domenica 17 ottobre 2010

Un dottorato all'estero? Poco incisivo. A meno che...

Per me è stato decisivo cominciare a partecipare alla vita del Movimento ed entrare in contatto con la sua proposta educativa. Io, con il mio dottorato conseguito all'estero, non riuscivo a far smuovere di un millimetro i miei alunni dalle loro posizioni, perché insegnando non ero abbastanza incisivo. Ma quando ho cominciato a confrontarmi con la realtà – in questo caso, con le mie lezioni – come mi proponeva il Movimento, ho incominciato ad avere una libertà e una capacità di sfidare i ragazzi che prima non possedevo. Non avevo imparato chissà quali cose nuove, ma un nuovo modo di vivere nella realtà che prima non avevo. E come lo vuoi chiamare altrimenti? È evidente che è successo qualcosa che ti ha cambiato la vita. E proprio tu sei il primo a sorprendertene.[1]
Tutto (da un colpetto di tosse a un dottorato all'estero) diventa fatica sterile se non c'è quel “qualcosa”.


1) Don Julian Carròn, su Tracce di ottobre 2010.

venerdì 15 ottobre 2010

Frattaglie / 3

Un crocifisso d'oro. Era circondato da una folta peluria che copriva irregolarmente il petto abbronzato, mentre sull'avambraccio campeggiava un tatuaggio di un animale mitologico in assetto minaccioso. E i capelli bianchi e l'aria da duro a completare il quadro. Un'icona del nostro tempo, insomma: un Gòlgota di ignoranza e stupidità su cui campeggiava, banalizzato, quel crocifisso d'oro[1]

In un film-tv una delle protagoniste non trova il coraggio di comunicarsi. Chiede al prete un incontro: intende confessarsi. Ricorda più tardi ad un altro protagonista che il segreto confessionale è assoluto. Sì, saranno stati tutti concetti di catechismo, ma il modo in cui venivano recitati dai doppiatori italiani li faceva suonare terribilmente fastidiosi. La donna che intendeva confessarsi sembrava incarnare la solita ipocrisia di chi ha bisogno di mostrare agli altri di essersi liberato di un peso. Il prete sembrava un addetto pacioccone all'assistenza psicologica per vecchiette. I concetti di catechismo (che se presentati con onestà farebbero tremare il cuore a tanta gente) sembravano solo uno dei tanti legalismi in circolazione. Rappresentare il cristianesimo è un'arte particolarmente difficile: solitamente si riesce solo ad essere banali e noiosi.

Trovo un altro film che per incutere paura presenta il demonio. Stavolta è sotto le spoglie di uno spaventapasseri. Ma quel che mi colpiva di più era l'affettata religiosità dei protagonisti: anche qui, fatta salva la possibilmente poco eccelsa qualità del doppiaggio, appariva evidente che la fede doveva essere presentata come un orpello inutile, di cui si fanno carico solo alcune anime particolarmente vogliose di “qualcosa di religioso” da appiccicare alla propria vita. Qualcosa da cui i sani stanno alla larga. L'arte del diavolo (quello vero) è di trasformare la fede in un legalismo idiota per malati mentali.

Parliamo ancora di preti. Un'amica atea mi rimprovera perché il curato, per benedire il matrimonio della sorella, esigeva un'offerta che le sembrava spropositata (cioè pressappoco l'equivalente di tre invitati in più al ricevimento che sarebbe seguito dopo la Messa): per il ricevimento, l'abito nuziale ed il viaggio di nozze si spendono cifre oscene, ma sull'offerta a colui che benedirà il matrimonio e farà ripulire la chiesa dopo il passaggio della tribù dei selvaggi nessuno resiste alla tentazione dell'avarizia. E alla tentazione di prendersela con il primo cattolico che capiti a tiro.

A gran voce pretendono che i preti siano poveri: “per dare l'esempio”, dicono. Esempi che si guardano bene dall'imitare: “non sono mica prete, io”. C'è un inequivocabile fondo di odio in quell'urlo ipocrita “devono dare l'esempio”: sottintende infatti il desiderio di impoverirli, annichilirli, distruggerli. Per rovinare il fegato a tanta gente basterebbe mostrare in uno di quei soliti telequiz truccati un prete che vince centinaia di migliaia di euro e poi, intervistato, affermare: “comprerò calici, pianete, candelieri, cartegloria e un tabernacolo ottocentesco colossale”.


