martedì 10 marzo 2026

Si può morire così?

Ci risiamo: le forche Caudine delle inevitabili visite di cortesia ai parenti. Il televisore campeggia nell'angolo più importante del salotto. A volume leggermente più alto della conversazione, e che nessuno osa abbassare. Resa cromatica a fondo scala, come in negozio, con quei blu che sono un pugno nell'occhio, quei rossi infuocati, quei verdi debordanti, perché deve sembrare tutto “vivido” e “dinamico”, anzitutto la pubblicità. È domenica pomeriggio e dunque stanno trasmettendo, come da tradizione, uno di quei lassativi e disturbanti variety dove donne abbigliate da squallide troione d'alto bordo e uomini abbigliati da frù-frù arricchiti si scambiano battute imbecilli e suggerimenti pubblicitari. Capita il quiz (che andrebbe intitolato “chiedetelo a Google, anzi, all'IA”), prosegue con la raccolta fondi, la canzonetta, il balletto, lo sketch, il patetico momento di finta cultura, tutto contornato da risate finte, applausi finti, sorrisi finti. Mi sforzo di tener bassa la mia voce, nella speranza che alla decima volta che mi chiedono di ripetere cosa ho detto si accorgano che è quel televisore a ostacore tutti. E mi sforzo di restare in argomento, visto che il minimo comun denominatore sono le trite banalità del giorno, l'idiozia a cui quotidianamente dare peso e onore, proprio come quel programma televisivo.

Si scende a dare un'occhiata alla cantina. Ormai è un rituale, a cui ho fortunosamente associata la funzione di luogo dove si possono dire cose che in salotto non sarebbe tanto facile, come il ricordare la necessità di accedere alla confessione (centesima volta che blandamente gliene parlo, magari alla millesima penserà che forse sarebbe finalmente il caso). Ma già scendendo le scale mi prende una fitta pensando alla persona anziana rimasta a sorbirsi da sola in salotto il tabernacolo del demonio: della trasmissione non gliene importa niente, ha solo dovuto convincersi che quelle voci intrise di ipocrisia e quei rumori di fondo sarebbero l'alternativa alla solitudine. Una fitta, a pensare a quante persone anziane sono tecnicamente carcerate davanti ad un televisore. Che magari non hanno neppure la forza di spegnere, o almeno di abbassare il volume, o almeno il canale. Come quel nonnetto che si sorbiva, nell'ultimo periodo della sua vita, le infinite trasmissioni sulle olimpiadi. Nella sua vita aveva seguito il calcio, guardato partite, persino andato qualche volta allo stadio a vedere la squadretta locale buscarle da un'altra squadretta altrettanto insignificante. Aveva quindi seguito dalla poltrona, dalla stanza ex-salotto adibita a sala tv, gare di improbabili sport di cui non gliene importava gran che, di atleti di cui cinque secondi dopo non avrebbe saputo ricordare il nome neppure dopo averlo letto e ascoltato, limitandosi a gioire per le grafiche che indicavano vincitori, tempi e punteggi.

Molti anni prima aveva criticato figli e nipoti per i videogiochi, cioè per dei pupazzetti colorati dagli strambi nomi che si muovevano su uno schermo, per poi spendere la parte più delicata parte della sua vecchiaia a osservare distratto e intontito quegli “sport” fatti di pupazzetti colorati dagli strambi nomi a muoversi su uno schermo (poco importa se bipedi umani anziché oggetti disegnati), a bordo di autovetture o in mutandoni atletici, magari con vista sui loro ridicoli tatuaggi. Una vera e propria maledizione, quella di spegnersi lentamente davanti a un televisore. Prima non riuscendo più a cambiar canale, accontentandosi di ciò che il telecomando ha accidentalmente sentito pigiare. Quindi non riuscendo più a cambiare il volume, accontentandosi ora di non capir niente, ora di decifrare solo la sterile pubblicità, ora un frastuono troppo alto che qualcuno a tarda ora deve accorrere a rettificare. Poi non riuscendo più neppure a staccare il ventilatore o spegnere la tv per dormire. Infine a guardare per giornate intere il soffitto, senza neppure capire cosa dice il tv acceso sul mobile alla sua destra. Quel soffitto leggermente scrostato che non riesce a prendere il posto del televisore, tranne quando qualche anima pia per un po' spegne il dannato aggeggio. Guardare il soffitto fino all'agonia, col respiro sempre più corto e affannato, mentre il resto del mondo va freneticamente avanti, in lontananza una lite del vicinato, dalla finestra il frastuono del traffico di una quantità di gente strafottente che ha una fretta del diavolo di vincere il gran premio immaginario, e in quel breve lasso sembra persino un sollievo rispetto alle plasticose banalità televisive. Si può morire così?

Il parroco passa a benedire le case. È tecnicamente l'unica volta in tutto l'anno che la Chiesa può inseguire bene la pecorella smarrita. Ma è indistinguibile dai frù-frù del penoso variety domenicale. Ha anche una fretta boia di sbrigare, incassare l'obolo, passare al prossimo “cliente”, che è in ritardo con la lista. E no, non può, no, nemmeno, no, neanche, però può iscrivere nella lista della “comunione agli ammalati” a domicilio una volta al mese, che magari la porterà un laico altrettanto frettoloso di sbrigare. Proposta inutile, visto che per tempo, salute, nausea, in tantissimi hanno smesso da almeno vari decenni di aver a che fare con una parrocchia che dedica sforzi titanici ad allinearsi ai canoni del variety.

