lunedì 8 giugno 2020

Friendzone, stavolta dal lato facile

Qualche tempo fa nello svegliarmi un mattino mi accorsi di aver sognato di stare sotto mentite spoglie in una specie di Mordor, in un pubblico assembramento di strani mostri, e per non farmi scoprire mi toccava ballare come un idiota davanti ad un'orco femmina. Praticamente la descrizione di una discoteca, in realtà era il mio subconscio che interpretava correttamente la cena della sera prima.

Un vecchio amico si era rifatto vivo e aveva proposto una cena in un superbo ristorantino a qualche decina di chilometri da qui. Venne a prendermi presentandosi senza preavviso con un esemplare di orco femmina (absit iniuria verbis). A tavola mi raccontano di un loro grazioso week-end di cui fatico a cogliere i sottintesi, e delle interazioni familiari e sociali, su cui metto all'opera il vecchio talento acquisito fin dalle scuole medie - risvegliarsi dal torpore ogni tanto e combinare brillantemente qualcuna delle ultime buzz-word ostentando attenzione e interesse. All'uscita la gentile donzella vuole andare a braccetto col sottoscritto: essendo bassina, l'aggancio involontariamente all'ascella. Insomma, il contenuto del sogno non era "discoteca" ma solo l'eco della serata e della fatica del digerire le pietanze.

Come potevasi facilmente prevedere, durante il ritorno in macchina, dopo averla accompagnata a casa, l'amico mi confida che la fanciulla vorrebbe finalmente una storia seria (notare l'avverbio finalmente[1] detto a mezza voce,[2] che non poteva tacere), e che lei avrebbe visto qualcosa in me (suppongo il mio status di celibe senza manovre in corso). Nientemeno, vorrebbe "aggiustarmi" un po' - sic! Statisticamente ho bisogno di un po' di aggiustaggio perché non appena faccio "blip" in qualche radar femminile, per prima cosa decidono di cambiarmi tutta la configurazione.[3] Suppongo che la radarista di turno non sarebbe tanto allegra[4] se sul "blip" comparisse l'indicazione "occhio che anche lui potrebbe voler riconfigurarti (a cominciare magari dal peso)".[5]

A distanza di poche settimane, me ne capita un'altra. Una che che conoscendomi quasi esclusivamente da ciò che scrivo, più forse un paio di mie vecchie foto e una singola telefonata in tempi lontani, ha scoperto di provare qualcosa per me.[6] Mi aveva lanciato più di qualche segnale - segnali che per loro natura, essendo sufficientemente ambigui e non "compromettenti", puntualmente avevo ignorato (a mia discolpa posso però dire che succede sempre e ovunque così). Avevo avuto qualche avvisaglia che avevo ignorato sapendo bene che manifestazioni di affetto non sono certo rarità in campo femminile.[7] Così, un mattino presto, mi sveglio e mi accorgo che mi ha scritto chiedendomi se sono interessato a lei come un uomo è interessato a una donna.

Da adolescente semi-ribelle moderato scoprii con dolore cosa significa essere rifiutato. Inspirai una buona dose d'ossigeno per mantenere insieme le ramificazioni del sistema nervoso e risposi da uomo, accettando la sconfitta senza i sindacalismi del "ma tu mi avevi sempre fatto capire che", sorprendendomi successivamente per la dignità delle parole con cui mi accollavo persino il conto dei suoi segnali contrastanti: "se ti dicono qualcosa, rispondi che mi sono inventato tutto". Avevo scoperto, ancor prima di leggerne come situazione drammaticamente frequente, cos'era la friendzone, diventando perciò da quel momento in poi inguaribilmente diffidente nei confronti dei mixed signals e piuttosto severo riguardo all'umano difetto di ammorbidire la propria percezione della realtà a suon di sogni e sensazioni.[8]

Dunque, quel mattino presto, appena possibile, le ho telegrafato: "Risposta breve: no", riservandomi mentalmente di dare spiegazioni più tardi visto il momentaccio. Il medico pietoso fa soffrire inutilmente il paziente, per cui meglio sembrare cinico che menare il can per l'aia. Naturalmente lei non l'ha presa bene, e mi ha scaricato addosso una serie di accuse che si riassumevano in: non sei quello che speravo che fossi. Sarà stato per l'imprinting che mi ha lasciato il movimento (l'unico posto dove si seguono ideali senza legittimare sogni), l'ho percepita come una conferma di aver fatto bene.[9]

La legge marziale in vigore (attenuata ma tuttora in corso) ha impedito ulteriori sviluppi.[10] Non ha impedito, però, di far sì che il sottoscritto facesse "blip" in qualche altro radar femminile,[11] probabilmente mi toccherà friendzonare mio malgrado una terza damigella in pochi mesi.

Mi sia consentito un voletto pindarico. Qualche tempo fa un gattino randagio era davanti alla porta di casa ad aspettarmi per farmi le feste. Giocherellone e affettuoso, incurante del rischio che avrei potuto allontanarlo in modo poco gentile. Il giorno dopo era di nuovo lì, sul pianerottolo, altrettanto affettuoso e giocherellone, ne approfittai per scattargli una foto. E il giorno dopo era di nuovo lì ad aspettarmi. Mi si era affezionato senza contropartita. Ero sempre stato scettico e beffardo tutte le volte che qualche gattara mi diceva che "i gatti ti scelgono", stavolta ero stato "scelto". Gli ho allungato uno straccetto di carne avanzata, che ha mangiato facendo le fusa come un trattore a regime. Non l'ho accolto in casa perché non posso permettermelo, ma non ho più perso occasione di dargli qualche avanzo.

Da allora sono comparsi altri gatti.[12] L'odore dei residui di brodo di pollo è stato un richiamo irresistibile. Commisi il madornale errore di darne un po' per ciascuno, e qualche gatto più famelico già cercava di arraffare ciò che non gli spettava, addirittura aggredendo a zampate.[13] Da allora ho accuratamente evitato di dar da mangiare agli altri gatti, e fatto sempre la guardia al micetto "che mi ha scelto" fino all'ultima leccata alla scodellina. I gatti ingordi e quelli mafiosi, nel giro di qualche settimana, non si sono più fatti vivi. Non è che morissero di fame, eh, visto che nei giorni in cui si saziavano dal vicinato non sprecavano troppe energie per passare anche dalle mie parti.

Uno di loro che era sempre stato piuttosto sfuggente e sospettoso, si è a poco a poco trasformato in un coccolone machiavello. Le carezze sono sempre gratis, ma sei fuori tempo massimo per guadagnarti il pranzo. E dopotutto ci dev'essere più di qualche gattara nei dintorni, visto che non sembri affatto dimagrito. Se l'altro mangia e tu no, è perché l'altro quando non era garantito che avesse nulla in cambio è stato giocherellone anziché evasivo, è stato affettuoso anziché diffidente, era l'intimidito anziché il mafioso. E poi se do qualcosa a te, andrai comunque anche dalla gattara per fare il bis e il tris. Spiacente, un randagio basta e avanza - e mi basta quello che mi ha scelto pur non ricevendo niente in cambio.

Anche se detestano a morte il sentirlo accennare, le donne sono come quei gatti randagi. Opporturnismi, fusa interessate, mafia, sgomitare per salire un gradino più su, c'è chi cavalca la giostra finché non riesce ad accasarsi, e in generale non si stancano mai di controllare se il radar fa "blip".[14] Uno come me può commuoversi di fronte ad un offrirsi gratuito e senza certezze, ma resta indifferente - se non diffidente - di fronte a una contrattazione (come l'orco femmina di cui sopra, che aveva "visto qualcosa in me" ma già pianificava di riconfigurarmi per bene), e non troppo convinto della sincerità delle fusa di chi evidentemente cerca di scroccare un pasto gratis.[15]


1) Come scriveva un amico, «praticamente tutti i consigli normie su come approcciare le ragazze si basano "sull'essere se stessi": ma se il me stesso vuole sapere se l'hai data a mezza Casalpusterlengo, perché dovrei fingere di essere un altro al quale non interessa di essere cornuto ancor prima di nascere?».

2) Mi diverto spesso a punzecchiare questi giovincelli che credono di essere edgy perché disprezzano la "verginella" e trovano addirittura consigliabile stabilire una relazione con una "che ha esperienza" (cioè un troione). Che poi è un modo infantile di nascondere la disperata voglia di far sesso (cioè la droga di cui sono disperatamente schiavi). La "verginella", infatti, potrebbe "avere i suoi tempi", o addirittura decidere di aspettare fino al matrimonio.

3) Salvo rare eccezioni, una donna non ha altro da offrire in cambio che sesso (e manutenzione figli), servizi di casa, e compagnia. Tutte le menate sull'innamorarsi, sui "progetti insieme", eccetera, sono un sentimentalismo piuttosto passeggero (ed infatti per il sacramento del matrimonio occorre un libero impegnarsi, non un dolce infatuarsi; è un contratto a vita, non un certificato di avvenuto giretto di farfalle nello stomaco). Doveva saperlo bene il don Giussani, che non ebbe mai tempo da perdere sui sentimentalismi se non in modo canzonatorio. E no, non è un discorso di emancipazione o banalmente economico (dopotto la moglie che lavora finisce sempre per sacrificare tempo che avrebbe potuto dedicare ai figli; e mi fermo qui perché il filone è piuttosto vasto, costellato di tabù e di neo-dogmi a cui han finito per credere anche tanti cattolici), ma si viene etichettati talebani e retrogradi a farlo notare.

4) "Quando hai vent'anni ti ci vuole la mogliera": una società che procrastina tranquillamente oltre i trenta e vede il primo figlio quando già sfiora i quaranta e comincia a pensare di tirare i remi in barca, è matematicamente una società di vecchi. Vecchi che sentono l'urgenza di "finalmente" accasarsi, e di avere una bestia da compagnia, possibilmente umana. Non ci sarebbe da ridire se non fosse così frequente. Lascia sgomenti il veder quasi ovunque che il pieno del matrimonio è nei quaranta anziché nei venti.

5) Qualche giorno prima lo stesso amico mi aveva esibito il profilo Facebook di un'altra possibile riconfiguratrice che riteneva adatta ai miei gusti: "tutta casa e chiesa" (salvo poi esibirsi in bikini in spiaggia in foto "pubbliche", probabilmente con qualche sottinteso) annuncia trionfante l'autodiplomato sensale, precisando che lei viaggia solo coi pellegrinaggi parrocchiali e fa la babysitter. Poi, nell'enfasi del momento, si lascia sfuggire che "se si trucca è anche caruccia". Sfodero fulmineo il deprecabile Wilde - "il volto di un uomo è la sua autobiografia, il volto di una donna è la sua fiction" - e le grasse risate probabilmente rinviano l'inconsapevole poveretta al prossimo Buon Partito che si premureranno di procurarle.

6) Sto braggando senza sosta.

7) Le manifestazioni d'affetto non sono rarità nemmeno da parte di donne che ti avevano friendzonato irrevocabilmente nel momento esatto in cui si erano accorte della tua esistenza, senza possibilità di appello.

8) Che è pure uno dei principali motivi per cui la tomistica insistenza del movimento sul partire dalla realtà mi trovò sempre così entusiasta.

