sabato 28 settembre 2024

Frattaglie - 28 - altre brevi riflessioni sparse che non divennero articoli

Caratteristica di tutte le fiction recenti: adulare le “minoranze”. Tecnicamente indistinguibile dalle bambine che giocano creando scenette in cui le bamboline si lodano a vicenda. “Ehi, facciamo un telefilm in cui un esponente della minoranza 456 è il capo eroico e incompreso che però vince contro il maschio bianco etero. Sì, ma mettiamoci una reginetta esponente della minoranza 173 che contribuisce a risolvere il caso per poi innamorarsi di lui. Ok ma infiliamoci pure un esponente della minoranza 381 che elogia entrambi e vince concorsi importanti, anche se non serve a niente nel contesto della trama, bisogna pur far vedere che vince e rivince. Benissimo, ma ficchiamoci pure un esponente della minoranza 219 i cui bizzarri gusti sessuali gli fanno ottenere per puro caso un ambitissimo premio…”

Abbiamo appurato che il nostro amico-nemico GoogleBlogspot ogni tanto ama bullizzarci impedendoci l'accesso per giorni (o settimane) dando erroneamente errore di password, facendolo solo per avere la scusa di richiedere il numero di telefono per autenticarci (e no, non ti darò il mio numero). Dopo giorni (o settimane) fa finta di niente e il login riesce al primo colpo, infliggendoci solo l'invito a inserire un altro indirizzo email o numero di telefono. “Amico” perché tutti i servizi che mi ha dato gratis in tanti anni sono stati utilissimi nel mio cammino (ivi inclusa la mappa e le immagini stradali di quel bel santuario, grazie alle quali son poi riuscito a visitare di persona), “nemico” perché pur vivendolo ai margini del suo territorio di caccia (è sempre a caccia di informazioni, pesca a strascico) sono stato bersaglio di rotture di scatole pazzesche come questa del login che ufficialmente risultava sempre errato (a suo tempo ebbi già da abbandonare un altro account, divenuto davvero inaccessibile senza motivo; per fortuna non era tanto essenziale da farmi fare il diavolo a quattro per recuperarlo).[1]

Quando ci ricordano che l'ubbidienza è una forma di amicizia dimenticano sempre di chiarire che vale anche dal versante opposto: colui a cui ubbidisci deve meritarsela, quell'ubbidienza: “non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge”.[2] Per cui se dopo tutto il mio impegno ad ubbidire vengo gratuitamente insultato e calpestato, devo dedurre che sto erroneamente chiamando “ubbidienza” il servilismo, e “amicizia” un'autoimposta tifoseria.[3] Posso ammettere - anche di fronte ad un singolo fioco indizio - che lo spadroneggiare sia motivato da cose importanti che non conosco ma in mancanza anche del più fioco indizio, beh, resto ai margini ad osservare la scena.[4]

Il primo figlio, un mollaccione “divano e videogiochi”. Il secondo, vacanze, lavoro, terapie, sfascia non uno ma due paia di occhiali, telefonino seminuovo caduto in piscina, “ma tanto c'è uno che li ripara”, il viaggio con gli amici, a inizio luglio aveva già bruciato tutti i risparmi e anche i futuri guadagni del resto dell'estate. “Però ha dei ricordi, mica di intere estati passate sul divano coi videogiochi”. Ricordi di attività frenetiche, di vacanze non riposanti, di fisioterapie al risparmio (chiedevano 45 euro a seduta, “ma tanto se ci parlo mi faranno un prezzaccio”, certo, certo, aspettano proprio di ascoltare il tuo convincentissimo discorso), di intere settimane passate con gli occhiali sbagliati (e di medici in ferie, e di ottici costosissimi perché il posto è turistico…). Entrambi, una volta quarantenni, per raccontar qualcosa ai propri amici diranno di aver fatto pazzie irreplicabili, moltiplicando i dettagli fantasiosi e chiedendosi mentalmente a quale bivio sbagliarono strada.

Mi chiedono quale autore ascolterei quando sono giù di morale. Ho in mente già almeno una dozzina di nomi ma mi rendo conto che non vale la pena indicarli perché non sono i miei rimedi alla tristezza, perché funziono in maniera diametralmente opposta a quel che insinuava quella domanda. Quando le cose stanno maluccio, al più metto qualcosa di ancor più deprimente. Uso la musica come il camion dell'indifferenziata, non come il furgone del gelataio. Quando ho bisogno di pace, metto su qualcosa di scontroso. Quando sono nervoso, ho bisogno di musica rabbiosa.[5] Mi sembra più virile così. È come se avere un “cantante preferito” da usare per tirarsi su di morale, fosse una sorta di droga, di metodo per sognare, un modo per ingannare sé stessi.

Il vero dramma dei blog e social cattolici è che sembrano esser buoni solo per il cattolico da salotto. Ahimé, tante mie pagine blog soffrono dello stesso malanno. Quando hai fatiche e sofferenze, certe disquisizioni su quant'era bravo e bello Nostro Signore sembrano provenire da attempate casalinghe che pasteggiano elegantemente vermouth e biscotti esclusivi, certe che l'aria condizionata d'estate non si fermerà, e che la peggior preoccupazione del mese è quella cacca di piccione sul portellone del cofano. “Quando hai mal di testa, hai bisogno di una cazzo di aspirina, non di una predica del cazzo su emicranie, sul significato del dolore, sulla sopportazione”.

Quella frenesia collettiva di prepararsi un surrogato di viaggio di nozze, prepararsi un surrogato di vita da VIP come quella che si vede nei film, prepararsi un surrogato di avventura instagrammabile. Viviamo di surrogati. Come le numerose bevande di “reintegratori minerali”, che son tutte acqua e zucchero e un pizzico di sale, letteralmente, ma contengono nella confezione, nel design, nel nome, quel tocco di eroica forza sovrumana, come nei film.

Una coppia si dedica per trent'anni a rimettere in sesto un piccolo bosco, di poco più di un centinaio di ettari, in un paese dall'altra parte del mondo. “Hanno scelto di non avere figli”, proclama leccandosi i baffi il giornalista che riporta la notizia. Pioggia di like da vecchie carampane in menopausa, specialmente dalle onnipresenti in parrocchia. “Una storia di rinascita”, commenta la carampana più pomposa e gettonata. Resisto faticosamente alla tentazione di rispondere “rinascita di 'sta minchia” mentre mi rendo conto che era stata quella stessa carampana a farmi notare il pretino che logorroicamente vantava la balneabilità di una spiaggia.


1) Ha un che di surreale l'ipotesi di dover ringraziare il Signore anche per aver avuto sempre comodo accesso a entità come GoogleBlogspotGmailMaps.

2) 1Pt 5,3.

3) “L'ubbidienza è una forma di amicizia” veniva detto ai cari amici dei Memores per giustificare i rospi da mandar giù. Finché avevi ancora un minimo indizio che la “casa” e la società dei Memores fossero “per te”, mandavi giù e capivi. Ma in mancanza anche di quello, cominciavi a chiederti perché cazzo eri ancora lì: avevi mendicato di entrare perché volevi donarti a Cristo, non al dialogo.

4) Un paio di settimane fa a Singapore il Bergoglio ha implicitamente dichiarato di essere l'inutile capo ufficiale di un ente che lui stesso dichiara inutile: «Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio». Bizzarro che nessuno lo abbia spernacchiato. Condoglianze ai ciellini che fin dall'incipit «Buonasera» si stanno ancora sforzando di trovare almeno un dente bianco nella carogna per poterla applaudire ed incensare.

5) Il motivo per cui qui non indico ciò che ascolto è che… sono esattamente autori e stili di cui ordinariamente consiglierei di stare alla larga. Robaccia che insinua, che suggestiona, che celebra cose di cui ti avrebbe fatto piacere continuarne a ignorare l'esistenza, (beh, dai, esageravo un po') che condisce i testi con sufficiente irrazionalità e incoerenza per fare in modo che siano le tue paure a completare il quadro. Conoscerne anticipatamente il “funzionamento”, e sapere di quali malattie mentali e spirituali soffrono gli autori (o fingono di soffrirne, per motivi meramente commerciali), normalmente è già sufficiente a sterilizzare tutto e a trattenere di un autore i pochissimi pezzi - o l'unico pezzo - meritevole di attenzione. La logica, poi, fa il resto: sapendo come l'autore intende alzare la tensione ne scovi lo stratagemma verbale e musicale. Sai già che l'autore che sta celebrando quel tipo di droga, probabilmente non l'ha mai assaggiata. O ricordi quel cantante che ammise, in un'intervista, che gran parte di ciò che ha cantato non l'ha mai vissuto “altrimenti sarei morto”.

venerdì 28 giugno 2024

Sul ringraziare e sul pretendere

Un episodio di Arcipelago GULag: un detenuto, in un polveroso ufficio, in attesa che gli trascrivano il documento di fine pena, mendica delicatamente all'addetto di dimenticare una lettera. Cioè di trascrivere la sigla KRD (detenuto politico) anziché KRTD (detenuto politico trotkista). L'addetto ci pensa un attimo, e “dimentica” quella T, rendendogli così la vita parecchio meno infernale. Il beneficiato va via senza neppure un cenno di ringraziamento ma Solženicyn commenta: è un favore così grosso che è impossibile ricompensare adeguatamente chi te l'ha fatto, e chi te l'ha fatto lo sa e non avverte il bisogno di ricordartelo.[1] Tra uomini, dopotutto, non ci si perde in formalità e salamelecchi, e se l'addetto avesse accidentalmente sbagliato a danno del detenuto, sarebbe stato impossibile veder riconosciuti i propri diritti (era pur sempre l'epoca staliniana). Se io fossi stato al posto dell'addetto, avrei stroncato qualsiasi tentativo di ringraziarmi.

