martedì 12 maggio 2015
Solo un breve promemoria
Il Sole è una stella “tipica” e abbastanza recente rispetto agli almeno 200-400 miliardi di stelle presenti nella galassia. Una piccola percentuale di queste potrebbe avere pianeti, una piccola percentuale dei quali potrebbe aver visto nascere vita, una piccola percentuale di questa vita potrebbe essere intelligente. Considerato che in pochi millenni l'uomo ha spedito manufatti fuori dal sistema solare e si appresta a colonizzare un altro pianeta (Marte), non sembrerebbe statisticamente impossibile che nell'arco di alcuni milioni di anni una forma di vita intelligente - anche una sola - sia stata in grado di fare viaggi interplanetari e colonizzare tutto il colonizzabile, e perciò metter piede anche sulla Terra. O almeno di lasciare tracce del proprio passaggio.
Solo che paradossalmente non si trovano tracce. È un paradosso perché la totale assenza di “tracce” contraddice il rapporto che c'è tra le dimensioni del problema e il più generoso calcolo delle probabilità. Tali tracce dovrebbero essere vistose (ci vuol poco a verificare se qualcosa è originato dall'uomo o no), e invece ci si affanna inutilmente a cercarle. Col risultato che qua e là si comincia ad ammettere che l'intero universo sembra ingegnerizzato allo scopo di farsi guardare. Cioè osservare. Cioè ammirare.
giovedì 16 aprile 2015
Venticinquemila euro, ti rendi conto?
In misura minore ci sono altre rappresentazioni che si propongono alla libertà dei singoli, come ad esempio quei quiz televisivi in cui si vedono i partecipanti vincere somme di denaro assurdamente alte rispondendo a ridicole domandine di cultura generale e tentando la sorte. Anche lì, come nello sport, c'è una scenografia elaborata su misura degli spettatori, c'è quel po' di tensione della decisione da cui dipende “la vita o la morte”, anche lì c'è la socializzazione indotta (la nonna che mi chiede: “hai visto? ha sbagliato la domanda da 25.000 euro, ti rendi conto?”), l'idea di fuga dalla realtà (“ah, se li avessi vinti io quei 25.000 euro...”).
È come sempre il panem et circenses, col solito corredo di lotterie e modi per rovinarsi la vita.
venerdì 10 aprile 2015
Imbarbarimento dell'Italia
Non intendo andarmene all'estero e perciò mi pongo il problema di chi rimane qui in Italia con me. Cioè rifletto su chi siano quelli “vincolati” a rimanere (per esempio per età o per salute o per vincoli affettivi), quelli che non hanno la capacità, la voglia o la necessità di andare a lavorare all'estero, e quelli che vivono di rendita (che cioè non hanno motivo di andarsene). Tra questi ultimi spicca la popolazione di parassiti di cui veniamo quotidianamente informati dai giornali. Popolazione in tumultuoso aumento, visto che comprende le varie etnie dei parassiti pubblici, della delinquenza (organizzata o meno) e dei diversamente italiani, etnie che si distinguono oltre che per l'igiene personale dai loro peculiari rapporti con la legge e il fisco.
Berlusconi prima, seguito da Prodi e poi da Renzi e qualche mesetto fa anche da Padoan, hanno promesso un milione di posti di lavoro ciascuno. Dovevano necessariamente essere lavori a bassa specializzazione e nel settore pubblico, dal momento che i “cervelli” se possono emigrano e che l'imprenditoria e la creatività sono brutalmente stroncate dalla nostra proverbiale burocrazia e visto il nostro sistema scolastico. Mi colpiva, per esempio, che una laureata in scienze pedagogiche si meravigliasse che le aziende richiedano competenze precise.
Se la matematica non è un'opinione, l'Italia sta regredendo a decisi passi verso la barbarie.
sabato 28 marzo 2015
La lavatrice
Non so dire come cominciò la cosa e nemmeno all'epoca sapevo spiegarmi come mai mi risultasse attraente stare lì assorto senza annoiarmi. Ma a poco a poco entravo mentalmente nel funzionamento della lavatrice. La pompetta che spruzza acqua nelle vaschette del cassetto del detersivo. Il motore del cestello che inverte la direzione dopo quindici secondi di pausa. Il frizzare dell'acqua scaldata dalla resistenza sotto il cestello. L'azione della pompa di svuotamento. Lo sforzo iniziale del motore che passa da fermo a centrifuga in pochi istanti.
Scoprire a poco a poco il funzionamento della lavatrice mi insegnò molto. Dal punto di vista tecnico, per lo più di astrazione. Per esempio: procedure apparentemente semplici che comprendono in realtà una scaletta di operazioni da completare con accuratezza prima di poter proseguire. Processi svolgibili in parallelo e processi da effettuare esclusivamente in serie. Il diverso livello di energia richiesta dalle singole operazioni, e dunque il “picco” di elettricità necessaria a garantire il corretto funzionamento in ogni momento. Le operazioni effettuate alla cieca, come ad esempio quella della pompetta che miscelava il detersivo mandandolo dalla vaschetta al cestello non aveva modo di misurare quanto ne era rimasto, e perciò la necessità di dirigere il getto d'acqua in modo da coprire tutta la presunta area di carico. La sincronizzazione delle operazioni per evitare interferenze o perdite d'acqua. La “responsabilità” delle singole operazioni nei singoli pezzi. E - uno dei temi più affascinanti - l'ingegnerizzazione della lavatrice in modo che anche il guasto più improbabile non cagionasse pericoli per le persone.
