sabato 11 giugno 2016

Vita nel paesino - 1

La figlia di uno mi contatta a sorpresa per chiedermi di uscire una sera con lei. Quando inaspettatamente diventi il centro dell'attenzione di una donna, senti puzza di bruciato. Parlando amabilmente del più e del meno al telefono, scopro che la nullafacente figliuola ha bisogno non tanto di compagnia, ma di cinquanta euro in contanti e subito, per pagare un conto arretrato. Più non mi dice di cosa si tratta, e più insisto per saperlo. Infine la sua ingenuità fa filtrare un dettaglio da cui capisco che si tratta dello spacciatore di fumo. Mentalmente ripeto a me stesso più volte: cinquanta euro in fumo? Le dico che per una settimana mi sarà impossibile, lei comincia ad innervosirsi e chiudo abilmente la telefonata prima che degeneri. Ancora non so come dire a suo padre che la figlia virtualmente è già una prostituta.

Un grasso nullafacente con moglie lavoratrice e figli scapestrati riesce a farsi beccare dalla polizia con un po' di roba che doveva solo "consegnare". Voleva solo guadagnar molto senza troppa fatica, e il suo livello culturale non permetteva molta scelta. La moglie ottiene il divorzio, e il nullafacente torna dai suoi e riprende a passare mestamente le giornate suonando il tamburo bongo. Non ci sono infatti molti posti di lavoro per picchiettatori di bongo, né di esperti del portare il cane a pisciare.

C'è poi una che ha eroicamente deciso di convivere col suo compagno. Lei nullafacente, e lui aiuto-cuoco a 150 euro settimanali in nero. I due sono insieme da un mese, il rapporto va avanti su Facebook, si sono già incontrati dal vivo ben due volte. Lui abita infatti a due ore di treno e autobus, vive con la madre e col fratello, nullafacenti che beneficiano del suo non proprio ricchissimo stipendio. Cosicché lei ha chiesto alla vicina di casa informazioni per qualche posto di lavoro da almeno 800 euro mensili coi contributi pagati, per poi chiedere anche a me. Le ricordo che basteranno a stento per pagare affitto e condominio: lei s'imbestialisce e la telefonata finisce male.

Passiamo quindi al figlio nullafacente di un noto medico della zona. Dopo aver sfasciato anche la terza auto che gli aveva comprato il padre, si è giustamente sentito dire che i rubinetti sono chiusi e che se proprio ci tiene a guidare dovrà lavorare e comprarsela e soprattutto... smettere di guidare come un idiota. Il padre non aveva previsto che l'auto si può anche sposare. Il figlio convola a nozze con una nullafacente benestante dotata di autovettura Renault. Sfascerà la Renault e la successiva Citroën, e il matrimonio affonderà prevedibilmente per disaccordi automobilistici.

sabato 9 aprile 2016

Il tecnico 10x

Nel gergo business americano[1] un ottimo tecnico o ingegnere viene qualificato "10x" (ten times, tradurrei con "dieci per") per indicare che fa da solo il lavoro di dieci persone, o che risparmia all'azienda di assumere dieci persone - non perché lavori ottanta ore al giorno, ma perché a parità di impegno profuso ha la capacità di ottenere molti più risultati di un "normale" tecnico o ingegnere,[2] speciale capacità che in genere ha acquisito perché incrocia passione, talento naturale ed esperienza.[3] Dunque è un parametro qualitativo piuttosto che quantitativo.

Gli americani come al solito scoprono l'acqua calda: dopo aver ridotto la valutazione di una persona al numero di caselline del curriculum (aumentabili a suon di corsi, master, specializzazioni), si accorgono che i talenti vengono distribuiti da Dio senza rispettare schemi con caselline e numeretti. Ciò di cui mirabilmente ancora non si rendono conto è che il lavoro non è una merce da comprare laddove si possa ottenere più quantità al minor prezzo: eppure, pragmatici, elucubrano attorno all'idea del tecnico 10x, arrivando a pagargli cifre esorbitanti, perfino nel caso degli interns (tirocinanti) nella speranza di beccarne qualcuno dal mucchio.[4]

Le dimensioni dell'azienda non sono il vero nocciolo del problema. Se hai deliberato di aver bisogno di un tecnico 10x, significa che non puoi permetterti di affidare il tuo progetto ad un gruppo di tecnici normali, tanto meno ad un tecnico normale o mediocre. Il vero nocciolo del problema è saper riconoscere un tecnico 10x prima di assumerlo.[5] Ed infatti vige il proverbio: "in serie A riesci ad assumere giocatori da serie A, ma in serie B finisci sempre per assumere giocatori da serie C". Nel senso che a danneggiare l'azienda è la sciatteria - o in termini più commerciali, l'incapacità di investire sulla qualità, poiché infatti è molto più facile rifiutare di assumere un ottimo candidato che accettarne uno mediocre, anche se quest'ultimo costerà all'azienda molto di più per le conseguenze di quella stessa mediocrità.

Lamentarsi della "fuga di cervelli" è un prendersela col sintomo piuttosto che con la malattia.[6].


1) Il gergo business italiano eredita i termini del gergo business americano non appena questi passano di moda.

2) La definizione speculare del "10x" è lo "0,1x" - il tecnico o ingegnere che ottiene un determinato risultato in un decimo del tempo normalmente preventivato e senza misure draconiane.

3) Il titolo di studio garantisce al più l'istruzione, non la passione per la realtà e per il proprio lavoro.

4) Le grandi aziende americane hanno capito benissimo che tirocinante non è necessariamente sinonimo di incompetente e perciò mollano volentieri dai 5 ai 10k mensili (4000-7000 di stipendio più 1000-3000 di diaria e altri benefit). In un'altra tabella vedo che le paghe superiori a 100k l'anno (al netto dei benefit) sono pressoché la norma.

5) Mentre è vero che per un'azienda è comodo sfruttare cervelli freschi e motivati per poi liberarsi senza conseguenze (sindacali e legali) di coloro che non tornano utili, c'è anche l'idea di tenersi in squadra un soggetto 10x, pagandolo profumatamente in modo che non fugga verso altri lidi: mentalità onestamente commerciale, cioè capace di riconoscere il valore di ciò che desidera, capace di rischiare i propri soldi per perseguire un obiettivo chiaro: se l'azienda ti propone 50k l'anno è perché ritiene che tu li valga e che con 49k potresti presto essere tentato di andartene da un concorrente (il popolo dei disoccupati è per grandissima parte composto da persone a bassa specializzazione). Ma è una delle poche mode americane sconosciuta in Italia.

6) Nulla togliendo al fatto che l'Italia di oggi è identica alle vignette laiciste sul Medioevo.

giovedì 3 marzo 2016

Aziende costitutivamente già fallite

Per la serie: come gliela spiego al parroco?

Immaginate un'azienda in cui il personale che produce è in minoranza rispetto a quello che amministra. Immaginate che gli operai che materialmente creano la ricchezza "fatturabile" dell'azienda vengano pagati poco e in ritardo, e che magari siano assunti solo per il periodo di tempo strettamente necessario. Immaginate poi che il personale amministrativo sia invece da anni con un contratto solido e stipendio puntuale.

Immaginate i tecnici che lavorano dalle 9 alle 20, mentre il resto del personale lavora dalle 8:30 alle 17:30 con numerose pause caffè e pause sigaretta e spesso - con un alibi o l'altro - sgattaiola via alle 17, alle 16, alle 15:30 (il tecnico invece non può farlo: lunedì bisogna spedire, quindi stasera deve essere già tutto pronto che da domattina bisogna provare)...