Quell'episodio lo ricordo perché una delle cose che più mi irritano è l'arroganza di chi invece dovrebbe provare sincera riconoscenza. “Ma io devo curare i miei interessi”, sbottò uno a cui stavamo già facendo un enorme favore ed a cui non si poteva concedere nessuno dei benefit aggiuntivi, ed i cui interessi cozzavano clamorosamente contro quelli dell'ente e anche del buonsenso. Non so cosa s'inventò col pavido pretino che dirigeva la baracca ma l'ebbe vinta. Appena possibile smisi di collaborare col pretino, perché è frustrante vedersi puntualmente scavalcare da ogni arrogante di passaggio.

Sì, c'è sempre da tener in conto la possibilità che qualcuno sembri arrogante solo per incapacità di esprimersi. O che non ha abbastanza fiato per i salamelecchi. Oppure che per stress pregresso non ce la faccia neanche a tacere. Ma dopo tante, troppe volte che hai rivisto quel pattern, non hai più l'ingenuità di voler dare sempre un'ultima possibilità a chi ti sta di fronte. Le delusioni e le frustrazioni forgiano il carattere, l'esperienza rende praticamente irreversibile quella forgia. Col risultato, ad esempio, di non aver remore a rimbrottare - anche rumorosamente - qualche anziano capriccioso e ostinato. L'età e le malattie non ti esonerano dal provare riconoscenza per chi ti assiste. Non voglio salamelecchi, basterà un virile silenzio - come in quell'ufficio russo dove una lettera T viene accidentalmente dimenticata -, e quel minimo sindacale di doverosa collaborazione, perché è fastidioso e frustrante cercare di aiutare chi rifiuta di essere aiutato. Tollero anche lo sterile lamentarsi ma non tollero i procurati allarmi. Non sono un giocattolo da usare come passatempo, non sono il telecomando che premi per sport anche a televisore spento, non stai collaborando se mi chiami d'urgenza mentre sto dormendo, mentre sto alzando la forchetta per il primo boccone, mentre sto letteralmente cagando, e poi non è per nulla urgente. C'è differenza tra una richiesta di aiuto e un pretendere intrattenimento.

Il pretastro in confessione mi ha detto di trattare quel nonnetto come Cristo. Mi è venuto un brivido, perché sembrava una di quelle affermazioni da predica, cioè “in teoria verissima, in pratica dubbia”.[2] Per fortuna sono anni che quando un confessore me la spara grossa ho capito che non devo impressionarmi ma solo sforzarmi di decifrare cos'è che aveva inteso.[3] Piegarsi all'arroganza non sempre è un gesto di umiltà. Abbracciare chi ti tratta da giocattolino è un atto che può riuscire a dei santi (abbracciateli voi coloro che si sono imposti come missione di frustrarvi il più sadicamente possibile, dopodiché potrete farmi la predica). Fra la santità e la pazzia il confine è labile, e se non riconosco il bisognoso in cui abbracciare Cristo avrò sempre il dubbio di star collaborando al sadismo altrui. Caritatevole sì, e con tutto lo sforzo possibile, ma fesso no. E “possibile” implica dei limiti.

È una società malata, che ha abolito la riconoscenza sostituendola coi formalismi, coi cartellini del prezzo, coi salamelecchi, con l'adulazione, ferma restando la salute necessaria per eseguire quei prescritti rituali. Per questo regna l'arroganza. Quando sono stanchi, hanno fretta, hanno bisogno di distrazione, o sono su di giri per qualsiasi motivo, scattano tutte le pretese, dimenticano totalmente la realtà, agiscono come bambini capricciosi a cui tutto è dovuto, tutto e di più, incluso il capire magicamente cosa hanno per la testa in quel momento e cosa avranno subito dopo. Per cui, quando possibile, rimprovero: “molla quel cellulare e pensa a guidare!”, sperando che la pubblica figuraccia gli sia più educativa che umiliante, prima che metta di nuovo in serio pericolo me o qualcun altro.


1) Solženicyn ama ricordare gesti di carità del genere da quell'infernale “arcipelago”.

2) Quante volte dall'ambone ci hanno altisonantemente comandato di “uscire a proclamare il Vangelo”, o di andare “dai nostri nemici a dire: ti perdono!”…

3) Aiuta molto il figurarsi mentalmente il professorino col dito alzato che inizia ogni frase con “sì, ma devi…”.

martedì 25 giugno 2024

Frattaglie - 27 - altri argomenti che non svilupperò

Dovrei girare un documentario sull'impegno (degno di miglior causa) che ci mette certa gente a finanziare la propria vanità.

Mammetta giuliva mi parla orgogliosamente dei due figli adolescemi. Il primo è peggio di un lumacone in pensione che spende la paghetta in videogiochi e il cui viaggio più lungo è dal divano al frigorifero. Il secondo è un iperattivo distrattone che si fa rubare il motorino, perde gli occhiali durante una festa, organizza una vacanza con un suo amico accorgendosi troppo tardi di scadenze e impegni, si procura una lesione muscolare giocando e gli resta un danno permanente (poca cosa ma permanente) perché sapeva che le terapie gli avrebbero annullato tornei e vacanze. Alla loro età anch'io ero disorientato. Anche a me l'unico orientamento fornito era “togliti dalle balle, economicamente e silenziosamente, ma togliti dalle balle”. Anch'io ebbi praticamente da mendicare una presenza adulta, una guida, un maestro, finendo per scegliermene io di volta in volta (nel branco e non) e cercando di attribuirvi una qualche importanza, finendo per dimenticarne una e passare alla successiva. Finché non mi accorsi che le cose migliori dei miei migliori amici avevano a che fare col movimento.

Alla fine si è avverata l'ennesima profezia di 1984: una canzonetta creata dall'intelligenza artificiale mi risulta orecchiabile e cantabile. In 1984 si immaginava di rimbambire i prolet fornendo loro romanzetti fabbricati automaticamente da macchine (e dunque, per estensione, canzoni e altre forme di entertainment, che neppure Orwell aveva saputo immaginare). Per natura, all'uomo piace sentirsi raccontar cose, cantar cose, suggerire immagini su cui fantasticare (ohibò, quanti libri sacri - e opere profane - sono stati a lungo trasmessi solo oralmente?).

Ricordavo una band metallara con capelli a cresta di pollastro e giubbotti gialli che a fine concerto lanciava Bibbie agli spettatori (non nel senso metallaro di scagliarle addosso ma nel senso di distribuirle gratis). Un'americanata, nel vero senso protestante della parola. Così, per scherzo più che per assaggio, ho cominciato ad ascoltare le trasmissioni di una radio specializzata in Christian metal. Il principio è questo: siccome i giovani sono convinti che per essere ribelli ci sia da ascoltare musica metallara (quella fatta di “uaaaargh!” e di voci cinque ottave sotto i piedi), allora qualcuno si dà da fare per ammannire loro musica biblically correct e moralmente accettabile (salvo il non proprio buon gusto delle schitarrate, delle urlate e delle voci roche). Tra gli slogan della radio quello che mi fa più ridere è: Powerful Music for a Powerful God, “musica potente per un Dio potente”. Powerful. Anzi, quell'altro: To blow the devil away, “per spazzar via il diavolo”. Suppongono cioè che il demonio disprezzerebbe quella musica solo per il contenuto dei testi. Che anziché essere ambigui, cupi e brutali come quelli delle varie branche di trash metal, death metal, ecc. (che lo sono perfino quando apparentemente cantano romanticherie), sono invece zeppi di citazioni della Bibbia, raccomandazioni morali e citazioni dottrinali.[1] Dubito, però, che ci siano state conversioni o almeno maggior rettitudine morale da parte degli ascoltatori.

Nel mondo fai-da-te americano riecheggia ancora nostalgicamente il nome degli Home Depot, catena di negozi rinomata non solo per la vastità del catalogo ma anche per il fatto di assumere gente “del mestiere” (idraulici, carpentieri, ecc.) e di pagarla bene[2] (non come un qualsiasi spostapacchi). E che quando lavoravano fra gli scaffali capivano cosa cercava davvero il cliente e lo accontentavano. Ma un bel giorno la catena si becca una grossa causa contro la discriminazione perché gli incompetenti e gli ultimi arrivati lamentavano di essere pagati meno degli esperti. Sorpresa sorpresina: nel 2004 l'azienda perde la causa, sborsa fior di milionate di risarcimenti, e per forza di cose cambia politica di assunzioni. Così da allora ad oggi il personale è fatto di incompetenti e di spostapacchi. Cioè gente che se ti vede con dei tubi di rame intesi a essere saldati non sa la differenza tra un saldature a butano e una torcia a propano.

