the tears, quasi preannunciato, e non per creare sensazioni.

4) Anch'io scoprii da adolescente questa canzone ma già al secondo ascolto capii che c'era qualcosa di molto più grande di un lamento dovuto ai furiosi morsi della solitudine. Non sarò stato il solo a comprenderlo. Ma forse per capire che non è un banale lamento di un vecchio lupo solitario è necessario ammettere almeno implicitamente l'esistenza di quella cosa che i cattolici chiamano “divina grazia”.

5) L'arte della O'Connor sta nello spiegare ad un pubblico protestante e ignorante i princìpi di funzionamento della divina grazia. In quei racconti truci che non fanno economia di violenza da provincialotti, ad immergercisi si finisce per capire - spesso con disgusto e sdegno, quanto basta per ricordarseli per bene anche a distanza di molti anni - la propria fuga dalla realtà e il tentativo di schivare quell'inevitabile bivio. Solo una delle novelle ha una protagonista cattolica; la O'Connor detestava a morte le storielle melense e tutte uguali in voga all'epoca nell'imborghesita Chiesa locale, indistinguibili dalle fiction laiciste tranne per l'introduzione un po' forzosa di elementi chiesastici. Al punto da commentare l'ipotesi di un romanzo ambientato in un seminario, che anche con le migliori intenzioni l'unico effetto sarebbe stato quello di far perdere la fede ai lettori. In tempi preconciliari (cioè non sospetti) aveva già capito che la fede cattolica popolare stava venendo tragicamente ridotta ad un grazioso elenco di cose da dire e di cose da fare, un manierismo ad indignazione preconfezionata utile solo come entertainment per cattoliconi da salotto.

giovedì 21 luglio 2022

Procede spedita la creazione della claque (CL+AC)

La lettera di Farrell del 10 giugno 2022 dà una tale strigliata al movimento[1] che Prosperi l'ha dovuta introdurre insistendo sul fatto che la potatura porta frutto e le prese di posizione no.[2] È come uno che ha un cappio al collo[3] e invita i muscoli a non dimenarsi per non far stringere il nodo e per non far notare che si tratta comunque di una condanna per impiccagione.[4]

La crisi del movimento è iniziata con la sua istituzionalizzazione. Non fingiamo di cadere dal pero. Il nostro momento più alto fu il disprezzo con cui il cardinal Colombo ci scaricò dicendo che eravamo un'entità autonoma e separata dall'Azione Cattolica. Erano i primissimi anni Settanta, i tempi in cui potevamo essere fedeli al Papa e ai vescovi senza pagare il pesante obolo del far claque agli eventi ecclesiali e parrocchiali. Erano i tempi in cui potevamo parlare delle traduzioni eretiche del Credo e del Pater Noster senza sollevare dall'indifferenza neppure un sopracciglio curiale.[5] Erano tempi in cui nemmeno i più blasonati clericali trovavano tempo di esaminarci a caccia del pelo nell'uovo, bastando loro giudizi tranchant ripetuti acriticamente dai giornaletti comunisti.[6]

Poi venne il riconoscimento ecclesiastico. Prima alla Fraternità, nel 1982, e poi pezzetto dopo pezzetto - e non senza sudate fredde, scherzi da prete e ostacoli da burocrazia sovietica - alle altre realtà collegate. Cominciò, con quello, l'indiscutibile declino. All'inizio addirittura gradevole, come la percezione di un po' di pianura dopo che hai affrontato continue salite. Avremmo ancora vissuto a lungo l'ostinata e irragionevole ostilità della gerarchia ma almeno avevamo un nome, il clero non poteva più considerare illegale la nostra esistenza. Ci parve addirittura di averlo desiderato, il riconoscimento, come se l'esperienza cristiana abbisognasse tassativamente di un timbro curiale in carta bollata.[7] In effetti ci fu un moltiplicarsi di carte bollate, di piccole burocrazie - implicite ed esplicite -, di capi e capetti, di “chi è amico di chi”, di ciellini d'allevamento[8] e ciellini di serie B[9] e serie C loro malgrado, di gente che campava di rendita di posizione e di capetti locali impegnatissimi ai quali era così complicato chiedere un'udienza di cinque minuti o una semplice telefonata,[10] ma che trovavano intere giornate libere per incontrare una qualche “persona interessante”[11] che poi ci veniva proposta come novello maestro (e magari non era nemmeno cristiano, ancor meno interessato all'esperienza del movimento, e che in fin dei conti serviva solo come soggetto da applaudire per perorare qualche strano interesse personale di qualche nobile ciellino di rango medio-alto).[12] Soprattutto, fu un continuo rimproverarci di moderare i termini mentre fino a poco prima era un continuo precisare i termini: eravamo passati dal chiamare le cose col loro nome[13] al dover castrare i nostri discorsi per non urtare le suscettibilissime sensibilità altrui, specie quelle di spettatori immaginari.