La cantina è invecchiata velocemente dopo la morte dei due nonnetti che la utilizzavano come sala hobby. Scrostata, spaccature nei muri, infiltrazioni, un tubo che gocciola ogni volta che piove, un'infinità di robe vecchie conservate perché “magari possono tornare utili” (ma rovinate da umidità ed incuria), strumenti e materiali seminuovi ma distrutti da polvere, muffa e abbandono. Negli anni un qualche imprecisato disagio relativo alla cantina fa scalpitare interiormente il parentame, e un giorno la zia più isterica di tutte decide eroicamente che bisogna svuotarla perché quello spazio “serve”. Il tizio col furgoncino fa più viaggi portando via tutto “ma non le cose di quel soppalco”. Restano dunque solo le robe vecchie di nonne e zie. La cantina è vuota, finalmente c'è spazio, e (sorpresa!) si viene a sapere che con alcune decine di migliaia di euro si potrebbe reimbiancare e ripulire e finalmente riutilizzare per qualcosa di diverso dall'accantonarvi cose che semplicemente non servivano più. E così passano altri anni, i ricordi si sbiadiscono, qualche animaletto ci trasloca, la polvere si accumula, l'intonaco si scrosta, qualche macchia di umidità cresce, e quel vecchio soppalco semipericolante continua ad ospitare giocattoli rotti, abiti usati ma dimenticati, conserve scadute, tessuti bucati o strappati, biciclettine arrugginite, stoviglie graffiate e annerite, ricambi ancora nuovi ma con l'umidità penetrata al di sotto della pellicola protettiva…

Ecco perché vien voglia di “essere un frate quando il respiro manca”. Un frate preconciliare, cioè senza la compagnia obbligatoria e ineludibile del televisore o di altri aggeggi rumorosi, senza una cantina zeppa di cose pagate magari profumatamente, magari anche amate e desiderate e rispettate, ma dimenticate da tanti anni e senza più ricordare neppure di averle, col tabernacolo (quello vero) a poche decine di metri (anche se irraggiungibile per l'impossibilità di alzarsi dal letto), e soprattutto con attorno poca gente poco ciarliera e poco avvezza a parlare di idiozie.

martedì 3 marzo 2026

Tutto già pensato

Andrebbe scolpita nel marmo quell'espressione di Guareschi secondo cui all'italiano piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Spettacolarmente attuale, al punto che mi era sempre sembrata eccessiva l'enfasi data a quel detto di don Giussani secondo cui il prete dovrebbe avere sul comodino il breviario e il giornale. Il Giuss sperava di non avere preti che vivessero solo “sulle nuvole”, si è ritrovato (suo malgrado) a certificare un'incrollabile fiducia nella narrativa[1] mediatica: anche al prete piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”.

Tutto “già pensato”: anche i giudizi sulla realtà, anche il metodo, anche la selezione degli argomenti, anche il peso da assegnarvi… Col comodo sottinteso che chi sceglie dal menu dei media potrà darsi da solo una bella pacca sulla spalla complimentandosi con sé stesso per essere stato sagace, scaltro e perspicace, soprattutto quando ripete pedissequamente i proclami esalati da tale o talaltro giornalista “importante”, e avere il diritto di disprezzare come “complottari” coloro che non seguono nessuna delle voci del menu predefinito. In quel menu ci sono voci anche molto diverse fra loro ma sono come diversi componenti di un'orchestra, dove il tamburo ha stile e colore diversi dal violino, ma sono tutti intenti a contribuire alla stessa sinfonia. Superfluo aggiungere che a trovar tutto “già pensato” la riflessione cede il posto alla tifoseria, il dialogo cede il posto alla ripetizione del formulario della propria “squadra”, e l'emergere di contraddizioni viene percepito come un grave e immotivato affronto anziché come la necessità di rivedere onestamente qualche posizione.

Mi telefona un amico per una chiacchierata e tra la rava e la fava salta fuori la cronaca di certi bombardamenti in medioriente, di cui non gliene importava nulla ma aveva premura di commentare il commento di un certo soggetto politico. Una robusta suonata di palo mi sarebbe stata meno dolorosa. Un principio che sembra sfuggire ai più è che se degli innocenti vengono bombardati e ammazzati, è qualcosa di molto più grave delle affermazioni di un politico elargite ai giornalisti e magari drasticamente riviste (o semplicemente dimenticate) meno di una settimana dopo.[2] Se degli innocenti muoiono bombardati, mi si stringe il cuore anche se non sono cristiani; i cattoliconi dalla pancia piena, invece, si commuovono solo se i telegiornali lo comandano, ed infatti l'amico ha rincarato la dose con una battuta che avrei voluto fargli riascoltare al rallentatore per mille volte, per fargli notare quanto cinismo era stato in grado di esalare in una frazione di secondo ottemperante al “tutto già pensato”. Così, gliene ho cantate di tutti i colori, facendogli anche notare come fosse del tutto ignaro di altri eventi che influivano drammaticamente sul giudizio che stava vomitando, notare come arrancava tentando di cambiare discorso, notare come insistesse a volermi ripetere i capisaldi della narrativa ufficiale.[3] Non è da me, ma quando è troppo, è troppo.

Ironia della sorte, sono decenni - interi decenni - che si diceva d'accordo con me riguardo alle narrative preconfezionate, riguardo al non fidarsi troppo ciecamente di giornali e tv, riguardo ai danni fatti dal dimenticar facilmente le notizie che il giorno prima sembravano così importanti. Ma gli paceva troppo svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Ha sempre avuto come compagnia giornali e tv (“breviario e giornale sul comodino”), più i colleghi che commentavano giornali e tv, e a casa la tv perennemente accesa (“non la seguo sempre attivamente, ma mi tiene compagnia, spezza il silenzio”), e sui social l'onnipresente eco di tutto ciò che vomitano giornali e tv (e in parrocchia, le prediche del parroco che commenta il telegiornale del mattino). E così ha assunto una posizione eminentemente religiosa, addirittura talebana: di fronte a controargomentazioni non autorizzate dalla “sinfonia” mediatica, rispondeva come un bimbo capriccioso mortalmente offeso.