9) Magari lei minaccerà di abbandonare anche la Chiesa, senza rendersi conto che ciò implicherebbe che se io avessi corrisposto ai suoi sentimenti la sua fede sarebbe stata una finzione intesa a tenermi buono.

10) C'è stato un periodo in cui il mio blog era salito in vetta alle ricerche per una paginetta intitolata "innamorarsi di una persona sposata" in cui riflettevo sul caso di persone di mia conoscenza che in nome di un'infatuazione hanno scatenato inutili pasticciacci. Viste le keyword con cui veniva raggiunta la pagina fui costretto a toglierla: le ricerche erano tutte autogiustificatorie.

11) La solitudine è una brutta bestia, beato chi può desiderarla.

12) Sembravano più presenti quando il vicino cucinava carne alla griglia.

13) "Siccome qui si mangia, allora è mio territorio!".

14) A costo di urtare qualche sensibilità, devo ricordare le tre droghe irresistibili per la donna: ricevere attenzioni, sentirsi "validata", e ovviamente i soldi. Il "buon partito" sta bene a soldi, ti circonda di attenzioni e ti convalida ogni volta che ne hai voglia. Ovviamente c'è sempre un "partito" migliore del tuo a fare "blip" sul radar, e quando sarà diventato troppo oneroso fare monkey-branching esternerai la solita pioggia di micro-veleni addosso a quello che era "buon" partito.

15) Al gattino randagio è andata bene, a me da giovane non andò bene - e non è andata bene nemmeno alla lettrice dei miei scritti, che si è trovata friendzonata non per il suo valore "economico" e sociale, non per il suo aspetto fisico, non per la sua storia, ma perché non aveva ancora scoperto che il sottoscritto ha ancora una missione da compiere.

lunedì 11 maggio 2020

Le mmmmmmani!

Anzitutto alcune date da ricordare. Nigro notandas lapillo: lo scorso 23 febbraio 2020 l'eroico donabbondio Delpini chiudeva le chiese a Milano. Il successivo 12 marzo l'eroico donabbondio De Donatis chiudeva quelle della capitale della cristianità. Lo scorso 27 aprile, contraddicendo la già tardiva e patetica presa di posizione della CEI, Bergoglio comanda di ubbidire alla chiusura imposta dall'autorità civile. «Riceveranno la loro ricompensa», tutt'altro che invidiabile ricompensa.[1]

Sono passati più di due mesi dall'ultima volta che ho potuto confessarmi e comunicarmi. La parrocchia di questo desolato paesetto, ed ancor più il suo gaio parroco, sono l'epicentro di quella desolazione e sono siti ben lontano dai posti dove far la spesa, cioè lontano da un alibi.[2] Avrei potuto autocertificarmi come in "stato di necessità" di sacramenti, sperando di non trovare quei soggetti delle forze dell'ordine che interromperebbero qualsiasi celebrazione: sai che divertente essere bloccati proprio mentre il prete dice "ti assolv---" per beccarsi una fragorosa e sanguinosa multa. Roba da URSS staliniana.[3]

Così a inizio marzo, quando le cose si stavano mettendo male, andai in un paesetto vicino (quasi un'ora a piedi attraverso una periferia desolata e brulla), nell'unica chiesa della zona in cui durante la settimana è possibile riuscire a confessarsi e comunicarsi.[4] Dopo una snervante attesa per il mio turno - sembrava che quelli prima di me dovessero farsi spiegare dal confessore tutta la storia della salvezza a partire da Abramo[5] - finalmente ci riesco e due minuti dopo entro nella navata centrale, appena in tempo per la consacrazione e la comunione. Mi pongo negli ultimi banchi con la solita ardita manovra mentre il celebrante si gira, affinché non mi noti entrare (c'è sempre il rischio che sia un pirla che neghi la comunione a chi è giunto in chiesa "dopo il Vangelo"). Finalmente il prezioso momento della comunione. Sono tra gli ultimi nella fila. Davanti a me una signora bassina s'inginocchia e riceve la comunione alla bocca, e la cosa mi rasserena tantissimo, liberandomi di tutta l'ansia e lasciandomi in testa solo il desiderio di accedere alla comunione.[6] Arriva il mio turno e il pretino, con una voce tagliente se stesse rivolgendosi al peggior malfattore mai immaginabile mi dice, marcando lungamente la elle e la emme ed in modo da farsi sentire dagli altri in fila: "llle mmmmmani".[7]

Sono riuscito a non reagire solo perché ero stato ben rasserenato dalla scena di un attimo prima. Ho guardato negli occhi il prete, per un interminabile attimo, come se gli stessi chiedendo: sei sicuro di volerti assumere questa responsabilità, o almeno, sei sicuro di non voler finire sui giornali domattina?[8] Il soggetto, con l'arroganza che gli straripava dal volto, restava fermo, non cedeva. Così ho dovuto fare la comunione "con le mani".[9]

Durante il ringraziamento per la comunione ho percepito perfettamente l'inizio della persecuzione. Ho capito che era appena scattato l'inizio della "dieta dei sacramenti" imposta dagli stessi pastori ufficiali della Chiesa che hanno completato la loro trasformazione in «mercenari» a cui per definizione «non gli importa delle pecore».[10] Tutte le peggiori cose che potevamo temere si sono avverate. La grande stangata del mettere sullo stesso piano la presenza fisica in chiesa e il videostreaming, la riduzione dei sacramenti ad attività ludiche-ricreative da sospendere in presenza di un qualsiasi alibi, il servilismo verso le eminenze grigie della dittatura sanitaria e dei potentati politici, e soprattutto lo storico inaudito precedente dell'autoriduzione della missione della Chiesa laddove era andata a regime e con zelo persino durante le apocalittiche epidemie tardomedievali, sono il segno inequivocabile che "questa Chiesa" è morta. Non rifugiamoci nei sogni, non facciamoci pie illusioni: è un cadavere ancora tiepido, di qualcosa che ha smarrito da tempo la sua ragione di esistere, un sale che ha perso sapore e che domanda con sempre maggior insistenza di essere trattato di conseguenza.[11]

Bei tempi quando la Chiesa reagiva contro ingerenze e persecuzioni, fosse pure soltanto con un non expedit; bei tempi quelli in cui si continuava a celebrare mentre i fedeli erano letteralmente costretti a imbracciare il fucile e metter mano ai forconi; bei tempi quando persino i lapsi che per salvare la pelle avevano incensato gli idoli, tornavano a celebrare dopo averla sfangata. Invece questi "pastori" di oggi - virgolette d'obbligo - hanno proattivamente battuto tutti i record di servilismo[12]. Fino a qualche mese fa potevamo ancora farci beffe di certi discorsoni in toni apocalittici. Oggi ci tocca invece prendere atto del loro gettare la maschera,[13] con la stessa rassegnata pacatezza di un Romano Amerio. E no, inutile darsi da fare con spiegoni di epidemiologia, legalismi da azzeccagarbugli, statistiche sui contagi, melensi inviti alla collaborazione e alla preghiera: la questione principale è l'aver privato dei sacramenti l'intero popolo, l'aver affamato ("affamare" inteso come il contrario di "pascere") il gregge, e - ciliegina sulla torta - l'aver addirittura chiesto alle autorità civili di sostituirsi al Messale e alla Redemptionis Sacramentum per dirci come vanno ricevuti i sacramenti.

Per questo è inevitabile concludere che questa "Chiesa" è al capolinea. Non la santa Chiesa istituita dal Signore, s'intende, ma questa generazione di sedicenti pastori, in realtà mercenari, e i loro metodi burocratici, le loro attitudini salottiere, la loro untuosità a senso unico, i loro concili pastorali, in realtà "mercenariali", il loro elegante e assiduo sputare sui fedeli, sulle vocazioni, sul buon senso. Fino a qualche mese fa si poteva ancora criticarli o detestarli, oggi c'è solo da prendere atto della sparizione definitiva della loro dignità e della loro funzione. Qualsiasi cosa faranno "dopo" la crisi (ammesso che si possa tornare un giorno alla normalità)[14] resterà sempre imperdonabile il loro solenne consegnare ad una sgangherata autorità civile (e alle eminenze grigie che guidano il gioco) le chiavi del tabernacolo, del confessionale e delle chiese: esattamente il contrario di ciò che si faceva in tempi di pace, di guerra, di carestia, di epidemia.[15] Così come non vennero promossi all'episcopato i lapsi al termine delle persecuzioni, così questi affamatori del gregge non devono vedersi riconosciuta più alcuna dignità, alcun incarico, alcuna autorità.

Hanno dimenticato di essere solo uno strumento. Erano troppo impegnati nelle loro curialate da ricordarsi di essere utili solo proporzionalmente al loro impegno nel santificare, insegnare, guidare.[16] Fino a pochi mesi fa, già in tempi di pace, c'era parecchio da ridire per ciò che professavano e insegnavano (e noialtri intenti a fingere di non sentire o a sforzarci di guardare "i denti bianchi" della carcassa del cane morto), e per ciò che combattevano e ostacolavano (cioè il gregge loro affidato).[17] La gratitudine per la possibilità di ricevere i sacramenti e persino l'entusiasmo per quelle rare volte che dicevano una mezza sillaba a favore della vera fede, non possono far ricrescere una fiducia che per loro scelta, visibile, deliberata, accanita, irrazionale loro stessi hanno distrutto, scegliendo di diventare nemici della Chiesa e dunque miei nemici e miei traditori.[18]


1) C'era da temerlo, il giorno in cui avremmo chiesto almeno l'applicazione del cavouriano «libera Chiesa in libero Stato», cioè "Chiesa suo malgrado prigioniera dello Stato". Oggi invece la Chiesa è prigioniera di qualcos'altro. E i vescovi si sono infilati nei ceppi da soli, con zelo, volontariamente, bramosi di compiacere i loro ridanciani carnefici.

2) Gli amici che hanno potuto accedere ai sacramenti in questo periodo lo devono esclusivamente ad una fortunata combinazione di geografia e circostanze sociali e qualche sacerdote d'eccezione. Chi l'avrebbe mai potuto immaginare che per potersi confessare era necessario avere in mano la spesa e lo scontrino e non imbattersi in un tutore dell'ordine con la Luna leggermente di traverso? Del resto, c'è francescano e francescano: c'è chi è disponibile a confessare a condizione che stai lì con la mascherina, e c'è quello che per imperscrutabili motivi ti dice che non è possibile. Non c'è neppure bisogno di maledirlo, ed è fiato sprecato tentare di fargli notare che ha tradito la sua vocazione sacerdotale. Riceverà «la sua ricompensa».

3) Lo stalinismo soft uccide al rallentatore, e nel frattempo stressa dannatamente i nervi. Se ti fermano "forse ti multano", anche se eri in regola. E anche se nessuno ti vede, non puoi sottovalutare la presenza di spioni dietro le tapparelle, e uno di questi potrebbe ricordarsi di avere un conto in sospeso con te da una ventina d'anni, e magari la volante era proprio nei dintorni. E poi con le strade senza traffico corrono tutti come al Gran Premio. E poi….