Una ventina d'anni fa si poteva ancora vivere il movimento pur standone ai margini,[14] fuori dalla sua corrente mainstream e senza gettar manate d'incenso agli idoli del politicamente corretto, prendendo sul serio nei piccoli gruppetti[15] la scuola di comunità - che già all'epoca, almeno in queste lande brulle e desolate, negli incontri ufficiali sembrava già ridotta a una sconnessa ripetizione di espressioni udite “a Milano” dai grandi capi. Si poteva ancora andare al Meeting e agli Esercizi e tornare a casa arcicontenti perché ogni centesimo speso aveva dato frutto. I Memores erano ancora in costante crescita pur di fronte alle prime sbavature[16] che non promettevano nulla di buono.[17] Don Giussani, sempre più malmesso in salute[18], si era premunito contro eventuali lotte per la successione, scegliendo informalmente il don Carrón. Quando don Giussani venne a mancare nel 2005, salì al trono il Carrón, con la regolare votazione segreta che registrò tutti voti per lui tranne un astenuto (il suo). All'inizio sembrò persino un bene. Ma a lungo andare la situazione degenerò in carronismo e che - comica ironia del destino! - viene criticato dalla lettera del Farrell e dalle affermazioni di papa Bergoglio: la convinzione che il carisma sia ereditario,[19] cioè - indiretta ma inevitabile conseguenza - che i movimenti siano entità autonome indipendentemente dai propri contenuti e che perciò dovrebbero rapportarsi alla Santa Sede come in una federazione di club.[20]

“Un carisma sorgivo”, ci potevamo dire a suo tempo senza temere un esercito di curiali mobilitato a cercare il pelo nell'uovo. Ma pur essendo ancora vero che quel carisma non è riducibile a una rielaborazione di contenuti e tanto meno ad uno scettro che ci si passa di capo in capo, è qualcosa che oggi non si può più ricordare in pubblico, perché a negarlo nei fatti è stata quell'attitudine che qui amo chiamare carronismo, col suffisso -ismo che indica le ideologie. Scelto dal don Giussani per custodire e far crescere quanto già seminato, si è invece fatto strada come interprete assoluto prima e (involontaria? imprevedibile? naturale?) giustificazione di giussanologi e cielloti poi, cioè delle due riduzioni tipiche del movimento a circolino culturale e attivismo sociale.[21] Ciellini e Memores dell'ultima ora sembrano non avere gli anticorpi intellettuali necessari a capirne le conseguenze. Cioè ripetono anche con professorale destrezza ogni recente nota della diaconia centrale ma sembrano credere davvero che lo Scettro del Movimento sia tuttora abbastanza saldamente nelle sue mani,[22] come se fosse tutto lì il motivo per cui ai piani alti han deciso di snaturare, ridimensionare, e far fagocitare dall'AC il movimento.[23]

Occorreva pensare alla vita interna, alla crescita personale dei singoli, ma la combinazione di crescita numerica ed istituzionalizzazione ha indotto capi e capetti a traghettarci nella direzione opposta. Quelle stesse vacanzine, quelle scuole di comunità, quel darsi da fare insieme, è stato svuotato dall'interno: Cristo c'era a parole e solo convenzionalmente,[24] una volta ammannita la predica preconfezionata l'iniziativa era conclusa.[25] La Messa comunitaria diventava un prodotto artigianale prima e industriale poi, da catena di montaggio, in rispetto di standard ciellini curia-compatibili, e i nostri gesti pubblici tipici andavano castrati quanto basta per diventare indistinguibili dagli altri movimenti se non per il repertorio di canti da sciorinare.[26] Il Meeting cresceva in ampiezza ma diminuiva in contenuto. La nuova Cielle OGM a poco a poco sembra aver guadagnato davvero il beffardo destino che le hanno pianificato da tempo: finire a rimpolpare quello zombie altamente stagionato che è l'Azione Cattolica.


1) Più cerco di essere sintetico e più mi rendo conto che ciò che dico urta la sensibilità degli snowflakes ciellini e pertanto ogni affermazione richiede una mitragliata di chiarimenti preventivi. L'incapacità di riconoscere la crisi del movimento - o peggio il far finta di niente - sono la ricetta perfetta per l'eutanasia volontaria della Cielle OGM, ironicamente riassumibile in “cammina bene l'uomo che non sa dove andare”.

2) In qualità di ciellino mi aspetto che i vertici di Comunione e Liberazione abbiano maturato un giudizio anche su questioni contingenti, e che me lo comunichino e magari anche motivino, perché mi interessa parecchio sapere come la pensano coloro che guidano questa “compagnia guidata al destino”. E che se non lo hanno maturato, o se non lo ritengono importante, tacciano, senza menare il can per l'aia. L'essersi sempre presentati scodinzolanti alla gerarchia ecclesiale ha avuto l'inevitabile conseguenza di non poter più prendere posizione. Cioè i vertici del movimento hanno di fatto rinunciato ad essere voce autorevole sulle questioni importanti, trasmutando da realtà educativa a distribuzione di omelie. Per esempio, di fronte alla pandemenza covidiota, quando l'esimio cardinale beffardamente comandava di seguire la Messa in TV, poteva mai il movimento dare indicazioni diverse dopo aver srotolato tante sbavanti lingue al cardinale esimio?

3) Nonostante la proverbiale ubbidienza ciellina, l'impiccagione del movimento deve avvenire lentamente per evitare che anche soltanto quattro gatti dissidenti possano ricostruire qualcosa. Il clericalismo è spettacolarmente somigliante al più feroce stile sovietico, pronto a far vastissime distese di terra bruciata pur di mettere a disagio l'odiato nemico.