Nel corridoio della sede dell'azienda è tutto un andirivieni di "personale non fatturante". Il guardiano tuttofare, poverino, ha dovuto spendere un'intera giornata a conteggiare i posti auto del miniparcheggio sotterraneo e a controllare non si sa cosa dell'ascensore; due ore le ha passate a spiegarlo scherzosamente alla segretaria - una bambolina che se dimentica di pesarsi al mattino dovrà aspettare la sera, dopo che si sarà struccata. Un commerciale ha speso due giorni interi a procurare i panettoni per i clienti e a firmare un paio di documenti; vero è che è uscito alle 15 per andare a fare un prelievo al Bancomat ed è tornato alle 17 giusto in tempo per il caffè (non poteva mica aspettare la fine dell'orario di lavoro per fare un prelievo al Bancomat: in tal caso non avrebbe impiegato due ore, ma solo un minuto). L'altra segretaria, per giustificare la propria esistenza, sta facendo le pulci a tutti i rapporti delle trasferte dei tecnici: accidempolina, uno di loro ha indicato di aver percorso 500 km e invece il ViaMichelin dice che il percorso ottimale è di 492... ora lo chiamo, esigo spiegazioni!

L'amministratore delegato, nel suo studiolo, passa il tempo alternandosi tra Youtube e Facebook, seccatissimo quando deve interrompere tali attività a causa di un messaggino su Whatsapp. Certo, anche coi clienti si comunica via Whatsapp (e sarà per questo che ha lasciato il fischietto di segnalazione messaggini a volume alto). Ma poi lui è quello che Pensa, sapete, lui Pensa, Pensa sempre, Pensa nuove strategie commerciali, Pensa nuovi modi per sfondare sul mercato. Ogni tanto gli tocca fare una riunione (mediamente una al giorno), di un'ora o due ma anche tre, ma non è che una riunione completa sia più produttiva di una interrotta o rinviata. La sua attività più importante è prendere decisioni: capo, consegnare lunedì o martedì? E lui ci Pensa, Pensa, Pensa, e poi ti dice: lunedì! Magari senza nemmeno capire bene di cosa si trattava. Tant'è che alcuni dei pezzi da spedire arrivano solo lunedì sera...

C'è poi l'altro commerciale, che passa ore al telefono per parlare, parlare, parlare delle esigenze dell'azienda ad altri commerciali. Prendiamo una a caso di quelle telefonate: durata esattamente un'ora. Un'ora di lavoro pagata dalle rispettive società perché uno dei due commerciali cerca un Prodotto senza sapere esattamente perché, mentre l'altro cerca di vendergli ciò di cui i suoi capi gli hanno detto di sbarazzarsi alla svelta. Un'ora al telefono per disquisire con finezza ed eleganza sulle caratteristiche più secondarie ("sa, in futuro magari qui si potrebbe pensare di aggiungere questo e quello"), sulla rinviabilità del pagamento... Alla fine -puntualmente- comprano sempre il prodotto sbagliato: in genere quello che costava meno.

Certo, tenere in piedi l'azienda è faticoso: comprare le cialde per la macchinetta del caffè, allestire l'albero di Natale, passare in tipografia a ritirare i cartelli da mettere nella bacheca, telefonare, telefonare, telefonare...

In tutto questo c'è il tecnico, al quale non gliene importa niente del risparmio di ben due centesimi a cialda (costato un giro di telefonate di due ore, ore pagate dall'azienda), non gliene frega niente dell'albero di Natale, non è attratto per niente dalla segretaria profumiera (che comunque non si abbasserebbe a flirtare con un poveraccio come lui). Controlla freneticamente ogni mattina il conto in banca, perché lo stipendio ufficialmente bonificato a inizio mese arriva ogni volta più tardi rispetto al mese precedente, sempre più tardi... Una volta l'accredito sul conto se lo ritrovava l'otto del mese, i commerciali gli dissero che è perché le banche ci mettono dai 3 ai 5 giorni lavorativi per completare un bonifico, e va bene, ma poi l'otto è diventato il dieci-dodici, quindi il quindici-sedici, poi il diciannove-venti, il ventuno è andato infuriato dalla segretaria amministrativa e lei cadendo dalle nuvole: oh, non ti era stato detto che c'è stato un piccolo inconveniente? (si noti l'espressione con verbo impersonale) Alcuni bonifici sono stati rifiutati (di nuovo un'espressione con verbo impersonale), li abbiamo dovuti rifare: non ti era stato detto? (verbo impersonale)... Insomma, lo stipendio di novembre gli è stato accreditato dopo Natale: chissà per quale misterioso motivo il bonifico del suo stipendio era stato "rifiutato" (mica quello delle segretarie, mica quello dei commerciali, mica quello dell'amministratore delegato, no, solo quello dei tecnici). A gennaio-febbraio è andata molto meglio: il 21-22 è arrivato il bonifico senza essere misteriosamente "rifiutato".

Uno dei momenti più odiosi è quando passa qualcuno dei capi a sgridare i tecnici: così non va bene! Cambiate tutto, fate come due mesi fa, e così risolviamo. Oh, sì, certo che risolviamo, ma perderemo altri tre o quattro giorni, proprio adesso che avevamo quasi risolto. Come in una vignetta di Dilbert, in un film di Fantozzi o in un reparto di un GULag, il capo piomba lì, effettua la sgridata (sarà il suo contratto a esigere che faccia scenatacce periodiche), denigra e proibisce tutto ciò che era stato fatto di buono su una cosa, e comanda di rifarla daccapo al più presto, vuole vedere un prototipo funzionante entro domattina, anzi, già entro stasera. Che eroe. Come a dire che la nave è quasi pronta per il varo, no, smontate tutto, voglio un sommergibile: che ci vuole? Tanto sempre in mare deve andare, no? Domani bisogna fare già un'immersione di prova, e comunque ad ammorbidire il cliente per tutte le variazioni ci penso io...

Esatto, il cliente. Il cliente ha lo stesso problema. Troppo personale "non fatturante", poco personale "fatturante". Il cliente non sa quello che vuole, però vuole lo sconto (che non è mai abbastanza, qualsiasi sconto sia), vuole dilazionare il pagamento (alle calende greche), vuole poter annullare l'ordine dopo la consegna (tipo: dopo aver mangiato la torta, restituirla al pasticciere chiedendo indietro i soldi), vuole la garanzia che tutto vada bene da qui fino alla consumazione dei tempi (tipo: l'autovettura garantita immune alle multe fino alla rottamazione), vuole che l'investimento fatto conservi il suo valore (tipo: un pacchetto di sigarette che fumandone trentacinque al giorno gli duri comunque un mese e mezzo)...