Perché in 1984 c'era bisogno di trasmettere la “confessione” di Goldstein? Perché il grande pubblico è fatto principalmente di coglioni ai quali piace “svegliarsi al mattino e trovare tutto già pensato”. Cioè non usano la logica, non sanno riconoscere le evidenze, o meglio, rifiutano la logica e le evidenze perché hanno paura di dover cambiare idea. Hanno bisogno di un Super Cattivo da odiare, perennemente descritto come tale, possibilmente “reo confesso”. Dunque finché qualcuno non viene descritto come nemico dell'IngSoc, finché non si trasmette qualche spezzone video “incriminabile”, per l'italiano coglione medio non può essere “cattivo”, può essere al massimo criticabile o oggetto di motteggi. Cosicché dopo la dittatura del ConteDraghi, finché i due soggetti non andranno in tv a dire “abbiamo preso ordini dai Nemici del Popolo”, l'italiano coglione medio si rifiuterà categoricamente di riconoscere i fatti, le evidenze, le connessioni, persino la logica stessa (l'abuso delle “zone colorate” e dei lockdown, e tutti gli abusi collegati). Non a caso, di fronte a scenari di guerra che nessun sano di mente vuole, l'italiano coglione medio continua a cibarsi della campagna d'odio contro il Goldstein russo, senza capire minimamente chi e perché sta manovrando il branco di utili idioti.

Qualche tempo fa mi regalarono un tablet cinesissimo. Era in omaggio con un televisore; l'amico in vacanza dall'altra parte d'Italia compra il televisore in un negozietto ambiguo e al ritorno mi dona il pacchetto dicendo di avere già troppi tablet in casa. La prima sensazione fu di capire quanto siamo disperatamente dipendenti da cineserie e da infrastrutture cino-americane. Sulla confezione non c'era scritto nulla, né le caratteristiche, né il nome del modello, solo un'immagine generica. Alla gente non importa sapere quanta memoria ha, quanto spazio libero c'è il primo giorno. “Ci funziona Uozzappe? Si può usare per i Ticche Tocche? La didattica a distanza la fa?[3] Allora va bene”. Procedo a installare un po' di apps scoprendo che richiedono un cumulo di permessi assurdi. A cosa diavolo serve ad un'apps di previsioni del tempo (che non fa altro che presentare in modo carino i contenuti di un sito web) il permesso di usare fotocamera, storage, identità e quant'altro? A cosa diavolo servono i tremila permessi per un'apps che serve solo a pubblicare foto e spezzoni video? L'utonto queste domande non se le fa: “l'importante è poter vedere le signorinelle discinte”. O peggio, “la Pubblica Amministrazione ha deciso che devo fare tutto con l'apps ufficiale”. Naturalmente quasi tutte le apps sono imbottite di pubblicità fino all'eccesso, cosa che sul mio laptop non ero abituato a vedere (e pure sul vecchio cellulare ho preso tante contromisure). Il manualino, scritto in caratteri minuscoli, è completamente inutile (parla solo di apps da installare, cioè l'unica cosa che si può fare senza assistenza). Per capire le caratteristiche hardware ho dovuto installare un'apps apposita: sono piuttosto altisonanti (gigabyte di qua, gigabyte di là…) ma il tablet si comporta come se fosse un gadget di dieci anni fa, lento e farraginoso (chissà con cosa hanno simulato l'esistenza di tanta memoria). Inoltre, al tatto, fa rumore da incollaggio storto. Dopo aver installato un po' di apps,[4] una si rifiuta di partire e dice che il tablet non è sicuro perché risulta attivato il “root”.[5] Cosa che non avevo fatto, ma si tratta pur sempre di aggeggi cinesi, non sai mai cosa c'è dentro, né quanto a software, né quanto ad hardware: non mi fido ad inserirvi cose importanti e faccio bene, visto che due settimane dopo inspiegabilmente non partono più neppure i giochini. Riformattare è un'impresa titanica e ostacolata in ogni modo. Il tablet prenderà qualche mese dopo un urto leggero che distrugge lo schermo. Non vedevo l'ora di riportarlo all'isola ecologica. L'amico si meraviglierà che mi era durato così tanto.


1) L'aspetto divertente del protestantesimo è che ti mostra sempre cosa succederà quando il prossimo cattolico cercherà di inseguire l'applauso del mondo.

2) Si dice che una rinomata azienda dal nome francese e non proprio economicissima tenti maldestramente di fare lo stesso, ma tutte le volte che sono andato a prendere qualcosa ho incontrato solo degli “spostapacchi”.

3) Eh, si era in tempi in cui il boom della didattica a distanza provocò lo svecchiamento dei magazzini di tablet, con gran gioia degli importatori di cineserie.

4) Nel gergo moderno i termini commerciali, le loro sigle, i loro diminutivi, sono diventati parte del vocabolario comune. Apps! E subito ti si illuminano gli occhi, come di fronte ad una magica soluzione a mille problemi. Sei disperato? Apps! Sei povero? Apps! Sei senza femmine? Apps! Tutto è apps, signori.

5) Evidentemente il tablet aveva già il malware precaricato di fabbrica, e chissà quanta gente più ingenua di me c'è già cascata.

sabato 22 giugno 2024

Alto mare bergogliesco

Uno dei fattori della crisi profonda della Cielle è stato senza dubbio l'ascesa al soglio di Bergoglio.[1] Il papismo da tifosi a cui eravamo stati addestrati con successo in epoca wojtyłiana e con ancor maggior successo in epoca ratzingeriana si è inevitabilmente ritorto contro di noi proprio nel momento in cui Benedetto XVI abdicava, e col papa Buonasera la stangata è stata definitiva. Non era mai stato davvero necessario sfoggiare quel papismo per affermare la fiducia nel successore di Pietro, non lo era nemmeno quando Ratzinger era sotto il fuoco incrociato di amici e nemici.[2] Ma è come se ai vertici del movimento di Comunione e Liberazione fosse piaciuto imporre l'ostentazione della fedeltà al Papa come fattore identitario.[3]

Sul sito web della Fraternità è apparsa la lettera del Prosperi ricevuto dal Bergoglio sabato scorso. La sviolinata prosperiana tenta malamente di nascondere[4] l'atteggiamento da corrucciato burocrate a caccia del pelo nell'uovo che ha identificato i punti buoni del movimento e mira a distruggere esattamente quelli. Non riesco a credere che un'ossessiva insistenza sull'«andare fuori» o contro il «guardarsi l'ombelico» siano dettate da buona fede e animo di pastore,[5] perché la prima va a colpire quel curare la vita interna di cui il movimento ha sempre più bisogno da diversi decenni[6] (il trascurarla, infatti, equivale a ridurre il movimento ad un darsi da fare finalizzato a dimostrare che si sta facendo qualcosa) e la seconda è subdolamente intesa a colpire quelle caratteristiche peculiari che hanno sempre reso unica (nel senso di attraente) la proposta del movimento.[7]

La programmatica accusa di autoreferenzialità che ci piovve addosso dallo stesso Bergoglio fu una gratuita sferzata per noi piccoli - in quanto campata in aria - e una tutt'altro che carezza per giussanologi e cielloti, che avevano agguantato il grosso delle poltrone cielline e iniziato a rattrappire molte opere e attività del movimento. La fissazione bergogliana sulla “guida comunionale” menzionata nella lettera, però, svela ancora una volta l'intenzione di ridurre definitivamente il movimento a un club parrocchiale indistinguibile dagli altri. Il sottinteso è infatti che ciò che ti è accaduto - imbatterti esattamente in quelle persone, un avvenimento che riguarda la tua fede - va considerato tutto sommato irrilevante e staccato dalla vita del movimento. Non hai più una catena umana di fiducia, avrai solo una struttura a cui ti iscrivi per eseguirne le attività,[8] non hai più in primo piano volti amici, avrai solo un grigio consiglio direttivo che ti gira gli ordini da eseguire.[9]

Mi lascia diffidente anche l'espressione «la speranza è una virtù umile».[10] Diamine, ci voleva il successore ufficiale di Pietro per proferire una simile banalità?[11] Escludo che nella lettera sia menzionata come sintesi di un'indicazione più articolata (per nascondere qualche randellata di cui conviene tacere): sembra piuttosto la risposta ad un'implorazione del genere “santità, ci dica almeno una parola che dobbiamo scrivere la lettera-verbale di incontro e non possiamo sviolinare esclusivamente su incoraggia/stima/desiderava conoscere”.

Il movimento, insomma, è ancora in alto mare bergogliesco.