Tutto questo, al di là di considerazioni elettriche, idrauliche, strutturali, vale anche in tanti altri campi. Per esempio anche il girare un buon film richiede tutta una “struttura” di produzione (per “parallelizzare” parecchie operazioni) oltre che un dettagliato e convincente piano (non solo la sceneggiatura), aggiungendo la serietà dei singoli nel far bene la propria parte (una sbavatura sulle luci di una scena secondaria toglie il possibile status di “capolavoro”), più operazioni da effettuare alla cieca perché sarebbe troppo costoso o poco pratico misurare, quindi l'utilizzare tutte le risorse (umane e non) senza strafare, e poi lo “stare nel budget”...
Da decenni c'è una lavatrice in tutte le case. È un oggetto talmente familiare che non ci facciamo più caso. Io ci feci caso. Dopo una decina di sessioni, finalmente realizzai di aver capito quello che c'era da capire e non fui più attratto dalla lavatrice in funzione. Capii quello che la scuola prima e l'università poi non sarebbero mai state in grado di insegnarmi. Vi fui sommerso da nozioni prima e dopo, e fui anche un pochino introdotto in qualche modo alla creatività (che è un talento che ha bisogno di massicce dosi di osservazione del reale). Ma poche cose nella mia vita mi hanno insegnato tanto quanto quella lavatrice, la mia migliore lezione di vita prima di incontrare il movimento di Comunione e Liberazione.
Non credo sia un'esperienza ripetibile. Per me è andata bene la lavatrice, per qualcun altro potrebbe essere il traffico ferroviario, il robottino aspirapolvere, addirittura le classifiche del campionato di calcio.
Da ragazzino mi incantavo a esaminare il quadro con tutti i numeretti delle squadre. Il campionato, cioè ogni squadra affronta in “andata” e in “ritorno” ognuna delle altre, ed ogni giornata è fatta in modo che nessuna squadra resti a riposo, ed il campionato è fatto in modo da evitare doppioni. Così tentai di costruire un mio campionato, giornata per giornata, riempiendo un'agendina e scoprendo un sacco di cose che non conoscevo. Non scoprii combinatorie e fattoriali, ma riuscii a intuire che certe operazioni si potevano meccanizzare: un computer avrebbe potuto calcolare tutte le possibili combinazioni e riuscire a inventare un calendario di campionato facendo in modo che non ci sia più di un derby nella stessa giornata, che non ci siano troppe partite “facili” nella stessa giornata, che non ci siano scontri diretti nelle prime giornate ma si addensino verso la fine...
Visto che i miei tentativi andavano a vuoto (dopo la prima giornata era pressoché impossibile rispettare quei vincoli), lo organizzai a eliminatorie. Naturalmente vinse l'Inter, e non perché fosse scritto sempre in caratteri maiuscoli. Tiravo un dado e assegnavo i goal. Fu sufficiente barare poche volte per far vincere l'Inter. E anche qui mi si ponevano nuove categorie di problemi: come simulare eventi, cioè come estrarre numeri ragionevolmente casuali che complicassero abbastanza le tentazioni alla disonestà? Cosa fare se ci si accorge troppo tardi di errori nella pianificazione di un calendario? Come si fa a presentare affidabilmente un progetto resistente agli intoppi?
Al di là della tecnica queste domande davano idea del gusto di un lavoro ben fatto, “a regola d'arte”, quello di cui essere fieri, “l'ho fatto bene perché volevo un buon risultato”: non era più creatività e ingegno, ma era un insieme di cose buone difficili da definirsi a parole (che si apprendono per osservazione di fenomeni apparentemente banali e di meccanismi ripetitivi). Almeno finché non si faceva davvero propria l'idea del lavoro come prosecuzione dell'opera creatrice di Dio (Dio come vertice di ogni giustizia, misericordia, amore, ma anche come vertice di ogni ingegneria, ogni architettura, ogni progettazione, ogni sapienza, ogni bellezza...).
domenica 22 marzo 2015
Autoimpegnati
Un po' per non deluderlo, un po' per curiosità, un po' per la convenienza di allontanarmi da casa per qualche giorno, accettai di fare un ritiro in montagna con lui e quel suo gruppo di ragazzi, più due anziane suore e un giovane sacerdote religioso. L'età media dei ragazzi era sui venti-venticinque anni, gli adulti sopra i trenta erano una decina compresi i consacrati. In tutto saremo stati una cinquantina. Ci ospitava una casa di spiritualità (cioè un alberghetto gestito da suore) in un luogo ameno di collina alle spalle di un paesetto di campagna.
La prima cosa che mi colpì di quelle decine di ragazzi fu il notare lo sforzo che facevano per tenere a freno la volgarità. Ma la prima impressione che mi stimolò a indagare meglio fu il non riuscire a distinguere tra i “militanti” e gli “invitati”: appena giunto lì, infatti, capii subito che il ritiro era evidentemente inteso a reclutare nuovi adepti (che perciò non dovevano notare la gerarchia interna), oltre che a fungere da avanzamento di carriera per alcuni “novizi”. Il sacerdote che mi aveva invitato era sempre stato alquanto reticente a rispondere a domande anche molto blande: si diceva sicuro che quei giorni mi avrebbero fatto bene, che mi avrebbero dato nuova carica, e che mi dovevo fidare e ascoltare e partecipare e bla bla bla.[2] Mi intrigava il notare come fosse stato così accuratamente pianificato il voler frustrare la curiosità di chi -come me- avrebbe voluto identificare rapidamente i militanti per fare qualche domandina distratta ma precisa ai più ciarlieri tra loro allo scopo di capire dove andavano a parare.