I tecnici cercano di far notare che per la buona riuscita dell'Ambizioso Fumoso Progetto occorrono alcune indispensabili caratteristiche, senza le quali sarà certa solo una Gran Figuraccia Mondiale: niente da fare, il commerciale è inflessibile: costa troppo, non è garantito, non è durevole, dovete arrangiarvi con quel che c'è, ma poi tanto la scadenza sicuramente verrà rinviata e avrete tempo per pensare ad un'altra soluzione (i capi e i commerciali hanno sempre ben altro a cui pensare). Poi nel pomeriggio ci pensa un po' e indìce una riunione. Due ore di conference call (oggi così si chiamano le "riunioni telefoniche") più altre tre riunioni nella settimana successiva, coinvolgendo anche Lo Chiùmann ("l'addetto Human Resources", cioè delle risorse umane): infine si decide di comprare il Pezzo Aggiuntivo dalla Sconosciuta Rinomata Azienda, e due giorni prima di consegnare al cliente ci si accorge che non può essere integrato bene nel prodotto. Anziché fare un totale di otto ore di riunione moltiplicato otto persone (per un totale di 64 ore lavorate e pagate dall'azienda), sarebbe stato molto più facile, più veloce e più economico comprare tutte e dieci le versioni del Pezzo Aggiuntivo e lasciare un tecnico a provarle un pomeriggio tutte insieme per stabilire la più adatta.

Qualche tempo fa definivo "virtualmente fallita" un'azienda che al minimo imprevisto non riesce a pagare la mercede agli operai.

Ora vorrei qui definire "costitutivamente fallita" un'azienda in cui il personale che produce è in minoranza rispetto a quello che amministra. Minoranza numerica, minorata di retribuzione, torchiata quanto agli orari di lavoro e compiti da svolgere. Non ci vuole chissà che esercito di segretarie, commerciali e amministratori delegati per tener su un'azienda (nonostante le sei mafie italiane tra cui burocrazia e fisco). Grosso modo il rapporto fra personale fatturante e non fatturante dovrebbe essere dell'ordine di dieci a uno, venti a uno, o ancor più se l'azienda è grande, tanto più nell'epoca dei computer. Se all'azienda interessa davvero autosostenersi, blindarsi, magari perfino guadagnare, a rigor di logica il personale "fatturante" - quello che produce materialmente profitto per l'azienda - va coltivato, incentivato, premiato e mantenuto sufficientemente numeroso in modo che non si scateni l'apocalisse qualora uno degli elementi migliori venga a mancare. Per qualche motivo misterioso (nel senso di mysterium iniquitatis) avviene invece il contrario: al punto che tutti i grandi e piccoli manager sognano di esternalizzare tutto: cioè non aver più personale "fatturante", subappaltare ogni cosa tenendosi solo il core business (cioè solo l'apparato burocratico).

Come parametro mi è già sufficiente che il personale fatturante sia numericamente sproporzionato (in senso inferiore) al non fatturante. Già questo è un pessimo segnale, poiché quando si parla del know-how di un'azienda, si parla più di persone all'opera che di faldoni di documenti tecnici. Segretarie, factotum, commercialisti, sono tutto sommato facilmente intercambiabili. Un operaio che abbia familiarità con la produzione, no. Per formare un tecnico con dieci anni di esperienza sulle tue produzioni, occorrono per l'appunto dieci anni dentro la tua azienda. Se cambi la segretaria o il fiscalista, in poche settimane sarà a pieno regime; se ti viene a mancare un tecnico, il suo sostituto dovrà acquisire tutto il know-how del precedente. E questo vale anche per i gradini più bassi: magari ti accorgi, quando è troppo tardi, che il nuovo esperto magazziniere non sapeva che tale fila di scaffali soffre umidità e succedono pasticci, o che il nuovo tecnico ti ubbidisce alla lettera senza sapere che sulla tua fissazione delle dimensioni minime occorreva fingere di non aver sentito: anche questi dettagli facevano parte del prezioso know-how aziendale.

Mi capita di osservare sempre nuovi casi di aziende italiane costitutivamente già fallite: l'ultimo è stato quello di un'aziendina con tre tecnici "a progetto" e otto dipendenti fissi tra segretarie, commerciali, tuttofare, responsabili, ecc. Consegnato il progetto, i tecnici restano senza lavoro e i dipendenti fissi... "amministrano" il parco clienti - cioè si sollecitano i debitori, si tengono lontani i creditori, si compila l'agenda delle scadenze, si fa una riunione di due ore per parlare di un possibile nuovo cliente, si fa un lungo giro di telefonate per sapere chi è che vende le cialde del caffè (per la macchinetta in sala riunioni) a minor prezzo, si annotano i posti auto da liberare nel parcheggio comune... Quando c'è da fare un intervento "tecnico" presso un cliente, si assolda un "tecnico" per lo stretto tempo necessario a fatturare e poi via di nuovo a sfogliare Facebook e Youtube (e la giostra continua a girare - seppur più lentamente - perché si campa di rendita sui clienti acquisiti in precedenza, con quella cosa che chiamano "contratto di manutenzione", che consiste nel far pagare al cliente una quota fissa annua per dargli il diritto di telefonare in caso di guai).

Dovrei scusarmi per la prolissità, ma è inevitabile nel tentare di spiegare l'andazzo al parroco. Che non ha mai lavorato in vita sua. Non sa cosa significhi barcamenarsi per pagare il mutuo (per avere un tetto devi versare puntualmente per trent'anni una quota pazzesca del tuo stipendio, senza poter contare su benefattori e sostenitori). Non conosce il brivido di furore allo sportello bancomat nel vedere che lo stipendio è in ritardo anche questo mese. Non sa cosa significhi dover accollarsi responsabilità non pagate, straordinari non retribuiti, figuracce causate dall'incompetenza di chi lo paga, stress e malattie dovuti al non potersi permettere di rinviare al martedì mattina un intervento tecnico del tardo lunedì sera... Non sa cosa significa spendere due, tre, quattro ore al giorno in macchina o nei mezzi pubblici per andare a prestare servizio per poi sentirsi chiedere retoricamente: "e non potevi partire prima? e non potevi prendere il treno precedente? e non sapevi premunirti?" Non sa cosa significa andare a lavorare con la febbre a 38 perché il suo eventuale "sostituto" del giorno è un imbranato che sfracellerebbe tutto il lavoro pazientemente organizzato. E soprattutto non sa cosa significhi burocraticamente avere un lavoro (parlo sempre dell'àmbito privato, non del settore pubblico per gran parte parassitario).

Il sottinteso che il parroco non capisce è che lo scopo del personale amministrativo, ancor prima che "amministrare", è piuttosto quello di fare il diavolo a quattro per rendere facile la vita a chi materialmente produce profitto per l'azienda.

Ciò che il parroco fa enorme fatica a capire è che non può cavarsela dicendo che pigri, furbetti e menefreghisti li trovi dappertutto, perché il danno maggiore viene dalla diffusissima mentalità secondo cui il personale "fatturante" è un costo da comprimere in ogni modo, mentre quello non fatturante è una spesa normale e inevitabile, è un "beh, pazienza". Col risultato che nell'aziendina che sulla carta "produce", paradossalmente il personale amministrativo è inamovibile, insostituibile e incomprimibile, mentre i tecnici che materialmente tirano fuori il "prodotto" sono da assumere solo quel tanto che basta per fatturare: un'azienda costitutivamente già fallita, a galla solo perché sta ancora raschiando il fondo del barile.

Un amico mi telefonava tutto contento: sai, a quarant'anni ho finalmente un Posto Fisso, al colloquio di lavoro hanno detto che cercavano proprio un curriculum come il mio, comincio già lunedì. Ma sì, festeggia pure. Quel che non sapevi ancora è che con la legge Renzi il contratto a "tempo indeterminato" non è più "indeterminato", anche se continuano a chiamarlo così. L'azienda, in caso di necessità (cioè quando i commerciali si stufano di bonificarti lo stipendio) può licenziarti, dandoti come buonuscita alcune mensilità (una per ogni anno lavorato, con un tetto massimo). Sono cose note solo a chi lavora nel settore privato (i parroci - e chi lavora nel carrozzone pubblico - non riescono nemmeno a immaginarlo).