4) Da giovincello ho scoperto con dolore l'attitudine clericale a mazzolarti per il solo fatto di non essere utile alle loro piccole manovrine di politica ecclesiale del momento. Era già tanto quando si limitavano a pestare nuora affinché suocera intendesse. Ma pestavano, e pestavano sodo - in senso spirituale e psicologico, s'intende - e, kafkianamente, senza mai spiegarti il motivo o l'alternativa, se non in modo fumoso e ipocrita. Smisi perciò di dare una mano in parrocchia, aspettando il momento (ancora non arrivato) in cui avrei potuto ricominciare senza subire lo stesso trattamento. Ma i parroci mi detestarono comunque. L'unico ciellino della parrocchia non riuscirà mai a scollarsi tale marchio d'infamia. E ora vediamo i vertici del movimento assaporare lo stesso trattamento: mazzolati perché il movimento esiste. Non raccontiamoci balle: qualche problema oggettivo il movimento ce l'ha ma lo scopo ultimo dei nostri persecutori è di appiattirlo al punto da renderlo indistinguibile dall'insipida e disturbante Azione Cattolica. E magari ai vertici di CL, dimentichi di quello che era stato il movimento a suo tempo, hanno giurato pronta collaborazione al progetto.

5) Dai comunisti ci beccavamo molotov e pallottole ma è perché non sanno perdere, specialmente alle elezioni.

6) Le accuse di eccentricità non ci mancarono, qualche monsignorino più isterico si spinse perfino a dire che eravamo eretici. Ma erano giudizi sommari, campati per aria o al più sulle affermazioni di qualche baldanzoso e ingenuo ragazzetto: “credo solo nella mia esperienza”, e per gente abituata a sommergerti di chiacchiere - e a considerarle infinitamente superiori a qualsiasi tua esperienza - quello era il peggiore degli insulti.

7) Crea non poco dolore l'aver visto il movimento arrancare, zigzagare o addirittura indietreggiare, di fronte ai temi difficili di questi ultimi anni. Se ai piani alti erano stati capaci di professare un bergoglismo di maniera - “premiato” con la suddetta lettera del 10 giugno, e sono assolutamente certo che il cappio continuerà a stringersi senza pietà -, non potevamo certo aspettarci un giudizio sereno e chiaro riguardo alla pandemenza e al suo magico olio di serpente multidose, e all'operazione speciale in Ucraina. L'editoriale di giugno è l'ennesimo esempio di questo sentimentalismo cerchiobottistico da sinodo diocesano che cerca di tenere un piede in due scarpe tirando in ballo lo stupore dello sguardo da cui rinascono le cose della vita. Come se fosse più importante tenersi buoni i lettori anti-russi che dare un giudizio non allineato alla martellante propaganda televisiva.

8) Il ciellino d'allevamento è quella particolare specie di soggetto figlio di ciellini, nipote di ciellini, amico di ciellini che a loro volta sono figli di ciellini. La leggenda che siano soggetti con diritto di prelazione su posti di lavoro, borse di studio e altri privilegi si scontra con la realtà di problemucci personali - dal semplice spirito di ribellione allo stress di genitori iperattivi nel movimento. Quel che posso invidiare loro è l'accesso privilegiato ai pezzi grossi della Cielle senza doverli inseguire come un Wyle E. Coyote con Beep Beep.

9) In tutti gli ambienti sociali c'è gente che per circostanze privilegiate come ad esempio una rendita di posizione (abitare vicini ai capetti locali), riesce a stare in contatto con “quelli che contano” e a non stare mai out of the loop, laddove la maggioranza si affatica a fare altrettanto (come ad esempio un'ora di treno per andare alla scuola di comunità). Persino nell'epoca dell'internet e dei cellulari si innesca il circolo vizioso dell'acquisir punteggio nell'immaginaria classifica di chi “vive di più il movimento” (cioè vi investe molto più tempo dell'ordinario: può permettersi due ore di treno per un'ora di scuola di comunità). Così va a finire che soggetti di convinzioni eccentriche (e tutt'altro che cattoliche) permangono fastidiosamente nell'orbita dell'attenzione di capi e capetti, i “nuovi entrati” capiscono subito che c'è una cerchia di privilegiati, una serie B di gente ai margini che tenta di assorbire quel che di buono c'è e una serie C di manovalanza usa e getta. In altri tempi, quando leggevamo su Tracce espressioni come “una grande amicizia”, pensavamo che stesse parlando di noi fortunati di Serie B o C anziché degli altolocati di Serie A.

10) L'imborghesimento dei cattolici comincia sempre con l'incapacità di compiere gesti di carità alle persone “vicine” per occuparsi sempre di persone molto “lontane”. I bimbi del terzo mondo - cioè le loro artificiose foto con le facce sorridenti o sofferenti - che valgono più dell'amico che ha bisogno di cinque minuti di telefonata.

11) A furia di invitare al Meeting di Rimini tali “persone interessanti”, lo trasformarono esattamente nella caricatura che ne avevano fatto sempre i telegiornali di regime: una passerella estiva per politici e imprenditori, con applauso garantito e proporzionale al pezzo grosso di CL in cattedra a fare da moderatore e da richiamo.

