Per celebrare gloriosamente l'insignificante evento, mi somministrano una lunga animazione fatta dalla solita intelligenza artificiale. Cioè dovrei restar lì imbambolato davanti allo schermo a guardare con liturgica attenzione quella sbobba messa insieme da elaboratori ubbidienti al prompt di un proverbiale stagista sottopagato. Ai bei tempi era un video girato da qualcuno che in quei posti c'era davvero stato; poco importa che i social fossero strapieni di foto e video simili: almeno lui c'era stato per davvero.
Talvolta, durante i sogni, mi rendo conto di stare in un sogno perché qualcosa non rispetta le leggi della fisica. Me ne sono ricordato da un clip video di una supereroina che camminando spicca il volo: non si vede una continuità del movimento, né uno scatto determinabile solo da un atto della volontà, ma solo un generico staccarsi dal suolo. Chissà, magari non era un film di supereroi targetizzato ad un pubblico maschile e adulto. O forse non avevano abbastanza budget. Quando in sogno ho fatto qualche salto notevole è stata la stessa cosa. La “voce narrante” ha tentato ingloriosamente di cercare un compromesso: OK, facciamo il rewind a prima del salto, aggiustiamo la continuità, stavolta sembrerà reale. E secondo te io ora ci casco? Bye bye sospensione dell'incredulità all'interno del sogno.
Un'altra volta, in sogno, ho osato chiedere le specifiche tecniche del superpotere in questione, notando già delle contraddizioni. Da sveglio ho poi trascritto ciò che ricordavo, escludendo quelle che ledevano le leggi della fisica. Speravo ce ne fosse abbastanza da scrivere un racconto, ma anche in quel caso non bastava neppure come writing prompt.
Avere una finestra che dà sulla strada significa ascoltare tutti quegli scooteroni che ripartono dando all'improvviso tutta manetta, “braaamm!!” (con tanto di eco tra i fabbricati), il variatore che inizialmente dà tutta coppia e poca velocità, il “brraaaaamm!!” prosegue, finalmente la velocità è a due cifre, continua il “brrraaaaaaaaammm!!” per qualche altra decina di metri, e quando finalmente esce da questi cento metri di stradina riduce un pochino la manetta. All'ospite che cerca di celare il disappunto spiego, tentando di scherzarci su: “di quei veicoli bisognerebbe multarne il possesso”.
Mi dice: “ma io alle nove spengo la tv”. Resto basito. La tv, un cimelio preistorico: c'è ancora gente che vivendo da sola la utilizza come compagnia. E quindi lo spegnerla alle 21 me lo raccontano come un atto pressoché eroico, perché qualche reel aveva detto che per dormire bene bisogna togliere tv e social almeno un'ora prima di andare a letto. Il sottoscritto ha ancora i punti interrogativi lampeggianti attorno al cranio, come Paperino immerso nei dubbi, perché non riesce a concepire di dipendere da un aggeggio che trasmette idiozie senza poterne bloccare né la pubblicità, né l'indefesso ciarpame a tanti decibel.
Snervante attesa in un ufficetto al primo piano. Muri in tinta giallino pallidino, scrivania e mobiletto con carte e cartacce sparpagliate ovunque, un vecchio PC adeguatamente spolverato, un mouse di quelli da cinqueuri al negozietto cinese. Il ticchettìo sul mouse, a intervalli quasi regolari di un secondo e mezzo, il volto restaurato dell'addetta, le luci tremule al neon che le illuminano la peluria facciale. Passano interi minuti, il suo sguardo fisso sul monitor, occasionalmente interrotti da qualche suo “uhm”, “eh”, “ah”. All'improvviso parte la stampante-fotocopiatrice in corridoio, lei non dà minimo segno di scomporsi, ma potrebbero essere proprio i fogli che ha mandato in stampa lei. Nell'era digitale, produciamo carta stampata senza soluzione di continuità. Tutto in quell'ufficio sembra essere studiato per annoiare, intimidire, magari anche imbarazzare. Cerco di tener la bocca chiusa, perché ogni secondo in più di attesa mi snerva: sa quel che deve fare, sta certamente pensando a come vendicarsi della collega che le ha rifilato la seccatura. Si alza senza dir nulla, esce dall'ufficio, lasciandomi lì per un buon paio di minuti. Torna, nascondendo a malapena il disappunto - l'allegro caffè con le amiche di mezz'ora prima le si è già sbiadito -, mi dice finalmente che la soluzione “più veloce” è proprio quella che fin dal primo momento avevo sperato di evitare.
Cosa avrebbe reso accogliente quell'ufficio? Il sedersi, indicare nome e numero della pratica, e ricevere subito le indicazioni per la soluzione. Invece mi aveva fatto entrare, invitandomi ad accomodarmi, e passato il primo intero minuto a mettere insieme carte, graffettare, togliere e mettere carte da faldoni e raccoglitori. Ho pazientato in silenzio, guardando un punto a caso della parete, cercando di non pensare che una preoccupante percentuale della nostra vita è bruciata nell'attesa dei porci comodi della diabolica burocrazia (mi sarei lamentato meno se m'avesse detto di aspettare fuori). “Ah, sì, la collega mi aveva detto, ah, un momento… ah…”, e uno deve star lì, pronto a rispondere subito come uno studentello in debito formativo e alla sua ultima occasione col docente che più lo detesta. Alla fine ho dovuto prendere atto che non c'era verso e mi sono arreso: “per la soluzione che propone, suggerisce anche un giorno in cui…”. Quanta ampollosità, ai limiti del servilismo. È in loro potere bruciare un'infinità di ore di vita degli altri. Che se la prendano con chi ha voglia di litigare, lascino in pace me che mi sarei risparmiato molto volentieri questa stupida ordalia.
Ricevo occasionalmente qualche critica e il primo pensiero è sempre di dover cancellare qualche pagina di questo misero blog in cui avevo toccato gli argomenti oggetto di critica. Il più delle volte scopro che era solo un caso di analfabetismo funzionale e che per fortuna non c'entrava niente con queste scarne paginette. A cui ormai, dopo tanti anni, riconosco anzianità sufficiente da non considerare dolorosa l'ipotesi di doverle cancellare. Per depurare un altro mio ambientino on-line impiegai una settimana, lasciando solo ciò che ritenevo significativo: dopotutto non lo aggiornavo più. Dopo qualche tempo la piattaforma ospitante, senza preavviso, limitò la lettura ai soli miei follower. Ai bei tempi si diceva che ciò che butti in rete diventa “eterno” e incancellabile; la realtà si mostrò presto diversa, e i più presero docce fredde a gogò - come ad esempio la chiusura di Geocities prima e Splinder poi.
venerdì 27 marzo 2026
Frattaglie - 33
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