C'è una linea molto sottile fra la sacrosanta discrezione e la ridicola mania di segretezza. La virtù della discrezione può essere coltivata solo da coscienze limpide e con consolidata convinzione dei propri giudizi. La discrezione è un soddisfare ordinatamente le legittime curiosità, è il dire solo ciò che c'è da dire, è il prendere sul serio l'interlocutore e la sua vera necessità di sapere, mentre la mania della segretezza è un voler rispettare un programma, un frustrare le attese per far crescere la sete degli indottrinandi, in fin dei conti una forma di menzogna.[3]
Non ebbi occasione di parlar molto nei primi giorni visto che la scena era tutta occupata dagli avanzanti di carriera. Ma dalle mie rare e sintetiche battute qualcuno dei capi credette di aver scoperto nel sottoscritto un ottimo elemento da promuovere al più presto entro i loro ranghi. Ma non seppero propormi altro che il prendermi numerosi e gravosi impegni con loro.
La spiritualità contemporanea viene sempre proposta come un fardello: vuoi essere dei nostri? vuoi fregiarti della tale etichetta che qui da noi suona elegante? impegni settimanali, più impegni mensili, più impegni stagionali, più impegni annuali, e poi impegni personali, impegni comunitari, impegni auto-organizzati, e un sottinteso obbligo di favorire in ogni modo quelli dello stesso club. In mancanza di una presenza, in mancanza di qualcosa che già ti ha sconvolto la vita, si sentono costretti a proporre una ricetta spirituale - magari condita anche con ottimi ingredienti, però non è che una qualsiasi pietanza diventa automaticamente saporita nel momento in cui ci aggiungi la Nutella. Tanto più se era a base di pesce.
In tutta la loro sincera buona volontà, non sapevano propormi altro che il darmi da fare con loro, considerando alquanto secondario ciò che di buono avessi vissuto in precedenza. Che è l'espressione esattamente opposta a quella di Comunione e Liberazione: il giovanissimo don Giussani lo chiariva dicendo che se Cristo c'entra con tutto, allora c'entra anche con cose come la matematica. Se non è così, allora la fede diventa un “contenuto” con cui “programmarti” la testa, cioè un elenco di cose da fare e da dire, e da non fare e da non dire.
Dopo tre o quattro volte che ci siamo scritti e invitati reciprocamente (e inutilmente), ho perso i contatti con quei bravi ragazzi. Uno degli avanzanti di carriera si stava sganciando dal gruppo perché aveva finalmente capito che un'altra avanzante di carriera (che gli interessava a scopo fidanzamento) non ne voleva sapere.
1) Nelle sagrestie moderne il termine “esperienza” indica l'effettuare una qualche attività chiesastica per poi dichiararsene entusiasti.
2) Patetico epilogo del cattolicesimo postconciliare: dover adoperare strategie pastorali praticamente identiche al reclutamento delle sette o al marketing piramidale.
3) Un ciellino che ti parla di cose di fede ha un solo motivo per tacerti temporaneamente il fatto che è ciellino: la tua scomposta reazione pavloviana che ti fa rigettare istintivamente qualsiasi cosa che abbia anche lontanamente l'etichetta di “cattolico” o di “ciellino”. Un ciellino che invece ti infila il nome di don Giussani ogni due frasi, commette lo stesso errore ma dal versante opposto.
sabato 7 marzo 2015
Una prima impressione a caldo
No, non credo che il declino del movimento sia dovuto all'assenza di don Giussani, ma a quell'istituzionalizzazione (abbracciata dai più come un sacramento: la “spiritualità di etichetta”) grazie alla quale non ci piovono più addosso molotov e diffamazioni.
lunedì 16 febbraio 2015
Fumetti
1) Come quando viene inutilmente ammazzato uno dei villains di un film di Superman, poco dopo aver mostrato un pizzico di umanità suonando il pianoforte insieme ad un bambino. È per questo motivo che i supercattivi, nei film, hanno quasi sempre una maschera malvagia, un costume malvagio, una voce da incorreggibile malvagio e compiono sempre ogni efferatezza gratuita immaginabile. Un pizzico di misericordia può danneggiare in modo drammatico la trama di un film.
venerdì 23 gennaio 2015
Non esattamente rischio educativo...
Una caratteristica della nostra epoca è quella di arrovellarsi a sfornare il figlio perfetto e poi di pretendere che dotato di opportuni strumenti a disposizione sul mercato (“i giocattoli più intelligenti”, “gli strumenti musicali più intelligenti”, “la palestra più intelligente”, ecc.) il figlio guadagni successo e invidie in tutti i campi.
Breve parentesi sulla sindrome dello sceicco: consiste nell'entrare in un qualsiasi negozio e pretendere di comprare la... commessa. “Ma io pago! posso pagare! pago bene e subito!” Si rifiuta categoricamente di riconoscere che le commesse non sono in vendita. Tale sindrome è straordinariamente più diffusa di quanto s'immagini. E bisognerà cambiargli nome, perché “sindrome dello sceicco” non sembra politically correct.
La sindrome affligge anche una spaventosa percentuale di genitori. Per i quali “giocattolo intelligente” finisce presto per coincidere con qualsiasi cosa attragga anche solo vagamente l'attenzione dei figli. Compreso il canarino faticosamente rianimato dalla nonna.
La nonna si era sempre affannata a comprare giocattoli per i nipoti. Non le pareva vero poter comprare qualche “giocattolo intelligente” per contribuire al gigantesco ineluttabile futuro successo dei nipotini. Puntualmente i “giocattoli intelligenti” non superavano il pomeriggio, e così la nonna è passata a più miti consigli, comprando carabattole dal negozio cinese di cineserie cinesi: il risultato è lo stesso (brutalizzazione e devastazione) ma almeno viene sfasciata l'automobilina da due euro piuttosto che quella “intelligente” e griffata da diciotto euro. Per inciso: per il momento è ancora politically correct lamentarsi delle cineserie dei cinesi.