1) E io che recitavo il rosario con una corona di spago e plastica...

mercoledì 13 ottobre 2010

Superman il "messia"



Superman returns è un film dai tratti religiosi[1]. Le vicende umane sono l'ossatura del film; c'è poca azione, quasi tutta concentrata nella scena iniziale e nella lunga sequenza finale. Le ottime musiche e le lunghe scene di silenzio la fanno da padrone.

Il supereroe Superman fu creato da due ebrei[2] che intesero dargli i tratti del Messia che si aspettavano: incapace di mentire, fortissimo e invincibile, giustiziere che lotta contro il male (sia contro il crimine, sia contro gli incidenti), pronto ad ascoltare la voce di chi gli chiede aiuto, capace di emozioni (innamorarsi, provare compassione), per il quale il supremo dovere (la Legge) viene prima di tutto.

All'inizio, dopo aver salvato i malcapitati dell'aereo usa perfino la delicatezza di entrarvi dentro e chiedere: «state tutti bene?» (non lo fa solo perché c'è Lois: questa delicatezza la rivedremo altre volte durante il film).

La sua presenza raccoglie applausi oceanici, la prima volta che appare in pubblico è riconosciuto subito da tutti, semina gioia e conforto con la sua sola presenza. Proprio come un Messia tanto atteso.

Quanto alla morale, curiosamente non ha nulla da ridire sulla convivenza di Lois (con quella «persona perbene» di Richard), tanto meno sul figlio illegittimo (di cui il film abilmente gioca a seminare indizi contrastanti), ma sulle sigarette sì[3].

Anche l'osservazione che l'aereo che «statisticamente, comunque, resta il modo più sicuro di viaggiare»[4], al di là del fatto che è fondata, al di là del fatto che viene espressa per rassicurare, è in fin dei conti un moralismo[5], confermato da quell'annuire ansiosamente con la testa come da scolaretta scoperta a copiare dalla vicina di banco.

I cattivi non sono cattivissimi in assoluto: Brutus, prima di morire, mostra che non è affatto insensibile alla musica; lo stesso Lex Luthor rende allegri i giorni della vecchia Gertrude (interessato all'eredità come gli altri parenti, ma in fin dei conti più umano di loro).

Il tratto più religioso in assoluto è quando Superman dice: «tu hai scritto che il mondo non ha bisogno di un salvatore, ma ogni giorno sento gente che piange e che lo invoca».

Superman però non è Gesù Cristo, non ne ha i tratti.

Anzitutto perché è un Messia triste.

Triste sia per il suo tratto assai sentimentale (l'innamoramento non corrisposto e l'impossibilità di realizzarlo anche nel caso in cui fosse pienamente corrisposto), sia per il suo stile non troppo divino (la coscienza dell'incapacità di far fronte ad ogni problema esistente sulla Terra).

Superman è un «messia» ma non è divino. Ha poteri pressoché divini, ma li usa come un uomo[6]. E si rende conto anche di questo limite, ma gli è impossibile fare qualcosa di diverso, è ancora “troppo umano” (durante le uscitine con la Lois non sta certo risolvendo i problemi dell'umanità come suo solito[7]).

Superman appare pertanto buono solo per essere «re» degli uomini e per “salvarli” risolvendo i loro guai. Mi dà l'idea di essere un messia Messia-tappabuchi.

La tristezza del “messia Superman” in realtà ricalca il sentimento ebraico nei confronti del Messia tanto promesso e tanto atteso, e tuttora (secondo loro) ancora non venuto[8].

Il messia-Superman viene ferito, ma torna ad essere lo stesso di prima nonostante la ferita[9]: l'esatto contrario del messia Gesù Cristo, che opera la redenzione attraverso il suo stesso sacrificio e il suo stesso sangue.

Gesù Cristo è «vittima, altare e sacerdote». Quel Superman, invece, è solo “messia” e postula la necessità di una vittima, di un altare e di un sacerdote. Superman – in particolar modo in questo film – è pertanto la rappresentazione di un messia così come viene desiderato (piuttosto di come invece potrebbe essere offerto): cioè un “eroe liberatore”.


1) Il film è del 2006, cioè di molti anni dopo la morte dei creatori del personaggio (che vide la luce nel 1934).

2) Jerry Siegel (figlio di immigrati ebrei lituani, americano) e Joe Schuster (di famiglia ebraica, canadese).