4) Avevamo dunque pienamente ragione, in tutti questi anni, a lamentarci che i preti hanno sempre "da fare", specialmente nel momento in cui umilmente chiediamo loro di amministrarci un'assoluzione, cioè di compiere il loro dovere (e possibilmente di gioire perché un'anima rinuncia di nuovo al peccato e mendica la grazia di Dio). E non parliamo dell'incredibile silenzio riguardo alla Comunione fuori dalla Messa, non sia mai che qualcuno scopra che i sacramenti si potevano continuare ad amministrare anche senza supplicare la Dittatura Sanitaria di concedere la pubblica celebrazione delle Messe e regolamentare la liturgia.

5) Dunque avevamo pienamente ragione, in tutti questi anni, a lamentarci di quelle confessioni-sedute psicanalitiche che si trascinano fiaccamente per parecchie decine di minuti, laddove le mie confessioni, dal cenno che mi indica che posso parlare fino a quando concludo con "è tutto", raramente passano più di 60 secondi.

6) Pur essendo cosciente che nel Santissimo Sacramento è realmente presente Nostro Signore Gesù Cristo, sono purtroppo sufficientemente malmesso - fisicamente, geograficamente, economicamente… - da non poter compiere atti clamorosi per poter procurare di fare la comunione durante gli Arresti Domiciliari di Massa. Come me, un intero popolo di cattolici, più o meno ferventi, non ce l'ha fatta. Da questo deriva il mio profondo fastidio nei confronti della vergognosa autorità ecclesiastica, che in tempi più comodi - cioè fino a tre mesi fa - ci sforzavamo di rispettare (e di criticare solo sullo stretto necessario).

7) Non aveva diritto di imporlo. Ma lo ha fatto. Mi toccò subire questo sopruso una volta anche da un prete del movimento. E una volta anche dal vescovo. È in occasioni come queste che tutti i pessimi ricordi, faticosamente seppelliti nel dimenticatoio per evitare di subisssare clero e vescovi delle peggiori imprecazioni, tornano a galla.

8) Certi pretastri meriterebbero di essere videoregistrati in ogni liturgia per poi venir smerdati in pubblico e in curia ogni volta che compiono un sopruso. Purtroppo la scarsità di clero ha garantito l'impunità agli elementi peggiori: un po' di decenni fa i preti non scarseggiavano, e quindi chi non rigava dritto aveva sempre il terrore di perdere la prebenda; oggi, al contrario, chi non riga dritto, può minacciare di dar le dimissioni da parroco, facendo subito ammutolire vescovo e curia perché con la scarsità di vocazioni e di preti, è diventato piuttosto difficile trovare veloci rimpiazzi.

9) Sebbene nelle grandi occasioni del movimento di Comunione e Liberazione fosse uso di far la comunione "con le mani" (esclusivamente per un fattore velocità: agli esercizi, con ventiseimila comunioni, sarebbe stato scomodo perdere più di una decina di minuti), non mi ci ero mai veramente assuefatto. La Comunione riguarda la mia salvezza, non il velocizzare del trenta per cento lo smaltimento della fila dei comunicandi. In un'occasione, poi, mi venne uno scrupolo pazzesco perché per distratta abitudine mi ero strofinato le dita sui pantaloni. Ripercorsi mentalmente tutti i movimenti che avevo fatto con le mani e tutte le doppie e triple auto-rassicurazioni visive e tattili del non aver trascurato frammenti prima di quel distratto strofinìo. Mi riservai di fare la ocmunione sulle mani solo in caso di assoluta necessità. Non immaginavo che nel 2020 la necessità sarebbe stata descrivibile in: o subisci l'angheria di questo pretastro della malora nemico di Dio e della sua santa Chiesa, oppure resti senza comunione per tre mesi.

10) Il prevedibile battage pubblicitario a favore della comunione sulle mani a inizio crisi era basato sul falso assunto che sarebbe più igienica e più antivirale. La donna in fila prima di me, a cui era stata concessa la comunione in ginocchio e alla bocca, doveva essere una di quelle a cui "non si può dir di no", per motivi economici e sociali. Il sottoscritto, invece, è un emerito fedele qualsiasi. Anche mentre distribuiva la comunione, proprio mentre le sue dita toccavano continuamente il Corpo di Cristo, quel prete era orwellianamente convinto che tutti i cristiani sono uguali «ma alcuni sono più uguali degli altri».

11) Con le forze dell'ordine che facevano caccia all'uomo e che non consideravano legittimo recarsi in chiesa, con tanti preti che già in tempi normali erano poco disponibili a confessare e per nulla disponibili ad amministrare la Comunione fuori dalla Messa, l'errore dei vescovi è stato indubbiamente madornale e deliberato, perché lo sapevano benissimo, lo sapevano meglio di noi come sarebbe andata a finire. I rari fortunati che hanno avuto la grazia di avere un sacerdote accessibile per confessione e comunione nonostante il lockdown potranno non essere d'accordo ma è proprio come quel detto secondo cui al sazio riesce difficile credere a colui che è a digiuno, letteralmente. È innegabile che la volenterosa "dieta dai sacramenti" sia stata imposta ai fedeli dai vescovi, e che i vescovi residenziali si sono improvvisamente trovati concordi un cuor solo e un'anima sola solo quando c'è stato da privare dei sacramenti il gregge. I pochi sacerdoti che hanno avuto l'ardire di non subire al cento per cento sono stati multati dalla polizia, ridicolizzati dai giornali, e probabilmente anche rimbrottati dai rispettivi vescovi (non risulta che alcuno dei multati sia tornato in strada in processione col crocifisso o col Santissimo).

12) L'unico che in questo momento parla autorevolmente è costretto a nascondersi per non farsi rintracciare dai… suoi stessi confratelli nell'episcopato. Ed è tutto dire. Il suo appello, ormai sopra le ventisettemila firme, è già sparito dalle pagine di cronaca ecclesiale, mentre qualche cardinale altro - timoroso di chissà cosa - "ritira la firma".

13) Il pretino "llle mmmani" non è dissimile dal vescovone che ha fabbricato il video dell'affidamento senza "affidarsi" da rifilare ai fedeli qualche giorno dopo. Oh, sì, sono certissimo che lui e i suoi complici avranno un gran bello spiegone da ammannirci, se dovesse proprio servire. Ma questo genere di stronzate episcopali ci apre gli occhi su tutte quelle precedenti che ci eravamo ostinatamente impegnati a valutare positivamente e ossequiosamente convinti che l'ubbidienza esige l'adulazione (ahimé, tipico peccato di Comunione e Liberazione, dovuto ai giussanologi che credevano che l'appartenenza equivalesse alla tifoseria). Dopo che per tanti anni ti sforzi di vedere i "denti bianchi", alla fine ti accorgi improvvisamente che hai perso tanto tempo attorno ad una lurida carogna.

14) Già ci dicono con strepitosa certezza che il virus "tornerà a settembre". Gli stalinisti erano dei dilettanti, a confronto, perché si conoscevano i nomi di Stalin e dei suoi scagnozzi: annunciavano piani quinquennali sapendo già che sarebbero comparsi "sabotatori" immaginari a rovinare le previsioni di crescita, ma almeno sapevi con chi prendertela. Ora invece non c'è proclama che non implichi un proseguimento della crisi, dello stato di polizia, dell'impoverimento generale. Nei GULag potevi riuscire a sfangarla (Solženicyn ci riuscì), ma solo perché il sanguinario stalinismo non era pervasivo come la dittatura delle mascherine e dei vaccini.

15) Naturalmente la responsabilità dei chierici è variabile e non sempre stimabile con esattezza. Alcuni preti hanno beccato multe per aver portato in processione il crocifisso o il Santissimo. E nessun vescovo o chierico oserebbe sfidare il blocco monolitico dei confratelli impauriti e pronti a sputarti addosso e a denunciarti.

16) Se ci tieni alle anime, ti sarà impossibile nasconderlo. Preti e vescovi fuori da questa categoria li conto sulle dita delle mani.

17) Come nel classico "e dai, D'Alema, di' qualcosa di sinistra, o almeno, di' qualcosa!", era una fatica doversi sorbire fiumi di aria fritta nelle prediche e alla fine tentare di entusiasmarsi perché una o due sillabe sembravano compatibili col Catechismo.

18) L'evento epocale che andrà registrato nei libri di storia del venticinquesimo-ventiseiesimo secolo sarà la creduloneria popolare - anche della politica - riguardo al coronavirus. Si è detto di tutto, e il contrario di tutto, si sono prese decisioni drastiche, si sono fatte delle scelte autodistruttive in nome di inenarrabili paure ancestrali. Se c'era bisogno di una dimostrazione definitiva che i destini dei popoli non sono più in mano alla politica, l'abbiamo avuta. Lasciamo dunque che il Titanic Conciliare completi il suo autoaffondamento, e prepariamoci per una Chiesa e una società completamente diverse.

sabato 25 aprile 2020

Stierlitz

C'era una volta un'amica consacrata che lesse l'intera saga di Harry Potter perché "se per i giovani è così accattivante, bisogna pur scoprirne il motivo". In qualità di femmina non si accorse che con lo stesso metodo si potrebbero giustificare i pornazzi, ma pazienza. Non è che il successone "tra i 'gggiovani" rende automaticamente di qualità un racconto.[1]

E quindi il sottoscritto, in questi giorni di arresti domiciliari di massa, ha visto con comodo - una puntata a sera, come durante la trasmissione originale - Семнадцать мгновений весны ("Diciassette momenti di primavera"), sceneggiato di spionaggio trasmesso sulla prima rete dell'URSS nel 1973, un successone replicato per decenni, una delle pietre miliari delle serie televisive sovietiche,[2] le cui novelle originali avevano convinto il giovanissimo Putin ad entrare nel KGB. Mi permetto qui qualche considerazione, senza spoilerare nulla.[3]

Mi dicono che nella mentalità russa l'uomo vero si innamora una sola volta nella vita, e resta fedele a quella donna in ogni circostanza, anche dopo essere stato abbandonato per sempre.[4] Queste ineluttabilità e tragicità sono espresse con un carattere cupo e distaccato, con uno sguardo enigmatico puntato lontano e inafferrabile.[5] Il protagonista di quei diciassette momenti primaverili, "von Stierlitz", è quell'uomo con in più tutte le caratteristiche ideali di un agente sovietico. Scaltrezza, impassibilità di fronte alle difficoltà, capacità di sfruttare le esitazioni del nemico e di provocarlo quanto basta, accurata pianificazione, ottima memoria, logica ferrea. Cioè quello che personalmente definirei un ottimo giocatore di scacchi. Soggetto recitato ottimamente: non meraviglia che i russi - a cominciare da Brežnev - ne andassero così fieri.[6]

Stierlitz non è un Getmanov, la storia non è di candidi e virtuosi operai del Soviet comunisti fino al midollo che sconfiggono il lercio e schifoso borghese nemico del proletariato. È solo uno che sta facendo bene il suo mestiere. Perfettamente compenetrato nel personaggio nazista che riveste, pronto ad uccidere a sangue freddo o a domare i propri sentimenti, senza mai tradire ciò che sta pensando. Alla fine della serie uno si chiederà per cosa vive la sua vita l'agente Isaev, alias il "compagno Yustas", alias lo Standartenführer Stierlitz, per cosa ha ripetutamente rischiato tutto. Non è che la moglie - lontana, presente solo in una lunga sequenza muta che è di fatto solo un riempitivo per "umanizzare" il protagonista - e il privilegio della cittadinanza sovietica siano sufficiente motivazione a farlo aggirare perennemente nella fossa dei leoni. Per cosa combatteva? Mistero. Tesseva la sua trama, seguiva gli ordini, affrontava i rischi del mestiere (l'indicibile è che quelli fossero i rischi minori: nel caso di qualche nota stonata, avrebbe dovuto temere molto più i sovietici che i nazisti).[7]