Accolgo l'obiezione: il movimento “quale”? Dovrei distinguere fra tre diversi movimenti. Le persone concrete in cui mi sono imbattuto io, e tutta quella vasta trama di rapporti di fiducia che con crescente gratitudine vi ho scoperto dietro.[12] Se Tizio, che ritengo avere fede, mi si dice molto colpito da Caio, del quale ne riconosce la fede, so di poter fidarmi. E se a sua volta Caio riconosce la fede di Sempronio… È letteralmente la fede che si diffonde “per contagio”, disvelando un popolo, una compagnia guidata al destino. Che convenzionalmente veniva chiamata movimento di Comunione e Liberazione[13] e che dall'esterno si vedeva organizzare Meeting, pellegrinaggi, vacanzine, gli esercizi spirituali, incontri, attività. Senza fretta, senza pressioni, soprattutto senza fregature, ché tornavamo sempre con una ricchezza in più in cuore. Perché era una compagnia guidata, non su “una” strada ma su “la” strada.

Il secondo movimento è quando “giussanologi” e “cielloti” hanno sempre più conquistato la sala comandi.[14] Per i primi il movimento è di fatto “un discorso sul movimento” (nonostante lo neghino),[15] per i secondi è l'etichetta di un darsi da fare (per dimostrare di esser bravi a darsi da fare). Non c'è voluto molto che pensassero di poter campare di rendita, politicamente, economicamente, ecclesialmente. E non c'è voluto molto perché arrivasse quell'annus horribilis in cui si consolidò il declino del movimento come lo avevamo conosciuto, mentre le sue migliori perle - come ad esempio il Meeting di Rimini - diventavano a poco a poco la caricatura che ne avevano sempre fatto i comunisti.

Il “terzo” movimento è quello che hanno in mente Bergoglio e i vescovi italiani: rimpolpare l'asfittica Azione Cattolica facendovi confluire le armate cielline con la loro capacità ed esperienza organizzativa (e di raccolta fondi). Immaginiamoci come passo successivo della “guida comunionale” un gruppone disomogeneo di responsabili di vari club ecclesiali riunitosi per far sembrare concreta l'ultima esternazione pontificia o l'ultimo insignificante slogan della conferenza episcopale. Con quello della mummificata AC che comunionalmente dice a quello di CL: “farete… sposterete… darete…”: e che rispondi, non vorrai mica essere poco “comunionale”? Su, datti da fare. Convoca i tuoi associati, scrivi una letterina per convincerli, dà ordine ai capetti di suonare la grancassa, applicando un adeguato numero di espressioni in forma impersonale e simulando un adeguato entusiasmo su una lista sconnessa di astrazioni farcite di versetti biblici tirati su per assonanza, per convincerli a darsi una mossa. Non è così che si fa anche nei consigli pastorali parrocchiali e diocesani dove tutti comunionalmente comandano e alla fine si approva solo quello che i soliti noti vogliono? Soprattutto, guai a te se non sorridi e applaudi entusiasta, sei uno che non vuole “andare fuori”, sei uno che “si guarda l'ombelico”.


1) Do per scontato che chi legge questi miei rant abbia in qualche modo a cuore le sorti del movimento e sia sufficientemente capace di distinguere fra affermazioni di carattere generale difficilmente attaccabili (come l'inarrestabile declino del movimento in epoca bergoglionica, sebbene coadiuvato da debolezze interne) e affermazioni che dipendono dalla mia esperienza personale ma che sembrano trovare sempre più riscontri.

2) Se passa l'idea che il Papa ha bisogno di una claque si fa largo anche l'idea che il Papa sia una specie di mascotte, di capocannoniere, di segretario del partito, non dell'uomo che per divina volontà si ritrova ad essere pastore del più delicato e vasto gregge immaginabile. Proclamarsi fedeli al Papa, quando vige il menefreghismo, è di fatto una risposta ad una domanda che non si pone, è percepito come un tentativo di sembrar virtuosi, cioè come un invito a sbadigliare o perculare. E quando poi arriva il papa Buonasera

3) Quando il don Giussani ribadiva la fedeltà alla gerarchia, aveva ancora presente l'ostentazione di infedeltà da parte di certi progressisti non ancora convertitisi al moderatismo clericale degli anni ottanta (quando da qualche cabina di regìa giunse l'ordine ai rivoluzionari di far meno caciara), la ribellione a Paolo VI da parte degli stessi modernisti che erano stati fin troppo accontentati, e probabilmente anche la scottatura delle tante dure ubbidienze e rospi da ingoiare che curie e vescovi avevano ostinatamente inflitto al sacerdote brianzolo reo di aver fondato - suo malgrado e senza neppure l'intenzione - un movimento. Finì evidentemente che certuni nel movimento ritennero d'uopo prendere alla lettera le espressioni del Giuss, anche dai pro forma destinati ai diffidenti curiali.

4) Ipotesi di complotto: anche Prosperi è stufo e pacatamente, ancora una volta, lascia trasparire l'assurdità della situazione. “Giusto cielo, ma guarda quante volte il Papa ci ha ripetuto la frase sull'Andare Fuori e sul non Guardarsi L'Ombelico, oh santo cielo”. Chi non è rincoglionito (né ipocrita) ha già inteso. Ma per credere a tale ipotesi occorre convincersi che ai vertici del movimento l'ordine implicito di scuderia sia quello di continuare a fare le candide colombelle in attesa speranzosa del prossimo pontefice (e sperare di non tornare ai fantozziani fasti carroniani). Ché sarà già una grazia se il prossimo Papa ci ignorasse e ci lasciasse leccarci le ferite.

5) Gli slogan degli ambienti gesuitici, “andare fuori”, “non guardarsi l'ombelico”, di sapore sessantottino e gesuiticamente interpretabili in due modi solitamente opposti, vengono infatti usati come un'amichevole pacca sulla spalla nei confronti di certi modernisti clericali e come una sferza nei confronti della Cielle. C'è una sola categoria di fedeli trattata peggio dal Bergoglio, ed è quella dei tradizionalisti.

6) Mi lascia sbigottito scoprire ciellini anche di lungo corso che ad oggi vivono i sacramenti come un'attività di cui farebbero volentieri a meno, o che trascurano la confessione da anni. Ho il sano terrore che il “patto col diavolo” della Cielle sia stato l'accettare supinamente la “comunione sulla mano” (introdotta dalla CEI nel 1989) come norma anziché come eccezione. L'ubbidienza ridotta a servilismo (con la scusa dello sbrigare le comunioni) faceva il paio con la fedeltà al Papa ridotta a papismo di etichetta.

7) “Guardarsi l'ombelico” è un dispregiativo che non ammette obiezioni, una sentenza data prima del processo, e incrimina previamente il presentare la propria esperienza. È un fare di tutta l'erba un fascio, è un presumere che l'intero movimento sia un “discorso sul movimento”. Ed è come quando quell'esimio prelato disse con sommo sprezzo verso una possibile causa di beatificazione, che il movimento non aveva bisogno di suoi santi.

8) Non si può negare che Wojtyła istituzionalizzando i movimenti li abbia castrati. Volutamente, temo, seppure troppo spesso con ottime ragioni. Bergoglio ha semplicemente portato alle estreme conseguenze quell'istituzionalizzazione, come se volesse dei cloni dell'Azione Cattolica, a guida “comunionale”, imbottiti di attività ma ultimamente un passatempo parrocchiale poco rilevante nella vita di fede di chi vi aderisce. Comico paradosso: la Cielle nasce dall'Accì e una cinquantina d'anni dopo dopo la Cielle indistinguibile dall'Accì non può far altro che confluire nell'Accì.

9) Alla fine della fiera l'autoridursi a eseguire ordini (attivismo e incontrini cultural-teologico-autopsicanalitici) è esattamente l'accontentare giussanologi e cielloti. Che però solo a quel punto cominceranno a capire di non essere più “speciali” ma di esser diventati uno dei tanti insignificanti club parrocchiali, che per di più avrà perso la sua autonomia organizzativa e la sua verve con cui attirava sempre nuova gente.

10) Gesuiticamente parlando, la speranza “virtù umile” si contrappone alla speranza basata su una “certezza presente”, che in quanto certezza è invisa al modernismo clerical-gesuitico oggi in vigore. Ricordo bene la fretta con cui un pregiato monsignore mi rintuzzò insinuando che l'esperienza non può dare certezze, quando per ingenua baldanza avevo menzionato la ragionevole certezza acquisita dall'esperienza. Proprio loro, i campioni del sospirante intimismo e del sottinteso che alla fine della fiera “va' dove ti porta il cuore” (cioè “scegliti ciò a cui vuoi credere e sei a posto”), hanno quel momento di reazione pavloviana in cui “esperienza” e “certezza” suonano loro come un grave pericolo.