A gelarmi il sangue è il fatto che l'intero Paese (non solo l'amico) si sveglia al mattino bramando di trovar tutto “già pensato”, per darsi la canonica pacca trionfale sulla spalla. Basterebbe disintossicarsi un pochino, basterebbe tener spenti un po' gli schermi e gli altoparlanti, basterebbe cominciare ad avere la mezz'ora di silenzio quotidiana.


1) Uso il termine “narrativa” anziché “narrazione” perché quest'ultimo dà dignità ai media che ce la propinano. Molto prima del covidiotismo già lamentavo che il tipico italiano accende la tv per farsi dettare l'agenda del giorno, il tabernacolo del demonio a cui chiedere religiosamente: “di cosa dovrò preoccuparmi oggi?” Se ne vedeva tristemente traccia nelle assemblee di scuola di comunità, dove gli interventi dei singoli erano il commento al telegiornale religiosamente ascoltato a pranzo, così come le omelie domenicali erano praticamente il commento al tiggì della sera prima. “Il dottor Octopus ha minacciato l'Uomo Ragno!”, strillano i notiziari, agitando il pericolo che l'ente immaginario 1 pone all'ente immaginario 2, e i fedelissimi teleascoltatori hanno un momento di ansietta, a cui faranno eco commentando ai colleghi e ai parenti, anche solo come spunto di conversazione. Non importa che l'ente 1 e l'ente 2 abbiano di reale poco o nulla. L'importante è la preghiera quotidiana: “sacra tivvù, di cosa mi devo preoccupare oggi?”.

2) Chi desidera trovar tutto “già pensato” è perché ha la memoria corta o spenta, oppure non vuole consumare energie a tenerla accesa.

3) Già da ragazzino notavo l'assurda scaletta dei telegiornali dove il numero di parole dedicate a una situazione gravissima era uguale o inferiore a eventi mondani o irrilevanti. E che “bisogna pur riempire il telegiornale” non era una spiegazione sufficiente.

lunedì 23 febbraio 2026

Frattaglie - 32

Vige scalpitante e frenetica la definizione di “miglioramico”. Che non è migliore in senso qualitativo, ma solo in senso quantitativo, nel senso di sentirsi più spesso che con gli altri amici. Dove “amici” è un modo pomposo per indicare gli altri compagni di classe. Una ragazzina mi parla della sua miglioramica: «è una stronza, è una puttana, mi ha fatto aspettare un sacco di tempo!» Poi si lamenta di un'altra (un'altra?) miglioramica: «è una puttana, è una stronza, non mi ha mandato il messaggio!» Indi mi parla di un'altra (ancora?) miglioramica: «sai, lei è…» «Una puttana!» soggiungo con entusiastico aplomb. Risponde sorpresa: «uh, ma allora la conosci!?» «Ho tirato a indovinare».

Una volta il rito di passaggio all'età adulta era conseguire la patente. Oggi, invece, sembra essere quello di combinare qualcosa con le apps di dating. Che hanno un limite irrisolvibile: la materia prima, cioè le femmine vogliose e disponibili (e senza problematiche particolarmente preoccupanti, è praticamente inesistente. Siamo abbondantemente nel 2026 e c'è ancora gente che fa capolino per chiedere consigli su come riuscire a ottenere qualche risultato da quelle apps, nella speranzosa e sognante speranza di poter finalmente quagliare: “se pago la tariffa qualcosa migliorerà, vero?”, già, tu molli i soldini e l'Algoritmo™ rende le femmine numerose, vogliose e disponibili. Tu sì che vai bene.

Una domenica sera sto aiutando a correggere le verifiche della “seconda B”. Definirle un obbrobrio è fare un complimento. Gli scopiazzi furbetti sono evidenti: laddove dovevano sommare gli esponenti, li hanno usati per moltiplicare; laddove dovevano semplificare, l'hanno dimenticato o hanno scritto numeretti a casaccio; laddove dovevano lasciare le parentesi le hanno tolte. «Ma no, qui gli mettiamo “sei meno”, sai, lo voglio incoraggiare; quest'altro non ha fatto niente, facciamo “quattro” e non se ne parla più». Sul serio? «Eh, sai, altrimenti le mamme già domattina mi scatenerebbero un finimondo». E quest'altro e quell'altro? «Eh, ma è un discalculico, eh, ma è un disgrafico, eh, ma è un dislessico, eh, ma è un BES (bisogno educativo speciale), eh ma la madre è straniera…» In tutta la classe ce ne sono solo un paio di normali. Una s'è guadagnata un “nove”, l'altro è fermo a “sette e mezzo” per diversi svarioni (devo essere proprio vecchio perché ricordo che ai miei tempi quegli svarioni non avrebbero meritato neppure un “cinque”). Slitta accidentalmente con la penna e deve ricalcare il voto: «oh no, ora mi pianterà un casino perché si illuderà che era un voto più alto, è sempre stato polemico e chiacchierone: pensa un po', gli altri della classe memorizzano più quello che dice lui che ciò che spiego io».

