lunedì 30 marzo 2026

Food for thought

Nonostante l'involuzione dell'internet i blog restano un eccellente strumento per ragionare e per indurre sé stessi a ragionare. Le banalità che deposito in queste pagine mi aiutano a fissare le idee, e forse talvolta potrebbero aiutare qualcuno a fare un pochino altrettanto. Allo stesso modo, traggo ispirazione da blog che seguo da anni, argomenti di nicchia che trovo assai più interessanti dei siti web “specializzati” in notizie e spunti di riflessione. Ne ho cavato tante convincenti lezioni, alcune mi sono rimaste più impresse di altre.

La prima lezione è sul modo di scrivere. Desidero diventare sintetico come loro. Non ci riesco. Ho sempre la fissazione del dover essere il più chiaro possibile (cioè generoso quanto a precisazioni e spiegazioni), perché so che alla prima distrazione (cioè al primo sottinteso che non capisce al volo) il lettore si stufa e passa a leggere altro. Sono terrorizzato dall'attention-span cortissimo (era già decisamente corto prima dell'invenzione di TikTok). Mi urta non poco quando l'ennesimo asino viene a pontificare su ciò che dico, con l'aria del professorino pedante e nervoso, perché gli è sfuggito un singolo avverbio che cambiava il senso dell'intero paragrafo. Quando hai qualcosa di importante da dire, è meglio annoiare il lettore che distrarlo. Distrarlo significa che chiuderà la pagina browser. Annoiarlo significa che guarderà più avanti, per vedere dove si va a parare (ecco perché uso con tanta abbondanza “virgolette” e corsivi). A costo di sembrare io stesso il solito professorino che fa la predica.

Quei blog sono di nicchia proprio perché a buon intenditor bastano poche parole. E i loro autori desiderano continuare ad essere di nicchia perché sono già stufi del dover spiegare daccapo l'ABC ogni volta che un lettore distratto o stupido ha una reazione pavloviana. Beati loro, che non hanno quel terrore.

Attivai il blog diciannove anni fa[1] per poter riflettere “a carte scoperte” attorno a idee ed argomenti che almeno vagamente sfiorassero ciò che mi ha insegnato la “Cielle” (scrivere costringe infatti a rileggere e a ragionare) senza dover ribattere a frasi fatte e ad acrobazie verbali. I (pochissimi) lettori iniziali mi hanno poi dimenticato e il sottoscritto ha avuto diverse contestazioni (anche da preti e seminaristi) per ciò che ha osato scrivere e che da anni era sepolto in pagine ormai dimenticate. Probabilmente è anzitutto questo il motivo per cui sono ancora così verboso quando scrivo.

La seconda lezione è che l'informazione, al pari dell'insegnamento, oggi è trattata come un prodotto. Dacci oggi il nostro telegiornale quotidiano. Telegiornale di dimensioni prestabilite,[2] con scaletta pianificata, fraseggio standard (solo chi è rimasto sgomento a leggere 1984 di Orwell può capire bene). Già da ragazzino facevo notare come i titoli striminziti dei grossi quotidiani italiani fossero per gran parte rissumibili nello schema: “X contro Y: è scontro” (e sul giornale concorrente la stessa notizia: “Y contro X”, e su un altro: “X, guerra a Y, lo scontro si intensifica”…) e come fosse facile per il lettore medio sdegnarsi al solo titolo non concepibile dalla sua minuscola testolina.

Mi colpiva, molti anni fa, un serioso articolo sull'automazione totale dei portali di notizie. I testi pubblicati sul web e su carta erano talmente simili tra loro (come impostazione, apertura, contenuto, modo di esprimersi, chiusura, titolazione, argomenti… perfino le foto illustrative) che i redattori erano sostituibili da un software.[3] Ormai solo quelli come me si ostinano a scrivere senza farsi aiutare da un Chatgpt o equivalente. Come nei grossi aerei e treni, dove il pilota è solo un assistente tecnico di una enorme e complessa macchina programmata per guidarsi da sola e per porre automaticamente rimedio a tutte le emergenze conosciute, tutti subappaltano la redazione del testo ad una macchina.[4]

La terza lezione è che non basta essere chiari, precisi, sintetici. Occorre colpire l'uditorio, e il metodo comunemente accettato è quello di spararla grossa quel tanto che basta da catturare l'attenzione.[5] Gli acchiappacliccate esistono perché non s'è mai vista un'epoca con tanta diffusa pigrizia nel leggere. Il problema, oggi, ancor prima che l'eccessiva quantità di cose da leggere, è la sorprendente sete di intrattenimento dei lettori. Dai, notizia, stupiscimi già dal titolo, agguanta la mia curiosità. Se dal primo rapido sguardino fugace non si può giudicare con certezza che vale la pena di leggerlo, si volta pagina.[6] Un blog di nicchia è tale perché stuzzica la curiosità già da quel primo sguardino ma senza ricorrere a mezzucci come il far leva sulla pigrizia mentale del lettore.