3) Superman parla contro le sigarette in quanto sigarette, ma detesta Richard in quanto rivale in amore, non in quanto “convivente non sposato”.

4) Dopo l'11 settembre 2001 il filone cinematografico di catastrofi a base di aerei si sta adeguando alle necessità del mercato.

5) Non so se avete presente quei film americani degli anni Cinquanta, nelle cui trame venivano inserite vere e proprie «catechesi» religiose e lezioni di galateo (che poi nella mentalità protestante sono pressoché la stessa cosa).

6) A cominciare da quando origlia le conversazioni riguardanti Lois.

7) Sembra quasi un'apologia del celibato ecclesiastico.

8) Fino ad oggi, la storia ebraica contiene numerosi casi di falsi messia, i primi dei quali documentati già negli Atti degli Apostoli, e fu a causa delle continue ribellioni organizzate da sedicenti messia che i Romani distrussero Gerusalemme tra il primo e il secondo secolo. L'ebraismo di oggi non è identico a quello di venti secoli fa, ma per fortuna non è questa la sede dove discuterne (o dove commentare l'espressione di papa Pio XI: «noi siamo spiritualmente degli ebrei»); in questa pagina ho voluto solo buttar giù alcune impressioni dopo aver visto il film.

9) Basterà il bacio di una donna, un po' una versione maschile di Biancaneve.

lunedì 11 ottobre 2010

Frattaglie / 2

Questa Chiesa ha bisogno di rudi guerrieri, non di melensi amministratori.

La lettera uccide, lo spirito vivifica: gli atei odiano non il Dio uno e trino, ma il moralismo. Hanno cioè un'idea sbagliata su Dio e pertanto odiano con tutte le forze tutto ciò che è legato a quell'idea: al fondo c'è un equivoco, che spesso viene coltivato e conservato solo per coerenza, per la vergogna di dover ammettere: “ho speso tante energie per lottare contro un cristianesimo e una Chiesa che esistevano solo nelle fantasie mie e dei miei compagni di partito”.

Certe volte un pizzico di moralismo può perfino produrre risultato (da male minore da preferire ad un male maggiore, s'intende). Il giovanotto va il sabato dalla morosa e poi la domenica a messa, ma... ah, quel penoso sacramento della riconciliazione incombe! Perfino il fastidio del confessare certi peccati è stato involontariamente educativo, poiché alla lunga (speriamo il più spesso possibile) ha suscitato la domanda: “perché?” e suggerito che la risposta è assai più liberante della cosiddetta “libertà”. Ossia, per effetto della grazia attraverso vie bislacche, il moralismo è stato sostituito dalla ragione e dalla fede.

Sono sorprendenti certe analogie della burocrazia nel mondo del lavoro e nel mondo ecclesiale.

Con quanta nonchalance certuni dicono cose come: “poi al regginacèli”... Sono nomi che al solo sentirli nominare verrebbe da piangere di gioia e che invece vengono utilizzati come sigle anodine e insignificanti: “domani invece è all'esse effe pi”.

Nel vedere per la prima volta quella suorina si aspettano una somministrazione di dosi di “suorismo” e pertanto restano infastiditi e stupiti dal notare che ha un carattere tutt'altro che fiorellini e preghierine sdolcinate. È difficile far capire la realtà a chi è profondamente innamorato dei propri pregiudizi.

Il perverso meccanismo del “vedo, dunque voglio”: non gli importa come sia stato aggiustato il giocattolo - gli importa solo romperlo di nuovo. Non gli importa che la commessa non sia uno degli articoli in vendita in vetrina: vuole comprarla e basta.

sabato 9 ottobre 2010

Frattaglie / 1

Trascrivo qui diversi spunti che non ho tempo di sviluppare in “post”.

La settima di Beethoven regge benissimo all'urto del tempo. La musica contemporanea regge invece qualche mese, qualche anno al massimo. L'incompiuta di Schubert è perfettamente attuale, le canzoni della scorsa estate quasi non le ricordiamo più. Dicono di essere appassionati di musica: li vedi cioè ascoltare amorosi e compunti quelle canzonette da coatti, con un fervore ed un abbandono che sanno di liturgico. Liturgia borghesotta, gregoriano de' noantri. “Mi aiuta a star bene”. Il gregoriano risveglia il cuore, le canzonette lo narcotizzano.