Tocca fermarci per una mezz'oretta, che faccio, salvo i risultati? «Non salvare nulla, devono partire tutti insieme, altrimenti le mamme mi piantano un casino che la metà basta, non sia mai che qualcuno conosce già il voto e se ne vanta con qualcun altro che non lo conosce ancora: devono tassativamente partire tutti insieme». Spallucce anche stavolta (mi varrà come allenamento, magari è meglio dei manubri su panca). Alcuni pessimi soggetti si erano astutamente (beh…) assentati alla verifica. «Ricordi quello da venti assenze? È tornato tutto abbronzato (era in vacanza dall'altra parte del mondo coi familiari), ha imparacchiato a memoria due cosette, ho dovuto mollargli una sufficienza per non creare altri casini». E com'è andata a finire? «Come previsto, siede sugli allori, non ha più voglia di impegnarsi. Ma almeno qualcosina la sa, non come quella col fidanzatino che la picchiava…». I voti non sono più una misura delle competenze, ma un certosino assecondare le mamme degli scaldasedia cercando di evitare “casini”.

Quello con la barba, il capoprogetto, accostò ed uscì in fretta dalla macchina, dicendo di aver visto una sorgente. Nevicava. Uscii anch'io, per curiosità, mentre gli altri due colleghi vollero richiudere subito gli sportelli per continuare a godersi il riscaldamento a tremila gradi. Era un ruscelletto minuscolo tra due rocce ma in mezzo a quelle montagne innevate, su quella strada svizzera dove da parecchi minuti non s'erano visti altri veicoli. Il gracchiare della neve sotto le nostre scarpe, lo scroscio d'acqua, lo scoppiettare del vecchio diesel imbiancato. Si sciacquò le mani, si fece il segno della croce, si inginocchiò su una pietra guardando una delle nuvole con un'espressione tipica della malriuscita recita scolastica di fine anno. Con le mani a coppa ne bevvi un sorso, con la sensazione che spine di ghiaccio me le avessero attraversate da palmo a dorso. Aspirai ampie boccate d'aria gelida. Poi, all'improvviso, la sensazione di gelo: rientrammo in auto, accolti dalla quarantina di gradi di escursione termica. Si lisciò la barba, innestò la prima cercando di non sbagliare, ripartimmo. Ci disse che aveva provato davvero “esperienza di Dio” (o qualcosa del genere), e che i due colleghi avevano perso tantissimo a voler rimanere al calduccio.

Ero abituato alle sue prediche, noiose quanto quelle del parroco. Ho visto tanti cercare di rendere liturgico qualcosa dei piccoli eventi quotidiani, di assegnarvi significati più ampi e trascendenti, di imprimervi solennità. Come se avessero sete di rendere sacra una qualche abitudine. Dopo aver estirpato a forza la fede dalla loro vita, finiscono - a volte subito, a volte dopo molti decenni - a voler sacralizzare ciò che hanno intorno. Come quella nonnina che nel suo monolocale ordinatissimo aveva allestito ampi spazi per il presepe, per le foto dei parenti defunti, per santini e statuette, per ricordini di pellegrinaggi, tutto diviso per sezioni. Anche il capoprogetto barbuto desiderava rendere liturgiche le occasioni che vedeva abbastanza poetiche e significative. Come chi sostituisce la liturgia delle ore con i caffè. Il caffè mattutino. Il caffè dell'ora terza. Il caffè dell'ora sesta. Il caffè dell'ora nona. Quello dei vespri. Il caffè dopo cena, cioè quello della compieta.

Il ragazzino non sa che scuola scegliere e tutti gli adulti attorno a lui si affannano a decifrare micro-segnali per accontentarlo. Tipico fallimento educativo: voler assecondare (anziché guidare con mano ferma) chi non sa cosa vuole. Ora il Piccolo Lord s'è impuntato per un imbecillissimo istituto perché ci vanno i suoi miglioramici. Ma serve il treno, e la stazione non è tanto vicina a casa. Non sa cos'altro scegliere, cambia idea ogni paio di giorni, non sa cosa vorrà fare da adulto. In tempi normali il suo parere sarebbe stato quasi irrilevante. Avrebbero scelto i genitori sulla base di considerazioni pratiche e di indicazioni degli insegnanti. E privandolo totalmente della possibilità di cambiare scuola, consci che a gran parte degli alunni viene puntualmente il momento di tristezza del “voglio andare in un'altra scuola”. Ai bei tempi l'Adulto entrava in scena allo scopo di evitare scelte stupide e stupidamente costose. E privava l'ingenuo dell'alibi del “non avevo capito, non sapevo, non pensavo”. Oggi l'adulto entra in scena per secondare i distratti capriccetti del Figlio Unico, che puntualmente si ritroverà alle soglie dei 29 anni di età ad aver conseguito finalmente la Triennale in Scienza delle Merendine per tornare finalmente alle sue attività preferite: dormire fino a mezzogiorno, passare il resto della giornata fra videogiochi e cazzeggio.

venerdì 20 febbraio 2026

Sul don Innocenti

Quando leggo qualche intervista contro il don Giussani trovo sempre più conferme di qualcosa che nel movimento nessuno osa mai dire. E cioè che il don Giussani fu segnato a vita dall'ingiusta soppressione dello Studium Christi e decise di ubbidire sempre ai superiori ma… senza mai riuscire a dimenticare quell'ingiustizia. Intendo dire che quella sua ubbidienza mi sembra una sorta di sfida: mi comandi una cosa stupida, andrò sino in fondo - ma con buonsenso. (Non si riflette mai abbastanza sul fatto che il 99% delle ubbidienze va prima faticosamente decifrato perché composto da sottili e nebbiose allusioni, da vasti giri di parole che non dicono nulla ma si aspettano un preciso risultato, come ad esempio il “fa' un po' come ti pare” col sottinteso di “ma guai se non fai come voglio io”… A rendere don Giussani una mina vagante furono davvero gli schiribizzi passeggeri di papaveri curiali e pretini carrieristi).[1]