Intendo dire che quel "per cosa" è un non-detto che gli spettatori sovietici del '73 dovevano assolutamente fingere di non conoscere: cioè che un vero "Stierlitz" avesse non solo un punto di riferimento remoto da contattare periodicamente via radiotelegrafia, ma diversi agenti sul campo a cui fare frequentemente rapporto, da cui prendere continuamente ordini contraddittori, da cui venir seguito, controllato, valutato, come esemplarmente descritto ne Il montaggio di Volkoff. Nella loro sospensione dell'incredulità quegli spettatori immaginavano Stierlitz piuttosto libero di muoversi[8] ed agire e senza nessuno che segretamente lo tenesse d'occhio fin nei minimi particolari, senza nessuna commissione segreta pronta a chiedersi severamente "quale rotella non ha funzionato", senza nessuna "squadra" pronta a terminarlo senza dare nell'occhio.[9]

La storia è piuttosto intricata[10] e richiede memoria visiva e ragionamento,[11] pena il perdersi facilmente nella fitta trama di eventi e dialoghi. Gli inserti sui file top secret hanno un che di comico: ogni nazista è descritto come un Vero Ariano, di Carattere Nordico, Implacabile coi Nemici del Reich. Ma è solo un espediente per imprimere nella testa dello spettatore la faccia e il nome del personaggio da "gestire" mentalmente per comprendere la serie da quel punto in poi.

Nella serie abbondano momenti un po' troppo "borghesi" per quelli che teoricamente dovevano essere i gusti di un regime sovietico, anche quando si trattava solo di mettere in cattiva luce i nazisti. A quanto pare anche nelle serie sovietiche si consentiva allo spettatore di sognarsi nei panni di uno dei protagonisti - cioè ricco, di vita mondana, di elevato status sociale, di grande potere, sempre in abiti puliti e di pregiata fattura, magari intento a giostrare congiure di palazzo pasteggiando cognac mentre il popolino hitleriano va alla guerra o patisce i bombardamenti. Le immagini dei nazisti, nelle loro impeccabili divise, quasi stridono con le immagini di repertorio.

Salvo che per certi pezzi grossi - per i quali la serie non si risparmia nel rappresentarne beghe, invidie, avidità[12] -, i nazisti vi vengono dipinti in maniera piuttosto benevola. Gente che fa il proprio dovere, che ubbidisce agli ordini, che ha scrupoli di coscienza, che è dalla parte del popolo, gente a cui i pezzi grossi fanno pagare amare conseguenze per essersi trovata per caso nei paraggi di un sospettato.[13] La Germania nazista vi appare quasi un paese legittimo con una politica legittima (e forze armate degne di questo nome) ma che ha commesso l'errore di aggredire l'Unione Sovietica,[14] mentre la questione della Shoah non viene quasi per nulla menzionata,[15] forse il motivo per cui in Italia la serie è piuttosto poco conosciuta (erano gli stessi anni in cui in un paesetto emiliano si installava in pubblica piazza un busto di Lenin, esposto ancor oggi all'adorazione pubblica dai fedeli).

La serie me la sono gustata, pur chiudendo un occhio su alcune imperfezioni[16] e notando quante volte sui nazisti venivano proiettate attitudini e abitudini dell'apparato repressivo sovietico. Ho qualche sospetto, però, che l'amica di cui sopra non sia troppo disposta a vederlo, benché abbia appassionato più di una generazione di russi.



1) I 'gggiovani avvertono la sola urgenza di auto-convalidarsi come tali, e quindi sono un target ideale di mercato. "Se tutti hanno La Plei, devo averla anch'io! Se tutti leggono Harry Potter, devo legg-- uhm-- dovrò magari prima o poi considerarlo anch'io". Il risultato è questo branco amorfo di 25-45enni autoconvinti di essere adulti e di idee originali, che proclama la propria fede nei più triti luoghi comuni in tema di vaccini, boomer, politica, relazioni sentimentali, Chiesa, ecc.

2) Tradurrei volentieri l'articolo di wikipedia in italiano, ma penso che l'ambiente tossico dei moderatori wikipediani italioti, a furia di lasciarsi andare a modifiche che alterano il senso (quando la fanno loro non è mai "edit war"), a revert arbitrari, a cancellazioni per presunta "non enciclopedicità" (avvenute addirittura su voci create negli edit-a-thon a tema) e a "la verità è data dal consenso" (col sottinteso che la minoranza chiassosa dei moderatori e dei wikipediani più ostinati è quella che letteralmente vota cosa sarebbe "vero" e cosa no, ogni volta che le prove non siano davvero schiaccianti), non meriti il tempo altrui, men che meno il mio, specialmente quando una voce tocca parecchie buzz-word "sensibili".

3) Sebbene affascinato da sempre dalla lingua russa (il cui alfabeto lo imparai già da bambino), ogni volta che mi cimento a imparacchiarne un po' ottengo risultati magrissimi a fronte di sforzi titanici.

4) Al russo piace raccontare e ascoltare. Ne parla - sospirante e compiaciuto - Solženicyn in Arcipelago GULag, soprattutto quando spiega come è riuscito a venire a conoscenza di tutto ciò che ha trascritto.

5) Forse dovrei dire epicamente tolstoiano? Verso il Tolstoj non ho una gran simpatia. Da piccolo mi regalarono da leggere Guerra e Pace, mi piacque così tanto che non arrivai neppure a pagina 99, e da allora non ha fatto altro che prendere polvere.

6) Vero è che l'autore delle novelle, Semënov, era stato incaricato da Andropov nei primi anni '60 (toh, quando Putin era adolescente) di scriverle per mettere in buona luce "patriottica" il lavoro squisitamente repressivo del KGB. Миссия выполнена.

7) È un racconto di spionaggio, cioè dove i colloqui e le mosse di poche persone decidono destini immensi, e il KGB giustamente temette che potesse dare l'impressione che "la guerra l'hanno vinta le spie", obbligando la regista a inserire immagini di repertorio di eroici soldati russi che distruggono il nemico nazista.

8) Epica la trollata dell'attore protagonista Tichonov che, nella ex DDR dove si stavano girando alcune scene, esce per strada già vestito da Standartenführer nazista (ufficialmente per risparmiare tempo sul set) e percorre poche centinaia di metri a piedi prima di essere bloccato dalla polizia tedesca. Occorse un po' di fatica per non venire arrestato, e le riprese poterono proseguire.

9) Squadre, peraltro, composte da uomini soggetti allo stesso pericolo: al primo presunto errore sei finito. L'episodio di Getmanov, in cui un'accidentale menzione di un argomento tabù a tavola non verrà dimenticata e rovinerà una carriera al momento giusto, è solo la versione più dolce. Come incessantemente spiegato da Solženicyn in Arcipelago GULag, quando tutti sono controllori di tutti non hai scampo.

10) Sarà che l'ho seguito con sottotitoli in inglese e inespressivo doppiatore polacco, perché non volevo la versione a colori ma accorciata. Quanto ho odiato quel "gencùia!" (dziękuję) a ridosso di ogni "spasìba" (спасибо).

11) Per esempio non viene spiegata la scala gerarchica dei protagonisti nazisti e dei complessi rapporti di collaborazione e rivalità tra le diverse entità militari tedesche. La cinematografia americanoide, e dunque anche quella della colonia americana dello Stivale, presuppone spettatori piuttosto distratti e scemi, al punto da dover semplificare tutti gli schemi, spiegare le allusioni fatte, mostrando spesso visivamente un dettaglio mettendolo in primo piano per un attimo (e inducendoti a pensare: "sì, l'avevo già capito, grazie"). Mi dico sempre che dovrei curare un'antologia di scemenze cinematografiche hollywoodiane (in due categorie: "originale", e "ulteriormente deturpata dal doppiaggio italiota"). Già oggi Hollywood è difficilmente distinguibile da Bollywood, e non certo per i meriti di quest'ultima.

12) Non meno ripugnanti saranno gli americani (tanto più che settantacinque anni dopo sono ancora come venivano dipinti).

13) Non a caso la critica dirà che i nazisti vi erano rappresentati come se fossero staliniani.

14) Che l'Unione Sovietica staliniana avesse rischiato seriamente di essere sconfitta dai nazisti è testimoniato anzitutto dal fatto che Stalin volle chiamarla "guerra patriottica". Quando un comunista parla di patria e ti consente addirittura la riapertura delle chiese, significa che è con l'acqua alla gola. La vulgata sulla "guerra patriottica" vige ancor oggi: non c'è russo che non sia fiero che il suo popolo abbia "sconfitto i nazisti" (intesi non in termini di "campi di concentramento" ma in termini di "nemico forte, efficiente e potente"), e perciò non è strano che in uno spettacolo televisivo d'epoca brežneviana occorresse presentare la Germania nazista come un nemico di tutto rispetto, temibile, serio, organizzato, elegante. È imbarazzante la somiglianza scenografica fra l'apparatchik sovietico e il gauleiter nazista: stessa scrivania, stessa inquadratura, stesso campanellino per chiamare l'attendente, stessa serietà nel parlare. Altro che gli ottant'anni di hollywoodismo, che ci hanno imposto la rappresentazione esclusivamente caricaturale dei nazisti: bestie sanguinarie, robot prevedibili, perfidi idioti, sadici selvaggi.

15) Penso che ad annacquare il fatto storico della Shoah, qui in Occidente, sia quel rituale pseudoreligioso ai limiti dell'isteria che impone di recitare determinate formule per non ricevere l'immediato linciaggio sociale (come minimo) riservato ai così detti "antisemiti". Nell'URSS brežneviana il problema non si poneva. Come documentato magistralmente da Solženicyn in Due secoli insieme, e come ricordato qualche anno fa dallo stesso Putin in un discorso al museo ebraico di Mosca, «fino all'80-85 per cento dei primi membri del governo dell'Unione Sovietica erano ebrei». Esercizio (sconsigliato) per i lettori: si provi a fare la stessa affermazione in un compito in classe o nella sala mensa aziendale.

16) Come il pastore Schlagg, indicato come prete cattolico ma vestito da protestante.

domenica 29 marzo 2020

Ant-cuck-man

Quando si parla della Marvel mi sento come uno che parla della sua ex commentandone divertito e amareggiato l'ampiamente previsto affondamento morale mentre davanti ad una buona birra gli vien risposto: non preoccuparti, potrà solo che peggiorare.