11) Per tutta una vita cristiana ho dovuto sopportare logorroici chierici parolai che proferivano instancabilmente petalose banalità e giocavano con le parole del lessico cattolico un po' come bambini che infilano tre o quattro parolacce nella stessa frase convinti di aver ideato l'imprecazione del secolo. Immaginate la mia faccia alle prime scuole di comunità e Meeting di Rimini, quando sentivo parlar chiaro e senza melensaggini sulle questioni fondamentali della fede.

12) Cosa vuol dire essere “ciellini”? L'appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione comincia non perché decidi di aderire ad un club ma perché i tuoi migliori amici sono coinvolti in quella genuina esperienza di fede al punto che nel tuo piccolo non riesci a non desiderare di vivere la stessa cosa. E col passare del tempo scopri che i loro migliori amici vivono quella stessa fede, e così pure gli amici degli amici degli amici… e capisci cosa significa quell'espressione “compagnia guidata al destino”. Per indicare quella cosa dici “amici”, se proprio c'è bisogno di esser formali usi qualche timido termine come “il movimento”, “la fraternità”, perché non hai bisogno di un'etichetta, perché sai che non è banalmente uno dei tanti club parrocchiali che s'infervorano attorno al logo colorato del proprio gruppo, bramosi di dimostrare di essere significativi nella Chiesa o almeno utili a qualcosa. Quel “movimento” riguarda la tua vita di fede, non un darsi da fare, non un impegno culturale (sebbene nel movimento non manchi). Non si diventa ciellini svegliandosi al mattino con la voglia di una tessera in più. Ci si accorge di essere ciellini tardi, quando si viene accusati di esserlo, quando quei volti che rappresentano la tua fede vengono accusati di essere tali, quando qualche clerical-curiale insiste a volerti apporre un'etichetta clerical-politica…

13) All'interno della Cielle praticamente nessuno usa tale termine - e neppure “Cielle” e simili. Ci si è sempre detti “il movimento”. Non c'era mai stato bisogno di etichettarsi.

14) Le prime crepe si son viste col don Giuss ancora vivente. E lui stesso in diverse occasioni - come dopo il misero fallimento del referendum contro l'aborto del 1981 - ebbe a desiderare di ricominciare tutto daccapo, di essere solo “in dodici”. In quanto movimento - per definizione “qualcosa si muove”, non è una cosa statica, c'è chi entra, c'è chi esce -, tanti si fanno facilmente sedurre dalle sirene mondane. Dalla politica, dalla “giussanologia”, dall'attivismo… Evidentemente nemmeno Giussani riuscì a tenerli a bada.

15) Le scuole di comunità e assemblee, ridotte troppo spesso ad un esercizio stilistico di oratoria, alternano omelie farcite di gergo ciellino (“lo sguardo leale sul riaccadere di una presenza che si imbatte nell'esperienza che si gioca nell'amicizia senza la scontatezza…”: termini che una volta ci erano necessari per farci capire, non per abbellire discorsi) a sensazioni vagamente intimistiche (“ieri mi colpiva la notizia al telegiornale”, è sempre uno “stamattina” o “ieri” - al limite nascosto dietro un “ultimamente” -, mai qualcosa dei precedenti 7-15-30 giorni), sono quanto basta per riaffermare, con don Giussani, che se la scuola di comunità non ti fa crescere è inutile, e che l'autoincaricato di martellarti a marcar presenza è uno scocciatore.

domenica 26 maggio 2024

La tortura del sonno

Da qualche tempo sono sottoposto a una sorta di “tortura del sonno”[1] dovendo aiutare il nonno in condizioni fisiche piuttosto malmesse. A qualsiasi ora del giorno e della notte reclama la mia presenza per accendere o spegnere il televisore, per aprirgli merendine, per alzarsi e farsi portare in bagno (e dopo diversi minuti esige di farsi alzare dal bagno e riaccompagnare a letto)… E tende talvolta a cadere, lasciar cadere, sversare dappertutto. Difficile stimare quanto ci sia di problema fisico, quanto di desiderio di compagnia, quanto di capriccio infantile, ma sono certamente presenti tutti e tre. Era iniziata come piccola e breve penitenza d'avvento: non è stata breve, è proseguita fino alla quaresima, c'è stato un breve bagliore fioco in fondo al tunnel ma si è spento presto l'ottimismo.[2]

Nel nonno autoridottosi a bambino capriccioso e insolente vedo drammaticamente quanto può essere immiserita una vita dal naturale invecchiamento e che fino ad alcuni anni prima era tutto sommato fatta di successi, di impegni, di compagnie, di soddisfazioni. Vedo quanto ci si può ridurre male e quanto facile venga da mugugnare “voglio morire” quando cominciano a mancare lucidità e forze, e un po' temo per me stesso, per quando sarò io a finire in quelle condizioni e senza la fortuna di una persona che si dà pazientemente e volenterosamente da fare,[3] e col rischio di riuscire a farla pure perdere, quella pazienza. Dopo che per l'ennesima volta mi ha svegliato ha attaccato con una cazziata perché non ho decifrato ed eseguito immediatamente ciò che voleva, e mi ha lanciato uno sguardo di quelli di inequivocabili furia e disprezzo. E allora il cazziatone gliel'ho dovuto fare io, ripetendogli con insistenza che non può permettersi il lusso di trattare così chi lo ha letteralmente tolto dalla merda.[4]

Con l'occasione penso anche al vastissimo branco di coglioni, non solo quelli della mia fascia di età, che hanno orgogliosamente rinunciato alla normale vita “famiglia e figli” per non perdersi le “opportunità” della vita.[5] Facile pensare in grande quando la salute non ti manca e i soldi riesci ancora tutto sommato a intascarli. Poi all'improvviso ti ritrovi bisognoso come quel nonno, e se mugugni “voglio morire” vieni immediatamente preso sul serio perché non sei più utile. Tutti i gadget comprati, le fiction viste, gli apericena, i week-end, le vacanze in posti che non sapevi nemmeno indicare sul mappamondo, non ti ridanno neppure l'ombra di ciò di cui avverti il bisogno.[6]


1) Non è un modo di dire. Non poter usare cuffie o auricolari, non poter pianificare orari, non riuscire a prendere sonno sapendo che all'improvviso - dopo un periodo casuale che varia dal quarto d'ora alle sei ore - occorrerà alzarsi in fretta e furia e fare sforzi da manovale solitario.

2) Non ricordo più l'ultima volta in cui ho dormito per un'intera notte senza interruzioni e senza venir svegliato da un lamento che mette l'ansia di dover decidere se era una richiesta di aiuto o se si può tentare di riprendere a dormire. E che dunque passa un'ora o più prima di poter riprendere sonno.

3) E ci si deve pure considerare fortunati ad avere almeno un tipico badante cinico e scansafatiche.

4) Si dice sempre “non è lui a parlare ma la sua malattia”. È una di quelle belle frasi che non spiega e neppure consola. Il soggetto ce l'ho io davanti. Sono io quello che lo ha visto in azione e che può meglio stimare quanto c'è di malattia e quanto di capriccio.

5) È una vera tortura ascoltarli pontificare sul convivere, sul “diritto” di sopprimere vite, sul diritto di immaginarsi ciò che non si è, e su quanto sia costoso figliare, su quanto importanti siano il prossimo acquisto o la prossima vacanza… Sono gli stessi che si lamentano di come in cinque anni la vita si sia fatta molto costosa e lo stipendiuccio - già misero all'epoca - sia a stento sufficiente a pagare tutte le rate e a restare a galla. Per poi invidiare quelli che stanno scalfendo le ricchezze ereditate per continuare a fare gli irrinunciabili viaggetti, cenette fuori, acquisti online.

6) Uno può crogiolarsi nei ricordi solo su un comodo divano e a stomaco pieno e temperature confortevoli.

sabato 25 maggio 2024

Frattaglie - 26 - il tempo di twittare mancava ancora

La moda del “proteico” continua ad impazzare fra i 'ggiovani, convinti che sia la nuova pozione magica per avere un corpo statuario, indispensabile per poter primeggiare nei rapporti sociali. Non vedo l'ora che qualche parroco promuova la parrocchia proteica nel sempre più ingrato compito di attirare i giovani.

Il metodo standard femminile di presentare il proprio valore è passato in pochi decenni dal cucinare deliziosi pranzetti all'agitarsi per un balletto idiota davanti a un cellulare.

Ho dovuto stoppare una persona cara che aveva innestato il Pilota Automatico del Dare Consigli. Ho dovuto ricordare che quando hai un'emicrania, c'è bisogno di un'aspirina, non di discorsi sulla testa, non di consigli sulle aspirine, non di spiegazioni mediche, non di “cosa vorrà dirti il Signore con questo”: quando hai una cazzo di emicrania, hai bisogno solo di una cazzo di aspirina, ed è proprio quella stessa emicrania a renderti fastidiosissime le inutili elucubrazioni.

Vive da mesi all'estero e chiede informazioni su cosa preparare in caso di morte inattesa. Funerali? Modo di avvisare i parenti dall'altra parte della Terra? Poi dice che non ha molto interesse a far testamento. E allora, vorrei rispondergli, di che ti preoccupi? Non hai né fede, né affetti meritevoli di ciò che lasci (a parte un generico avvisar gente che evidentemente non ci tiene troppo a te).