12) Il mio continuo puntare l'attenzione sul piano “orizzontale” del movimento (dinamiche interne, rapporti con la gerarchia…) dà per scontata la necessità del piano “verticale” (la vita di fede e i sacramenti). Quando il primo è tale da non facilitare largamente il secondo, diventa un club, un associazionismo, un darsi da fare. Per questo don Giussani diceva che se la scuola di comunità non ti cambia, è inutile.

13) Per chiamare le cose col loro nome finimmo, seguendo fedelmente don Giussani, a maturare tutto un “gergo ciellino” completamente sganciato dal parolame chiesastico di ieri e di oggi.

14) Parlare del movimento dei tempi che furono sembrerebbe un po' come parlare di una ex che ti mollò senza motivo: ci vogliono anni prima di fartene una ragione e molti più anni prima di considerarla un argomento che non ti interessa più. Con la differenza che non considero affatto morto ciò che incontrai a suo tempo e che il disprezzo ce l'ho solo per il takeover che ne è stato fatto con successo tale da aver spazzato via pure quella possibilità di “stare ai margini”.

15) Abbiamo macinato parecchi chilometri di strade sgangherate pur di incontrarci per una passeggiata in montagna e uno scambiarci poche ma densissime parole nei momenti belli e meno belli della nostra vita. Ai loro genitori e parenti non pareva vero vedere questi “amici” così affiatati, e veder presa sul serio la fede, come se la fede fosse davvero parte della vita quotidiana anziché un fardello sociale di cui fare a meno quando nessuno ti vede. Ciò che nella scuola di comunità “principale” raccontavano di aver sentito “da Milano”, noi lo avevamo già vissuto. Mentre in quest'ultima ci si interrogava pensosamente su complicati concetti astratti - con pancia piena e termosifoni accesi -, noialtri ci beccavamo freddo e pioggia e si discuteva in macchina dei novissimi e dei sacramenti.

16) Ricordo con amarezza un bel po' di ex Memores che ad un certo punto, senza apparente motivo, avevano mollato tutto di punto in bianco. Come per gli abbandoni della talare, i primi a stupirsene sono quelli della casa stessa e quelli che avrebbero scommesso sul fulgido e luccicante avvenire di quella vocazione. È facile iniziare, è difficile - anzi, impossibile - donarsi a Cristo se si è entrati senza davvero desiderarlo prima. Il problema dei Memores, da qualche anno a questa parte, è che occorre essere compatibili col bergoglismo, il che premia chi si dona al Dialogo anziché a Cristo. E chi si dona al Dialogo si stuferà anche di essere trattato come un re.

17) Uno dei casi più dolorosi riguardava l'attitudine a giocare al “figli e figliastri” con la vita altrui, che già di suo è una clamorosa mancanza di carità, aggravata - faccio un esempio che ancora fa male - dall'aver promosso a Memor un esperto venditore di chiacchiere nello stesso momento in cui si bocciava un altro aspirante solo per mantener bilanciati ridicoli equilibri di potere e di prestigio di capi e capetti.

18) Ogni sei mesi correva voce che il don Giussani stesse piuttosto male, e noialtri si pregava sempre il Signore che ce lo preservasse ancora a lungo, anche se ormai in pubblico e agli esercizi della Fraternità erano già molti anni che non s'era più visto. Era stato ordinato al sacerdozio con un bel po' di anticipo perché temevano che morisse prima dell'ordinazione. Erano altri tempi. I tempi in cui la Messa era considerata un bene così prezioso da decidere, senza che il candidato lo richiedesse, di ordinarlo prima: “se se ne va giovane, almeno se ne va dopo aver celebrato Messa”. Nostro Signore ce l'ha conservato molto più a lungo di quanto sperassero quelli che gli vollero bene e di quanto temessero quelli che già negli anni Quaranta lo consideravano peggio che fumo negli occhi.

19) Una convinzione così assurda come quella del “carisma ereditario” non nasce come un incendio estivo ma come un sedimentarsi lento e costante di un pozzo di petrolio a partire da residui di dinosauri. Il gran capo, a lungo andare stufatosi di gente che cerca di rosicchiare una propria nicchia di potere, a poco a poco comincia a pensare di essere lui l'unico vero ed esclusivo interprete del carisma del movimento, tanto più che è stato scelto in persona dal donGius. Ma il donGius non lo aveva certo scelto per dirci “il movimento è lui”.

20) La brama di potere di certi ecclesiastici riconosce subito come antagonista quella sottintesa brama di potere del movimentismo ecclesiale che segretamente pensa che la Chiesa sarebbe una specie di arbitrato di una federazione di club. Magari c'entra complottisticamente anche il fatto che in questi ultimi anni sono diventati emeriti (o meno legati al movimento) diversi vescovi provenienti dal movimento o molto amici del movimento.

21) Il problema fondamentale del darsi da fare è che se ne diventa irrimediabilmente schiavi perché oltre a sembrar disdicevole il tirarsi indietro in un qualsiasi momento, si finisce per misurare i propri risultati e illudersi che abbiano un qualche valore spirituale. Il giussanologo penserà sempre di non aver fatto abbastanza prediche. Il ciellota penserà sempre alla presentabilità dei risultati del suo attivismo.