Probabilmente il sottoscritto è nato su un altro pianeta. Da bambino, in un modo o nell'altro, mi avevano insegnato a rispettare le cose (mie ed altrui). Mi avevano trasmesso l'odio per gli sprechi e perfino “risparmiare” sul fracasso (ero vispo ma mi contenevo, tanto più che il vicinato era composto da gente litigiosa che sognava di arricchirsi vincendo cause in tribunale). Ora attorno a me vedo una nuova forma di barbarie, una barbarie “verticale”, quella che ti fa invocare quell'educazione di popolo che è venuta misteriosamente a mancare da mezzo secolo a questa parte.
lunedì 19 gennaio 2015
Sprechi
Gli ultimi due casi riguardano un amico che si è intortato una vecchia carampana extracomunitaria, e un'amica che ha scelto come principe azzurro un vecchio divorziato esaurito. Il meccanismo del peccato è sempre lo stesso: annunciano ad un pubblico quasi totalmente immaginario un maestoso obiettivo al quale segue un risultato ridicolo e degradante. Per cui hanno bisogno di vantarsene. Avvertono l'urgente bisogno di carpire qualche sorrisetto di approvazione, per sentirsi almeno vagamente ricompensati. Naturalmente vanno a chiederlo al ciellino sottoscritto, che in quanto tale sarà dedito alla verginità e non li manderà a cagare come meritano.
Mi sono trattenuto perfino dal parlare perché erano talmente assetati di un “premio” da essere ansiosi di ricevere una qualsiasi mia parola o reazione. Sono rimasto in entrambi i casi in silenzio, apatico, freddo come una statua, per costringerli a giudicare loro stessi il proprio operato. Certi silenzi fanno più male delle parole e infatti dopo qualche insistenza hanno cambiato discorso.
In un mondo che reputa normale che ragazzi e ragazze gettino la propria verginità nei fetidi cessi di una discoteca (alla quale i ragazzi, benché in tempesta ormonale, si preparano col viagra), suona tristemente normale che gente attempata e sfiorita avverta il bisogno di guadagnare in extremis lo stesso trofeo per potersene vantare al più presto. Non è più solo un argomento della sfera della sessualità: c'è un che di diabolico in questa ossessione.
giovedì 15 gennaio 2015
Farsi dettare l'agenda dai media
giovedì 4 dicembre 2014
Quegli episodi importanti della vita...
Qualche tempo fa partecipai in parrocchia (come claque) ad un incontro “vocazionale” in cui i seminaristi presenti raccontavano qualche episodio significativo della propria vocazione. Subii un interminabile diluvio di cretinerie: raccontavano di sensazioni oppure elencavano attività, ferma restando la loro disarmante incapacità di esprimersi, infondendo efficacemente l'idea che il sacerdozio sia una roba per stupidi svitati.[1]
I preti non solo facevano finta di non notare quell'incapacità (limitandosi, nei casi peggiori, a ridurre a categorie da psicologia spicciola gli interventi più maldestri), ma addirittura elogiavano senza sosta la raffica di cretinerie in quanto spontanea (confondendo la sincerità con lo spontaneismo).[2]
Non c'è da meravigliarsi che quegli stessi soggetti disprezzino Comunione e Liberazione: uno dei pilastri fondamentali del movimento è quell'accanita insistenza nel riconoscere le proprie domande più elementari, nel saper dare un nome alla propria sete di verità e di compiutezza, nel prendere sul serio la propria vita e la realtà concreta, nell'identificare onestamente (e senza far prediche) ciò che ha fatto crescere la propria fede.
1) La capacità comunicativa non è realmente essenziale per una vocazione sacerdotale. Un candidato capace di esprimersi quel poco che basta per amministrare i sacramenti può già essere un buon sacerdote: al resto penseranno gli altri. Ma -ahinoi!- oggi si confonde la capacità comunicativa con la capacità di dire banalità politically correct in modo brillante durante le omelie...
2) L'epidemia dello spontaneismo nella Chiesa cattolica andrebbe combattuta con misure drastiche. È credenza comunissima, ai limiti del dogmatico, che il voler dire qualcosa implichi l'aver qualcosa di concreto da dire. Non c'è solo il problema dei soggetti che intendono arieggiare l'ugola mettendosi al centro dell'attenzione; ci sono anche quelli che pur desiderando dire qualcosa, sono alquanto incapaci di esprimersi (o peggio, adoperano duecentonovanta parole laddove ne bastavano quattro). Così assemblee, riunioni, incontri, diventano una pena da purgatorio. Tutto questo per la fissazione del dover “dare la parola a tutti”. Tale epidemia ha infestato anche la liturgia: dal 1965 è prevista la “preghiera dei fedeli” che la Chiesa aveva saggiamente abolito fin dalla notte dei tempi.
lunedì 1 dicembre 2014
Non c'è più spazio per te
Anche il venerdì successivo, suo ultimo giorno di lavoro, riuscì a perdere tempo per tutta la giornata. Qualcuno, più per abitudine che per reale necessità, gli chiese di verificare un nonsocosa da un nonsodove, ma lui evase la domanda: era lì ormai per marcare presenza, non per lavorare, era lì per non accendere inutili fuochi in una foresta già incendiata. Ed era ancora giù di morale, perché a versare sale sulle ferite ci si era messo il parroco con quella prevedibile e noiosissima omelia di Natale sulla bontà, sulla carità, sulla fratellanza, sul perdono e soprattutto sulla raccolta straordinaria di fondi in cui esercitare la massima generosità perché “stavolta è davvero molto importante”. Mentre ancora il parroco parlava, lui ha tirato fuori la busta dal taschino, ci ha tolto le banconote che aveva messo prima di Natale e l'ha consegnata vuota, sapendo che gli sguardi corrono rapidi e le voci ancor più rapide e sperando che il parroco abbia il coraggio di chiedergli personalmente cosa c'è che non va.