Furente il prete durante l'omelia: “voi venite in ritardo alla messa perché non amate la messa!” Macché! Noi il sacramento lo amiamo (semmai è quell'omelia feriale che ci va poco a genio). E il ritardo alla messa vespertina è dovuto al capoufficio...

La forza dei tabù (specialmente quelli teologici) sta nel fatto che i loro contorni sono confusi. Quando non addirittura confusi di proposito. Un misterioso alone circonda il Dogma Laico del Sacro Aborto: non si sa quanto costa (1500-2000€ dei contribuenti per ogni infanticidio), non si sa quanto è diffuso (oltre undicimila bambini innocenti trucidati ogni mese prima che riescano a nascere), non si sa quanto è vicino (eppure ci passiamo in auto ogni giorno, davanti alla struttura “sanitaria” specializzata nella strage degli innocenti). Contorni confusi e misteriosi che gli Oracoli Ufficiali si guardano bene dal precisare.

Anime accecate che urlano: “è un mio diritto!” Con maggior coerenza ed esattezza dovrebbero invece dire: “è una possibilità che non voglio lasciarmi scappare”. Il demonio prepara le possibilità, che certuni tentano in ogni modo di sfruttare, e molti altri invece si limitano ad idolatrare. Come quelli che in vita loro non avrebbero mai abortito, ma lottano per il Sacrosanto Diritto di uccidere bambini prima che vengano alla luce.

C'è una miriade di “piccoli miracoli” che accadono e che non vediamo: siamo circondati dalla grazia ma siamo talmente habitué da non farci caso. L'indifferenza di fronte al miracolo della nascita di una vocazione (c'è, qualcuna c'è) o dei peccatori che si pentono sinceramente (ci sono, ci sono) è peggio di una pugnalata.

Le società che non vivevano di sogni non avevano bisogno di droga.

martedì 5 ottobre 2010

Un'altra scaramuccia nella guerra della liturgia



Striscione esposto a Palermo durante la visita del Papa di domenica scorsa. La Curia, su tutte le furie, ha chiesto alla Polizia (invano, Deo gratias!) di farlo rimuovere. La TV vaticana è riuscita a non inquadrarlo mai.

La Chiesa è sempre stata perseguitata a causa della sua stessa esistenza. Ma la persecuzione più accanita la subiscono (anzitutto dall'interno della Chiesa) coloro che sono anche soltanto sospettati dell'orribile crimine di amare la Tradizione, in particolar modo in campo liturgico. La vera guerra in corso è infatti sulla liturgia.

«La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia».

domenica 3 ottobre 2010

La verità è diventata «inaccettabile»

«La storia della filosofia si divide in due periodi: nel primo si cercava le verità; nel secondo si è lottato contro di essa. Questo secondo periodo, che ha in Cartesio il geniale precursore e in Heidegger una manifestazione deteriore, comincia la sua fase di piena attività con Hegel»[1]
Per questo non c'è da meravigliarsi che oggi il tipico criterio di giudizio non è la verità ma l’accettabilità. La distinzione fondamentale non è fra tesi vere e tesi false, ma fra tesi accettabili e tesi “inaccettabili”.[2]


1) Citazione da Jean-François Revel, La conoscenza inutile, Longanesi 1989, pag. 350.

2) Da Dum Volvitur Orbis.

giovedì 30 settembre 2010

Che bello, una raccolta firme!

Sono talmente convinto dell'inutilità di raccolte firme e petizioni, che quando trovo una petizione contro CL mi affretto subito a firmare (tranne ovviamente quei rari casi in cui io sia riconosciuto come ciellino).

Non contento di firmare, esibisco il più ampio sorriso e mi complimento con gli autori della raccolta, sciorinando qualche trito slogan del tipo “bisognerebbe abolire CL” cercando di trattenere le risate per le loro reazioni fino a quando non mi sono allontanato a sufficienza.


sabato 25 settembre 2010

Teleottundimento


Si tratta di un cartone animato funzionale alla vendita di gadget e paccottiglie varie. Ossia di un articolato e coinvolgente spot pubblicitario inteso come minimo “a separare bambini e ragazzi dai loro soldi”.

I protagonisti si affrontano in tornei dove fanno lottare i loro magici fantascientifici pupazzetti giganti (inaudito, eh?) mentre i coprotagonisti stanno sugli spalti a fare il tifo e ad ansimare cose come: «sento che quest'esperienza segnerà per sempre la mia vita!»