22) Quando spiegavamo su Litterae Communionis certe eresie delle traduzioni in lingua parlata di certe preghiere eravamo ancora piuttosto invisibili alle curie. Che non avevano tempo di metter becco sulla nostra vita interna, sull'organizzazione, sullo Scettro del Potere. Ora invece che abbiamo i riflettori puntati addosso, come in ogni GULag che si rispetti - e quindi anche quello clericale - qualsiasi cosa faremo in ubbidienza sembrerà sempre insufficiente, il cappio al collo non parrà mai abbastanza stretto. È possibile che ai vertici del movimento ciò sia già chiaro, e forse anche che è troppo tardi per tentare di salvare il salvabile, e che dunque si tratti solo di proseguire la recita del “tutto va ben madama la marchesa” sperando di rimediare infine uno strapuntino nella nascenda claque (CL+AC=CLAC) dei futuri eventi ecclesiali. Come già disse una volta don Giussani nel 1981, dopo il fallimento del referendum contro l'aborto, “sarebbe bello ricominciare in dodici”. Il movimento in versione giussanologi-cielloti-carronisti non è riuscito a sopravvivere un paio di generazioni.

23) Anche nelle storie ufficiali del movimento si nota come il declino dell'Azione Cattolica sia curiosamente parallelo al sorgere di Comunione e Liberazione. L'AC non aveva più nulla da dire, se non psicologismi d'accatto e buonismi politically correct. CL, invece, andava ai fondamenti più elementari della fede ripulendo il campo dagli equivoci tipici - fideismo, buonismo, sentimentalismo. Da allora ad oggi le gerarchie hanno investito tempo e risorse considerevoli per tenere in piedi il malconcio rudere di AC e non fa alcuna meraviglia che fin dagli inizi del pontificato bergogliano si accarezzi troppo seriamente l'idea di rimpolpare l'AC facendole fagocitare la CL. Ché quest'ultima ha i numeri, ha ben collaudate capacità organizzative, ha capillare presenza pubblica, ha ranghi disciplinati in tutte le fasce di età (immaginate come si leccano i baffi budgettando gli adulti della CLAC per le manifestazioni, i giovani della CLAC, i ragazzi della CLRagazzi, gli studenti della CLAC, i lavoratori della CLAC), e si vanta di ubbidire alla gerarchia. Se cominciamo a dirci che dopotutto Graecia capta victores cepit, significa che ci siamo già arresi.

24) E sì che uno andava alle iniziative del movimento per nutrire la propria fede, e sì che nel suo piccolo ci riusciva nonostante tante di quelle iniziative fossero più un darsi da fare che un'esigenza personale di crescita di chi l'aveva organizzata e caldamente invitato a parteciparvi. Ma ad un certo punto ho ritenuto non più bilanciato il rapporto fra quanto mi costava di soldi tempo e pazienza e cosa ne avrei cavato di crescita personale al termine. Ricordo con commozione stupide e squinternate vacanzine, mini-pellegrinaggi, passeggiate, facendoli - anzitutto da chi le organizzava e guidava - con cuore grato e commosso, come se Cristo c'entrasse qualcosa. Ricordo poco o nulla delle ultime a cui ho partecipato, perché del fare qualcosa di “che bello tutti insieme” non resta a lungo termine grande nostalgia.

25) La fede dei singoli ha saputo trarre beneficio anche da quegli eventi del movimento trascinati con finto entusiasmo da capetti impegnati a contare il numeretto vantabile di partecipanti. Il problema dei capi e capetti del movimento, una volta avviatasi loro malgrado l'istituzionalizzazione, è che hanno smesso di ritenere che quell'esperienza cristiana serviva anzitutto a loro, ciascuno di loro, personalmente. Hanno smesso di ritenere di aver sempre qualcosa da apprendere, pur essendo “capi”, ed hanno sostituito la capacità di stupirsi con le espressioni preconfezionate: “ieri mi colpiva questo… quest'altro… il telegiornale…”: la versione laica-amatoriale del pretino di campagna che non ha idea di cosa predicare ma sa che deve far durare la predica almeno venti minuti.

26) Non esistendo una tessera d'iscrizione al movimento, è entrata e uscita gente assai variopinta. Finché avevano una guida e un riferimento il movimento restava compatto. Quando il carisma è stato ridotto a scettro nelle mani del Carrón (col sottinteso che il prossimo Grande Capo, ereditandolo, avrebbe cambiato di nuovo le carte in tavola) qualcuno - come me - ha cominciato a notare la differenza tra ciò che lo ha fatto crescere e ciò che gli viene chiesto adesso. Ha cominciato a capire di essere parte di un club anziché di un'esperienza. Ha cominciato a chiedersi: mi sto donando a Cristo, o alla bergoglionata del giorno che dai piani alti ci comandano di applaudire? Ne segue che la realizzazione della claque CLAC avrà tutt'altro che il successone che han messo a budget.

martedì 31 maggio 2022

I credenti ne Lascenzah

La comparsa dei meme è il diretto risultato del drammatico calo, nelle ultime generazioni,[1] della capacità di astrarre, del senso critico, e della soglia di attenzione. È come un'epidemia. È una versione cento volte peggiore di quel che don Giussani chiamava "effetto Chernobyl": i giovani sembrano sempre gli stessi, ma hanno una incredibile desolazione dentro. Solo che stavolta non sono più solo i giovani. Sono anche quei giovani - oggi non più tali - di cui si lamentò il donGiuss.[2]