Speranza vana. Uno dei drammi della Chiesa che ama definirsi vicina alla gente è quello di non capire altra “gente” che i cattolici da salotto con la pancia piena. Infiniti discorsi sui poveri e incapacità di riconoscere la povertà, così come infiniti discorsi scientifici sul pelo del leone ma incapacità di riconoscere un leone vero nel vederlo tutto intero. Quella Chiesa che si vergogna di dire chi è Cristo ha finito anche per allontanarsi dalla vita dell'uomo. Neanche cinquant'anni fa il parroco era l'uomo “vissuto”, l'amico “acculturato”, il confidente che ti capiva anche quando non parlavi. Era l'uomo che sapeva meglio di te come si tiene in piedi una famiglia, come si resta a galla nonostante la crisi economica, come si fa a far quadrare le partite doppie senza far peccato mortale, era l'uomo che interpellavi quando volevi avere la certezza sul tuo matrimonio o su quello di tua figlia. Era l'uomo delle certezze della vita.[1]
Probabilmente uno degli indicatori più graffianti dello stato in cui versa la Chiesa oggi è l'insensibilità dei preti verso quel genere di drammi, di fronte ai quali elargiscono frasi di circostanza - cioè sale sulle ferite - o patetici tentativi di elemosina - cioè altro sale sulle ferite.
Un clero che parla sempre di pace e bontà senza precisare i termini del peccato e della grazia, che commenta sempre gli stessi triti e ritriti brani biblici, che racconta sempre le stesse cose, e che continuamente chiede soldi per gli obiettivi più svariati riuscendo a non vedere (o peggio a banalizzare) i drammi personali dei fedeli che gli sono affidati, non dovrebbe affatto meravigliarsi di ritrovarsi le chiese sempre più deserte.
1) Il nonno lo ricorda bene. Il parroco era forte di mani e di dottrina. Lo imbarazzava solo un gesto, quello del dover chiedere soldi, che faceva il meno possibile: e più lo imbarazzava e lo evitava, e più soldi misteriosamente gli piovevano addosso. Sapeva riconoscere i poveri dagli accattoni, e perciò le sue (relativamente) segrete elemosine finivano inspiegabilmente nelle mani giuste: lo si notava da come fruttavano.
domenica 23 novembre 2014
Il movimento liquefatto in movimentismo
Molti anni fa non credevo alle mie orecchie quando un caro amico di CL con serietà e gravità mi metteva in guardia: i movimenti passano, la Chiesa resta, un giorno il massimo per la tua vita potrebbe non essere più il movimento. All'epoca mi parve un po' apocalittico. Ne ho visti tanti, in vita mia, lasciare il movimento per i motivi più patetici: convenienza elettorale, confusione tra “CL” e “i quattro idioti che ho davanti”, mancato obiettivo di trovarvi una fidanzatina... Lasciò il movimento anche quel giovanotto apocalittico. Ma quelle parole, di fronte alla domanda di De Mattei, le vedo ritornare improvvisamente a galla.
Il fatto è che il movimento così come l'ho conosciuto non coincide col movimentismo che vedo oggi, dove c'è un accanimento nel mantenere posizioni (culturali, sociali, perfino politiche e teologiche) che don Giussani aveva provveduto a seppellire personalmente. L'accanimento è infatti l'attributo principale dell'ideologia. I termini indicati da De Mattei sono esattamente la descrizione dell'imborghesimento di vaste aree del movimento di CL (la riduzione intellettualistica, dei giussanologi, e la riduzione attivistica, dei cielloti sono il risultato finale dell'istituzionalizzazione di un'esperienza, della riduzione del movimento ad un club).
Era terribilmente fecondo per la nostra vita spirituale l'essere disprezzati dai parroci, rinnegati dai vescovi, ignorati dai media (tranne quando c'era da montare scandali contro di noi). Quelle ingiuste persecuzioni ti condannavano a ricercare sempre le ragioni di tutto. Ti facevano vivere certi gesti (anche semplici come la liturgia delle ore) come una necessità vitale quotidiana anziché come l'affermazione di un'identità. Quel che maggiormente mi convinceva del movimento era ciò che l'accompagnava nella sua pretesa di essere dalla parte della verità: e cioè il fatto che ti sfidava continuamente a verificare tutto nella tua stessa esperienza,[1] senza trascurare nulla di ciò che vivi. Al punto che don Giussani poteva permettersi gesti audaci al limite della temerarietà (ma in fin dei conti educativi perché era sempre chiaro ciò che lui indicava) come il regalare libri marxisti ad un giovane sedicente marxista, o di invitare un giovane ebreo ad andare fino in fondo nella sua esperienza dell'ebraismo (col chiaro sottinteso: non troverai la felicità, perché non è lì ma è in Cristo).
