Ci risiamo: le forche Caudine delle inevitabili visite di cortesia ai parenti. Il televisore campeggia nell'angolo più importante del salotto. A volume leggermente più alto della conversazione, e che nessuno osa abbassare. Resa cromatica a fondo scala, come in negozio, con quei blu che sono un pugno nell'occhio, quei rossi infuocati, quei verdi debordanti, perché deve sembrare tutto “vivido” e “dinamico”, anzitutto la pubblicità. È domenica pomeriggio e dunque stanno trasmettendo, come da tradizione, uno di quei lassativi e disturbanti variety dove donne abbigliate da squallide troione d'alto bordo e uomini abbigliati da frù-frù arricchiti si scambiano battute imbecilli e suggerimenti pubblicitari. Capita il quiz (che andrebbe intitolato “chiedetelo a Google, anzi, all'IA”), prosegue con la raccolta fondi, la canzonetta, il balletto, lo sketch, il patetico momento di finta cultura, tutto contornato da risate finte, applausi finti, sorrisi finti. Mi sforzo di tener bassa la mia voce, nella speranza che alla decima volta che mi chiedono di ripetere cosa ho detto si accorgano che è quel televisore a ostacore tutti. E mi sforzo di restare in argomento, visto che il minimo comun denominatore sono le trite banalità del giorno, l'idiozia a cui quotidianamente dare peso e onore, proprio come quel programma televisivo.
Si scende a dare un'occhiata alla cantina. Ormai è un rituale, a cui ho fortunosamente associata la funzione di luogo dove si possono dire cose che in salotto non sarebbe tanto facile, come il ricordare la necessità di accedere alla confessione (centesima volta che blandamente gliene parlo, magari alla millesima penserà che forse sarebbe finalmente il caso). Ma già scendendo le scale mi prende una fitta pensando alla persona anziana rimasta a sorbirsi da sola in salotto il tabernacolo del demonio: della trasmissione non gliene importa niente, ha solo dovuto convincersi che quelle voci intrise di ipocrisia e quei rumori di fondo sarebbero l'alternativa alla solitudine. Una fitta, a pensare a quante persone anziane sono tecnicamente carcerate davanti ad un televisore. Che magari non hanno neppure la forza di spegnere, o almeno di abbassare il volume, o almeno il canale. Come quel nonnetto che si sorbiva, nell'ultimo periodo della sua vita, le infinite trasmissioni sulle olimpiadi. Nella sua vita aveva seguito il calcio, guardato partite, persino andato qualche volta allo stadio a vedere la squadretta locale buscarle da un'altra squadretta altrettanto insignificante. Aveva quindi seguito dalla poltrona, dalla stanza ex-salotto adibita a sala tv, gare di improbabili sport di cui non gliene importava gran che, di atleti di cui cinque secondi dopo non avrebbe saputo ricordare il nome neppure dopo averlo letto e ascoltato, limitandosi a gioire per le grafiche che indicavano vincitori, tempi e punteggi.
Molti anni prima aveva criticato figli e nipoti per i videogiochi, cioè per dei pupazzetti colorati dagli strambi nomi che si muovevano su uno schermo, per poi spendere la parte più delicata parte della sua vecchiaia a osservare distratto e intontito quegli “sport” fatti di pupazzetti colorati dagli strambi nomi a muoversi su uno schermo (poco importa se bipedi umani anziché oggetti disegnati), a bordo di autovetture o in mutandoni atletici, magari con vista sui loro ridicoli tatuaggi. Una vera e propria maledizione, quella di spegnersi lentamente davanti a un televisore. Prima non riuscendo più a cambiar canale, accontentandosi di ciò che il telecomando ha accidentalmente sentito pigiare. Quindi non riuscendo più a cambiare il volume, accontentandosi ora di non capir niente, ora di decifrare solo la sterile pubblicità, ora un frastuono troppo alto che qualcuno a tarda ora deve accorrere a rettificare. Poi non riuscendo più neppure a staccare il ventilatore o spegnere la tv per dormire. Infine a guardare per giornate intere il soffitto, senza neppure capire cosa dice il tv acceso sul mobile alla sua destra. Quel soffitto leggermente scrostato che non riesce a prendere il posto del televisore, tranne quando qualche anima pia per un po' spegne il dannato aggeggio. Guardare il soffitto fino all'agonia, col respiro sempre più corto e affannato, mentre il resto del mondo va freneticamente avanti, in lontananza una lite del vicinato, dalla finestra il frastuono del traffico di una quantità di gente strafottente che ha una fretta del diavolo di vincere il gran premio immaginario, e in quel breve lasso sembra persino un sollievo rispetto alle plasticose banalità televisive. Si può morire così?
Il parroco passa a benedire le case. È tecnicamente l'unica volta in tutto l'anno che la Chiesa può inseguire bene la pecorella smarrita. Ma è indistinguibile dai frù-frù del penoso variety domenicale. Ha anche una fretta boia di sbrigare, incassare l'obolo, passare al prossimo “cliente”, che è in ritardo con la lista. E no, non può, no, nemmeno, no, neanche, però può iscrivere nella lista della “comunione agli ammalati” a domicilio una volta al mese, che magari la porterà un laico altrettanto frettoloso di sbrigare. Proposta inutile, visto che per tempo, salute, nausea, in tantissimi hanno smesso da almeno vari decenni di aver a che fare con una parrocchia che dedica sforzi titanici ad allinearsi ai canoni del variety.
La cantina è invecchiata velocemente dopo la morte dei due nonnetti che la utilizzavano come sala hobby. Scrostata, spaccature nei muri, infiltrazioni, un tubo che gocciola ogni volta che piove, un'infinità di robe vecchie conservate perché “magari possono tornare utili” (ma rovinate da umidità ed incuria), strumenti e materiali seminuovi ma distrutti da polvere, muffa e abbandono. Negli anni un qualche imprecisato disagio relativo alla cantina fa scalpitare interiormente il parentame, e un giorno la zia più isterica di tutte decide eroicamente che bisogna svuotarla perché quello spazio “serve”. Il tizio col furgoncino fa più viaggi portando via tutto “ma non le cose di quel soppalco”. Restano dunque solo le robe vecchie di nonne e zie. La cantina è vuota, finalmente c'è spazio, e (sorpresa!) si viene a sapere che con alcune decine di migliaia di euro si potrebbe reimbiancare e ripulire e finalmente riutilizzare per qualcosa di diverso dall'accantonarvi cose che semplicemente non servivano più. E così passano altri anni, i ricordi si sbiadiscono, qualche animaletto ci trasloca, la polvere si accumula, l'intonaco si scrosta, qualche macchia di umidità cresce, e quel vecchio soppalco semipericolante continua ad ospitare giocattoli rotti, abiti usati ma dimenticati, conserve scadute, tessuti bucati o strappati, biciclettine arrugginite, stoviglie graffiate e annerite, ricambi ancora nuovi ma con l'umidità penetrata al di sotto della pellicola protettiva…
Ecco perché vien voglia di “essere un frate quando il respiro manca”. Un frate preconciliare, cioè senza la compagnia obbligatoria e ineludibile del televisore o di altri aggeggi rumorosi, senza una cantina zeppa di cose pagate magari profumatamente, magari anche amate e desiderate e rispettate, ma dimenticate da tanti anni e senza più ricordare neppure di averle, col tabernacolo (quello vero) a poche decine di metri (anche se irraggiungibile per l'impossibilità di alzarsi dal letto), e soprattutto con attorno poca gente poco ciarliera e poco avvezza a parlare di idiozie.
martedì 10 marzo 2026
Si può morire così?
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