Non si può più parlare: c'è sempre il cretino prontissimo a redarguirti severamente: recenti studi dicono che, uno studio in pre-print afferma che, certi scienziati hanno scoperto che, molti esperti son d'accordo che, uno studio del 2015 dice che, dei ricercatori di Harvard hanno scoperto che… Solo che non stanno parlando della scienza - quella capace di contraddire ciò che aveva affermato prima purché ci siano nuove evidenze, ma stanno parlando de lascenzah, quella spacciata per tale sui mass-media, quella dei titoloni dei giornali e dietro cui ci sono considerazioni politiche e sociali, e c'è anzitutto la voglia di esibirsi come "quelli dalla parte giusta", come quelli che possono rinfacciarti di essere dalla parte sbagliata. Vorrei tanto fosse solo una tara psicologica ma ha tutti gli incontrovertibili contorni di una religione. La religione dei televisionati, come mi piaceva chiamarla una volta. Talmente televisionati che di fronte alla novità della "pandemia", e del caso "Ucraina", non riuscivano a concepir nulla di diverso che l'atteggiamento da massa di pecoroni, proprio mentre si autoproclamavano fieri di essere "dalla parte giusta, mica come te e voialtri".

Questo vecchio meme è uno di quelli che non invecchiano. La bocca aperta fino a rischiare di fracassare la mandibola, lo sguardo accusatorio o sognante, gli occhialetti da intellettuale, la fronte corrugata, la dentatura in piena vista, l'aspetto trasandato, a rappresentare gente per la quale non importa né la verità, né l'evidenza, ma solo il professare religiosamente - da veri talebani - una Versione Ufficiale, quella in voga al momento, completamente dimentichi della versione precedente del giorno prima, e di sbatterti in faccia i titoloni dei giornali per dire che loro sono moralmente e religiosamente superiori a te, miscredente complottaro della domenica.

È gente che ti scaccia brutalmente dal consesso sociale perché hai osato dare le prove inoppugnabili di ciò che avevi affermato.[3] Amano più l'idea di "aver ragione" che la ragione stessa.[4] Vivono in un mondo pavloviano in attesa del prossimo stimolo, pronti ad eseguire la reazione che è stata loro programmata, e persino ad esserne fieri, orgogliosamente convinti. È l'esito finale (e prevedibile) di quando la fede non c'entra più con la vita.


1) Mi sento improvvisamente molto più anziano di quanto non dica la mia carta d'identità.

2) Don Giussani l'aveva capito benissimo e con sorprendente anticipo, che la società procedeva orgogliosamente e a grandi passi verso la perdita della fede e la sua sostituzione con qualche nuova forma di paganesimo.

3) È finito anche maggio e c'è ancora gente in giro col mutandone facciale, perfino da soli in macchina a finestrini chiusi e condizionatore a tutta manetta. Tutta la gazzarra sul certificato razziale sanitario che ha impegnato menti e cuori da prima di Natale a dopo Pasqua, comincia finalmente a sbiadire. Mannaggia alla mia pigrizia: da quella storica calata proattiva di braghe delpiniana avrei dovuto collezionare compulsivamente le affermazioni di Certuni e Certaltri - a cominciar dal parentame - per poi sbattergliele in faccia adesso. Magari uno su dieci avrebbe capito.

4) Perfino nel movimento - e in tempi non sospetti - rilevai quest'atteggiamento clericalista di certi sommi capi e capetti, gli stessi che pensosamente elucubravano arditi voli pindarici perfino sulle espressioni scherzose del don Gius, erano gli stessi del "si fa così e basta, si è deciso così e basta" (notare le espressioni perentorie in forma impersonale).

sabato 30 aprile 2022

Turismo da tastiera

Certre volte vado vagando su Google Street View. Cerco una stazione ferroviaria ben servita e di una linea ferroviaria che non sembri prossima alla soppressione. Cerco nei dintorni, entro i cinque minuti a piedi, una casa che mi ispiri. Stavolta era una di lontana periferia, di fronte al mare. Negozietti, casette sparse, un alberghetto. Scelgo la casetta più piccola e meno appariscente, mi dico che c'è bisogno di lavori perché non dà l'impressione che passerà indenne l'inverno. Su Street View dice che è luglio ma pare di un nuvoloso tardo autunnale, c'è in giro solo una donna anziana, rare auto. Percorro stradina e scale, è come se avvertissi l'umidità e il freddo, attraverso il soprapassaggio immaginando a come dovrei imbacuccarmi se vivessi lì (poiché tutto il percorso non ha nemmeno un angolino per ripararsi in caso di pioggia), eccomi finalmente davanti alla stazione. Ma invece di entrarvi, continuo a girare nei dintorni. Un asilo. Una pescheria. Un ristorantino. Un altro improbabile alberghetto. Strano, ancora nessuno per strada. Che sia di mattino presto?