L'ubbidienza è una forma di amicizia, no? Questo principio vale in entrambe le direzioni. Potrebbe essere a senso unico solo in quei casi estremi in cui si hanno grosse ragioni per fidarsi totalmente del proprio superiore (e allora ubbidirgli tam baculum ti dà persino quella sottile ma palpabile soddisfazione di aver collaborato ad un'opera molto più grande di te). Ma ordinariamente è in entrambe le direzioni. A te tocca ubbidire, ma l'autorità non può limitarsi a comandare. Al superiore tocca accertarsi, oltre ogni ragionevole dubbio, di avertelo comandato per compiere davanti a Dio il proprio dovere, e di averti comandato ciò che ti spetta e che ti fa crescere, e di sforzarsi anche di farti capire perché. Altrimenti non è un superiore ma un programmatore, non un padre ma un caporale, non un pastore ma un mercenario, e dovrà severamente risponderne nel giorno del giudizio. E comunque dovrebbe capirlo da solo che “sottoposti” non significa “robot”. Chi si rende conto di queste cose è disposto sì ad ubbidire anche a ciò che non capisce, ma non dimenticherà le ingiustizie, nemmeno quelle piccole (incluso il fastidio di dover frequentemente utilizzare le buzz-word in voga nelle curie in modo da manifestare “comunione” coi propri superiori).

Mi torna in mente la buzz-word “alleanza”. Nel pretame moderno va tanto di moda pescare a casaccio nell'Antico Testamento per elucubrare lungamente su singoli versetti o singole parole prendendoli non come spunto e come conferma, ma tuffandovisi a capofitto. Anche il vicario generale qui aveva una vera ossessione per il tema dell'alleanza di Abramo. Avviò un corso di preparazione alla cresima elucubrando lungamente su Abramo, ripeté “Abramo” e “alleanza” fino alla nausea, con quella tipica cadenza soporifera clericale, a gente che si era iscritta al corso solo perché aveva fretta di pagare tutti i fastidiosi pedaggi burocratici necessari a sposarsi, più qualcuno che aveva noia a restare a casa e voleva ascoltare qualcosa di diverso. Ma diamine, i più erano incapaci di recitare un'Ave Maria completa, e tu dai libero sfogo a ottantuno minuti di ardita logorrea su Abramo, Isacco e Giacobbe? (E così per tutto il corso, e anche nei corsi precedenti e successivi). Gente che da una vita intera pensa che la comunione sia un gettone di presenza e che la confessione sia un inutile raccontar porcellonerie a un prete ozioso e licenzioso, viene inondata di voli pindarici sull'alleanza di Abramo: ma sul serio? (E guai a farglielo anche timidamente e diplomaticamente notare…) Ebbene, anche il donGiuss ebbe da pagare evidente pegno alla buzz-word con quel primo volume degli esercizi spirituali: Alleanza.

Prego il lettore di non attivare la modalità “eh ma però”, e di capire l'abuso maniacale e improvviso di certi termini del lessico cristiano, e diventare diffidenti quando vengono usati fuori contesto solo perché a qualche pretino sembra sufficientemente esotico, o solo in ubbidienza a qualche occhiuto e aggrottato superiore. Così va a finire che quell'ubbidienza vien ridotta ad essere lacché e pappagalli, una finzione necessaria ad evitare vendette trasversali di corrucciati capi e zelanti capetti. Tanto più che in epoca conciliare le sfumature non finiscono mai, le buzz-word si moltiplicano, l'ubbidienza è resa difficile anzitutto dal dover capire esattamente cosa diamine vuole chi comanda…

Don Giussani mise piede al liceo Berchet - sacrificando attività più prestigiose e tranquille - per una missione educativa. Al buon don Innocenti sembra improbabile ma è comunque avvenuto in tempi non sospetti (e se proprio ha ragione a stupirsi di quella scelta, la prima e necessaria ipotesi è che qualcuno alla Cattolica intendesse silurare don Giussani: non certo un unicum, visti i decenni successivi). E così pure l'auspicato dialogo “con le grandi culture dell'Asia e dell'estremo Oriente”, prima di considerarlo sospetto bisognerebbe ammettere l'ipotesi che un giovane sacerdote possa avere legittimamente vedute più ampie del tipico teologo morale da facoltà universitaria (altrimenti si lascia passare l'impressione che il prete sia solo un macchinario emettitore di liturgie, di prediche preconfezionate, di avvisi tecnici).[2]

Lungo tutta la sua carriera il don Giussani avrà avuto da accontentare fior di soloni ecclesiastici (ognuno dei quali ad esigere la tangente del fedeadultismo da quei non facilmente incasellabili ragazzi), sempre con ubbidiente entusiasmo.[3] E quegli stessi ragazzi erano soggetti alle mode del momento: quando persino il pretame dell'epoca cianciava a vanvera di rivoluzione e di novità sessuali,[4] il don Giuss vedeva il rischio di opporre moralismo religioso a moralismo laicista.[5] E dunque la battaglia contro il moralismo gli sembrava in quel determinato frangente inevitabilmente più urgente del ripetere asetticamente le raccomandazioni della Chiesa - raccomandazioni che i pochissimi che avevano davvero intenzione di seguire le conoscevano già.