Perché tanta cagnara sul Vaticano II? Gli si dia tutto l'onore che effettivamente gli spetta (poco, visto che era un concilio “pastorale” che non ha affermato né condanne, né dogmi di fede, né altro che impegni seriamente la vita dei credenti), e basta; non un pelo di più. Invece è sempre stato solo una scusa per far passare la propria “agenda”, è sempre stato il comodo alibi di chi voleva appiattire e banalizzare, al punto che il don Giussani (persino lui!) si ritrovava a doverlo citare per evitare di essere bersagliato dai Professanti Mentalità Moderna.[1] Ti lamenti del tavolaccio usato come altare? “Eh ma sei preconciliare”. “No, guarda, sono ciellino, e di solito vengo accusato di modernismo dai preconciliari, mettetevi un po' d'accordo su cosa dovrei essere secondo voi”.[2]

Ogni tanto vien voglia di scrivere una paginetta autocelebrativa sul perché uso tante note, digressioni, parentesi, corsivi, incisi… È perché da tanti anni sono abituato ad aver a che fare con dei minus habens, dalla ridotta capacità di comprendonio e ridottissimo attention-span. E quindi ogni singola sillaba si presta ad equivoco, e dunque ogni singola sillaba va precisata, giustificata, contornata di spiegazioni e distinguo e chiarificazioni.

Quando cominciai a frequentare il movimento di Comunione e Liberazione si sentiva - anzitutto dall'ostilità di altri ambienti ecclesiali - che la Cielle era un unicum, che era qualcosa di particolarissimo di fronte a cui non veniva la tentazione di sbadigliare. Oggi invece la percezione è che si tratti di una delle tante aggregazioni ecclesiali, ognuna col suo elevatissimo grado di insignificanza, il suo gergo peculiare,[3] la sua aristocrazia di capi e capetti (con zero importanza fuori dall'ambiente). L'autoriduzione della Cielle alla caricatura che ne facevano i comunistoidi era appena cominciata (ma al sottoscritto occorsero parecchi anni per accorgersene, cioè fino al momento in cui le “eccezioni” e le “coincidenze” cominciarono a risultare davvero troppe).

Era solo nel movimento che ci veniva ripetutamente chiarito come l'arte parlasse (mostrare la bellezza, cioè “mostrare Dio”), salvo poi indulgere negli sgorbi di un Congdon o nel “valorizzare” sinistre figure (sinistre non solo politicamente) e sentirsi à la page, anzi, valorizzarle di più proprio per essere ancor più à la page. Ricordo ancora il brivido che provai quando assistei per la prima volta ad un triduo pasquale in Vetus Ordo: erano quegli stessi testi del De Victoria che il movimento ci aveva abituato ad ascoltare e anche ad usare nelle liturgie. Il Vetus Ordo era letteralmente la risposta sottintesa a tutte le volte che il movimento ci aveva insegnato quel “mostrare Dio”. Curiosamente, i sacerdoti del movimento “un po' tradizionalisti” erano dei soggetti isolati. Come se il movimento ti facesse assaggiare la lasagna ma contestualmente proibendoti di cucinarla o di richiederla. E tutto perché vigeva la legge non scritta dell'essere talebani del merdosissimo Vaticano II.

Per i comunisti sovietici la vergogna peggiore dei nazisti era il giustificare la propria malvagità con “la nazione lo vuole” e di voler ignorare che la “nazione” (qualcosa di impersonale) è fatta di persone. Sottinteso: “quando noi sovietici diciamo che il Partito lo vuole, devono esser per forza le persone a volerlo”. Che è la stessa cosa, perché anche il “Partito” è qualcosa di impersonale e fatto di persone. Ma questo non importava al dipartimento sovietico di Agitazione e Propaganda. Dopotutto il popolo parla per bocca dei suoi rappresentanti, i quali parlano per bocca del Partito, il quale parla per bocca del suo leader, cioè il segretario del Partito. I sovietici criticavano il nazismo per l'essere una malvagità senza un volto a cui associarla. Ma in risposta avevano il volto del leader a giustificare ogni malvagità.[4]


1) Checché ne dicano i più esperti giussanologi, l'entusiasmo di don Giussani per il Concilio - che non è solo un insieme di documenti ma un'intera mentalità - era dovuto alla speranza di poter cavalcarlo come alibi per poter cambiare qualcosa in meglio. Così come gli altri lo cavalcavano come alibi per imporre robacce impresentabili nella direzione opposta. Senza dubbio gli sarà stato frustrante, gli sarà stato un inseguire il carro che rotola giù dal pendìo. Del Concilio, “quel ch'era buono non era nuovo, e quel ch'era nuovo non era buono”. Non è arditissimo ipotizzare che Giesse, Cielle e tutto il resto potessero tranquillamente nascere anche senza il Concilio, perché le intuizioni del Giuss, per quanto “ubbidienti” alla gerarchia, non avevano né bisogno, né origine dai testi conciliari, dai loro sedicenti interpreti, dai fanatici del cambiamento. Magari un giorno si potrà ammetterlo anche nelle biografie di don Giussani.

2) L'accusa di modernismo a Giussani e al movimento (intendo il nocciolo duro del movimento, non il vasto strato movimentistico che lo ricopre) può essere dovuta o a pedanteria semantica (riassumibile ironicamente in “se uno dice barca deve per forza essere un marinaio”), o a pignoleria professorale (riassumibile in “se non esibite il gagliardetto di Pio V siete collusi col Nemico”).

3) Quando s'aveva qualcosa da dire, si usavano termini specifici - “avvenimento”, “imbattersi in una presenza”, “sguardo leale”… -, proprio per far meglio chiarire ciò che s'aveva da dire. Oggi, invece, sembra che anche i capi e capetti abbiano confuso il “qualcosa da dire” col gergo con cui lo si esprimeva. Cioè si sciorina il solito insalatone di paroloni, e in virtù di ciò ci si sente speciali e (auto)convalidati.

4) Da questo si capisce come i russi di oggi abbiano ancora la convinzione che i nazifasci propugnano qualcosa di impersonale e perciò possano essere telecomandati.

sabato 30 marzo 2024

Frattaglie - 25 - la radical-sciccosa

Uno dei tipici personaggi di queste lande brulle e desolate è la radical-sciccosa di parrocchia. Tanto impegnata fra sagrestia, spazi parrocchiali e sagrato, quanto allineata alla religione sentimentalistica e radical-chic che sta spazzando via gli ultimi brandelli di cattolicesimo convenzionale: la religione dei sospiri, delle frasi sdolcinate e insignificanti, quella in piena sintonia coi telegiornali.[1] La radical-sciccosa pubblica sui suoi social un disegno a matita della sorella, altrettanto parrocchiana. “Che bel regalo”, descrive, scatenando una gragnuola di Like e di commenti entusiastici. Il soggetto sacro raffigurato dà l'impressione che i pensieri della disegnatrice non fossero esattamente religiosi.

Passate le feste di Natale, si è esaurito il liturgico diluvio di sospiri, auguri, frasi fatte, espressioni di generica “speranza” fondate sul nulla o su numeretti di calendario. Da domani sera potremo considerare passate le feste di Pasqua,[2] e considerare esaurito il bis di quel diluvio. I teleconsumatori paganti e fieri di esserlo celebrano con intensa devozione la liturgia degli auguri come se temessero seriamente che un team apposito controllasse se ne hanno dimenticato o ridotto qualcuno (dopodiché si torna alla realtà, fatta di costi, spese, aumenti, stangate). Sono liturgie di un mondo postcattolico che non sa più neppure perché insiste a voler festeggiare “Pasquetta”, “Capodanno”, “Natale”, “Ferragosto”… si festeggiano “perché sì”.

La musica non classica che ascolto ogni tanto con una certa avidità ha due costanti fondamentali: l'inquietudine che quasi sfocia nell'urlare e il ritmo serratissimo di chi corre a lato di un precipizio ma con la foga di chi ha un obiettivo e spera che sia valido. Si tratta di poche ottime canzoni di pochi gruppi che nel resto della loro produzione raramente riuscivano a raggiungere almeno la mediocrità (e che anche solo per questo motivo non meritano di esser nominati: non vorrei stuzzicare curiosità su tale spazzatura): devo ormai considerare dato acquisito il fatto che un gruppo men che mediocre possa produrre in tutta la sua carriera uno o forse ben due pezzi di un certo rilievo. L'inquietudine è difficile da esprimere in musica (un po' meno difficile nel caso della musica classica, ma non con quel mordente del correr di lato ad un precipizio), e quando la musica ti diventa un mestiere, l'inquietudine la esprimi solo fingendola.