In sintesi: mi hanno rovinato Ant-Man. Hanno ricostruito il personaggio su misura di uno dei neodogmi dell'immoralismo americano, quello del cuck, consistente nel cornificato che non solo non trova alcun problema nell'essere tale ma che addirittura ne va fiero, al punto di indurre la figlia a ritenere normale voler bene ai suoi "due papà" - quello naturale, e il nuovo marito della sua ex moglie. La sdolcinata protagonista della figlia, le scene multi-cuck di abbracci multipadre e sorrisi, l'accondiscendenza di The Wasp che non ci trova nulla da ridire sul soggetto ancora così legato alla propria ex (dunque la Wasp lo considera solo un simpatico giocattolo sessuale che scommetto scaricherà senza rimpianti non appena deciderà di poter far di meglio)… entrambi i film sono un articolato elogio propagandistico della cuckoldry e del polyamory, in cui la storietta di super-battaglie di super-eroi è solo lo sfondo.

Quando il Duce diceva che la cinematografia è l'arma più forte, non scherzava. La mano gli sarebbe corsa alla pistola nel vedere la dirigenza della Marvel Studios ossessivamente impegnata a veicolare la Nuova Morale Americana facendo leva sulla fanbase di prodotti che erano sempre stati di intrattenimento, pur di fronte ai ciclopici fallimenti - quelli su cui non si può barare: le vendite degli albi cartacei, drammaticamente crollate non appena qualche supereroe faceva outing o abbracciava qualcuno dei ridicoli dogmi dell'SJW (Social Justice Warriors, cioè tutto il progressismo sinistroide più sfacciato e ridicolo). Come un Baal a cui sacrificare i propri figli e a costo di massacrare il proprio stesso core business, la Marvel ha immolato sull'ara del perbenismo idiota tutti i suoi migliori asset.



sabato 28 marzo 2020

La cartina dei confini morali

Sarebbe divertente tornare indietro nel tempo e dire al me stesso di allora: un giorno ti qualificherai ciellino non praticante. Probabilmente avrei ribattuto che non sono così facile a cambiar convinzioni, e dopotutto il movimento mica può riuscire ad annacquare l'eredità che ha ricevuto… (Il tono di voce, nella seconda parte di questa frase, forse non sarebbe stato tanto baldanzoso).

Un tizio si licenzia da una Super Grossa Azienda e scrive una pagina blog per lamentarsi di aver sentito traditi i suoi valori morali. Vista la notevole quantità di gente che usa un insieme di imprecisati e mutevoli valori per giustificare scelte di carattere meramente economico, ho letto la sua lamentela cercando altri spunti per farmi due risate. Ma vi ho trovato un sorprendente consiglio che dà agli altri nei suoi stessi panni. Prima di considerare di lavorare per un'azienda, per non fare la fine della proverbiale rana che si ritrova bollita, occorrerebbe meditare a lungo e infine trascrivere in un diario quali sono le linee che esigono un licenziarsi qualora l'azienda le oltrepassi. Una specie di cartina geografica degli inviolabili confini morali.[1]

Ora, è un concetto interessante. Sia nei confronti del movimento di Comunione e Liberazione, sia nei confronti della Chiesa bergogliana.[2]

Sono divenuto ciellino non praticante perché la memoria di ciò che mi è stato insegnato e di ciò che ho vissuto era talmente viva e forte, che quando ho visto oltrepassare una certa linea ho capito il grosso e osceno cambiamento nel movimento c'era già stato. Quella linea è stata il capo del movimento - che consideravo un grande amico - calpestare miei grandi amici, per il fatto stesso che questi ultimi non erano disposti a dimenticare ciò che il movimento aveva loro trasmesso.[3] Il movimento prendeva una direzione nuova, impartita a forza da chi lo guida,[4] a costo di calpestare i motivi che giustificano l'esistenza stessa del movimento[5]e le persone che riconoscevano ancora validi tali motivi.[6]

Sta dolorosamente succedendo una cosa simile nella Chiesa forzosamente aggiornata[7] al "carisma bargogliano" (chiamiamolo così). È facile stabilire che i confini morali siano le verità di fede, ma dopo anni di sorpresacce (come Amoris Laetitia, affermazioni estemporanee, Pachamama, sinodi germano-amazzonici, sciopero dei sacramenti…) cosa mi può far restare sicuro di non essere una rana in fase di bollitura?[8] Si sono susseguiti troppi cambiamenti dagli anni '50 ad oggi: quanti di questi erano davvero necessari o almeno inevitabili? Quanti di questi non erano considerati aberranti una o due generazioni prima?[9]

Trentotto anni fa arrivò il riconoscimento ecclesiale tanto ambìto dalla Fraternità di Comunione e Liberazione. Il primo risultato della svolta fu che non si poterono più fare certe battutacce in pubblico (specie nei confronti dei soggetti ossessionati dall'"avviare processi di dialogo"[10]), ed anzi bisognava operosamente operare distinti distinguo. Un bel po' di anni dopo, quando ho conosciuto il movimento, le sviolinate ai vescovi erano onnipresenti ma ancora si capiva che erano pro forma, perché restava comunque evidente (anche ai nemici) che il movimento era una realtà educativa, uno strumento piuttosto buono che ti dava qualcosa in più della normale vita di parrocchia,[11] era qualcosa che ti faceva crescere sull'essenziale. Se il destino del movimento fosse stato quello di farsi fagocitare dalle parrocchie anziché quello di aggiungerti continuamente ottime ragioni per vivere più intensamente la vita e la fede (e la stessa parrocchia), allora non avrebbero avuto senso i tanti sacrifici fatti per sostenerlo.[12] E invece…

A tracciare alcuni solidi confini alla mia "cartina dei confini morali" furono gli stessi amici del movimento a suo tempo, vaccinandomi contro la riduzione del movimento ad associazionismo dopolavoristico. Non serve a niente imbarcarsi in un'associazione, se non ti fa crescere nella fede. E lo stesso don Giussani: se la scuola di comunità non ti fa crescere, è inutile andarci. Se si riduce ad un "parlarsi addosso", è una snervante perdita di tempo. Se la carità si riduce a volontariato, scusate, ho altro da fare. I miei amici già allora sapevano che il movimento ridotto ad una pia associazione andava bene solo per i cristianoni dalla pancia piena col vezzo di cercarsi un passatempo da vantare in salotto. Quando uno senza scherzare parla di "avviare processi di dialogo", significa che è da un pezzo che non ha più niente da dire.[13] Giussanologi e cielloti, dopo aver stravinto, sono rimasti da soli a cantarsela e suonarsela nei rispettivi circoli. Non credo che Edimar avrebbe dato la vita in nome di un avvio di "processi di dialogo".


1) Pur partendo da pie intenzioni, l'autore di quell'articolo non si rendeva conto che una tale cartina risente della contingenza, delle sensibilità personali del momento, delle mode in vigore. Penso ad esempio ai presbiteriani americani che vent'anni fa potevano ancora spiegare cosa ne pensa la Bibbia dell'omosessualità, e che sono stati sconfitti dalle nuove mode LGBTQP* dall'interno della loro stessa congregazione. È dura la vita di chi non ha dei dogmi veri a cui agrapparsi.

2) Magari anziché "confini morali" avrei dovuto chiamarli "confini teologici", ma ciò avrebbe complicato troppo il discorso. Del resto non mi interessa tanto se un medico o un prete fumano come turchi; l'importante è che il medico faccia bene il medico e che il prete faccia bene il prete. Nel senso che considero profondamente immorale il venir meno alla propria "missione".

3) Ed infatti, avendo posto sotto di sé solo dei suoi fedelissimi, si è fatto comodamente rieleggere all'unanimità per un altro sessennio. Questo sì che è stato un successo dell'"avviare processi di dialogo".

4) Era tutto sommato una tentazione prevedibile: "il movimento è così grosso, possiamo mica sprecare qualche opportunità politica, economica o ecclesiale?" Così, anziché deridere e mettere alla porta qualche esimio furbetto, si comanda di far finta di niente, anzi, di applaudire, perché "Essendo Nostro Amico, ci Farà dei Favori". Sì, certo, come no. Dai domiciliari o dalla galera.

5) Ci siamo sempre detti che l'ubbidienza è una forma di amicizia. E che il movimento non è un club che porta avanti un programma politico o teologico. E che Cristo c'entra con tutto, anche con la matematica. Uno sguardo leale sulla realtà non poteva ridurre l'appartenenza alla Chiesa ad un coro ultrà di papisti autocompiaciuti. Una forma di amicizia unidirezionale è solo una sudditanza. Un affannarsi a discettare di imprecisate "nuove sfide" e di improbabili costruzioni "di ponti anziché muri", è sostanzialmente un programma politico/teologico fumoso e bramoso di raccogliere applausi mondani. E quando la figura di Pietro diventa sommamente imbarazzante, si poteva avere almeno il buonsenso di tacere e aspettare giornate migliori. E invece no: il movimento, per ordine perentorio ai sudditi, sta diventando la barzelletta su sé stesso, quella raccontata per decenni dai pigri sinistrorsi. Scusate, ma era meglio quando la gerarchia ci perseguitava pur senza conoscerci e quando le sinistre ci tiravano le molotov: almeno, in quei momenti, non era obbligatorio incensare e adulare politici e prelati. Ah, la prossima volta si eviti di calpestare gente "colpevole" di non aver dimenticato ciò che il movimento era stato in quei frangenti.

6) Perché? Per un malinteso senso di appartenenza alla Chiesa: dopo la gratitudine a Woytila (dovutissima), dopo l'entusiasmo per Ratzinger (giustificatissimo), ci piovve addosso l'obbligo di adulare Bergoglio (laddove era opportuno tacere e curare la vita interna), col risultato di trasformare certi cielloti - dal capetto universitario fino alla diaconia centrale - in melensi incensatori del clerically correct. Cioè il movimento che diventa identico alle barzellette sul movimento perché dopo aver sempre esibito un papismo virile e giustificato, hanno ritenuto impossibile evitare di esibire un papismo mieloso e ingiustificato.

7) Forse non dappertutto, ma specialmente qui. «Nel Portogallo si conserverà la fede ecc.», ed infatti i vescovi italiani risultano "non pervenuti".

8) La domanda è più seria di quel che sembra perché se è vero che non sono io a dover stabilire cosa deve fare e dire la Chiesa, è anche vero che i cambiamenti avvenuti sono grossi ma astutamente calibrati per non tirar troppo la corda. Sono rivoluzioni "all'italiana", cioè riuscite solo a metà. Sono finestre di Overton aperte quel tanto che basta per aggiungere una nuova picconata. Sono un adeguarsi ai tempi, in senso deteriore, come se la Chiesa avesse una gran fretta di piacere al mondo. Dunque: non è che dietro l'accusarti di voler insegnare alla Chiesa quel che deve dire e fare, si nasconde invece il lamento di chi dice che questa "sauna gratuita per rane" ha solo accidentalmente la forma di pentola?

9) A buon diritto don Elia scrive che la Conferenza Episcopale Italiana è diventata uguale all'Associazione Patriottica cinese.

10) Confesso la mia grande ignoranza: so cos'è il dialogo ma faccio fatica a capire cosa sia un "processo di dialogo" e come si faccia ad essere sicuri di aver "avviato" uno o più di tali "processi".