Erano succubi delle mode anche i vescovi e le curie: il primo frutto della rivoluzione sessantottarda fu l'imbottire seminari[6] e comunità religiose di psicologismi da quattro soldi,[7] moda che resterà per tutti i decenni successivi fino ad oggi, come se la chiarezza della propria chiamata, la dirittura morale, la fede stessa, fossero argomenti che vescovo e formatori potevano lasciare in secondo piano quando non dare per scontati. Ne è testimonianza il costantemente decrescente grafico delle ordinazioni, il crescente faldone diocesano dei preti “in crisi”, di quelli che hanno già gettato la tonaca alle ortiche, e di quelli che hanno pasticciato.[8] Ne è testimonianza, ancor più, il contenuto di prediche ed esercizi, e dell'andazzo di case religiose, seminari, comunità.[9]

Il tipico errore che si commette nel valutare l'opera di don Giussani è di considerarlo una specie di libro da leggere, a 35 anni a pagina 35 ha detto così, a 58 anni a pagina 58 ha detto cosà, dunque dato che ogni libro ha una trama e una morale, sappiamo già dove andava a parare a 36 e a 59. Dunque se lo mandano in esilio in USA “per studiare la teologia protestante americana”, e lui dopo cinque mesi riesce a tornare, dev'esserci per forza il titolo “Giussani americanista” e il sottotitolo “contro Leone XIII”.

Devo ammettere che nel corso degli anni l'idea che mi son fatto del Giuss e di ciò che gli è nato attorno è cambiata, e più volte. È cambiata perché ciò che da giovane ignorante davo per scontato, scontato non era, era anzi piuttosto in opposizione a ciò che mi sembrava giusto. È cambiata perché per buona parte dipendeva non da ciò che leggevo su carta, ma da ciò che vivevano, facevano e dicevano quelli che mi sembravano i suoi migliori interpreti e… quelli che lo erano ufficialmente. È cambiata anche perché la sempre maggior percezione delle cose della vita della Chiesa mi ha guarito abbastanza dalla tifoseria e fatto ripetutamente riconoscere (non senza disagio) che le buone intenzioni e la buona volontà non trasformano mai il piombo in oro. Ed è cambiata anche perché l'eredità di don Giussani, mentre da un lato tentavano di salvarla recuperando i più remoti nastri e foglietti dimenticati in vecchi sgabuzzini, dall'altro l'hanno cavalcata per perseguire scopi un po' più mondani.

La peggior condanna al movimento era proprio quella di diventare uguale alle critiche (o peggio, alle caricature) che ne facevano i detrattori. Se il movimento non ha retto nel tempo è perché si è ripetuta la stessa situazione del '68, di metà degli anni '70, dell'epoca bergogliana: il farsi irretire dalle mode[10] o da qualche calcolo politico locale.


1) Come impietosamente annotava Socci, il don Giussani «smentì tutte le teorie sociologiche, perché attraverso di lui “esplose” un’imprevista rinascita cattolica nel momento storico ritenuto peggiore (il ’68), nel gruppo umano che sembrava il più lontano e avverso (i giovani universitari) e nella città più moderna d’Italia (quindi, secondo il paradigma della sociologia, la più secolarizzata): Milano». Così in appena vent'anni c'è stato il “naufragio” del movimento di Comunione e Liberazione e la “sepoltura” di Giussani da parte di quelli che lo avevano seguito: «…Per piacere a Bertinotti, Violante, Recalcati o Polito si sono vergognati di Cristo».

2) Don Ennio ha visto la guerra e lo sfascio della Chiesa e non gli si può contestare di aver visto il ribollire dei “rivoluzionari” e i danni che provocarono quanto alla fede e quanto alla società.

3) Come in quella scena di Buck Rogers quando sfila l'aereo con lo striscione: il re Ming ordina a tutti di essere felici… pena la morte!.

4) Negli anni '60 esimi teologi pubblicavano articoli sulle riviste femminili per dire che la Chiesa stava ponderando la questione degli anticoncezionali. Era un clamoroso autogoal, in quanto alla lettrice media il messaggio che arrivava è “fra poco si potrà trombare senza rischi”, ed ancor più autogoal quando uscì la Humanae Vitae: lo stesso Paolo VI, che si era in precedenza spinto a dire che se ne poteva discutere (23 giugno 1964), deludeva proprio quelli che ubbidendogli avevano pomposamente voluto discutere.

5) Uno degli intoccabili dogmi del laicismo contemporaneo è il libertinismo. Resto sempre sorpreso quando dal nulla emeriti esperti di onanismo e pornerie ti danno contro furentissimi perché hai osato alludere alla virtù della castità o ai danni - o anche solo alla stretta connessione - di quei due vizietti.

6) La menzione che i seminaristi ciellini «spesso arrivati alla vocazione piuttosto adulti, creavano scompiglio nei seminari» sembra involontariamente alludere al fatto che il tipico seminarista di parrocchia intende il sacerdozio come un mestiere. Cristo sulla bocca di tutti ma nel cuore di nessuno. E quindi morale ridotta a moralismo, liturgia ridotta a cerimonialismo, omelie che commentano il telegiornale della sera prima cercando di infilarvi a caso qualche termine evangelico. Ben venga, dunque, tale scompiglio.

7) E pensare che fino a non troppo tempo fa, sebbene con una terminologia diversa, temi come solitudine, mal di vivere, depressione, venivano affrontati in sede di direzione spirituale. Venendo meno la fede, ci si è illusi che quei mali e quella sete di vita potessero essere aggiustati da pseudoscienze e da pasticche conformi alle pseudoscienze.

8) Ahinoi, anche fra i preti ciellini non sono mancate defezioni. E non ci contenta la spiegazione da gruppo mamme della parrocchia secondo cui il demonio non li lascia tranquilli perché dicono la verità.