Per “esperienza” la ragazzina emozionata intendeva il vedere l'uso di una mossa cruciale con una carta cruciale. Infatti il cartone veicola anche il messaggio che assistere ad uno spettacolo può «segnare per sempre la tua vita», involontariamente (involontariamente?) scimmiottando le liturgie cattoliche[1].

Uno dei dogmi fondamentali di questa società di televisionati è che il mondo è diviso in protagonisti e spettatori, con gli spettatori che fanno di tutto per sentirsi protagonisti e con degli anonimi benefattori dell'umanità[2] che si danno da fare perché ciò avvenga (e perché tutti sappiano anche quanto sia bello e piacevole essere spettatori).

Solitamente il popolo bue ignora di essere non il fruitore di un servizio ma la materia prima di un altro servizio (come nel caso dei cartoni animati sopra citati); spesso gli capita addirittura di pagare pur di essere “merce”[3]. L'industria televisiva è una dimostrazione esemplare dell'intreccio tra ideologia e profitto; la merce è l'audience, da vendere all'industria pubblicitaria o alle ideologie[4].

Un singolo spot pubblicitario giornaliero dei pupazzetti sopra citati dura mediamente quanto una lezione settimanale di catechismo: è facile intuire di quale divinità diventano esperti i nostri figli. Divinità stagionali, s'intende: quando il mercato è saturo di gadget occorre una nuova entusiasmante serie televisiva per lanciare una nuova linea di carabattole.




1) Intendo: fior di massoni si convertivano al canto liturgico di vecchie monache; popolani e aristocratici avevano la vita «segnata per sempre» dalla maestosità del gregoriano e dalle vetrate di qualche vecchia e umida cattedrale... Decisamente diverso dal partecipare ad un qualsiasi altro cerimoniale religioso. «La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia»: la crisi della Chiesa si vede anzitutto nelle liturgie ridotte a religioso cerimoniale, partecipato più per dovere o abitudine che per insaziabile sete di Cristo.

2) Quanto carattere “sacerdotale” ha la casta di tali anonimi benefattori!

3) Vulgus vult decipi... ergo decipiatur. Il popolo bue ama essere ingannato: dunque lo si inganni.

4) Il teatrino della politica è solo uno degli strumenti dell'orchestra delle ideologie.

mercoledì 22 settembre 2010

Torturare un cagnolino

Il prete si fermò di nuovo: «Perché sarà così? Perché da piccoli sono tanto difficili?». «Si vede che i bambini non nascono “naturalmente buoni”. Ecco un altro fatto che ce lo fa constatare». «Quella è un'età» disse il prete «in cui a volte si decide la sorte d'un'anima».

Ripresero a camminare; del cagnolino, di cui pure avevano avuto notizia, non parlarono affatto. (Vogliamo anticipare? Trent'anni più tardi, sotto l'influenza laico-umanitaria della televisione e delle idee nuove, i ragazzi di Nomana non sarebbero più stati così: avrebbero tormentato meno gli animali, e non avrebbero più tormentato pubblicamente i deficienti, che sono due indubbi passi avanti. Però avrebbero cominciato - come non era mai accaduto nella storia del paese - a odiare determinati gruppi sociali, e inoltre nessuno di loro, o quasi, sarebbe più arrivato vergine al matrimonio. Tanto l'essere umano è limitato: se acquista da una parte, perde puntualmente da un'altra; in questo sembra non ci sia scampo. Ci tornano in mente, al limite, le incredibili cassette per la nidificazione degli stornelli issate, nientemeno, sulle baracche di Auschwitz, dai carnefici di cuore tenero verso gli uccellini).[1]



1) Citazione da: Eugenio Corti, Il cavallo rosso, edizioni Ares, 1998, pagg. 94-95.

lunedì 20 settembre 2010

Viviamo nell'epoca della Suscettibilità

Triste epoca, quella in cui bisogna operare tutta una serie di precisazioni e distinguo prima di poter affermare che il cielo è azzurro.