Don Giussani poteva farlo perché i giovani citati non avrebbero potuto più cancellare dalla loro vita l'incontro con lui. Il pilota addestratore può permettersi acrobazie in volo che l'allievo non riuscirebbe a fare neppure in bicicletta. L'aspirante allievo che volesse emularle anche solo a parole farebbe una pessima figura. Invece da qualche tempo a questa parte si vede spesso la scena dell'allievo che pretende di fare meglio e più del maestro, confondendo la sfida ad “andare fino in fondo” come un modo elegante di professare proprio quel comodo relativismo che avevamo sempre condannato. “Comodo” nel senso di -per esempio- porsi senza opporsi. Fino a scene surreali come il confondere il dovuto rispetto ai governanti col servilismo verso certi politici che per qualche misterioso motivo vengono ritenuti “utili”. Piccinerie da cattolici imborghesiti.
Quando il movimento era perseguitato, avevamo continuamente l'esigenza urgente di andare alle radici della nostra esperienza. Ora che il movimento si è per gran parte imborghesito (effettaccio collaterale dell'istituzionalizzazione), quell'esigenza si è ridotta ad un... pomposo discorso sull'esigenza. Confesso che certe volte mi sento un po' tradito, pur avendo sempre verificato che le debolezze interne di CL sono dopotutto perfettamente parallele a quelle dell'orbe cattolico.
A differenza di De Mattei, che probabilmente conosce CL solo dalla lettura di libri e articoli, a me non risulta che l'orizzonte ciellino fosse quello della nouvelle théologie progressista. La sfida a verificare tutto nella propria esperienza era -ed ancor oggi è- in polemica con la riduzione intellettualistica (o sentimentalistica) della fede. Don Giussani prima e don Carròn poi si sono sgolati a ricordarlo per evitare che il popolo bue, mosso dalle piccinerie del momento, cadesse nella trappola. Don Giussani riusciva a citare perfino un De Chardin, senza farne un maestro. Né furono veramente nostri maestri - per quanto li si abbia apprezzati - i vari De Lubac, Von Balthasar, De La Potterie... nomi che ci suonano graditi e familiari,[2] ma nessun ciellino è diventato tale (o almeno rimasto tale) attingendo da loro per capire don Giussani. Ad un osservatore esterno come De Mattei è facile etichettare ma a facilitarglielo è stato proprio il movimentismo di quei sedicenti ciellini che si credono tali perché tappezzano i loro discorsi di “Giussani”, “Carròn” e parole di don Giussani adoperate a mo' di gergo del club.
Come rispetto al resto della Chiesa, anche rispetto a CL si può tentare una prima scrematura osservando chi eventualmente cita il Vaticano II a sostegno di qualcosa e viceversa chi parla in modo da infilare nel discorso qualcosa del Vaticano II (come se stesse perennemente di fronte ad una improbabile commissione inquisitoria sul criptolefebvrismo). Cioè tra chi prende il Concilio per ciò che è, e chi invece lo prende per ciò che il-Concilio-dei-media pretese di essere. Tra chi avverte l'esigenza che Cristo c'entri con tutto (“Cristo c'entra anche con la matematica”, “con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la forza”), e chi invece ha bisogno di una pezza d'appoggio per affermare qualcos'altro. In tutta onestà, non ho mai avuto l'impressione che don Giussani citasse il Vaticano II più dello stretto necessario, con uno sguardo positivo ma non adulante. Ma i giussanologi di ieri e di oggi, nella fretta di dimostrarsi fedeli a qualcosa,[3] hanno preso fischi per fiaschi ed hanno parlato e scritto e insegnato in modo da trasmettere quella stessa fretta. Questo meccanismo, quest'affermazione di sé, è lo stesso che ha prodotto equivoci in altri ambiti (incluso quello politico e quello dell'organizzazione interna), fino ai patetici attacchi a Gnocchi e Palmaro al solo scopo di affermare (magari in perfetta buona fede) la propria fedeltà a qualcuno.
No, CL non è il prodotto della nouvelle théologie, e le sue autoriduzioni a club culturale/sociale sono o l'effetto in grande scala dell'ignoranza, oppure il risultato dell'istituzionalizzazione e dell'imborghesimento.[4]
1) Un rinomato ecclesiastico raccontava tutto scandalizzato di un giovane ciellino che aveva detto “io credo solo alla mia esperienza”. Anziché leggervi il rifiuto delle ideologie e delle teorie calate dall'alto - se la fede fosse banalmente un contenuto dottrinale, Gesù si sarebbe limitato a pubblicare un libro - il miope prelato credeva di aver a che fare col solito esperienzialismo indifferente all'insegnamento delle cose della fede. Amare Cristo ha sempre avuto come corollario la sete di conoscerLo così come madre Chiesa ce lo presenta. Perciò l'insistenza ciellina sull'esperienza non è stata una ricetta accompagnata da altre ricette, ma è stata la risposta ad un cristianesimo senza desiderio e senza sete, sentimentalistico o intellettualistico. Anch'io direi “credo solo alla mia esperienza” per... rispondere telegraficamente all'insinuazione che ci sarebbe qualcosa dell'umano che non c'entra con Cristo.
2) Fu grazie alle indicazioni di Von Balthasar che la nascente società dei Memores Domini poté ricevere l'approvazione pontificia nel 1988 (pochi giorni prima della sua morte). Fu grazie alle donazioni di William Congdon che poté nascere il monastero alla Cascinazza. La grande gratitudine per Congdon sfocia in una incondizionata ammirazione di tanti tifosi ciellini per i suoi brutti dipinti. Per questo ho usato il termine “familiarità”. Per questo sono convinto che l'eventuale ammirazione per Von Balthasar da parte di tanti ciellini sia il risultato di una “familiarità” piuttosto che di un improbabile balthasarismo ciellino.
3) Il percepire un continuo bisogno di proclamarsi fedeli al Vaticano II è un ottimo spunto di riflessione per quanto riguarda la salute mentale e quella spirituale.