Il primo giorno di lavoro l'amico scopre che nonostante abbia cominciato un "periodo di prova", gli chiedono di essere già produttivo entro fine mese. Scopre che i requisiti che avevano chiesto erano talmente generici che non c'entravano nulla col suo curriculum (questi aggeggi li devo progettare, costruire, manutenere, utilizzare, o soltanto spostare?). Scopre che in due settimane andrà via un tecnico deluso, che perciò centellinerà con diffidenza il "passaggio di consegne" in modo da rimanere ancora a lungo l'unico che può risolvere certi problemi (ha paura che si dimentichino di pagargli gli ultimi stipendi, TFR e liquidazione). È un contratto "a tempo indeterminato" (cioè, secondo la legge Renzi, abortibile a discrezione dell'azienda), dunque si dà un gran da fare: e ciononostante avanza a passo di formica, sia per la diffidenza di chi deve formarlo, sia perché non è esattamente la sua specialità per la quale credeva di essere stato assunto, sia perché di questi tempi non si sputa su un'opportunità di lavoro.

Dopo alcune settimane frenetiche in cui comincia ad assaggiare anche l'irrisione di capi e capetti (cioè di "personale non fatturante"), la mal simulata espressione sorpresa dei commerciali ("gli straordinari vengono pagati solo se li richiede il cliente, non ti era stato detto?" - notare il verbo impersonale e i vari sottintesi) e qualche altro preludio al mobbing, comincia a domandarsi se è tanto disperato da dover rimanere lì. Si ricorda che nel contratto era stabilita la risolvibilità senza preavviso per entrambe le parti (forse per giustificare il "periodo di prova"), e perciò un giovedì sera annuncia le proprie dimissioni, commettendo solo il piccolo errore di dire "da lunedì non ci sarò" anziché "da domattina non ci sarò". Quello che segue è il più tragicomico venerdì nero che mi abbiano mai raccontato: escalation di telefonate da diversi capi, responsabili, sottocapi e Chiùmann, velate minacce, mal trattenute imprecazioni contro la sua "mancanza di serietà", perfidi sottintesi, "casuale" presenza di avvocati nei corridoi dell'azienda... e poi dalle 17:40 finalmente calma piatta e un silenzio da film horror. Alle 18 va via, e dubito che riuscirà a vedere fino all'ultimo centesimo i soldi che gli spettano.

Sono cose che il sorridente parroco - che non ha mai lavorato in vita sua e discende da una famiglia di comodi impiegati statali - non può capire, non può nemmeno immaginare. Il parroco sa che c'è la crisi e che bisogna lavorare, ma non avendo mai lavorato riduce il tutto alla fissazione di accettare immediatamente qualsiasi occasione di lavoro in attesa di eventuali possibilità migliori, senza capire che mentre stai lavorando non hai tempo e libertà di movimento per cercarti un altro lavoro, e nemmeno intuisce che nel settore i grossi nomi si conoscono tutti, per cui se il tuo concorrente ti telefona informalmente per chiederti "come mai il tuo dipendente ha mandato a me il suo curriculum?" significa che il dipendente si è appena fatto terra bruciata sia qui che lì.

Il parroco continua a fare la predica sull'essere generosi, sul fare "un piccolo sacrificio" per donare qualcosa all'ennesima colletta parrocchiale, continua pomposamente a raccomandare di annunciare Cristo anche sul posto di lavoro (è già tanto che il nostro amico, lavorando, riuscisse ad allontanarsi senza conseguenze da discorsi osceni e blasfemi), di partecipare alla Messa feriale mattutina e invitarvi anche i colleghi (chiederebbero con sprezzante perfidia se è satanica), di pregare ogni giorno magari anche durante le pause del lavoro (il parroco deficiente ancora non ha capito che dal suono della sveglia al mattino fino alle 20:30 è difficile conquistarsi una "pausa" perfino per andare al bagno). Nonostante i tanti incontri della CdO, il giovane parroco non sa cosa significa lavorare nel settore privato in tempo di crisi economica e quindi invita alla gita parrocchiale tutti, magari "prendendo un giorno di ferie" (facile per una delle segretarie, impresa ardua per uno dei tecnici), magari mettendo nella bacheca aziendale l'invito a partecipare (così, tanto per scatenare il solito inutile vespaio di fesserie sulle crociate, su Galileo e sul matrimonio dei preti)...

Il parroco non ha idea delle circostanze che rendono consigliabile rifiutare un posto di lavoro: chiederebbe ingenuamente al malcapitato: ma non potevi far notare che...? non potevi chiamare un tuo avvocato...? non potevi esigere che sul contratto...? (se ci fate caso, è lo stesso stile di quando i capi rimproverano: "non potevi premunirti? non potevi prendere il treno prima?..."). Il parroco non sa cosa sia un'azienda costitutivamente (o virtualmente) già fallita, non sa che il personale "fatturante" è generalmente l'ultima ruota del carro, non riesce a distinguere la differenza fra chi passa le giornate lavorative impegnato in attività secondarie e chi invece produce materialmente profitti, non sa che grazie alla crisi in azienda chi produce il cento, il sessanta, il trenta, hanno sostanzialmente lo stesso stipendio.

venerdì 5 febbraio 2016

Aziende virtualmente fallite

C'è un tabù innominabile perfino negli incontri della Compagnia delle Opere: è il fatto che gran parte delle aziende italiane sono virtualmente già fallite. Lo si riscontra nella loro difficoltà a saldare il dovuto a fornitori e dipendenti.

Mi viene in mente ad esempio il ridicolo «noi facciamo a novanta giorni», cioè il pagare un fornitore più di tre mesi dopo che il lavoro è stato completato, consegnato e fatturato (in realtà ci sono alcune grosse aziende italiane che pagano a "180 giorni", cioè sei mesi dopo, cioè verso la fine del settimo mese). A suo tempo avevo già commentato il caso di quell'azienda che bloccò il pagamento degli stipendi di agosto a centinaia di dipendenti (immaginatevi di ritrovarvi senza soldi proprio quando arriva il bombardone delle scadenze di settembre), con la scusa che il cliente aveva ritardato il pagamento. Un amico mi dice di aver ricevuto lo stipendio di novembre solo dopo Natale, e che deve prestare qualche altro centinaio di euro al suo ex datore di lavoro altrimenti quest'ultimo non potrà concludere un'attività che gli permetterà di fatturare (si spera) a marzo... e di pagargli le migliaia di euro di arretrati.

Se un'azienda non è in grado di pagare le spese correnti, sul piano economico è fallita. Deve chiudere i battenti. Non si può fare imprenditoria senza soldi (e con un cappio al collo proveniente dalla banca). Non ha senso restare in attività sperando che i clienti siano puntuali nei pagamenti e i fornitori accettino ritardi. Non ha senso mantenerla aperta se ogni giorno occorre inventare nuovi trucchi per procrastinare i pagamenti. Se l'azienda non ha soldi, non ha il diritto di trasformare dipendenti e fornitori in "prestatori" involontari (e se l'azienda deve freneticamente correre a mostrare le fatture in banca, significa che di fatto è già fallita).