Ma più giro nei dintorni e più qualcosa bussa alla mia memoria recente. C'è stato il maledetto coviddi, che ha distrutto anche quel genere di sogni. Si esce di casa solo per lo stretto essenziale. Mascherine, contagi, vaccini, paure, sanificare, ti controllano, autocertificazioni, un colpetto di tosse e ti guardano tutti in modo torvo, e pensare che fino al 2019 il colpetto di tosse lo davi solo per rompere il silenzio. Nulla è più come prima. Ci vorranno parecchi decenni per riuscire a dimenticare questi ultimi anni horribiles (e il presente, che ugualmente non promette bene)[1] e abituarsi di nuovo a vedere i volti umani senza il pannolone facciale. Viviamo tuttora come in un grosso film dell'orrore, sia pure avendo messo un po' in sordina la psicosi virus per far posto alla psicosi guerra. È come se quelle vecchie fiction, a meno di dettagli superficiali, ci avessero anticipato tutto, talora figurativamente, talaltra letteralmente. O forse siamo noi ad esserci adagiati comodamente sui raccontini che per una vita intera ci hanno inflitto i media. Abbiamo imparato a vivere come in quei film. Non conta più la realtà dei fatti: conta l'essere compatibili con le grida manzoniane mediatiche, vedendo realizzata la profezia di Chesterton perché ormai occorre attizzare fuochi per testimoniare che due più due fa quattro, e sguainare spade per dimostrare che le foglie son verdi d'estate.

In tempi non sospetti mi ero lamentato senza sosta sui cretini postmoderni che bramavano di conoscere dalla tivù la cretinata del giorno. Ehi, sacro televisore, tabernacolo del demonio,[2] di cosa mi devo preoccupare oggi? Verso cosa devo esprimere il mio sdegno? Cosa deve provocare le mie reazioni, le mie paure, i miei bassi istinti, la mia rabbia, la mia noia? Su, ti prego, dammi qualcosa per esercitarmi. Se proprio non c'è nulla di grosso, dammi almeno un'altra dose di intrattenimento, qualcosa che mi distragga, che porti la mia testa lontano dalla vita quotidiana, e che a poco a poco mi plasmi l'animo e l'anima, cosicché un giorno potrò esser pronto all'ennesima Emergenza Mondiale Del Mese senza percepirne né gli esatti contorni, né la vera pericolosità, né un brandello di significato.

Infatti quel momento è venuto. Prima della pandemia quelle stradine erano deserte per maltempo e ferie, negli inutilissimi lockdown sono state deserte per la paura di uscir di casa, ora non sono più deserte ma è un po' di traffico che si alterna ad ambulanze a sirene spiegate.[3] Prima della pandemia lamentavo le facili isterie, le epidemie multiple di saccenza, perbenismo, arroganza, ipersuscettibilità. Non sapevo ancora che l'isteria collettiva sarebbe diventata quotidianità.


1) Emergenza finita ma restrizioni prorogate: come a dire guerra in Etiopia finita ma accise prorogate per novant'anni.

2) Fu padre Pio da Pietrelcina a qualificare "tabernacolo del demonio" il televisore in tutte le case.

3) C'è l'epidemia di "malore improvviso" in pieno svolgimento e la forsennata e isterica guerra angloamericana-NATO contro la Russia.

sabato 26 marzo 2022

La liberazione sessuale ha prodotto anzitutto gattare

Prima o poi dovrò decidermi a scrivere un saggio sulla psicologia delle gattare. Oggi ne ho aggiunta un'altra alla collezione. Si tratta di una che non vedevo da molto, molto tempo. La conobbi in un evento di parrocchia.[1] Il tempo di scambiare poche parole di circostanza e avvertii quella tempesta di ormoni e feromoni addensarsi attorno a noi, un percepire un'attrazione ricambiata che bastava non ostacolare affinché si sviluppasse.

Preferii ostacolare: l'istinto mi diceva che coinvolgermi con lei mi avrebbe tolto tempo ed energie per altre cose.[2] Avevo da poco scoperto il movimento di CL e la settimana successiva sarei stato per la prima volta agli Esercizi, un evento che consideravo prezioso e carico di conseguenze. Gliene parlai quando mi chiese cosa avessi in programma per i giorni successivi, incuriosendola,[3] e la conversazione proseguì senza toccare altri argomenti.[4]

Spesso è sufficiente scambiar poche parole per farsi un'idea abbastanza fondata di una sensibilità e di una cultura,[5] e in quel caso non era stato solo l'occhio ad aver avuto la sua parte. Ma pur non sapendolo descrivere avevo un obiettivo, ed era fondamentale godermi quegli Esercizi libero da distrazioni. Dopo quella festa ci perdemmo di vista. Non era la sua parrocchia, non era la mia parrocchia, dimenticai anche il suo nome… se non fosse che un vecchio amico che sentivo di rado mi disse che era sua cugina. Passano gli anni - molti anni - sbiadendo ricordi e volti, finché quest'ultimo mi parla di nuovo di lei perché presente a diversi eventi pubblici. Riesco così a rinfrescarmi la memoria, rivedendo sui social quel suo volto, gli stessi lineamenti e lo stesso sorriso col peso degli anni. Passa qualche altro annetto.