4) Per istituzionalizzazione intendo in realtà i suoi effetti collaterali, tra cui la perdita di una parte di libertà dovuta al fatto che ora siamo “un movimento come gli altri”, cioè siamo soggetti a tutta una serie di noiose omelie e noiosi gesti ecclesiali di cui prima, in quanto perseguitati, eravamo felicemente esonerati.
venerdì 7 novembre 2014
Parrocchie d'entertainment
Il fatto è che per poesia oggi si intende un elenco rimato di espressioni mielose. Tanto più in occasione di festività religiose e ancor più nelle parrocchie, ed oltremodo più per il soggetto scelto: che? far recitare miei versi sulla Virgo Virginum di fronte a degli emeriti sconosciuti convenuti lì per uno spettacolo di intrattenimento? “Sei il solito lamentoso”, mi diceva con perfidia tutta femminile, “non ti si può chiedere nemmeno una cosa che ti farebbe piacere”.
Senza rendersene conto lei stessa ha in quel modo implicitamente ammesso due punti fondamentali. Il primo è che per trasmettere un messaggio occorre anzitutto che il destinatario desideri riceverlo. Il secondo è che non puoi trattare le persone che ami (tanto meno la Mater Divinae Gratiae) con gli stessi metodi con cui tratti le cose (se mi avesse chiesto una poesia sui cingolati agricoli non mi avrebbe trovato “lamentoso”).[1]
Il tipico parrocchiano non è spiritualmente assetato. Ottempera ai doveri del buon cristiano (quando ne ha voglia, e nemmeno a tutti) marcando presenza quel tanto che basta. I parroci italiani ne sono consapevoli (se non della stessa pasta) e sanno benissimo che ad organizzare una conferenza sul come conservare la virtù della purezza vedranno molti meno partecipanti che ad un musical sulla bontà... e vedranno molta più ostilità e derisione, anzitutto dai loro confratelli e da sua Eccellenza Reverendissima che a mezza bocca sta comandando - come il resto dell'episcopato - di escogitare ogni stratagemma contro la desertificazione delle comatose parrocchie.[2]
La perdurante crisi della Chiesa è cominciata (e sta esattamente proseguendo) col vergognarsi di dire chi è Cristo. Per cui le parrocchie sono divenute asettici enti emettitori di certificati e di banalità politicamente corrette. C'è da decenni la sconcertante convinzione che occorra attirare la 'gggente alla parrocchia, blandirla e assecondarla in ogni modo, per poter infine avere la possibilità di spendere una parola giusta, che poi si riduce ad una delle solite frasi fatte: Dio ti vuole incontrare, Gesù ti ama, Dio è amore. È lo stesso tipo di errore di chi vizia i propri figli: per indurli a mangiare due cucchiaiate di verdura cotta, devono blandirli con carriolate di doni, dolcetti, promesse, salatini, merendine, regalini, tutto circondato da sorrisi e da adulazione, ottenendo invariabilmente il risultato opposto.[3]
L'amica di cui sopra, incaricata di una particina secondaria nello spettacolo, ha perciò avuto a titolo onorifico compensativo il compito di comporre e leggere una poesiola. Immaginatevi il parroco mentre glielo domanda pensando: facciamogliela fare sugli angeli, anzi no (a causa di quel film idiota che han fatto in TV), facciamogliela scrivere su Gesù, anzi no (le carismatiche della parrocchia se ne risentirebbero), facciamogliela fare su san Francesco, anzi no (duplicazione di temi già trattati), facciamogliela fare sulla Madonna (uh, beh, insomma, che ci vuole? tanto è facile, uscirà pure una cosa dolce come piace alla gente!)... I nomi che più abbiamo cari vengono trattati come “temi”, come “oggetti”, come magiche buzz-word da assemblare insieme (questo sono diventate le omelie oggi: un manierismo sdolcinato costruito sulle macerie del lessico cattolico).[4]
Nelle parrocchie d'entertainment (cioè, oggi, pressoché tutte quelle non piccole) non c'è posto per i ciellini di una volta: questi ultimi ancor oggi pensano che un'adorazione eucaristica[5] valga più del musical francescano, si esaminano prima di decidere se andare a fare la Comunione, si entusiasmano più ad ascoltare le verità di fede che le partite di campionato, provano disagio quando vengono cooptati (a marcar presenza, a lavorare, a pagare) per far sembrare riuscita qualche noiosa iniziativa parrocchiale o diocesana, hanno la fissazione di non voler vivere inutilmente neppure per un istante, sono convinti che è inutile parlare a chi non vuole ascoltare, hanno un fuoco dentro anziché un vuoto. E quel che è peggio, comprendono bene la lingua ecclesialese ma non la parlano, per cui non si può pretendere la loro complicità mentre li si prende per il sedere.[6]
Gli archeologi del quarantesimo secolo, riportando alla luce chiese-garage, paramenti-tendaggio, pigiami-clergyman, icone-sgorbio, poesiole mielose sulla Regina Angelorum, si chiederanno cosa diavolo sia successo alla Chiesa tra la fine del XX e l'inizio del XXI. Come mai ci si sia tanto affannati ad allestire campetti di calcio, impianti di amplificazione, orridi padre Pio, spettacoli musical con contorno di sdolcinate poesiole “mariane”... si chiederanno cosa diavolo sia successo.
1) Il fatto che le lamentele suonino sempre fastidiose non esclude il fatto che gran parte di tali lamentele effettivamente comunicano qualcosa.