9) Superiori e formatori sembrano ossessionati dall'infilare qualche buzz-word biblica o teologica in considerazioni di psicologia spicciola, dall'invadere - per quanto possibile - il foro interno dei formandi, dal confezionare bizzarre spiegazioni psicologiche per spazzar via i sottoposti sgraditi, il tutto mentre fanno mobbing contro questi ultimi e autorizzano o addirittura invogliano a fare altrettanto.

10) Don Innocenti dava per scontato che i seguaci di don Giussani fossero tutti convinti sostenitori, escludendo simpatizzanti capaci di cambiare idea per un qualsiasi motivo. Così come il giovane onnipresente animatore tuttofare della parrocchia si eclissa all'improvviso non appena trova una ragazza (e smette contestualmente di frequentare i sacramenti), allo stesso modo tanti presunti ciellini virano verso l'attività comunistoide sessantottina o parapiddina-bergogliona a seconda di mode, convenienze, piccinerie.

venerdì 30 gennaio 2026

Frattaglie - 31 - qui si parla dell'Algoritmo

I social sono come una grande discarica a cielo aperto dopo che ha vissuto uno spettacolare incendio. In tale discarica puoi trovarci anche i denti bianchi della carcassa del cane. C'è però qualche buon motivo per cui la discarica non ha esattamente la nomea e la fama di un bel panorama.

Uno dei motivi principali per cui i social vanno considerati una discarica incendiata è che grazie a decenni di televisione tutti si son convinti di essere fotogenici in qualsiasi momento, qualsiasi circostanza, qualsiasi formato di ripresa, di illuminazione, di ambientazione. Così, per trasmettere agli altri un messaggio per cui bastavano due righe scritte, fanno un video di interi minuti. Video in cui la povertà espressiva, l'inquadratura di ambiente e soggetto poco significativa, e ancor più la faccia di chi parla, amplificano ed esaltano la banalità del messaggio (o semplicemente banalizzano quel che c'era di serio da dire). Per carità, ci fa piacere che in tal paese africano certe suore stiano facendo un lavorone che non guadagnerà mai i titoli dei telegiornali. Ma per carità, non inquadratene i volti, non mostratene le facce rattrappite (in presunta preghiera o meditazione), non mostratene le insulse coreografie. Con le suore, l'unica inquadratura che funziona è di spalle da parecchi metri, mentre stanno in ginocchio davanti al Santissimo. Vederle in cucina e immaginarle mentre sudando imprecano mentalmente contro l'abito e il fazzolettone grigio topo che hanno in testa (bei tempi quando il velo era proprio un velo ed era nerissimo), non dev'essere una cosa particolarmente evangelizzante.

Al cattolicone moderno piace infatti esibirsi “popolare”. Come l'influenzerina ammiccante con frasette evangeliche in sovraimpressione ma fermamente intenzionata a valorizzarsi, cioè ad ammiccare, a trasmettere qualcosina di subdolamente sessuale, sia pure fra gonne lunghe e catene di rosario e santini in background. Concettualmente non differente da uno Zelenskij con l'abito da sniffatore di coca, uno Zuckerberg con la magliettina casual, una ragazzetta aspirante alla gloria con la ripresa stortina modello “poggio distrattamente qui il cellulare e clicco su avvia streaming”, con tutti gli uhm ehm beh di contorno.

L'Algoritmo mi offre poi il giovin pretino che pubblica pomposamente la grande notizia della balneabilità di tale spiaggetta con un profluvio di parole tale da obnubilare i miei momenti più logorroici. Alla fine sbaglia pure a scrivere il proprio cognome. Una gentile parrocchiana deduce che le omelie di costui saranno particolarmente soporifere (e pensare che una volta era uno dei rari e peggiori insulti) e maternamente lo ammonisce a occuparsi di cosucce più serie. Nessuno fa caso, negli altri commenti, che il “mestiere” del giovine non riguarda né le spiagge, né i notiziari, né le sperticate lodi ai volontari raccoglitori di spazzatura. Nessuno fa caso di come il giovine abbia perso tanto tempo a scrivere una roba che non leggeranno neppure i neocomunisti (solitamente autori di tali omelie laiche, che loro stessi si stufano di leggere) né le gattare annoiate. Era meglio il pretino che girava in moto o quello che costruiva i gunpla.

L'Algoritmo mi propone sempre più spesso video di gente che fa campeggio in solitaria in auto o furgoncino allestiti: evidentemente ha capito che non mi interessano solo le cose di chiesa, magari avrà dedotto che l'idea di girare in camper mi è funzionale al visitare santuari più o meno famosi. I suoi server avranno notato che mi soffermo sulle soluzioni tecniche e sugli scenari della natura, e salto quasi sempre tutta la parte in cui si preparano da mangiare e cenano. Che però dev'essere la parte più gettonata di quei video, specialmente quando non accompagnati da voce ma solo da sottotitoli. Guardare altri che pur in solitudine, stanno rinchiusi in un piccolo abitacolo in silenzio a prepararsi da mangiare, dev'essere qualcosa di rilassante. In una società frenetica dove quelli con la pancia piena passano il tempo a vantarsi di successi (più immaginari che reali), la confortevolezza è lo star da soli in silenzio a prepararsi da mangiare.

martedì 27 gennaio 2026

Frattaglie - 30 - altre brevi riflessioni sparse

Nel considerare viaggi di più giorni (che comunque non ho intenzione di fare perché la mia vita è radicata qui, allontanarmi solo un week-end potrebbe essere problematico) mi pongo sempre il problema di come andare a Messa. Ed è più difficile di quel che sembra perché l'ultima cosa che vorrei è ritrovarmi in una parrocchietta a subire la caciara locale (“uuuh, la Messa dei panpini!! animiamola insieme, su!”).