Ed invece è esattamente quel che è successo - in Italia come altrove. Abbiamo un tessuto di piccole e medie imprese tutte sull'orlo del collasso. Tutte che faticano ad arrivare a fine mese - proprio come i loro dipendenti, trattati spesso come il cavallo dell'orwelliana Fattoria degli animali: dopo averlo torchiato tutta la vita, lo vendono al macello per cavarne qualche ultimo dollaro. Come un caro amico assunto per un mese: si accorgono che è metodico, onesto, puntuale, e gli rinnovano il contratto, prima di un altro mese, poi di un altro, e poi... gli propongono di prolungare a part-time (col sottinteso che dovrà produrre lo stesso di prima in metà delle ore) perché non hanno soldi. E che non abbiano soldi si nota dal ritardo nel pagamento del primo mese, e dal non ancora avvenuto pagamento degli altri due. È insomma un'altra delle aziende che sul sito web sembrano floride e in realtà fanno fatica a stare in piedi mese per mese. Ed il metodico lavoratore in questione non può tirarsi indietro perché altrimenti non vedrà più gli arretrati. Praticamente uno schiavo.

Quando pagai l'operaio che mi aveva fatto dei lavori in casa durati alcuni giorni, fu così contento che pareva Zaccheo mentre scende dal sicomoro. Non avevo fatto nulla di particolare: senza fiatare gli diedi quanto avevamo inizialmente concordato e pagai un minuto dopo il termine dei lavori. Era contento perché non ricordava più l'ultima volta che era avvenuto altrettanto.

Avvenne non solo per la dignità del suo lavoro: semplicemente gli avevo commissionato la cosa quando avevo la certezza di poter pagare. Nelle aziende, invece, già stritolate da sei mafie, vige la regola opposta: "intanto accettiamo la commessa, poi si vedrà". Il «poi si vedrà» è composto anzitutto da una selva di trucchi per ritardare e diminuire i pagamenti (cioè ai limiti del furto), per torchiare i dipendenti a lavorare di più senza che cresca proporzionalmente il loro compenso (cioè frodare la mercede agli operai), e limitarsi a consegnare il minimo indispensabile per salvare le apparenze (cioè nuovamente ai limiti del furto).

domenica 3 gennaio 2016

Finita (era ora) la bufera natalizia

Ringraziando il buon Dio, è finalmente passato anche questo Natale-Capodanno. È, ogni anno, il periodo in cui mi prende un incoercibile desiderio di darmi alla vita eremitica. Raffiche di auguri, tempeste di frasi di circostanza, uragani di gesti natalizi, per una buona metà nei confronti di gente che sta pensando: "ne farei volentieri a meno", ma non ne può fare a meno a causa di una pressione superiore.

Alcuni momenti topici.

Una dice con entusiasmo: "andiamo a vedere le luminarie". Erano una serie di lampadine inchiodate a delle strutture generalmente in legno. Le lampadine erano accese perché vi circolava energia elettrica.

Un altro dice con gioia: "andiamo a vedere i presepi". Era la mostra del fai da te, in cui la scena della Sacra Famiglia era quella a cui era stata dedicata minor attenzione. Dettagliatissimi balconi, scale, casette e mini-vani aggiuntivi, tutto in rigoroso abuso edilizio e massimo spregio delle più elementari norme di sicurezza, con una dovizia di particolari da far gioire piuttosto uno psichiatra.

Un'altra dice: "andiamo a mangiare una pizza". Locale strapieno, con gente accampata a mangiare anche sotto i tavoli o appesa ai lampadari. Ci siamo arrivati dopo una colonna di traffico da film di fantascienza. Il parcheggiatore mi ha inseguito fino al di là della strada per esigere la mazzetta esentasse (che non gli ho dato perché non ho usufruito del parcheggio della pizzeria).

Dal commercialista uno dei soci, con una stretta in gola, mi dice: "ma lì ci sono i panettoni, prendine uno anche tu". Sottinteso: rimasugli delle regalìe per i clienti più ragguardevoli. Rispondo distrattamente, per fargli capire che non avrei toccato il suo tesssòòòro. Ma più tardi una delle segretarie interviene sul posto e con voce tutta natalizia mi dice di prenderne uno "di quelli con la bottiglia", più pregiato. Non me lo faccio ripetere due volte e porto trionfante il trofeo a casa, lasciandomi notare dal vicinato più curioso di un reparto spionistico sovietico.

Sono stato a Messa nei soliti posti dove sono poco conosciuto, fuggendo via subito dopo la fine della liturgia in modo da non dover dare e ricevere altri stupidissimi auguri dentro e fuori dalla chiesa. Ma c'è gente che è riuscita a farmeli lo stesso, approfittando del fatto che - caso raro! - avevo risposto al telefono pur notando un numero chiamante sconosciuto.

Avrò offeso mortalmente un po' di parenti e conoscenti, dicendo che gli impegni che avevo in queste festività non mi permettevano un pranzo o una cena o un'uscita con loro. Temevo infatti le solite abbuffate pantagrueliche, esagerate perfino per una buona forchetta come me.

Nella Religione Civile Obbligatoria attualmente in vigore, si esige che in occasioni come compleanni e onomastici sia pressoché obbligatorio "fare gli auguri".

Si tratta di un'usanza pagana derivata dall'idea molto approssimativa che la vita cominci al momento della nascita anziché al momento del concepimento. Festeggiare un compleanno è un modo per allontanare la paura di morire: vedete? Ho compiuto (cioè concluso) un altro anno di vita (secondo il riferimento fissato all'Anagrafe comunale) e sono ancora vivo.

L'onomastico è invece un'usanza cristiana. Dal momento in cui i genitori battezzavano il proprio figlio col nome di un santo che era loro caro, alla solennità liturgica del santo avevano ben da festeggiare: nostro figlio che porta il tuo nome è ancora affidato alle preghiere tue e di tutti gli altri santi che sono con te in Paradiso, io che porto il tuo nome ti chiedo intercessione nel giorno della tua festa liturgica.

Non ha molto senso festeggiare i compleanni, se non per i significati amministrativi che hanno nella società (a tale età puoi conseguire la patente di guida, a talaltra età puoi andare in pensione).

Non ha molto senso festeggiare un onomastico, tranne nel caso di sincera devozione al santo e partecipazione alla liturgia in suo onore (il che è decisamente raro perfino tra i cosiddetti cattolici: quanti sono quelli che per festeggiare il proprio onomastico vanno alla Messa in onore del santo di cui portano il nome? una sparuta minoranza).

Ma la Religione Civile Obbligatoria comanda ugualmente di festeggiare e scambiare auguri ed auguroni. La Religione Civile Obbligatoria ha esattamente i difetti che contesta al cattolicesimo: dogmi inspiegabili, ritualismi inutili, pesi imposti al buonsenso.

sabato 19 dicembre 2015

Verticalità assolute

Leggere su wikipedia gli incidenti mortali degli alpinisti lascia un senso di vuoto. Partono attrezzati, allenati e determinati, e poi un imprevisto e la morte. Gli imprevisti sono le tormente, i pendii instabili per la neve, le valanghe, le cadute di sassi, l'esaurire corde e chiodi, lo scivolare sul ghiaccio, il distacco di una cornice di neve, una caduta in un seracco, una folla come a Gardaland, la perdita di un guanto (e conseguente congelamento del braccio), l'accorgersi dell'impossibilità di ritirarsi lungo lo stesso percorso, le notti al buio con temperature bassissime e gli arti congelati, perfino la morte per sfinimento lungo la via del ritorno... Ci si mette anche il Rifugio, con le sue tariffe non propriamente adatte a tutte le tasche.