11) La confusione imperante nelle parrocchie, quei circolini di autoimpegnati con diritto di prelazione perché sono stati i primi a conquistarne il "territorio", è il motivo per cui - con scarse e giustificate eccezioni - il cattolico sano di mente ne sta alla larga salvo che per Messa e sacramenti.

12) Nel mio piccolo, in qualità di unico ciellino della parrocchia, ho avuto la mia non piccolissima razione di insulti, insinuazioni, dispettucci e dispettoni, diffidenze, mormorazioni, accuse gratuite, nonostante mi sia intrepidamente dato da fare quando c'era da darsi da fare e persino dopo aver ricevuto tale trattamento dai laici e dal parroco.

13) A lungo l'avevo voluta interpretare come una ben pianificata adulazione intesa a recuperare punti nel borsino di corte bergogliana. Ma è passato troppo tempo, senza altri risultati che la ripetizione di un discorso (accuratamente punteggiato di accalorarsi programmati) e l'appiattimento.

giovedì 26 marzo 2020

La legge marziale in vigore

Mi lamento di essere grafomane ma quando gli eventi incalzano mi rendo conto di aver scritto pochissimo, e che quasi tutti i blog che ancora seguivo erano, alla luce delle circostanze attuali ("in Italia le cose vanno selvaggiamente"), riassuntini commentati della cronaca del giorno. Cioè un guazzabuglio di prediche, un esercizio stilistico. Sembra che tutti si siano improvvisamente ritrovati con un sacco di tempo libero per scrivere e commentare. In questo diluvio di parole - che rende quello precedente una timida pioggerellina - è però diventato complicato discutere, proprio perché non si distingue più il segnale dal rumore.

Infatti, quando quel guazzabuglio non somiglia ai titoli di giornale ti danno subito del complottista, o altre etichette in crescente ordine di pericolosità.[1] Il Discorso si può fare a favore o contro, ma solo sui temi Autorizzati. Guai a usare troppo la logica,[2] guai a toccare un argomento esterno al menu del giorno, guai a sfiorare anche accidentalmente un tabù: nel migliore dei casi si viene ignorati o derisi. In altri tempi don Giussani poteva ancora consigliare ai preti di avere sul comodino "breviario e giornale", cioè pregare e avere un occhio aperto sull'attualità. Tanti volenterosi hanno creduto che fosse necessario strafare (e non col breviario), finendo per farsi dettare l'agenda: "di cosa mi devo preoccupare oggi? su cosa mi vien chiesto dai media di prendere posizione?"[3] - e così il movimento si è ridotto da una novità imprevedibile a un'etichetta prevedibile.[4]

"Sovrano è chi decide lo stato d'eccezione", e dunque anche chi ha la capacità di fabbricarla. In tempi non sospetti mi sono lungamente lamentato che l'Italia era allo sfascio,[5] è arrivata la "dittatura sanitaria" e lo sbando.[6] Nulla sarà più come prima (un "prima" vicinissimo: neanche tre mesi fa), e dal contraccolpo di queste poche settimane non ci riprenderemo più. Non solo per motivi di ordine finanziario,[7] ma anche per sentire comune: il popolo italiano è tale solo nelle partite dei mondiali di calcio. Siamo praticamente sotto legge marziale.[8]


1) Il potere delle etichette è micidiale. Viene il voltastomaco a sentire queste conversazioni di under 30 che credono di aver già capito tutto della vita e di avere davanti non meno di cinquant'anni di salute e opportunità. Che godono alla notizia di un pensionato che per morte o altro motivo smette di essere a carico dell'INPS. Che credono che ogni problema origini dai boomer. Che sognano di andarsene all'estero, in qualche paese dal nome prestigioso, e che gli expat che si lamentano sono solo dei mammoni incapaci e sfaticati. Che credono che bestemmiare, abortire, sbronzarsi, siano sacri diritti acquisiti. Sono esattamente come li vuole il Potere, e non se ne rendono conto. E a me che mi accorgo dello stato delle cose danno subito etichette infamanti e ban perpetui.

2) Si scoprirebbe la sorprendente somiglianza fra Conferenza Episcopale Italiana e l'Associazione Patriottica cinese. Proprio dopo aver scoperto quella fra Comunione e Liberazione e l'Azione Cattolica.

3) Come il caso di una donna che reputavo intelligente e che è partita per la tangente col suo intercalare "il-giornale-più-bello-che-c'è", quello di Ferrara, e non voglio infierire ulteriormente.

4) I vertici della Chiesa, col loro divieto di Messa e sacramenti, hanno scaraventato nel cesso quel poco di onore che ancora rimaneva loro. Il Signore saprà ricompensarli con tutti gli interessi (e devo dire persino che un po' mi dispiace). Nel frattempo le forze dell'ordine fanno irruzione per stanare non pericolosi criminali ma chi partecipa a una Messa o una processione. L'imminente ferocissima persecuzione, l'episcopato non potrà dire di non essersela meritata fino all'ultimo spicciolo, anche se ospedali, luoghi geografici, cattedrali, opere d'arte, perfino teoremi di matematica portano i nomi di fior di santi, ma con la Chiesa-istituzione non hanno più molto a che fare, autoridottasi a ONG ossessionata di dover piacere al mondo.

5) Come ad esempio nel caso notevole delle aziende virtualmente già fallite, incapaci di stare a galla senza continuo flusso di cassa. Non avevo certo scoperto l'acqua calda. Se qualcuno avesse voluto mettere in ginocchio l'Italia, non aveva altro da fare che innescare qualche processo che producesse qualche settimana di panico e di necessarie chiusure.

6) Si preannuncia una perdita di almeno dieci punti del PIL, ma non è che il giorno dopo tale perdita tutto si assesta magicamente.

7) 2409 miliardi di debito publico, cioè una media di 40393 euro a cittadino italiano, inclusi neonati e ultracentenari. Non va meglio in USA, dove il debito pubblico è di 65mila dollari a cittadino. Il mondo siede su un'immensa catasta di debiti interconnessi. E non parliamo di interessi….

8) E atea. "Non è la stessa cosa che pregare a casa?" Se fossi un nemico della Chiesa e dello Stato, vista la situazione starei applaudendo con incontrollabile entusiasmo a ciò che han fatto governo e conferenza episcopale.

lunedì 24 febbraio 2020

Il timpa-tumpa-timpa sospeso a tempo indeterminato!

Gaude atque laetare! Per la prima volta in oltre mezzo secolo, nelle chiese milanesi non risuonano i dannatissimi motivetti timpa-tumpa-timpa delle canzonette chiesastiche postconciliari che ispirano ai sani cattolici fior di imprecazioni e sommovimenti intestinali.

Questo sacro silenzio (che purtroppo mette a tacere anche il gregoriano)[1] è dovuto alla coraggiosissima decisione presa dall'esimia eminenza plenipotenziaria della diocesi ambrosiana, una roba che certamente ha fatto esclamare "ohibò" persino al santo Ambrogio, il quale si starà legittimamente domandando che diavolo ha combinato[2] il suo eccellentissimo successore, per di più nel giorno anniversario della morte di don Giussani.[3]

Padre Pio da Pietrelcina ebbe una volta ad esclamare: "cosa sarebbe il mondo senza la Messa?" - ma erano gli anni in cui non vigevano ancora il Novus Horror e il Timpa-Tumpa-Timpa.


1) Siamo onesti, una certa quantità di canti ciellini rientra nella categoria timpa-tumpa-timpa, cosa che stona un po' in quelle Messe "cielline" in cui c'è anche il canto tradizionale.

2) La Messa? "Seguitela in TV".

3) Naturalmente il sito web del movimento "milanese" per eccellenza tace, ma già vien che ridere a pensare cosa stanno per pubblicare sul tema (ma quanto ci mettono? per eventi politici assai più insignificanti sono sempre stati fulminei…) e come "ubbidiranno" i preti del movimento.

martedì 3 dicembre 2019

Qui bisogna fatturare, capito? Fatturareee!

L'idea a cui non riuscirò mai ad abituarmi è l'imprenditoria senza rischio, anche se siamo nell'epoca del caffè decaffeinato, della cioccolata senza cacao e del matrimonio omosessuale. Il caso di oggi è un'azienda tecnologica che, se fosse un negozio, sarebbe uno di quelli col sottotitolo universale, tipo: "ferramenta e di tutto un po'", oppure: "abbigliamento e non solo" (nel senso che in entrambi i negozi puoi entrare e regolarmente acquistare una scatoletta di tonno e lo shampoo per il cane).

Un amico ha realizzato per hobby un aggeggino. Tutto a proprie spese, come un qualunque appassionato. Una roba che ha richiesto conoscenze di elettronica, meccanica, informatica, e un considerevole numero di ore di lavoro di progettazione, costruzione, collaudo. "Vieni a proporlo nella nostra azienda", gli dice un conoscente che è il bis-cugino del pro-cognato di uno dei manager, "andrà via come il pane, farai soldi a palate". L'hobbista, dopo numerose insistenze, suo malgrado accetta. Il manager ci mette quindici giorni a fissare un appuntamento, infine programmato all'ora di pranzo di un venerdì.

Al momento della presentazione, il manager da un lato si comporta come se avesse davanti un venditore di aspirapolveri dozzinali, dall'altro come se fosse vagamente interessato ma si aspettasse tutt'altro (ma come? l'aspirapolvere che non fa il caffè? - è la tipica ossessione italiota del tener basse le aspettative commerciali altrui, presumendole esagerate ancor prima di iniziare), nel frattempo facendo domande un po' troppo indiscrete sui dettagli più delicati (come se si sentisse abbastanza furbo da carpire qualche segreto industriale che lo farà campare di rendita per sempre).

Ora, il suo mestiere dovrebbe consistere nel capire le potenzialità che l'aggeggio già ha (e solo in un secondo momento quelle che in futuro potrebbe avere), il costo per trasformare il prototipo in un prodotto, la stima dei ricavi futuri per valutare se affrontare tale costo. Cioè dovrebbe usare l'intelligenza e il buonsenso (e, se ce l'ha, anche l'esperienza e il fiuto), partendo dal fatto che se la cosa va in porto l'azienda ha risparmiato tutta una lunga fase di progettazione e prototipazione. Già, perché le aziende italiane che fanno davvero un minimo di ricerca e sviluppo scarseggiano, per usare un eufemismo. I dipendenti sono considerati un centro di costo, non il motore del profitto, e ricerca e sviluppo sono ancor più un centro di costo qualora prima di cominciare la ricerca non siano ultimativamente chiari tempi e costi e margini di guadagno. "Imprenditoria senza rischio", cioè voler campare di rendita, voler fungere da inevitabili intermediari che con fatica prossima allo zero generano profitti ampi, sicuri, stabili, e magari anche crescenti. Praticamente la versione in giacca e cravatta del parcheggiatore abusivo.[1]

Nel caso di quell'hobbista, la contrattazione ovviamente non va a buon fine. Il manager addirittura trova un sottile modo di rinfacciare al malcapitato di avergli fatto perdere tempo con un aggeggio drammaticamente incompleto (concettualmente assimilandolo ad un aspirapolvere che non fa il caffè), e il tempo è denaro. Non solo tener basse le aspettative, ma anche tentare attivamente di ridurle finché sia possibile (l'hobbista pare timido, poco capace di contrattare, poco informato su quanto valore di mercato avrà il prodotto), anche a costo di ricatti morali, pur non avendo ancora ben chiare le potenzialità dell'aggeggio.