2) Il tentativo di gestire la Chiesa con tecniche da management aziendale è fallito in partenza perché coloro che dovevano applicarlo hanno da tempo dimenticato quale è il mission statement (pur sgolandosi a dire che “occorre annunciare il Vangelo”) e quale è il core business (pur sgolandosi a dire che “occorre vivere di più i sacramenti”). Qui il management è riuscito in imprese titaniche: allontanamento di buoni sacerdoti, irrobustimento della burocrazia clericale, ridimensionamento di attività utili ma non remunerative spiritualmente e materialmente (e contemporaneo via libera ad attività elefantiache, inutili e ancor meno remunerative)...
3) “Speriamo che sia tu a perturbare la parrocchia”, mi direbbe don Carròn. Contro ogni speranza lo spera anche il sottoscritto, unico (e malvisto) ciellino delle parrocchie del circondario. “Un miracolo è la nostra sola speranza”.
4) Come in quei carceri dove si usa sodomizzare ogni nuovo detenuto, la primissima brutale violenza spirituale nei seminari cattolici è quando i compagni di seminario, i formatori stessi e persino le Eccellenze Reverendissime disprezzano e irridono (sottilmente o apertamente) la pia innocenza di chi ancora aveva un sincero tremore al cuore nel solo pronunciare i sacri nomi. Non c'è da meravigliarsi che tantissimi preti non abbiano alcun timore di smanettare distrattamente coi nomi di Chi ci è più caro, costruendo con indifferenza omelie e fervorini rimestando sempre la stessa minestra, come bambini che dispongono i pezzi degli scacchi come se assemblassero un frizzante party di bamboline.
5) Capitolo doloroso, quello delle adorazioni eucaristiche: chitarre, accompagnamenti musicali, fervorini da vomito, ostensori da barzelletta giacobina, panchette per poggiare il deretano fingendo di essere ancora in ginocchio, gente che si prostra solo per stanchezza...
6) Metti un coro di ciellini che si fa in quattro per preparare qualche canto polifonico. Metti che nella celebrazione della mezzanotte vengono però accontentati tutti quelli che vogliono cantare e suonare (eh, sì: in parrocchia bisogna dare spazio a tutti). Metti che infine l'untuoso parroco ringrazi il coro ciellino col solito frasario clericale (“oh, bel canto, ha aiutato molto la preghiera” eccetera), e qualcuno di quei volenterosi ragazzi tradisca per un attimo un sorriso di sarcasmo (sappiamo benissimo che quell'adulazione è il “pagamento” per il servigio). E così al Natale successivo non c'era posto per il coro, “però forse, si potrebbe, magari, ci risentiamo, vedremo”...
martedì 4 novembre 2014
Il cancro dell'assemblearismo
Buona parte del vergognoso sfascio della Chiesa cattolica è dovuta al fatto che gli ecclesiastici innamorati delle mode sessantottine hanno cancellato il metodo tradizionale (e cioè: questa è la verità, io ve la insegno, voi la apprendete e la verificate) per sostituirlo con un assemblearismo in cui ognuno fa la propria omelia recitando il personaggio che ha scelto. Nel collaborare alla pulizia di uno sgabuzzino parrocchiale (da dedicare a ennesima sala riunioni) scoprii una vecchia busta con dei cartoncini grigioverdino con su stampigliato, a caratteri di macchina da scrivere anni settanta, domandine ai laici su quanto e come coltivassero “relazioni amicali” (sic) e altre imitazioni del già patetico lessico sessantottardo, che - a quanto pare - vescovi e preti intendevano sorpassare a sinistra.
Uno dei principali motivi dell'ostilità al movimento di Comunione e Liberazione (sentimento condiviso dai viceparroci di periferia fino agli alti papaveri ecclesiastici) era che il metodo della scuola di comunità non solo era una contraddizione netta di quell'ammorbante assemblearismo spontaneista di parrocchia, ma ne dava anche ragione: apprendere quelle Verità è addirittura vantaggioso, conveniente, cambia la vita, fino alla baldanza del “ti sfidiamo a verificarlo”, fino al don Giussani in persona che invitava esplicitamente a disertare la scuola di comunità qualora questa non ti facesse uscire cambiato (il che evidentemente richiede oltre ad una tua tensione, anche la tensione di chi guida e -in qualche modo- di chi vi partecipa con te).
Purtroppo anche i ciellini vanno in parrocchia, assorbendone spesso quella mentalità ancora durissima a morire e quei fastidiosissimi atteggiamenti, e le scuole di comunità si sono ridotte ad impegno dove marcare ordinatamente presenza. Non mi fa più meraviglia che esistano persone come quel giovane sopra citato che per un motivo banalissimo si allontanano polemicamente dal movimento, per poi magari sputarvi veleno venti o trent'anni dopo solo per un confuso brutto ricordo. La cancrena che sta invadendo vaste aree del movimento di CL si manifesta proprio coi caratteri dei gruppetti parrocchiali: l'assemblearismo “sociale”, l'entusiasta autoriduzione a professionisti dell'entusiasmo, la recitazione di un copione autoconfezionato e l'ostentazione di un gergo, quelle fastidiosissime frasi fatte («nessuno è perfetto! ma sei sempre polemico? non volevo intendere questo! ma con questo cosa vorresti dire?»), e l'idea di essere superiori agli altri nella misura in cui si dicono e fanno cose cielline.
Quella cancrena ha due forme: l'intellettualismo da giussanologi, e l'attivismo da cielloti. Da diversi anni me ne lamento con frequenza, scoprendo che sono vizietti ereditati dalla parte malata della Chiesa. Proprio quella da cui rifuggivamo, proprio i motivi per cui fuggivamo.