Un eccellente esempio è l'impeccabile incipit di un articolo di mons. Brunero Gherardini, che potrebbe essere tranquillamente riciclato in qualsiasi scritto riguardante l'ambiente ecclesiastico:
Quanto sto per scrivere è ben lungi, nell'intenzione e di fatto, da ciò che comunemente è detto processo alle intenzioni. Per principio mi sforzo sempre di considerarle tutte - le intenzioni - pure e sante. Ovviamente, donec contrarium probetur, nel qual caso anche una presunzione di santità o ne trae le conseguenze, o si rassegna al ridicolo. S'aggiunga poi che l'intenzione, anche se pura e santa, non trasferisce automaticamente la propria ineccepibilità morale nel suo prodotto, il quale ha un suo realismo oggettivo, e quindi una sua moralità, prescindendo dall'intenzione formale che lo vuole e verso il quale si protende. Una bestemmia è sempre, in sé e per sé, una bestemmia, anche se pronunciata paradossalmente per render gloria a Dio.[1]



1) «Il Dio di Gesù Cristo», di mons. Gherardini, gennaio 2010.

mercoledì 15 settembre 2010

Il Meeting: «troppo grande»

...mentre una sera uscivo dal bagno: una ragazza piangeva disperata, perché il Meeting era troppo grande e il suo cuore di fronte a questo scoppiava di gioia. Piangeva perché non riusciva a trattenere tutto questo...

Mi ha chiesto di abbracciarla e di pregare insieme a lei. Intanto ci ha raggiunti una mia amica, e insieme abbiamo recitato la preghiera dell’offerta di don Giussani. Quella ragazza ci ha raccontato di essere arrivata dall’Argentina, a 23 anni, ed era al Meeting per la prima volta, con degli amici: «Ho chiesto loro di pregare con me, perché qui tutto parla di Cristo», ci ha detto: «Ma loro avevano da fare altro e non mi hanno ascoltata... Volete pregare voi insieme a me?». Io mi sono commossa: il Meeting è questo! Quello che succede dietro le quinte, negli incontri con le persone... Certo, bisogna sempre fare i conti con la stanchezza, ma è tutto offerto a Lui: è il cuore che ci spinge a desiderare tutto questo.[1]
La prima volta che andai al Meeting di Rimini anch'io mi ritrovai commosso perché era “troppo grande”, cioè perché lì “tutto parla di Cristo”. Ci fermammo a recitare un Angelus col cuore colmo di gratitudine. Quell'impressione, con gli anni, non si è sbiadita. Al contrario, è stata continuamente confermata.


1) Lettera di Orietta pubblicata su Tracce di settembre 2010.

lunedì 13 settembre 2010

Folklore anticelibatario

Sul pilone di un ponte autostradale ho visto un furente ed elaborato graffito contro il celibato ecclesiastico.

Vuol dire come minimo che da quelle parti c'è qualcuno talmente assillato dalla questione da aver scelto accuratamente il posto di maggior visibilità e graffitato con cura.

Sarà stato un prete che teme di innamorarsi della parrocchiana che da anni lo bracca perché vede in lui un uomo più serio di suo marito?

Sarà stato un seminarista che solo dopo l'ingresso in seminario ha scoperto di non essere totalmente disprezzato dalle ragazze?

Sarà stata una fedele preoccupata dal non esser riuscita ancora a sedurre il parroco?

Considerato che sono assai pochi i preti ragionevolmente giovani, di pulcritudine ragionevolmente apprezzabile dalle donne, dotati di carattere e abitudini compatibili col matrimonio... i sospettabili per quella scritta sul pilone sono davvero pochi!

venerdì 10 settembre 2010

Falcidie dei segni di croce dalla Messa

Indichiamo i segni di croce del sacerdote che celebra col messale di Pio V (e seguenti fino al 1962), notando quelli rimasti nel Novus Ordo:

1. Nel nome del Padre all'inizio della messa. Rimasto ancor oggi.
2. Indulgentiam dopo il Confiteor. Ora la formula Indulgentiam non c'è più in quanto fu considerata doppione della formula Misereatur.
3. Nel leggere l'introito. Ora non più.
4. Al Cum Sancto Spiritu… finale del Gloria in excelsis Deo. Ora non più.
5. All'Et vitam venturi saeculi (finale del Credo). Ora non più.
6. Al Benedic della formula Veni, Sanctificator. Ora non più.
7. Benedizione dell'incenso all'inizio della messa e all'offertorio insieme alla formula Ab illo benedicaris. Il segno di croce è rimasto, ma senza formula.
8. Alla benedizione del diacono prima della lettura del vangelo. Gesto e parole sono rimasti.
9. Quattro segni di croce sul libro del vangelo prima della proclamazione. Sono rimasti.
10. Due segni di croce: uno con la patena sul piano dell'altare prima di deporre l'ostia al di sopra del corporale dopo la formula di offerta del pane, l'altro col calice dopo l'offerta del vino. Ora non più.
11. Segno di croce con la mano sull'acqua con l'orazione Deus, qui humanae substantiae, prima di infonderla nel calice. Ora non più.
12. Al Benedictus dopo il Sanctus. Ora non più.
13. Al Te igitur del Canone Romano: tre segni di croce con la mano sulle oblate alle parole haec + dona, haec + munera, haec sancta + sacrificia. Ora è rimasto un solo segno dopo la parola benedicas.
14. Al Quam oblationem: tre segni con la mano sulle oblate alle parole bene+dictam, ad+scriptam, ra+tam e due separate sul corpo e sul sangue. Tutte eliminate.
15. Al Benedixit del Qui pridie: un segno sull'ostia e uno sul calice al Simili modo. Soppressi.
16. All'Unde et memores: tre segni con la mano sulle oblate e due separati sul pane e sul calice. Soppressi.
17. Al Supplices: sue segni con la mano sul corpo e sul sangue. Soppressi.
18. Al Per quem: tre segni con la mano sulle oblate. Soppressi.
19. Al Per ipsum, cum ipso, in ipso: tre segni di croce con l'ostia sul calice e due alle parole Patri omnipotenti e Spiritus Sancti. Soppressi.
20. Al Libera dopo il Pater: segno di croce del sacerdote su di sé con la patèna alle parole dà propitius pacem. Soppresso.
21. Al Pax Domini sit semper vobiscum: tre segni di croce col frammento di ostia sul calice. Ora soppressi.
22. Alla comunione: due segni del sacerdote prima di comunicarsi con l'ostia e col calice. Ora soppressi.
23. Alla benedizione finale: il sacerdote tracciava con la mano il segno di croce al nome delle tre Persone divine. Questo segno è rimasto.

Sommando i dieci segni di croce sulla persona (cinque del sacerdote sulla propria persona, più i tre al vangelo, più quelli con la patena, con l'ostia e con il calice, più quello sul diacono e sui fedeli), i quattro sulle cose (incenso, acqua, libro dei vangeli), i venticinque nel Canone Romano, quelli sull'altare (col calice e la patena), non si hanno meno di una cinquantina di segni di croce nell'ultima edizione tipica del messale romano del 1962.

Nel Messale del 1969-70 sono rimasti solo otto segni di croce.
Non so indicare con esattezza la fonte perché ho trovato appuntato solo un generico “pagine 193-194”. Allegato all'appunto è annotato che l'autore della riforma liturgica è entusiasmato dalla «falcidie» (sic) dei segni di croce tra la Messa tradizionale (Vetus Ordo) e il Messale del 1969-70 (Novus Ordo). Tale falcidie servirebbe a «ripristinare la semplicità e la verità originaria» (sic!) e ad «impedire che il segno prevalesse sulla pregnanza della parola» (sic!) oltre che ad «eliminare quanto poteva aver l'aria di artificioso o addirittura favorire una parvenza di magia» (sic!) A pagina 262 addirittura si rammarica poiché «il coetus X incaricato di preparare il Novus Ordo era del tutto contrario a introdurre fra i riti iniziali di tutte le messe un segno di croce… [che] appesantiva il settore iniziale, già congestionato. Nonostante tutto ciò Paolo VI, richiamandosi all'uso dei cristiani di cominciare ogni cosa col segno della croce, volle che così fosse anche per la messa». Insomma, gli autori della Novus Ordo volevano addirittura eliminare il segno di croce in apertura della Messa e solo papa Paolo VI poté impedirlo.

Qualche citazione del cardinal Ratzinger (che, com'è noto, è il teologo di riferimento di papa Benedetto XVI) ci può aiutare a capire meglio:

«L'esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull'unica categoria del “comprensibile a tutti” non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere» (da “Rapporto sulla fede”, capitolo IX)

«...c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata» (da “Il sale della terra”)

«La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (da “La mia vita”)

mercoledì 8 settembre 2010

La Carmagnola

La Carmagnola è il canto tradizionale dei sanfedisti (“Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo”), databile con buona precisione al 1800.