Solženicyn dedica suo malgrado tante righe di Arcipelago GULag per rispondere alle obiezioni: ma non potevate denunciare? Non potevate organizzarvi? Non potevate reagire? Non potevate evitare? Non potevate convincere gli altri?[3] Quando con estrema cautela abbiamo cercato di opporre qualche dubbio alla Sacra Narrativa Vigente siamo stati presi per pazzi, nel migliore dei casi, accusati di voler fare i bastian contrari, di voler credere ai gombloddih,[4] venendo emarginati, ostacolati, derisi.[5] Ed ora ci dispiace vederli crepare come moscerini che ronzano attorno al fuoco. Poi, fra un decennio o due, qualcuno comincerà finalmente a riflettere su cos'era diventata questa società quando dovevi stamparti autocertificazioni per andare a fare la spesa (e sperare di non trovare un agente pignolo), quando dovevi esibire un nazistissimo Lasciapassare Verde per poter prendere una merda di caffè al bar o andare al matrimonio del cugino, quando i pretastri rinnegatori del buonsenso rifiutavano la Comunione a chi non si presentava con le mani (e nel frattempo non era presidiato neppure uno dei confessionali di parrocchie e santuari).

Uno dei dogmi più assoluti dei preti moderni è “non devono rompermi il tran-tran”. Hanno un'allergia a qualsiasi richiesta che vada fuori dalle loro più inveterate abitudini. Sono dispostissimi a fare e dire solo ciò che hanno in una sorta di menu precompilato ben chiuso nella loro scatola cranica, e nient'altro. Per cui banalizzano, deridono, o fingono di non capire, quando avvertono anche un minuscolo sentore che stai per domandare una cosa che dovrebbe essere normale chiedere ai preti, ma che loro non hanno alcuna intenzione di assecondare.[6]

Nel corso di lunghi anni, apparentemente senza motivo né cure, sono guarito da alcuni problemi fisici che mi ero rassegnato a doverci convivere per tutta la vita. Incluso un problema di stomaco, per il quale mi ero arreso a farmi prescrivere una fastidiosa gastroscopia, venendo messo in lista d'attesa per un tempo biblico. Nel frattempo era iniziato il 2020 con la Novella Religion Obbligatoria ed il reparto presso cui ero in lista è scomparso nel nulla (salvo poi ricomparire chiedendo il nazistissimo Lasciapassare Verde). Un giorno, durante tale interminabile attesa di quella gastroscopia, ho avuto l'ennesima crisi, ho vomitato interi metri cubi, e il giorno successivo non avevo più nulla. Così, senza motivo, senza medicine, senza neppure una visita.[7]

L'uomo ama confondere i sogni con la realtà per poi diventare violento e isterico quando glielo si fa notare. A volte, invece, assume l'espressione da cane bastonato e accetta il fato standosene immobile a chiedersi com'è mai potuto succedere che la realtà non fosse uguale al sogno.

Divertente notare ancor oggi che il format di invito ad andare ad un incontro di un qualche gruppo ecclesiale sia ancora sufficiente a capire se si tratta di Comunione e Liberazione o no. Per le altre realtà ecclesiali l'invito generalmente si riassume in: vedrai (o farai) qualcosa di nuovo (sottinteso che siamo già sicuri che non puoi assolutamente averlo già visto o fatto meglio di come noi: sai, siamo gli specialisti di tale novità). Quelli della Cielle, invece, sono riassumibili in: si parlerà di cose serie. Che fino a non troppi anni fa era pure vero (mi sale il magone a pensare quando tornavo dalla “scuola di comunità” con un punto in più, anche l'aver capito soltanto un punto in più).

No, non sono pentito di aver trattato in modo un po' brusco i nonni nell'ultima interazione che abbiamo avuto quando erano vivi. Mi viene spesso da pensare che il rincitrullirsi in vecchiaia sia forse la più disperata delle àncore di salvezza, come nelle vecchie barzellette in cui l'imputato invoca la propria infermità mentale per passarla liscia in extremis. E quindi che quel trattamento brusco - in cui stavo di fatto interagendo con la loro salute mentale in crollo verticale - non sia da addebitarmi come una mancanza di carità, ma come un tentare di tenere ancora a galla una barca che affonda. (Ed è tragico quando tale affondamento dura a lungo, settimane, mesi, magari anni)

Il drammatico limite di qualche anziano con cui sto avendo a che fare è che con loro crollano comode impalcature di parenti, di equilibri sociali, di questioni di soldi e di immobili, e di tanti altri problemucci che avrebbero tolto il sonno e la tranquillità se non fossero stati rinviabili. La finestra di Overton del rendersi indipendenti - l'ideale dell'andare a vivere da soli e lontano -, una volta chiusasi, lascia solo problemi, beghe, amare sorprese, e soprattutto uno sconquasso nella propria vita che non risulterà aggiustato nemmeno dieci o vent'anni dopo. Quel precario ma tutto sommato ancora gestibile microequilibrio sociale che c'era prima del 2020, in poco più di quattro anni è andato a pezzi, complice la dittatura del 2020-2021 e il magico Elisir di Lunga Vita. E così mi ritrovo mio malgrado nella stagione dei rimpalli di responsabilità, di attività sgradite, di interventi da “arbitro che non voleva essere tale”, di rincorse e acrobazie per guadagnare quell'ora di sonno o di aria pulita. È come se tutto il mondo fosse invecchiato di colpo.

Mi torna la nostalgia di quelle epoche rappresentate nei film che tanto piacevano a don Giussani (come Ordet, come L'albero degli zoccoli), in cui anziani, storpi e malati godevano tutto sommato di compagnia, assistenza, vita sociale, perché non era in voga la foga di sbarazzarsene, perché non c'era l'ossessione del pubblicare sui social quanto ci si è goduta la vita. E avrebbero avuto un funerale commosso e partecipato anche se si fossero spenti come questi gingilli elettronici moderni, d'improvviso lo schermo diventa nero e non c'è più niente da fare.

Ci veniva sempre detto, alla “scuola di comunità”, che la vita della Chiesa - e dunque la vita del movimento - non è il fare delle cose insieme e poi andare a mangiare insieme. O è aperta alla totalità, o ci fa soffocare. Siamo nel 2024 e il rileggere le parole “aperta alla totalità” mi fa ricordare come tale espressione sia stata pian piano annacquata, nel corso degli anni, ad un generico sospiro beneaugurante. L'effetto Chernobyl sul movimento: “fuori”, le stesse parole di prima, “aperti alla totalità”, “dentro”, progressivamente e inesorabilmente svuotate di senso.[8]

Anni fa ci raccontarono di un malato terminale di Montréal che aveva chiesto con urgenza l'iscrizione alla Fraternità di Comunione e Liberazione, morendo pochi giorni dopo, seppellito con la “tesserina” nel taschino. Bei tempi, quando si poteva guardare al movimento come un di più nella propria vita. Oggi, invece, siamo in paziente attesa che smetta di essere un di meno, che smetta di essere un discorso già sentito e sempre più simile ai discorsi delle radical-sciccose. La nuova moda è, ahinoi, il ciellino disincarnato, distaccato e distopico, che ha smesso anche di essere iperattivo volontario nelle attività.[9]. Ma forse la colpa peggiore del carrónismo è stata l'illusione che il movimento poteva finalmente campar di rendita nonostante l'aver evitato per decenni di curare “la vita interna”.


1) Ricordo vivamente, di quando ero bambino, quel momento in cui mio zio, a casa del quale avevamo il cenone di fine anno, si pose religiosamente davanti al televisore per seguire l'omelia del presidente della repubblica, mortalmente più noiosa persino di quella del vecchio parroco. Posso supporre che esistano ancora vecchi barbogi disposti a questo tipo di liturgia laica, non necessariamente anziani zii e vecchie carampane.

2) La Sacra Pasquetta è una festività che non abbisogna di auguri.

3) Arcipelago GULag è un'opera che andrebbe fatta studiare nelle scuole… se le scuole fossero capaci di insegnare anziché di limitarsi a (malamente) istruire.

4) L'accusa di complottismo è la fallacia ad hominem che serve a screditare i non credenti nella Religione Laicista.

5) E ci confezionavano persino le fiabe ad hoc, come quella dei malati che in ospedale in punto di morte rimpiangevano di non essersi fatti somministrare il sacro Olio di Serpente Elisir di Lunga Vita.

6) Cartello: “confessioni: il mercoledì pomeriggio dalle 15:30 alle 16”. Siamo quasi al punto che è più facile farsi rilasciare il passaporto che confessarsi.

7) Nel biennio della Novella Religion Obbligatoria sono guarito anche da altre cose, grazie al fatto di essermene infischiato degli obblighi così volenterosamente abbracciati dai credenti e praticanti. Se avessi potuto aver accesso ai sacramenti come nel 2019 non me la sarei presa tanto contro tale Novella Religione.