Deludente visita di gruppo ad un santuario di un Santo Famoso™. Ci accoglie un pasciuto boomer dalla voce non spettacolarmente virile, ripetendoci la cantilena biografica del santo, ben farcita di terminologie à la page sui poveri e sull'ascolto. Dall'abbigliamento non si capiva bene se era prete. L'ambiente è ben riscaldato ma piuttosto freddo nei colori: statue e affreschi imbruniti dal tempo, intonaci biancastri di umidità, teche con oggetti sparpagliate a mo' di riempimento spazi. Grandi assenti i membri della congrega e novizi (avranno tutti avuto da fare). Sicuramente fa bene andarci di persona anziché limitarsi a guardare qualche video, ma avere una guida-robot è deludente.

Effetti della società scristianizzata: il ritualismo laicista del “devo assolutamente fare pazzie”. Una volta la povera gente faceva “pazzie” (cioè un bel pranzo di tutta la famiglia, anziché gli avanzi) solo a Natale e Pasqua e un po' nelle feste comandate. I poveracci moderni si sentono in dovere di fare “pazzie” (megavacanze megaabbuffate megabevute) in occasione di quelle che erano le feste cristiane. Nella festa della repubblica nessuno sente il bisogno di scatenarsi. Fra Natale e l'Epifania, come un branco di posseduti, devono imbottirsi fino a scoppiare, fino al coma etilico, fino a perdere contatto con la realtà.

L'anziana e sbuffante signora insiste per avere un mio parere su un libro. Le faccio presente, mentre mi alzo, che è il momento della comunione. Quando torno ha il buonsenso di lasciarmi fare 25 secondi di ringraziamento, per poi subito tornare alla carica. Con quel libro. Per elencarmi i blog che segue, cercando di carpire un giudizio da miei minuscoli gesti involontari (e sì che ho pensato “quello è eretico, quello è un finto conservatore, quello è solo un narcisista”). Questa chiesetta da un po' di tempo sembra calamitare ogni sorta di svitati. Come il tizio che è entrato e uscito più volte dalla chiesa, evidentemente poco avvezzo a composizione e durata delle liturgie. O forse cercava altro. Sarà corsa voce che con un idoneo pianto greco il pretino potrebbe sganciare qualche euro. O forse stava prendendo mentalmente nota di quale borsetta o cappotto fossero arraffabili (come l'amica che tornando dalla fila per la comunione non trovò più la borsetta).

Finalmente l'attesissima piattaforma Open, di cui nessuno sentiva il bisogno. Mi fa sospettare che sia stata attivata sia per sfoltire l'archivio della Fraternità di Comunione e Liberazione da nomi di gente che non ha comunicato di essere defunta, sia per sfoltirlo da gente che non ha mai avuto la più pallida idea di come usare password ed email. Ai bei tempi, agli esercizi della Fraternità, veniva menzionata una certa zona d'Italia (oggi diremmo: “poteva succedere ovunque, e invece…”) che deteneva il record assoluto di mancati pagamenti del fondo comune. I mancati pagamenti saranno cresciuti anche altrove. Chissà, magari Open farà capire che c'è gente che non ha ancora digerito né il carronismo, né la bergoglieria: come osano costoro non voler sostituire don Giussani con ciò che il don Giussani ci aveva educato a irridere e deprecare?

C'è quel santuarietto che frequento solo perché ha qualche confessionale quasi sempre presidiato. Diventa sempre più raro trovare un prete italiano. Il vizietto dei preti è quello di imbottirti di banalità. Gli stranieri, avendo poca padronanza dell'italiano, delle sue sfumature, del suo bizantino gergo teologico, dei suoi sottintesi, finiscono per smollarti trite e ritrite banalità. Non mi sembra particolarmente difficile distinguere fra un penitente renitente e uno che invece è lì solo per vuotare il sacco. Il primo parla, biparla e straparla, proprio perché non vuol dire niente, vuole solo sentire la propria voce, vuol dare aria all'ugola, esattamente come fa nelle nefande “preghiere dei fedeli”. E il prete, di conseguenza, parla ancora di più… e continua a parlare e pluriparlare anche col penitente successivo. E scusate se è poco. Ma se la vecchia signora ti monopolizza per quaranta minuti, concediti una pausa, lascia che il successivo (il sottoscritto) vuoti il sacco, lucri rapidamente l'assoluzione, e scappi via prima dello scoccare del secondo minuto. No: deve infliggerti tutta la spiegazione da Abramo e tutti i profeti fino a oggi.

La sbobba dell'intelligenza artificiale sta felicemente tracimando. Interi siti web dedicati a stanare le allucinazioni - citazioni di paper inesistenti, o di autori inesistenti, o semplicemente campate in aria. L'AI che si addestra dai frutti di altre AI, degradandosi e appiattendosi. Che scenario celestiale.

In questa brulla e desolata contrada prosegue lo stillicidio di defunti. Che negli ultimi anni della loro vita avevano avuto come compagnia un televisore o qualche squallida e avida badante. “Vorrei essere un frate quando il respiro manca”, cioè almeno aver passato l'ultimo periodo della vita con preghiere e sacramenti, anche senza strafare. All'ennesimo funerale ci si sforza di restare svegli durante la nauseabonda predica del parroco. E di non ridere quando costui sciorina un tanto inutile quanto fantasioso peana del defunto, che magari i più detestavano o sopportavano. Peggio ancora, poi, se il soggetto fino a non troppi mesi prima avesse le forze per passare ore al bar con gli amici, ma non la disposizione per andare a Messa (a onor del vero va considerata una disposizione eroica, visto quanto sono utili e appassionati i preti moderni).