All'inizio del 1799 i giacobini francesi avevano fondato a Napoli la Repubblica Partenopea cacciando (col sostegno di parte della borghesia e della nobiltà) re Ferdinando IV ma incontrando un'accanita resistenza nel “popolo basso” (lu pòpulu vàscio), i cosiddetti làzzari. Questi ultimi, non sopportando le angherie degli intellettuali illuministi che volevano eliminare la tradizione popolare e cattolica, arrivarono addirittura a “detronizzare” san Gennaro, patrono di Napoli, accusato di parteggiare per i giacobini, a seguito di notizie tendenziose circa il miracolo della liquefazione del sangue che si ripete ogni anno.

Championnet aveva infatti chiesto all'allora arcivescovo di Napoli, Capece Zurlo, di dichiarare falsamente che la liquefazione era avvenuta nel giorno dell'arrivo dei francesi (in realtà il miracolo sarebbe effettivamente avvenuto solo alcuni giorni dopo, durante il massiccio contrattacco dei làzzari a Napoli). Probabilmente per amor di quiete l'arcivescovo aveva acconsentito, col risultato che circolò subito la notizia che san Gennaro era diventato giacobino. E così il posto di patrono di Napoli fu assegnato a sant'Antonio da Padova (san Gennaro verrà ripristinato solo dopo la Restaurazione quindici anni dopo); peraltro proprio il 13 giugno 1799, giorno della festa di sant'Antonio, le armate della Santa Fede (i sanfedisti), guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo, giunsero a liberare Napoli (gran parte dei giacobini era già fuggita).

L'arcivescovo Capece Zurlo aveva inoltre accettato a suo tempo un'altra imposizione del Governo Repubblicano, quella di scomunicare il cardinale Ruffo. Questi, con un esercito raccogliticcio (che passerà alla storia come Armata della Santa Fede), partito da Messina nei primi di febbraio 1799 riuscirà a giungere vittorioso a Napoli liberandola dai giacobini. Non a caso il canto dopo un paio di coloriti insulti a Capece Zurlo, insinua qualcosa che oggi suonerebbe come un “ma chi t'ha messo la mitria in testa?” (ossia: chi è che ti ha voluto vescovo, chi t'ha dato la patente?) ma l'epiteto potrebbe essere riferito anche a qualche altro vescovo della zona che aveva appoggiato i rivoluzionari (per esempio Michele Natale, ultimo vescovo di Vico Equense, era stato impiccato nell'agosto 1799 per aver aderito alla Repubblica Napoletana).

Il popolo napoletano non aveva mai accettato il giacobinismo, del quale era evidente l'odio alla fede cattolica, il sovvertimento dei costumi, il latrocinio sistematico perpetrato dagli invasori nel nome degli “ideali” della rivoluzione francese (saccheggi, tasse, spoliazioni: lo stesso Championnet fu richiamato in Francia dal Direttorio e rimproverato perché si era limitato a pretendere solo i dieci milioni pattuiti a Sparanise per la tregua con i làzzari).

Anche i migliori aristocratici che in buona fede avevano sposato le idee giacobine e che arrivarono in qualche modo a posizioni di potere restarono sostanzialmente estranei alle necessità del popolo, col risultato che fu facile insinuare che chi aveva una vita agiata («pane e vino») non poteva che essere un simpatizzante dei giacobini. La logica conseguenza è l'inneggiare a Tata Maccarone, un brigante che «rispetta la religione» (secondo altri il nomignolo “Tata Maccarone” indica invece re Ferdinando IV che era sempre stato rispettosissimo della fede e della Chiesa).

I giacobini conducevano una guerra sistematica contro la fede cattolica, perseguitando il popolo cristiano sia per via amministrativa (come con la legge per lo svuotamento dei conventi affinché gli ex religiosi si dessero da fare per moltiplicare la razza) sia con le peggiori violenze ed efferatezze (i giacobini non sapevano far altro che depredare, stuprare, profanare, uccidere, saccheggiare, distruggere chiese, conventi, monti di pietà, musei).

Così come per la Vandea, il vastissimo fenomeno delle insorgenze in Italia è stato grossolanamente ignorato dagli storici di marca laicista, liberale e marxista perché suona loro impossibile credere che dei poveri popolani disorganizzati e poco armati potessero ribellarsi e combattere (talvolta con discreto successo) le idee dei rivoluzionari pur di difendere la loro fede, le loro tradizioni, la loro condizione e la loro terra. Riesce difficile a noi immaginare che dei poveracci armati al più di roncole e forconi potessero tenere in scacco eserciti ben più organizzati e muniti e totalmente ostili al cattolicesimo.

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