Nonostante il titolo, non abbiamo grossi titoli da vantare. Come i bambini, per indicare che qualcosa non va abbiamo ben pochi strumenti oltre al piangere. D'altronde la pretesa di trovare su un blog una mastodontica e rigorosa dissertazione su perché il movimento di Comunione e Liberazione stia andando a rotoli da almeno vent'anni, è un po' da pretenziosi.[1] I quattro gatti che ci leggono comprendono abbastanza bene i motivi del nostro disagio. Colgono fra le righe ciò che non riusciamo ad esprimere nelle righe.[2]
È come quando entri in deposito a prendere un pezzo di ricambio. Ce ne sono vari, uguali, disposti sullo scaffale. Ma da indizi che non riusciresti a descrivere scegli l'unico decente, lasciando al prossimo addetto la fregatura di trovar pezzi non più adatti, infischiandotene di avvisare il responsabile, sordo a ogni osservazione.[3] È stato un odore particolare? È stato un colore più opaco? È stato un sentire al tatto che la confezione non è sigillata? Non sai descriverlo, sai solo che qualcosa non quadra, sai che l'intuito non ti sta ingannando, sai solo che il volantone di Pasqua era nato per far riflettere, non per fare sviolinate.[4]
Da troppo tempo i discorsi del movimento[5] sono stati imbottiti di comodi romanticismi, facili psicologismi, melense citazioni.[6] Al netto di questi, se dalla scuola di comunità ne cavi un'unica espressione che ti sveglia, il tuo tempo e le tue risorse sono state ben spese.[7] Ma da troppo tempo cresce l'idea che le nostre assemblee debbano produrre anzitutto un certo numero di minuti contenenti ognuno un certo numero di parole. Il don Giuss ci diceva che se la scuola di comunità non ti cambia, è inutile. E noialtri ci si sforzava di scoprire questo cambiamento, di restar fedeli in attesa di scovare finalmente i denti bianchi dalla carogna (che magari consisteva solo nell'opportunità, a fine serata, di passare qualche momento più fruttuoso con gente che la fede ce l'aveva davvero).[8] Dopo tanti anni di paziente dentibianchismo abbiamo visto spopolarsi le scuole di comunità e diffondersi la percezione che erano diventate riunioni di un club,[9] con la sua parlantina, il suo gergo, il suo stanco ripetersi.[10]
Per esempio, il caro Pizzaballa, essendo arcivescovo, non parla dei bombardamenti di Gaza, dei morti innocenti, del genocidio in corso. Parla come se i cattolici - anche quelli locali - fossero meri spettatori. «La guerra è sempre una catastrofe»: perbacco, chi l'avrebbe mai sospettato? «L'anno giubilare… [qui in Terrasanta] non poteva arrivare in un momento più opportuno»: perdindirindina, sotto droni, mitragliatrici, bombe e altre armi indicibili, ebbene, i sofferenti, i feriti, quelli che piangono la perdita di casa o peggio di amici, parenti, figli, a suo dire… aspettavano un'opportuna celebrazione giubilare? E non parliamo del Concerto della Speranza (quante bombe avrà evitato?) e del Musical Natalizio (poffarbacco, ora sì che si va a nanna tranquilli). Sta' a vedere che lo fanno Papa (deve prima ricordarsi di augurare Buon Ramadan).[11]
Quando insomma ci arriva parecchio rumore insieme al segnale,[12] ci accorgiamo che qualcosa non va. Quando le omelie - anche di pezzi grossi del movimento - sono troppo farcite di ovvietà (quando non di trite banalità), ci accorgiamo che non ci trasmettono nulla. Quando la virtù della speranza consiste nello sciorinare un baldanzoso e sorridente ottimismo, capisci che il capo o capetto è al capolinea. Ci accorgiamo che i sermoni inflittici dalla gerarchia servono più a nascondere (e confondere) che a chiarire; ci accorgiamo che i sermoni inflittici dai capi del movimento servono più a far passare un congruo numero di minuti che a trasmettere qualcosa di vitale; ci accorgiamo che gli amici del movimento, come il sullodato patriarca, sembrano addirittura contenti di supercazzolarti.[13] Di fronte al sangue innocente vengono normalmente grida di dolore (e preghiera, appunto, come grido più intenso), non i complimenti al laicato del Centro di Formazione. A leggere quel sermone, si avrà l'impressione che lui “la guerra” l'abbia a stento sentita nominare da qualche telegiornale… o che sia talmente nel mirino, da non potersi permettere di dire altro.
La crisi del movimento è tutta da quella stessa radice. La foga di mostrarsi “papisti” in epoca bergogliana, ha prodotto solo supercazzole, snaturamento, decrescita, danni peggiori di quanti non ne potessero fare giussanologi e cielloti. Onore a quanti intendevano donarsi a Cristo e hanno avuto da patire persecuzioni perché l'improvviso ordine di scuderia è stato di donarsi al dialogo e all'avviare processi.[14]
1) Spero non abbiate dimenticato episodi (come quello sulle unioni omosessuali sei o sette anni fa) in cui Carrón e altri pezzi grossi del movimento ci supercazzolarono fortemente. Proprio quando conveniva almeno tacere. Erano evidentemente convinti che l'ubbidienza a costui dovesse essere un servilismo, un'adulazione. A furia di episodi in cui “conveniva almeno tacere”, si finisce per riconoscere che Carrón non è più autorevole, non ti è più “padre”, nulla togliendo alla riconoscenza per il bene ricevuto.