"Insomma, per cosa hai dato la vita?" Bof, volevo conquistare una vetta. "Sì, ma cos'è quella vetta?" Rocce, neve, terriccio, ghiaccio, molto alta, qualche migliaio di metri. "E tu sei morto solo perché intendevi andarci su a piedi?" Beh, sai, c'erano le verticalità assolute, le pareti che strapiombavano, il traverso chiave, i punti di ancoraggio erano aleatori... lo volevo scalare solo perché era lì.

E così sulle montagne restano i loro nomi. Il "bivacco della morte". Il rifugio col nome di uno. La "traversata" col nome di un altro. La "fessura difficile".

Un alpinista italiano, costretto a ritirarsi per una frattura ad una costola, dovette addirittura giustificarsi: "nessuna montagna vale la vita".

lunedì 9 novembre 2015

Era uno dei più grandi dogmi della società moderna...

Ogni tanto - come stamattina - qualcuno passa tutto pimpante a dirmi che "on-line" si possono conoscere donne e che "se sei bravo" (sottinteso: come lui che mi sta elargendo una così saggia lezione di vita) allora riusciresti perfino a "portartele a letto..."

Qualche mese fa abbiamo avuto finalmente un dato statistico incontrovertibile grazie ad un "attacco hacker" ad uno dei più grossi siti web di "incontri di un certo tipo": gli hacker subito ne hanno pubblicato gli archivi interni.

Risultato: gli iscritti sarebbero 31,3 milioni di maschi e 5,5 milioni di femmine, ma gli iscritti attivi (che cioè abbiano controllato almeno una volta la loro casellina dei messaggi privati) si riducono a 20,3 milioni di maschi e appena 1492 femmine.

Cioè, chiaro? L'utilizzo della Grande Piattaforma era stato qualcosa tipo: 1.492 femminucce da dividersi tra 20.300.000 maschietti (cioè di utenti paganti). Raramente in vita mia ho riso tanto come quando lessi quella pagina. È proprio vero che l'uomo, liberatosi dai lacci della religione, è diventato un credulone.

martedì 16 giugno 2015

Frattaglie / 13

Seguono altre frattaglie e pensierini sparsi.

Quando mi parlano di cinema mi viene l'orticaria. Ormai non c'è più film che non paghi il suo sacro tributo alla mentalità di questo mondo. Anni fa, su questo stesso blog, lanciavo l'idea dell'allestirsi una cineteca tagliando dai film certe scene del tutto gratuite, del tutto ininfluenti sulla qualità del film.

Un'amica seriamente malata si è vista azzerare le fisioterapie. La sanità ha deciso che lei è abbastanza “sana” da non averne più bisogno. Non per niente si chiamano Aziende Sanitarie: il loro scopo è di far quadrare i bilanci, ancor prima che garantire la sanità. Se ha bisogno delle fisioterapie le dovrà pagare, come un qualsiasi altro bene di lusso.

Lo spasso della scorsa estate era il trollare gli animalisti. Prima gli si dà ragione su tutta la linea e poi si lancia la bordata: “hai ragione, bisogna proteggere zanzare e pantegane”. Quest'estate però si vendicheranno. È già trapelato il testo dell'enciclica ambientalista, che avrà come unico effetto il ringalluzzire l'esercito di preti che preferiscono l'ecologismo alla dottrina cristiana...

“Lavora a Nosciatèlle”. Cioè dalle parti di Neuchatel, in Svizzera. Da tanti anni e ancora trascina le sillabe per ostentare la sua provenienza. Gli italiani all'estero non vedono l'ora di qualificarsi come italiani, specialmente in presenza di soggetti simil-italiani.



martedì 12 maggio 2015

Solo un breve promemoria

Il paradosso di Fermi è la semplice domanda: “ma dove sono tutti gli altri?”

Il Sole è una stella “tipica” e abbastanza recente rispetto agli almeno 200-400 miliardi di stelle presenti nella galassia. Una piccola percentuale di queste potrebbe avere pianeti, una piccola percentuale dei quali potrebbe aver visto nascere vita, una piccola percentuale di questa vita potrebbe essere intelligente. Considerato che in pochi millenni l'uomo ha spedito manufatti fuori dal sistema solare e si appresta a colonizzare un altro pianeta (Marte), non sembrerebbe statisticamente impossibile che nell'arco di alcuni milioni di anni una forma di vita intelligente - anche una sola - sia stata in grado di fare viaggi interplanetari e colonizzare tutto il colonizzabile, e perciò metter piede anche sulla Terra. O almeno di lasciare tracce del proprio passaggio.

Solo che paradossalmente non si trovano tracce. È un paradosso perché la totale assenza di “tracce” contraddice il rapporto che c'è tra le dimensioni del problema e il più generoso calcolo delle probabilità. Tali tracce dovrebbero essere vistose (ci vuol poco a verificare se qualcosa è originato dall'uomo o no), e invece ci si affanna inutilmente a cercarle. Col risultato che qua e là si comincia ad ammettere che l'intero universo sembra ingegnerizzato allo scopo di farsi guardare. Cioè osservare. Cioè ammirare.

giovedì 16 aprile 2015

Venticinquemila euro, ti rendi conto?

Per un osservatore esterno il tifoso è quello che si dedica con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima ad un determinato tipo di spettacolo. Lo sport, infatti, è uno spettacolo: gli attori, debitamente preparati e addestrati, si danno da fare per la riuscita della rappresentazione (“vincere”). Vengono regolarmente pagati - la loro compagnia teatrale si chiama “società sportiva” - e sulle loro performance c'è tutto un mercato editoriale e televisivo, oltre che di merchandising di gadget e perfino di scommesse. Il tassello più importante del mosaico è che tali attività “sportive” non producono nessun cambiamento della società, e gratificano il tifoso solo di emozioni autoindotte dal tifoso.

In misura minore ci sono altre rappresentazioni che si propongono alla libertà dei singoli, come ad esempio quei quiz televisivi in cui si vedono i partecipanti vincere somme di denaro assurdamente alte rispondendo a ridicole domandine di cultura generale e tentando la sorte. Anche lì, come nello sport, c'è una scenografia elaborata su misura degli spettatori, c'è quel po' di tensione della decisione da cui dipende “la vita o la morte”, anche lì c'è la socializzazione indotta (la nonna che mi chiede: “hai visto? ha sbagliato la domanda da 25.000 euro, ti rendi conto?”), l'idea di fuga dalla realtà (“ah, se li avessi vinti io quei 25.000 euro...”).

È come sempre il panem et circenses, col solito corredo di lotterie e modi per rovinarsi la vita.

venerdì 10 aprile 2015

Imbarbarimento dell'Italia

Leggo che trecentomila italiani, negli ultimi dieci anni, sono emigrati all'estero. Trecentomila è pressappoco il numero di nuovi nati ogni anno. Come se il dieci per cento dei giovani, ogni anno, emigrasse. Quel dieci per cento è composto senza dubbio da chi può permettersi di abbandonare famiglia e legami, ha abbastanza competenze da poter andare a lavorare all'estero in giacca e cravatta in aereo piuttosto che senza documenti su un gommone di notte, e non ha problemi a dover imparare una nuova lingua (che magari già conosce). In parole povere, più che la fuga di “cervelli”, è la fuga della civiltà.