Mi sia consentito di chiamarla “sindrome del seminarista”, giacché in vita mia tale pigrizia nel leggere l'ho massimamente notata in quella categoria di persone. Che ti guardano con aria furba e diffidente per dirti: non leggerò ciò che mi proponi perché so già dove i ciellini vanno a parare, so già cosa hanno i cattolici da dire,[7] so già che essendo etichettato “ciellino” mi proporrai un Piccole Tracce[8] imbottito di cose “cielline” che non voglio sentir nemmeno nominare perché “voi fate politica”, “voi privilegiate solo i vostri”, e insulsaggini del genere. Che ti scrutano da lontano selezionando le frasi fatte da somministrarti (così come un buon scacchista seleziona le contromosse e le contro-contromosse), inclusa la via di fuga del banalizzare, del buttare in caciara, del farti sentire in colpa per non essere abbastanza favorevole alla parrocchia. Che, con zelo degno di miglior causa, estraggono dalle tue parole una selezione di appigli su cui poggiare i preconfezionati capi di imputazione senza appello.[9]


1) Bei tempi!

2) Come i riempitivi delle Messe quaresimali: non sia mai che il tempo guadagnato dall'assenza del Gloria non venga riempito con altre forme di intrattenimento fedeli, non sia mai che la Messa duri un minuto in meno… Il clero televisionato non lo consentirà!

3) Il boom del ChatGPT è sbarcato anche in tv: la banalità espressiva e di contenuti è ritenuta invece geniale da gente che si esprime a frasette preconfezionate e politicamente corrette.

4) Col termine Big Data si indica il correlare analisi statistiche su vastissime quantità di dati acquisite dalle fonti più bizzarre. Ricordo un episodio tanto banale quanto significativo: parecchi anni fa un tecnico di una compagnia telefonica cellulare notava un elevato picco di SMS. La sola quantità di messaggi SMS circolati in quei pochi giorni indicava che stava per avvenire qualcosa a livello “popolare”. Infatti, con sorpresa dei governanti e dei servizi segreti di quel paese, ci furono dei moti di piazza. Il tecnico, dalla sola informazione “un picco di traffico SMS”, senza conoscere il contenuto, aveva dedotto “qualcosa di grosso e popolare”.

5) La leggendaria “sciabolata artica” è il meme anticipatore delle mille emergenze “climatiche”.

6) Non è che se uno è cattolico è automaticamente interessato a qualsiasi ponderoso articolo in cui si parli del Signore.

7) Si comportano così perché è esattamente il modo di comportarsi dei loro superiori e formatori. I quali, a loro volta, hanno appreso dalle eccellenze mitriate. Piscis primum a capite foetet.

8) Piccole Tracce è stata senza dubbio una delle migliori opere del movimento. Ne conservai copie da regalare a parrocchie/conventi/famiglie con bimbi piccoli, vedendole ogni volta trattate come generica carta colorata. A volte penso che in caso di mia morte improvvisa, il mio piccolo tesoro di riviste e libri finirà dritto al macero “per fare spazio”.

9) Sembra una fotografia troppo precisa? Beh, il seminarista che abbiamo in parrocchia, suo malgrado, è una delle colonne portanti del degrado della Chiesa. Un soggetto del genere, una volta ricevuti gli ordini sacri, sarà quello a cui chiedere di confessarsi (“spiaze, ma è venerdì mattina, e io confesso solo di giovedì sera”), quello più vicino a cui porre questioni di coscienza, quello che celebrerà le esequie dei tuoi cari… Non è un caso che tale genìa di chierici e di aspiranti tali sia quella più ostile all'umanità diversa che - almeno fino a tempi non lontanissimi - aveva caratterizzato la “Cielle”.

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