2) Cos'era il movimento di Comunione e Liberazione una volta? «Cl era il movimento cattolico che amava i cardinali Giacomo Biffi, Carlo Caffarra e Joseph Ratzinger, prima che quest’ultimo divenisse papa; era il movimento che sceglieva, come libro dell’anno, “L’ultimo crociato. Il ragazzo che combattè a Lepanto”, di Louis de Whol, non proprio un manifesto filo islamico e pro-invasione; era il movimento che fiancheggiò più di tutti Camillo Ruini, nella battaglia culturale e politica del referendum sulla fecondazione artificiale; era, ancora, il movimento che celebrava senza vergogna il Concilio di Trento, producendo una valida letteratura contro le eresie e le violenze di Martin Lutero… Poi il tempo cambiò, la politica mutò, il papa in carica divenne “emerito” e … e ci trovammo Galantino e Spadaro, mai prima neppure considerati, come ospiti d’onore ai Meeting ciellini di Rimini, al posto di Caffarra e Biffi, divenuti quasi innominabili. […] Povera Cl! Fa molta pena vedere persone che per decenni hanno manifestato pubblicamente, nei loro campi (quello medico, quello universitario, quello giornalistico…) un cattolicesimo militante e ragionato, divenire improvvisamente dei sagrestani, pronti ad omaggiare solennemente gli avversari di ieri, mettendosi in fila dietro le narrazioni di Repubblica e del Corriere!».
3) Triste la situazione quando non riesci più ad avvisare i capi di qualche problema perché si lamenterebbero che sei troppo lamentoso ed esigerebbero dimostrazioni matematiche in carta bollata per riconoscere che il cielo è blu. Forse ci sarà qualcuno che ha paura di perdere prebende, strapuntino, e altri piccoli privilegi?
4) Nel volantone di Pasqua 2025 compare una citazione del Bergoglio in cui - come al solito - si alternano parole care al nostro lessico e parole care al gergo soggettivista-psicologista. Avrebbe fatto meno brutta figura fermandosi alla primissima frase. Sa comunque di tafazziano citare colui che ti ha sempre etichettato sprezzantemente “autoreferenziale”, fatto di tutta l'erba un fascio, e che infliggendoti un lungo commissariamento insiste che le sue accuse kafkiane sarebbero ancora fondate. Quando ci veniva insegnato che un padre lo segui anche se non capisci, che solo chi ubbidisce non sta censurando niente, si dava sempre per scontato che ultimamente ti volesse essere padre.
5) Il servilismo nasce inquinando il rapporto bidirezionale tra padre e figlio. Nel movimento, in questi ultimi vent'anni, il genuino desiderio di essere figli è degenerato in un “certificarsi” figli, cioè un difendere una coerenza: “ehi, sto dalla parte del Papa, io: applauditemi!” Così quando il Bergoglio ha esalato le castronerie che lo fanno passare (in modo ben poco onorevole) alla Storia, per qualche bizzarro motivo i vertici del movimento hanno ritenuto necessario prenderle sul serio: è stato tutto un “non bisogna occupare spazi ma avviare processi”. Dove “processi” è nel migliore dei casi qualcosa di sfumato, anodino, inefficace. Ma fermatevi un attimo a riflettere: con che faccia di bronzo, e ancor più con che coscienza, hanno riconosciuto una supercazzola ma hanno ritenuto necessario somministrarla ai “figli”? Come se tacere non fosser un'opzione, come se il “discorso” restasse incompleto senza la supercazzola.
6) Per carità, basta con le frasi fatte, che per giunta ci rifilate senza il dovuto corredo di cuoricini e buongiornissimi!
7) Quel “Tu solo hai parole di vita eterna” è indirettamente una severa accusa a capi, pastori e Vicari, per tutte le supercazzole che hanno inflitto a noialtri agnelli e pecorelle.
8) Troppe volte il vero risultato della scuola di comunità era consistito nelle poche parole scambiate all'uscita con gente di fede. A volte anche solo una battuta scherzosa era stata preziosa, e addirittura più preziosa di tutto il resto.
9) Che triste fine esser diventati proprio la caricatura che ne facevano i nemici del movimento.
10) Alle scuole di comunità “che vale la pena seguire”, stranamente quasi nessuno arrivava in ritardo. A quelle “club della logorrea” quasi nessuno arrivava in orario, neppure l'autoincaricato del sermone.
11) Sotto le bombe desideri anzitutto che le bombe cessino immediatamente. Qualsiasi discorso - ad eccezione della preghiera, per i vivi e per i defunti - rischia seriamente di sembrare una considerazione salottiera da gente fisicamente e mentalmente lontanissima.
12) La virtù della sintesi non è quella di accorciare, ma quella di tagliare il superfluo.
13) Il gergo ciellinese moderno serve a mostrarsi adulti e attenti alle istanze del mondo, contentandosi di ficcare a forza il nome di Nostro Signore nell'estemporaneo commento al telegiornale della sera prima, e appuntarsi un'altra medaglia immaginaria. La parabola del carronismo - che sabato scorso a Caravaggio ha radunato appena duemila persone, non proprio una “prova tecnica di scissione” come preannunciavano le malelingue - è tutta qui. E non mi pare un'eredità del Giuss; pare invece un'eredità della sviolinata a quel famoso Napolitano agli esercizi della Fraternità del 2013. Gli amici Memores tuttora “carroniani” hanno infatti sempre fretta di liquidare qualsiasi questione scottante con un “ma dai” o nell'applaudire freneticamente al mondo speranzosi che ciò consenta di star lontani dai guai.
14) Ironia della sorte, entrambe le fazioni gareggiano nel sembrar bergogliane, come se ciò - proprio adesso - servisse ad accreditarsi, come se credessero che la propria esistenza dipendesse dall'adulazione al regime ecclesiastico del momento, dimentichi del fatto che la Cielle è cresciuta proprio grazie all'ostilità di curie e sagrestie, proprio perché non eravamo incasellabili, non eravamo una claque, non eravamo un club.