Non intendo andarmene all'estero e perciò mi pongo il problema di chi rimane qui in Italia con me. Cioè rifletto su chi siano quelli “vincolati” a rimanere (per esempio per età o per salute o per vincoli affettivi), quelli che non hanno la capacità, la voglia o la necessità di andare a lavorare all'estero, e quelli che vivono di rendita (che cioè non hanno motivo di andarsene). Tra questi ultimi spicca la popolazione di parassiti di cui veniamo quotidianamente informati dai giornali. Popolazione in tumultuoso aumento, visto che comprende le varie etnie dei parassiti pubblici, della delinquenza (organizzata o meno) e dei diversamente italiani, etnie che si distinguono oltre che per l'igiene personale dai loro peculiari rapporti con la legge e il fisco.

Berlusconi prima, seguito da Prodi e poi da Renzi e qualche mesetto fa anche da Padoan, hanno promesso un milione di posti di lavoro ciascuno. Dovevano necessariamente essere lavori a bassa specializzazione e nel settore pubblico, dal momento che i “cervelli” se possono emigrano e che l'imprenditoria e la creatività sono brutalmente stroncate dalla nostra proverbiale burocrazia e visto il nostro sistema scolastico. Mi colpiva, per esempio, che una laureata in scienze pedagogiche si meravigliasse che le aziende richiedano competenze precise.

Se la matematica non è un'opinione, l'Italia sta regredendo a decisi passi verso la barbarie.

sabato 28 marzo 2015

La lavatrice

All'età di tredici o quattordici anni mi venne una strana fissa. Mi sedevo sul bordo della vasca da bagno, accanto alla lavatrice, e restavo lì per trenta, quaranta minuti meditando... il ticchettio del timer e il funzionamento della lavatrice. Le rare volte che fui scoperto dai miei, non ebbero nulla da ridire. E fu un bene, perché - ancor oggi mi sembra incredibile a dirsi - fu un'esperienza istruttiva.

Non so dire come cominciò la cosa e nemmeno all'epoca sapevo spiegarmi come mai mi risultasse attraente stare lì assorto senza annoiarmi. Ma a poco a poco entravo mentalmente nel funzionamento della lavatrice. La pompetta che spruzza acqua nelle vaschette del cassetto del detersivo. Il motore del cestello che inverte la direzione dopo quindici secondi di pausa. Il frizzare dell'acqua scaldata dalla resistenza sotto il cestello. L'azione della pompa di svuotamento. Lo sforzo iniziale del motore che passa da fermo a centrifuga in pochi istanti.

Scoprire a poco a poco il funzionamento della lavatrice mi insegnò molto. Dal punto di vista tecnico, per lo più di astrazione. Per esempio: procedure apparentemente semplici che comprendono in realtà una scaletta di operazioni da completare con accuratezza prima di poter proseguire. Processi svolgibili in parallelo e processi da effettuare esclusivamente in serie. Il diverso livello di energia richiesta dalle singole operazioni, e dunque il “picco” di elettricità necessaria a garantire il corretto funzionamento in ogni momento. Le operazioni effettuate alla cieca, come ad esempio quella della pompetta che miscelava il detersivo mandandolo dalla vaschetta al cestello non aveva modo di misurare quanto ne era rimasto, e perciò la necessità di dirigere il getto d'acqua in modo da coprire tutta la presunta area di carico. La sincronizzazione delle operazioni per evitare interferenze o perdite d'acqua. La “responsabilità” delle singole operazioni nei singoli pezzi. E - uno dei temi più affascinanti - l'ingegnerizzazione della lavatrice in modo che anche il guasto più improbabile non cagionasse pericoli per le persone.

Tutto questo, al di là di considerazioni elettriche, idrauliche, strutturali, vale anche in tanti altri campi. Per esempio anche il girare un buon film richiede tutta una “struttura” di produzione (per “parallelizzare” parecchie operazioni) oltre che un dettagliato e convincente piano (non solo la sceneggiatura), aggiungendo la serietà dei singoli nel far bene la propria parte (una sbavatura sulle luci di una scena secondaria toglie il possibile status di “capolavoro”), più operazioni da effettuare alla cieca perché sarebbe troppo costoso o poco pratico misurare, quindi l'utilizzare tutte le risorse (umane e non) senza strafare, e poi lo “stare nel budget”...

Da decenni c'è una lavatrice in tutte le case. È un oggetto talmente familiare che non ci facciamo più caso. Io ci feci caso. Dopo una decina di sessioni, finalmente realizzai di aver capito quello che c'era da capire e non fui più attratto dalla lavatrice in funzione. Capii quello che la scuola prima e l'università poi non sarebbero mai state in grado di insegnarmi. Vi fui sommerso da nozioni prima e dopo, e fui anche un pochino introdotto in qualche modo alla creatività (che è un talento che ha bisogno di massicce dosi di osservazione del reale). Ma poche cose nella mia vita mi hanno insegnato tanto quanto quella lavatrice, la mia migliore lezione di vita prima di incontrare il movimento di Comunione e Liberazione.

Non credo sia un'esperienza ripetibile. Per me è andata bene la lavatrice, per qualcun altro potrebbe essere il traffico ferroviario, il robottino aspirapolvere, addirittura le classifiche del campionato di calcio.

Da ragazzino mi incantavo a esaminare il quadro con tutti i numeretti delle squadre. Il campionato, cioè ogni squadra affronta in “andata” e in “ritorno” ognuna delle altre, ed ogni giornata è fatta in modo che nessuna squadra resti a riposo, ed il campionato è fatto in modo da evitare doppioni. Così tentai di costruire un mio campionato, giornata per giornata, riempiendo un'agendina e scoprendo un sacco di cose che non conoscevo. Non scoprii combinatorie e fattoriali, ma riuscii a intuire che certe operazioni si potevano meccanizzare: un computer avrebbe potuto calcolare tutte le possibili combinazioni e riuscire a inventare un calendario di campionato facendo in modo che non ci sia più di un derby nella stessa giornata, che non ci siano troppe partite “facili” nella stessa giornata, che non ci siano scontri diretti nelle prime giornate ma si addensino verso la fine...

Visto che i miei tentativi andavano a vuoto (dopo la prima giornata era pressoché impossibile rispettare quei vincoli), lo organizzai a eliminatorie. Naturalmente vinse l'Inter, e non perché fosse scritto sempre in caratteri maiuscoli. Tiravo un dado e assegnavo i goal. Fu sufficiente barare poche volte per far vincere l'Inter. E anche qui mi si ponevano nuove categorie di problemi: come simulare eventi, cioè come estrarre numeri ragionevolmente casuali che complicassero abbastanza le tentazioni alla disonestà? Cosa fare se ci si accorge troppo tardi di errori nella pianificazione di un calendario? Come si fa a presentare affidabilmente un progetto resistente agli intoppi?

Al di là della tecnica queste domande davano idea del gusto di un lavoro ben fatto, “a regola d'arte”, quello di cui essere fieri, “l'ho fatto bene perché volevo un buon risultato”: non era più creatività e ingegno, ma era un insieme di cose buone difficili da definirsi a parole (che si apprendono per osservazione di fenomeni apparentemente banali e di meccanismi ripetitivi). Almeno finché non si faceva davvero propria l'idea del lavoro come prosecuzione dell'opera creatrice di Dio (Dio come vertice di ogni giustizia, misericordia, amore, ma anche come vertice di ogni ingegneria, ogni architettura, ogni progettazione, ogni sapienza, ogni bellezza...).

domenica 22 marzo 2015

Autoimpegnati

Tutto cominciò incontrando (apparentemente per caso) un anziano sacerdote dopo parecchi anni che ci eravamo persi di vista. Mi chiese come stavo e gli risposi che era un periodaccio. Da ciò - e dal fatto che qualcuno doveva averlo pregato caldamente di aiutarmi - dedusse che avevo bisogno di una qualche “forte esperienza di fede”[1] e, del tutto ignaro del fatto che mi accostavo con frequenza ai sacramenti e che ero in qualche modo invischiato con Comunione e Liberazione, decise di farmi fare tale “forte esperienza” con un movimentino giovanilistico ecclesiale locale di cui lui era uno dei capi rispettati.