Ora, sappiamo già che in questa società la morale di un'azienda è la massimizzazione del profitto. E che se proprio si parla di dignità del lavoro, del rispetto dei lavoratori, della meritocrazia, ecc., si tratta solo di lip service, di belle parole estranee ai fatti e alle intenzioni e funzionali solo ad abbattere i costi e aumentare i profitti. E che il lavoro è diventato una merce su cui far la cresta, speculare, comprare all'ingrosso infischiandosene della qualità se non quando l'eccessivamente scarsa qualità produce minor profitto. E che per il singolo la capacità di saper contrattare, più il lusso di poter rifiutare un lavoro non conveniente, assommano normalmente ad almeno parecchie migliaia di euro l'anno di differenza. E che la ritrosia dei lavoratori dipendenti italiani nel parlare del proprio stipendio, degli stipendi tipici di un'azienda, finisce per farti scoprire (quando non puoi più contrattare) che l'inamovibile segretaria nullafacente guadagna più di te che sei personale "fatturante".

Ma c'è anche il fatto che all'italiano medio piace svegliarsi al mattino e «trovare tutto già pensato». E che l'Italia è zeppa di aziende virtualmente già fallite o costitutivamente già fallite. E che nel nostro Paese cresce solo la voglia di trovar lavoro a bassa specializzazione, mentre diminuisce l'offerta (quando ad esempio presenteranno la badante-robot avverrà un finimondo). E che qui il mercato del lavoro è sostanzialmente schiavismo.

L'aggeggio in questione è finito in garage a prender polvere. Gran soddisfazione l'averlo realizzato, gran delusione l'averlo presentato. Certo, in Cina ne fanno uno simile con più funzioni e minor costo ma funziona solo se connesso a internet, non è personalizzabile, e comunica ai cinesi in tempo reale tutto ciò che fai.[2]


1) Non è che all'improvviso una generazione di giovani si è svegliata al mattino e ha deciso di campare alla giornata a spese di mammà. Se la scuola è un macello, se in ogni ambito vengono premiati i raccomandati, se chi guida è non solo incapace di notare le tue qualità tecniche ma anche incapace di guardare al futuro più lontano di cinque minuti, non è che al giovane magicamente spunta la voglia di darsi da fare in proprio. Spunta invece la voglia di scappar lontano, o di campare a spese di mammà.

2) Un progetto del genere andava visto come "sartoria su misura". L'imprenditore lo pretendeva ad un prezzo da "grossista cinese dell'abbigliamento". La pressione fiscale in Italia è indicibile, ma non è la pressione fiscale a rendere miopi (e allergici al rischio imprenditoriale) gli imprenditori. Abbiamo intere generazioni che non hanno più idea della dignità del lavoro.

venerdì 8 novembre 2019

Il bombardamento in arrivo

L'indiscutibile segnale che la crisi dell'Italia è cominciata davvero (altro che "febbre turca") me lo diede quell'asta di BOT da 600 milioni andata deserta un annetto fa. 600 milioni sono briciole anche per un nanetto qualsiasi dei "mercati" (e persino per le banche italiane, anch'esse non interessate all'asta). Tra i mercati, uno degli dèi dell'olimpo moderno, dev'essere girata consistentemente voce che non conviene prestare all'Italia neppure 600 milioni. Cioè che il bersaglio concertato è un altro saccheggio dell'Italia, di fronte al quale la svendita sul Britannia del '92 fu una bazzecola.

Il Vangelo contiene in sé la più grande lezione di economia di tutti i tempi: "i poveri li avrete sempre con voi".[1] Cioè non solo l'economia non sconfiggerà mai la povertà, ma il passare dalla povertà ad un minimo di agiatezza è un'impresa titanica per il singolo come per il popolo (persino il diritto romano proibiva la "schiavitù per debiti", lezione dimenticata[2] da troppo tempo). Una volta impoveriti, non se ne esce più: diverse generazioni future di greci, per esempio, continueranno a pagare e a inveire contro ignoti.

L'impoverimento dell'Italia è enormemente facilitato dal penoso stato di questo popolo: aziende "statali" significa aziende sprecone, aziende "privatizzate" significa che penseranno solo a massimizzare profitti (anziché fare manutenzione e investimenti), e gli asset strategici (energia elettrica, acqua, ferrovie, telefonia, autostrade…), una volta "privatizzati", non hanno prodotto né posti di lavoro, né risparmio, né qualità.[3] A noi povero popolino bue vengono invece proposte battaglie riguardanti omosessualismo, aborto, vaccini (altra industria bramosa di far grandi ricavi), tutto, purché non si parli troppo del mezzo milione di immigrati incompetenti che entrano e dei 250mila giovani italiani competenti che emigrano all'estero.[4] È un popolo in via di estinzione,[5] e come tale va spolpato per bene prima che attiri l'attenzione di altri. Le crisi politiche fanno solo da noioso scenario sullo sfondo.[6]

Le conseguenze della crisi in corso - che a noi comuni mortali sembreranno "inevitabili" solo perché ce lo dice il telegiornale - sono facilmente prevedibili: il saccheggio dei rimanenti "gioielli di famiglia" (magari opportunamente ri-nazionalizzati all'uopo) continuerà,[7] e se in passato desideravamo farci governare dallo straniero ora ci siamo piegati a farci saccheggiare dallo straniero (diventando di fatto un popolo "schiavo per debiti").[8]

I poveri li avremo sempre con noi perché è facile impoverirsi ma è assolutamente arduo risalire una brutta china. Ma questo agli speculatori non interessa. Quando vedono una percentuale che comincia con il segno più,[9] vi si tuffano come squali desiderosi di terminare un lungo digiuno.[10]

Lo Stato, che in teoria doveva servire il bene comune, in pratica non c'è. L'ultimo vago statista che abbiamo avuto è stato fortunato a finire i suoi giorni in esilio in Tunisia. Chiunque si presenti con un programma che non sia aria fritta attrae un'isteria collettiva di odio (e vien da ridere amaramente a certe omelie della CdO), perché chi ha dimenticato il concetto di bene comune, non può non vedere - a seconda dei casi - lo Stato come vacca da mungere o come ostacolo al proprio tornaconto.[11]


1) Tempo fa ho scandalizzato e fatto infuriare qualche stupido prete facendogli notare che la "finanza" è per definizione pura speculazione e che l'estrarre guadagni non dal lavoro ma dalla speculazione è immorale. Ma pazienza. Nei seminari, se tutto va bene, insegnano a discettare del pelo del leone, mica a riconoscere il leone intero.
2) Secondo le leggi USA il debito studentesco non può essere soggetto a bancarotta. Quella bolla sta per esplodere. La timida proposta di azzerare il debito creerebbe un pericolosissimo precedente, oltre che tensioni sociali fra diplomati "pagati" e diplomati "graziati", senza contare il fatto che anche da quelle parti certi titoloni di studio (come i ridicoli Women Studies) non servono ad altro che a far autoalimentare un circlejerk ideologico e parassita. Miracoli del capitalismo terminale.
3) Dal ponte Morandi ai miseri trucchetti delle compagnie telefoniche è tutto uno show di italiche furbate.
4) Qualcuno ha calcolato in centinaia di migliaia di euro di mancati introiti per lo Stato la fuga di un singolo "cervello". È solo un conteggio di pochi decenni di mancato gettito IRPEF, che non tiene conto del valore aggiunto che tale "cervello" darebbe al mercato interno italiano, senza considerare l'incidenza del costo sostenuto dallo Stato in termini di scuola e università.
6) Non sarà la politica a "salvare" l'Italia, o almeno, non la politica di cui ci parlano i media e -ahinoi!- i capetti del movimento.
7) La sorte dell'ILVA era facilmente prevedibile: uno Stato che ha come strategia il "salvare i posti di lavoro" finisce ultimamente per non salvarli. Uno Stato che avesse avuto come strategia il garantire alle industrie del paese tot tonnellate di acciaio l'anno, avrebbe non solo "salvato i posti" ma indirettamente "aggiunto altri posti", perché nessuno è così cretino da voler mettere su un'impresa solo allo scopo di "salvare posti di lavoro".
8) La Fiat, passata prima alla Chrysler e quindi ora alla PSA-Peugeot, è stata per intere generazioni un pozzo senza fondo per finanziamenti intesi a "salvare i posti di lavoro".
9) L'Islanda - uno Stato popolato meno che la città di Venezia - per qualche segnetto più fu trascinata nel caos bancario e sull'orlo dell'abisso. Quel popolo è rimasto in piedi solo perché non è suicida come il nostro.
10) La morale di un'azienda è massimizzare i profitti, e se tale massimizzazione si ottiene per esempio con pubblicità ingannevoli anche al netto di pagamenti di sonore multe allora lo fanno senza scrupolo. L'azienda non si pone il problema di garantire uno stipendio ai lavoratori - bisogna essere dei "cattolici retrogradi" per avere un simile scrupolo - ma solo di abbattere i costi e di aumentare i profitti. E gli stipendi sono nella categoria "costi".
11) Quando gli Alleati bombardavano Berlino, non è che un anti-nazista potesse uscir fuori e gridare: "ehi, io sono sempre stato contro Hitler". Le bombe cadevano anche su di lui. Esserci opposti per tutta una vita a certi andazzi - religiosi, politici, economici… - non modererà significativamente le conseguenze sempre più gravi che intravede all'orizzonte chiunque non abbia sbarrato bene gli occhi. Il "bombardamento" in arrivo, anche dal lato economico, è inevitabile (motivo per cui occorrerebbe piuttosto prepararsi ad assorbirne a lungo termine l'impatto, per quanto possibile).









mercoledì 6 novembre 2019

Posso, dunque voglio - anche la bomba atomica

E quindi capitò la notizia di quel paesetto sperduto dove il distributore automatico di simulacri sessuali registrava il tutto esaurito dopo ogni notte. Non avevo tempo per vagliare i pro e i contro di tutte le possibili strategie per sfuggire all'imbarazzante discussione davanti a anime innocenti che non meritavano quella pubblicità virale. La prima idea che mi è venuta in mente è stata di accusare un leggero malore per distogliere l'attenzione, per poi -parte recitando, parte raccontando- rivelare qualcosa di me (che avevo sempre taciuto), allo scopo di tenere abbastanza a lungo spostata altrove la sua attenzione. Presto o tardi capita a tutti i pescatori di dover tappare una falla solo gettando il prezioso pescato del giorno: pazienza.[1]

Il meccanismo perverso più in voga nell'epoca moderna è il "si può, dunque si deve". L'affievolirsi della morale, consistito anzitutto nell'affievolirsi della capacità critica, dell'intelligenza critica, della capacità di guardare la realtà "criticamente" (cioè secondo tutti i suoi fattori) è ben riassunto nel modo di dire: "quando hai un martello, tutto sembra chiodo". Che si tratti di sesso, di droga, o di qualsiasi cosa riconducibile ai peggiori istinti umani, il solo fare il nome di una possibilità scatena un meccanismo irrefrenabile di curiosità (cioè di sottinteso desiderio) che può durare anche decenni. Cioè, in fin dei conti, fare il nome di qualcosa di cattivo significa evocarlo.