8) È preoccupante la riunione dove il Capo-Capetto infligge ai convenuti l'Omelia-Standard con i Paroloni Importanti del Movimento e qualche Volo Pindarico occasionale (“ieri…” “stamattina ero colpito da una notizia del Corriere…”). I convenuti, dai capelli bianchi come il predicatore, son lì solo per marcare presenza e fare il giro di saluti. Ché il giro di saluti è sempre stato il momento più goduto di ogni scuola di comunità. In altri tempi - devo esser vecchio, perché mi sembrano già lontanissimi -, pur godendoti il momento dei saluti, avevi un tarlo dentro, avevi capito qualcosa di nuovo, anche soltanto una virgola. “Possedevi” di più ciò che fino a quel momento avevi cercato di afferrare, di capire, di far tuo. Salutavi, ma stavi crescendo.

9) Attività intese come l'attivismo del “ehi, organizziamo qualcosa per fare qualcosa, dai, che bisogna pur aver qualcosa da esibire alla nostra platea immaginaria”.

domenica 10 marzo 2024

Quattro anni fa l'Italia divenne tutta zona rossa: ricordi sparsi

Stampa e governo promossero il delirio totale, la demagogia solennissima, la paranoia nazionale, la discriminazione obbligatoria, l'ipocondria di Stato, l'isteria collettiva. Il bombardamento mediatico e l'autoritarismo arbitrario ne furono i pilastri.

L'infame curia milanese aprì le danze con “la messa guardatevela su youtube”, e il resto venne da sé: i “distanziamenti” perfino fra i banchi in chiesa, i preti “latitanti” coi confessionali vuoti perfino nei santuari mariani, le ridicole polemiche sul suono delle campane, il diabolico “obbligo di comunione sulle mani” (e la “santa invidia” per i furbetti che avevano possibilità di aggirare le norme civili e clericali per poter continuare a frequentare i sacramenti).[1]

E tutto il “security theater” (coi tanti volenterosi che si davano da fare persino più di quanto il Potere esigesse), e le arterie stradali pressoché vuote, e il “pisciare il cane di peluche” pur di uscire (o l'andare al supermercato 5 volte per 5 articoli), e gli inseguimenti dei “runner” e dei bagnanti isolati (e gli autopromossi “delatori”, specie sui social), le mascherine “anche all'aperto” (e i guanti di lattice, e l'igienizzazione ossessivo-compulsiva), e le “autocertificazioni”, la “didattica a distanza” (cioè a casa coi videogiochi: “mamma, capisci!?, scuola è chiusa! che bello!”) e lo “smart working” (e anziane docenti improvvisatesi network engineer), e l'assalto ai treni in stazione per scappare a casa prima delle chiusure, e le visite mediche programmate (e già pagate) svanite nel nulla, e le mascherine FFP2 a 6,40€ in farmacia, e i tagli ai trasporti, e il divieto di baci e abbracci…

E quindi il lockdown dopo una certa ora (il virus era nottambulo, oltre che esperto di confini comunali e regionali), i “banchi a rotelle” (mentre si davano i miliardi ad Alitalia e si elargiva il “bonus monopattino”), le limitazioni assurde (perfino al numero di passeggeri sulle auto), la ristorazione “solo asporto”, i supermercati “chiuse corsie non alimentari” (e le “code chilometriche” fuori e il “limite di ingressi” dentro), lo jogging “solo entro 500 metri”, la moda della “home gym” (e il boom di vendite dei videogiochi), e il far scorta di cibo e di ingredienti (perché improvvisamente tutti avevano “più tempo per cucinare”), e i “covid party” (mentre i ricchi continuavano coi loro party veri e la mascherina ce l'avevano solo i loro schiavi-camerieri)…

E poi la “quarantena” modello 41-bis, l'imposizione dei “vaccini” (e il panino con la porchetta a chi si faceva in(o)culare), i volontari che ripubblicavano sui blog i numeretti “ufficiali” (mentre venivano permanentemente “bannati” quelli che osavano esprimere il pur più minuscolo e velato dubbio), e le inquietanti "coreografie" degli infermieri...

E infine il “green pass”, obbligatorio perfino per i mezzi pubblici o per fare sport o per sedersi al tavolino anziché consumare in piedi, e pure il “green pass rafforzato”. E la multa agli “over 50” che non si erano fatti in(o)culare.

E tutto questo di fronte ai test “PCR” costruiti da certi Corman e Drosten, su un modello al computer basato sulla Sars del 2003, e divenuti improvvisamente il nuovo “credo” della religione talebana pandеmenzial-vаccinale.

E oggi, nel 2024, c'è ancora un vastissimo branco di emeriti coglioni che si chiede perché la chiamiamo “pandеmenza cоvidiоta” o “dittаtura psicоsаnitaria”.


1) Quegli interminabili mesi in cui sono rimasto senza la Comunione li conteggio come persecuzione violenta e ingiustamente subìta.

mercoledì 3 gennaio 2024

Allegra e solare, cioè un piattume senza valore

Continua nell'indifferenza generale lo stillicidio di morti da Elisir di Lunga Vita. Tra cui parenti, amici e conoscenti che godevano di ottima salute. Tra queste vittime c'era anche una ragazza che negli ultimi anni della sua vita aveva ottenuto ciò che desiderava, incluso ciò che non era proprio morale. Mi ostino a sperare che in fin di vita abbia provato anche solo un attimo di disilluso sdegno e fastidioso rimorso e si sia resa conto della fondamentale inutilità delle cose di questo mondo. Mi ostino a pensare che qualche disegnino con angioletti e frasetta evangelica pubblicati sulla propria bacheca social siano, oltre che autocertificazione di stupidità e di noia di vivere, anche uno dei tanti miseri appigli per provare una qualche misera forma di pentimento. Ma è diventato una faticaccia sperarci ancora. Eppure, a suo tempo, glielo avevo detto che non è così che ci si salva. Gliel'avevo raccomandata più volte, una buona confessione, “se non altro per ripulirsi l'anima”. Inutilmente. Chissà se se ne sarà ricordata in fin di vita.

Le migliori foto della sua vita sono quelle che le ho scattato io, che avevo avuto cura di non farne notare la disabilità e di non lasciare che qualche ombra evidenziasse occhiaie e altro. Quei primi piani, tre quarti, profili, sono stati le foto meno gettonate dei suoi social, nonostante il gioco di luci e angoli (incredibilmente riuscito nonostante i limiti di una fotocamera di cellulare) l'avesse resa presentabile. Il fidanzatino doveva essere geloso del sottoscritto: le foto che le scattava lui erano sempre così banali, ripetitive, senz'anima… ben sbandierate sui social, crivellate di like non proprio sinceri, e… rappresentandola purtroppo realisticamente.

In auto con amici, qualche giorno dopo, ho accennato alla sua morte. Subito è partito da uno di loro un necrologio automatico e autoconclusivo riguardo ad una vita “allegra e solare” spezzata così. Quando muore una ragazza ci sarà sempre una folla sterminata a dire che era allegra e solare per chiudere rapidamente l'ingombrante discorso. È un obbligo sociale, in questo XXI secolo, son tutte allegre e solari, anche dopo la menopausa o in presenza di crisi esistenziali. Al punto che da sempre ho considerato quei due aggettivi come la più cinica descrizione di una vita piatta e, nel migliore dei casi, un modo per liquidare l'argomento e passare alle notizie sportive.

Ma è perché abbiamo tutti una vita piatta, interrotta al massimo da momenti “importanti” come lauree, matrimoni, traslochi, come incidenti, lutti, licenziamenti, come vacanze inusuali, acquisti pazzerelli, diete malriuscite, hobby tenuti in piedi solo per ammazzare la noia… Di fronte alla morte tutto questo show di cose raccontabili perde tutto il valore apparente che sembrava avere. Non ha alcun senso aver fatto serata fino all'alba, aver fatto vacanza in posti dove non ci va nessuno dei tuoi amici social, aver conseguito lauree e case e posti prestigiosi di lavoro, aver imbroccato una “relazione”[1] tutta rose e fiori. Non ha alcun senso quando ti stai per spegnere e non sai a quale ricordo aggrapparti.[2] Quegli eventuali successi e successoni, e i regali, e gli auguri, e le conversazioni, e le liti, i Like, e lo shopping fatto e rifatto e ripetuto, e l'aver fatto finalmente sistemare la cucina, sono solo ricordi che stanno per morire con te.

“Vorrei essere un frate quando il respiro manca… aver la vita dietro, l'eternità davanti”: solo una vita di fede (che è di scarsissimo valore quanto al riempire pagine social) può ancora aver senso quando si avvicina la morte. Attorno a me se ne stanno andando troppe persone la cui massima espressione di fede era un santino di padre Pio dimenticato nel cassetto del comodino. Nulla è impossibile a Dio, ma viene il magone lo stesso.[3]


1) Oggi non ci si sposa più, per cui è sempre uno “stare insieme”, un “compagno”, un “fidanzato”, raramente un “marito”.

2) E quelle discussioni infinite sul caldo estivo non bastano più neppure a nasconderti quella voce che urla dentro la testa: “la morte è vicina”.

3) Ho una lista ormai lunghissima di defunti da ricordare nelle preghiere. Come quell'anziano curato di campagna descritto da Bernanos, non ricordo più da quanto tempo ho smesso di ricordare esplicitamente tutti i nomi.