Un po' per non deluderlo, un po' per curiosità, un po' per la convenienza di allontanarmi da casa per qualche giorno, accettai di fare un ritiro in montagna con lui e quel suo gruppo di ragazzi, più due anziane suore e un giovane sacerdote religioso. L'età media dei ragazzi era sui venti-venticinque anni, gli adulti sopra i trenta erano una decina compresi i consacrati. In tutto saremo stati una cinquantina. Ci ospitava una casa di spiritualità (cioè un alberghetto gestito da suore) in un luogo ameno di collina alle spalle di un paesetto di campagna.

La prima cosa che mi colpì di quelle decine di ragazzi fu il notare lo sforzo che facevano per tenere a freno la volgarità. Ma la prima impressione che mi stimolò a indagare meglio fu il non riuscire a distinguere tra i “militanti” e gli “invitati”: appena giunto lì, infatti, capii subito che il ritiro era evidentemente inteso a reclutare nuovi adepti (che perciò non dovevano notare la gerarchia interna), oltre che a fungere da avanzamento di carriera per alcuni “novizi”. Il sacerdote che mi aveva invitato era sempre stato alquanto reticente a rispondere a domande anche molto blande: si diceva sicuro che quei giorni mi avrebbero fatto bene, che mi avrebbero dato nuova carica, e che mi dovevo fidare e ascoltare e partecipare e bla bla bla.[2] Mi intrigava il notare come fosse stato così accuratamente pianificato il voler frustrare la curiosità di chi -come me- avrebbe voluto identificare rapidamente i militanti per fare qualche domandina distratta ma precisa ai più ciarlieri tra loro allo scopo di capire dove andavano a parare.

C'è una linea molto sottile fra la sacrosanta discrezione e la ridicola mania di segretezza. La virtù della discrezione può essere coltivata solo da coscienze limpide e con consolidata convinzione dei propri giudizi. La discrezione è un soddisfare ordinatamente le legittime curiosità, è il dire solo ciò che c'è da dire, è il prendere sul serio l'interlocutore e la sua vera necessità di sapere, mentre la mania della segretezza è un voler rispettare un programma, un frustrare le attese per far crescere la sete degli indottrinandi, in fin dei conti una forma di menzogna.[3]

Non ebbi occasione di parlar molto nei primi giorni visto che la scena era tutta occupata dagli avanzanti di carriera. Ma dalle mie rare e sintetiche battute qualcuno dei capi credette di aver scoperto nel sottoscritto un ottimo elemento da promuovere al più presto entro i loro ranghi. Ma non seppero propormi altro che il prendermi numerosi e gravosi impegni con loro.

La spiritualità contemporanea viene sempre proposta come un fardello: vuoi essere dei nostri? vuoi fregiarti della tale etichetta che qui da noi suona elegante? impegni settimanali, più impegni mensili, più impegni stagionali, più impegni annuali, e poi impegni personali, impegni comunitari, impegni auto-organizzati, e un sottinteso obbligo di favorire in ogni modo quelli dello stesso club. In mancanza di una presenza, in mancanza di qualcosa che già ti ha sconvolto la vita, si sentono costretti a proporre una ricetta spirituale - magari condita anche con ottimi ingredienti, però non è che una qualsiasi pietanza diventa automaticamente saporita nel momento in cui ci aggiungi la Nutella. Tanto più se era a base di pesce.

In tutta la loro sincera buona volontà, non sapevano propormi altro che il darmi da fare con loro, considerando alquanto secondario ciò che di buono avessi vissuto in precedenza. Che è l'espressione esattamente opposta a quella di Comunione e Liberazione: il giovanissimo don Giussani lo chiariva dicendo che se Cristo c'entra con tutto, allora c'entra anche con cose come la matematica. Se non è così, allora la fede diventa un “contenuto” con cui “programmarti” la testa, cioè un elenco di cose da fare e da dire, e da non fare e da non dire.

Dopo tre o quattro volte che ci siamo scritti e invitati reciprocamente (e inutilmente), ho perso i contatti con quei bravi ragazzi. Uno degli avanzanti di carriera si stava sganciando dal gruppo perché aveva finalmente capito che un'altra avanzante di carriera (che gli interessava a scopo fidanzamento) non ne voleva sapere.


1) Nelle sagrestie moderne il termine “esperienza” indica l'effettuare una qualche attività chiesastica per poi dichiararsene entusiasti.

2) Patetico epilogo del cattolicesimo postconciliare: dover adoperare strategie pastorali praticamente identiche al reclutamento delle sette o al marketing piramidale.

3) Un ciellino che ti parla di cose di fede ha un solo motivo per tacerti temporaneamente il fatto che è ciellino: la tua scomposta reazione pavloviana che ti fa rigettare istintivamente qualsiasi cosa che abbia anche lontanamente l'etichetta di “cattolico” o di “ciellino”. Un ciellino che invece ti infila il nome di don Giussani ogni due frasi, commette lo stesso errore ma dal versante opposto.

sabato 7 marzo 2015

Una prima impressione a caldo

Più che una “carezza”, quella di oggi è stata una sferzata (come si poteva anticipare già dalla sorridente ma allarmata lettera di don Carròn) e non possiamo dire di non essercela meritata (i giussanologi e i cielloti, professionisti del “carisma” e della “autoreferenzialità”, sono stati serviti). E fa anche più male perché proveniente proprio dall'imbarazzante Papa di cui tanti “autoreferenziali” si son prodigati a difendere anche gli scivoloni.

No, non credo che il declino del movimento sia dovuto all'assenza di don Giussani, ma a quell'istituzionalizzazione (abbracciata dai più come un sacramento: la “spiritualità di etichetta”) grazie alla quale non ci piovono più addosso molotov e diffamazioni.

lunedì 16 febbraio 2015

Fumetti

Trovo più facile immergermi in un fumetto che in un film, poiché i fumetti mi portano in un mondo completamente (e dichiaratamente) separato dalla realtà. E per il fatto che la lettura dei fumetti non deve seguire la velocità della narrazione. Mi accorgo poi che nei fumetti sono disposto ad accettare situazioni e considerazioni che nei film sopporterei di malavoglia. Per esempio, riguardo ad un supereroe che uccida gli sgherri di un supercattivo, lo trovo perfettamente logico nei fumetti, un po' meno in un film - dove per qualche motivo il volto reale degli attori provoca almeno un po' di misericordia.[1]


1) Come quando viene inutilmente ammazzato uno dei villains di un film di Superman, poco dopo aver mostrato un pizzico di umanità suonando il pianoforte insieme ad un bambino. È per questo motivo che i supercattivi, nei film, hanno quasi sempre una maschera malvagia, un costume malvagio, una voce da incorreggibile malvagio e compiono sempre ogni efferatezza gratuita immaginabile. Un pizzico di misericordia può danneggiare in modo drammatico la trama di un film.