Il colpire ripetutamente civili inermi con una bomba atomica e l'ubriacarsi solo perché in frigo ci sono abbastanza bottiglie, sono azioni che hanno in comune lo stesso padre: "io sono in grado di farlo: dunque lo faccio". È quel sentirsi "in grado" a facilitare la messa da parte di senso morale, intelligenza, buon senso, e di aprire la strada al corto circuito tra l'accorgersi di potere e il volerlo fare a tutti i costi: "chi sei tu per vietarmelo? in questo momento ho deciso che lo ritengo necessario, sono in grado di farlo, dunque lo faccio". E se tenti anche minimamente di ragionare, "tu vuoi limitare la mia libertà, tu mi giudichi, tu non capisci cosa ho in cuore, sei il solito bacchettone". Per le birre come per l'atomica.

Una enorme percentuale di mali viene evitata dall'ignoranza. Il semplice non sapere che accanto alla mano c'è un martello è spesso più che sufficiente a non scatenare le tempeste del "tutto sembra chiodo".[2] Il non conoscere l'esistenza di certe grandi perversioni, evita materialmente a tantissime persone di compierle.[3] Paradossalmente, nel momento in cui scrupoli e morale scompaiono assieme all'intelligenza e alla memoria, ci tocca benedire l'ignoranza selettiva e addirittura coltivarla (è un paradosso solo perché abbiamo già dimenticato la lezione della Genesi: "conoscere il male" significa in fin dei conti averlo compiuto ed essersi posti nella condizione di poter continuare a compierlo).[4]


1) In quel momento non vedevo altra scelta; a distanza di qualche settimana sono ancora convinto che tutto sommato sia stato il modo migliore per salvare la situazione, anche se non posso essere certo che quella notizia pruriginosa, in mia assenza, non sia transitata di nuovo all'attenzione di quelle deboli anime che col mio strano comportamento ho inteso proteggere.

2) In genere è un processo piuttosto lungo. Dall'evocazione all'accarezzare l'idea, e fino al compiere una determinata malvagità, potrebbero passare anche parecchi decenni (motivo per cui già nel Salmo si domanda umilmente: "assolvimi Signore dalle colpe che non vedo" - non le vedo perché sono in fase di gestazione in qualche scomparto della mia testa, non sono ancora del tutto cosciente di aver cominciato a gironzolare attorno a certe idee, è una china ancora non sufficientemente ripida da destarmi allarme nella coscienza).

3) La rivoluzione pornografica accelerata dall'internet è stata talmente veloce che è ancor oggi sottovalutata.

4) Aveva dunque senso la "damnatio memoriae": il male non ha bisogno di pubblicità, non ha bisogno di essere conservato, non ha bisogno di essere studiato e compulsato da autori che prima o poi finiscono per provare un'invincibile simpatia per il male. Come quel ridicolo gesuita che a furia di respirare l'aria polverosa della propria biblioteca, nel corso degli anni aveva finito per infatuarsi un eretico del V secolo che, a suo dire, andava assolutamente "riscoperto" e "rivalutato". Ecco, ora cominci a provar curiosità anche tu per questo innominato eretico, conoscerne il nome, sapere cosa andò proclamando. È così che funziona l'evocazione.

venerdì 1 novembre 2019

L'Ohio lagga...

È urgente insegnare a tutti, fin dalla più tenera età, cosa sono gli ordini di grandezza. Far capire anche ai bambini il prima possibile quale differenza c'è tra milione e miliardo. Magari facendo leva sull'astronomia, per rendere interessanti le lezioni. Bisognerebbe farlo in tutte le scuole, all'inizio di ogni anno scolastico, fino alla nausea. Non se ne può più di analfabeti funzionali modello Fontamara pronti a sottoscrivere la divisione del torrente in "tre quarti a me, e gli altri tre quarti a te".[1]

Mi si presenta dunque questo ragazzino che straparla dei twitcher di Fortnite che guadagnano "milioni" (sottinteso: "oh, mi aiuteresti a guadagnare? io videogioco a tutte le ore!"). Poi mi dice delle centinaia di milioni di giocatori a Fortnite e, entusiasta ed emozionato, spiega che lui è uno di tali privilegiati, aggiungendo poi il prevedibile fervorino sul quattordicenne che ha guadagnato Centinaia di Milioni vincendo il Campionato di Fortnite.[2] Non so che tipo di risposta si aspettasse ma ho avuto l'impressione che desiderava ardentemente un timbro di approvazione. Questo genere di impressioni mi trasforma istantaneamente in una specie di Hulk.

Anzitutto gli ho detto che tra un paio d'anni lui avrebbe parlato di Fortnite come una robaccia vecchia che non usa più nessuno. Gli ho ricordato che quando c'è stato il boom del Pokemon Go lui obbligava spesso sua madre a guidare attraverso stradine secondarie per catturare i bonus rari, e che ora non solo giudica una robaccia vecchia, ma non ha di che farsene di quei premi virtuali tanto faticosamente raccolti.[3]

Quindi gli ho fatto notare che gli streamer milionari si contano sulla punta delle dita. E che se la sua carriera di streamer dovesse iniziare, dovrebbe ricordare che l'un per cento di chi segue vede le pubblicità, e l'un per cento di tale un per cento eventualmente clicca, guadagnandogli qualche centesimo, e per arrivare a una cifra con almeno un paio di zeri prima della virgola occorre raggiungere un numero pazzesco di fedelissimi seguaci. Che poi è esattamente il motivo per cui gli streamer arricchiti sono così pochi e ben conosciuti.

Poi, con quale speranza di far successo? Una linea internet sgangherata, un PC gaming costruito coi buoni sconto, una cameretta che è tutt'altro che un set televisivo… Forse comincia a capire, forse mi dà anche un po' ragione, e soggiunge: "per esempio quel server dell'Ohio lagga parecchio".

Lo guardo come se avesse una molotov accesa in mano. "Lagga"? Ma lo sai dov'è l'Ohio? Sono ventimila chilometri![4] I pacchetti viaggiano su fibra a un terzo di "c": significa che hai un ping che non può andare al di sotto di duecento![5] Infine alza bandiera bianca - cioè è pronto alla fuga - dicendo che dopotutto il wifi di casa sua è buono… "Wifi?!", lo interrompo sdegnato, sputando fuori qualche concetto sul "reimpacchettamento" dei dati da etere a cavo e che dovrebbe attaccare La Plei col cavo direttamente al Ruter e sperare che mentre gioca nessuno in casa stia navigando, giocando, o girando per Youtube. Fuga per la vittoria ensues very hard.

Anni fa sui giornali si discettava ampollosamente di "nativi digitali", bambini cresciuti a merendine e internet, illudendosi della grande rivoluzione sociale in atto. La rivoluzione è avvenuta al contrario: sono convinti che il Uài Fài sia un diritto universalmente garantito, che l'internet consista nel Ghèming e nei social, che non ci sia praticamente differenza di latenze tra "fili" e "senza fili" (e che da qui a Milano sia lo stesso che da qui all'Ohio), che le infrastrutture facciano parte della natura e crescano automaticamente di uno o due zeri non appena esce qualche Gioco Nuovo (anch'esso prodotto automatico della natura). Sono quelli che poi all'università impareranno a loro spese che studiare quattrocento pagine costa almeno il doppio che studiarne duecento, che prenderanno l'aereo Milano-Roma credendo di ridurre la durata del viaggio quando sia in partenza che all'arrivo avevano comunque bisogno di spostarsi con le metropolitane, che comprando un computer spenderanno il triplo per avere un venti per cento di potenza in più, che pretenderanno il gaming 8k 240Hz senza accorgersi che all'occhio[6] non lo distinguono dal Full HD 60Hz,[7] e che anche dopo la laurea si lamenteranno della lentezza della connessione internet senza capire che in una bottiglia da un litro di vino non ci si possono infilare trenta litri di whisky, anche se la pubblicità dice il contrario.[8]

L'ordine di grandezza è un concetto talmente fondamentale che andrebbe insegnato a scuola ogni anno.[9]


1) A conoscere gli ordini di grandezza, non ci si allarmerebbe di fronte a notizie catastrofiche che cominciano parlando di una probabilità di un evento. Magari imprecisata.

2) "Capisci? Uno si diverte con Fortnite e diventa miliardario!" Sic.

3) Resto sconcertato al ricordare che sua madre mi mostrò tutta orgogliosa il livello da lei raggiunto su un videogiochino del cellulare, livello millecentoottantaquattro, segno di un allucinante numero di ore passate a strisciarne il touchscreen, e di un preoccupante accumulo di stress nelle pupille.

4) In realtà circa 7500, ma "ventimila" era per dire "dall'altra parte del mondo", e dato che il diametro all'equatore è poco più di quarantamila chilometri….

5) Da intendersi: i tuoi pacchetti dati, transitando nei cavi oceanici a un terzo della velocità della luce, cioè a 100mila km/s per 20mila km, impiegano almeno 200 millisecondi per raggiungere il server del gioco, senza contare i packet switching negli apparati e altri rallentamenti, dando cioè una considerevole frazione di secondo di vantaggio ai giocatori americani. Tolti gli arrotondamenti intesi ad impressionare il ragazzo (un valore più realistico è due terzi di c), lo svantaggio teorico - quello reale è comunque più alto - si riduce a diverse decine di millisecondi, un tempo comunque superiore alla persistenza delle immagini sulla retina. I ragazzini credono che la magia di internet consenta di giocare con l'Ohio come se fosse col vicino di casa.

6) Il corpo umano ha dei limiti fisici, e lo sanno bene i costruttori di armi, di veicoli, di attrezzature mediche, ecc. Sembrano invece non saperlo gli uffici del marketing dei videogiochi, dei cellulari, ecc.

7) Ma tanto l'importante non è l'efficacia, non è il risultato tecnico, ma solo il potersene vantare.

8) Se 500 clienti hanno una linea da 1 Mega, ci vorranno "500 mega" di backbone per servirli tutti senza rallentare nessuno. Il fornitore del servizio ce l'ha una rete di trasporto capace di "500 mega" connessa a tutti gli endpoint? No: costerebbe troppo (come nel caso di "milioni" di clienti con "centinaia di mega" ciascuno…) o in alcuni casi sarebbe semplicemente irrealizzabile. Ora, immaginate il classico soggetto Lavoro Spendo Pago Pretendo che fa una lunga sfuriata sul fatto che i "mega" promessi dal suo abbonamento si vedono assai di rado. Sapeva cos'è un'ordine di grandezza? Sapeva la differenza fra tera, giga, e mega? Allora era in grado di capire quanto fosse stata ingannevole la pubblicità che lo aveva convinto.

9) Mentre scrivo queste righe il debito pubblico italiano è di più di 39.000 euro a persona, inclusi i bambini nati oggi e coloro che fra qualche minuto spireranno. Ma è tabù parlarne, perché sono soldi che dovremo pagare di tasse per servizi statali di cui abbiamo teoricamente già usufruito (e di cui teoricamente era grandissima la qualità, dato quanto sono costati). Qualcuno potrebbe notare quanti zeri ci sono dopo quel "39".