Qualche giorno fa, durante un giretto in bici dopo pranzo, mi è parso di vederla a passeggio. Ho rifatto di proposito il giro della piazza e l'ho rivista all'incrocio in attesa di attraversare. L'ho salutata e ho proseguito. In quella frazione di secondo la sua espressione sorpresa sembrava quella di chi rivede un amico ma non ricorda più come e quando lo ha conosciuto.[6] O forse a sorprenderla è stato il tono della mia voce, quello di una familiarità che a tantissimi la pandemia[7] ha spazzato via quasi del tutto.[8]

Rientrando, mi ripropongo di contattarla, ma ho bisogno anzitutto di un alibi per fermare le bordate sarcastiche che giungono a raffiche dall'interno della mia stessa testa. Non ho mai avuto tempo di mettermi a fare l'adolescente infatuato. Ne sfoglio dunque i social e comincio a scoprire qualcosa di più di lei. E iniziano le sgradite sorprese. Da ciò che scrive e da ciò che ha pubblicato negli ultimi anni è una inguaribile gattara. Dice di esser fiera di essere single (proprio ciò che dicono tutte quelle che passano i 40 senza aver rimediato un buon partito), fa varie allusioni alla sua vita passata, la sua cultura è degradata negli scrittori di moda, cantanti di moda, cinema di moda, e i soliti shopping e vacanze.[9] Dopo aver scoperto e perso me si era data da fare per accumulare "esperienze" (oggi così si chiamano) per "capire sé stessa" (oggi così si dice), con le ultime allusioni a "uomini" (ah, i sottintesi) anche datate quest'anno (sia pure sembrando ricordi di un tempo che fu).

Così ho dovuto mettere un po' di musica di quella forte, prima di proseguire il cascamento di braccia. Quei latrati a ritmo forsennato si agganciano alla delusione e ne trascinano con sé buona parte al togliere le cuffie. Dopo, a freddo, ci si può domandare come diavolo sia possibile che una vita debba essere spesa attorno a frivolezze, mode passeggere, frasette poetiche e "ricerche di sé stessi" che sono in realtà solo un tentativo di ammazzare la noia. La speranza che una persona sia molto diversa da ciò che esibisce sui social pare un disperato tentare di farsene una ragione.

Da quella sera i suoi post sui social sono diventati alquanto più frequenti. Quasi come se volesse comunicarmi di farmi vivo. Ma ogni volta che ne sfoglio le pagine, le braccia mi cadono ancor di più, come uno che l'avesse forzatamente angelicata per poi scontrarsi fragorosamente con la realtà.


1) La riduzione di parrocchie e attività caritative a centri sociali per gente che ha tempo da perdere è l'evoluzione in farsa del vecchio sfidare le sezioni di Partito a chi vantasse più cineforum e calciobalilla. Ricordo con affetto un parroco molto poco acculturato, che si domandava seriamente i motivi per cui l'ordine di scuderia curiale fosse quello di far socializzare i ragazzi, organizzare feste, giochi, incontrini perditempo: "come se non avessero già tante possibilità di socializzare a scuola e fuori della scuola".

2) Sono stato adolescente anch'io e so benissimo cosa significa quando dopo cena sei stanchissimo, appena rientrato dall'aver buttato la spazzatura, vorresti dedicarti ai videogiochi e invece devi stupire la ragazzetta che già tamburella le dita perché il messaggino di attenzione è in ritardo. Presto, cerchiamo una frase poetica da mandarle - un po' come "presto, la lezione è finita, prepara una domanda intelligente", sperando che non susciti un supplemento di lezione.

3) Anche i ragazzi della parrocchia fanno tante attività chiesastico-pretesche ma evidentemente molto meno stuzzicanti, nonostante lo zelo degli organizzatori nel tentare di rendere pepata e avvincente l'attività.

4) Non penso che il parlarle del movimento e degli esercizi me l'avesse allontanata. Ricordo bene che fu del tutto fortuito il non riuscire a scambiarsi i contatti prima di sparire da quella festa. Mi è capitato tante volte di incontrare qualcuno e di parlargli - meravigliandomi che si meravigliasse - di ciò che avevo trovato nel movimento. Gente che ancora porto nel cuore, più i tanti di cui occasionalmente mi torna memoria. Perfino coloro che nel migliore dei casi dovevano solo marcar presenza e fingere interesse per acquisire un ulteriore bollino per la propria tessera immaginaria di bontà.

5) Cose che personalmente ho sempre valutato molto più dell'aspetto fisico, per cui il parco ragazze fidanzabili con me non è mai stato troppo vasto.

6) Lo riconosco perché è un topos frequente nei miei sogni, incontrare qualcuno che mi saluta, mi chiama per nome, mi dice qualcosa che può aver saputo solo da me, ma in sogno non riesco proprio a ricordare chi sia. In qualche caso, dopo un po' di fatica, finalmente ricordo che è qualcuno incontrato in un sogno precedente.

7) L'emergenza è ormai terminata ma certe restrizioni vengono prorogate. Che è la stessa cosa del dire che la guerra in Etiopia del 1935-1936 è terminata ma le accise sui carburanti sono state prorogate al 2022 e oltre.

8) Eravamo entrambi sprovvisti del mutandone facciale obbligatorio. È stato un momento "2019", in quella frazione di secondo la pandemia disumanizzante non c'era.

9) Ho una notevole allergia alle attività che richiedono sospiri e facce perse, tanto più che certo clero locale crede che i fedeli siano drogati di emozioni sdolcinate, e non manca mai di ammannirne loro.