lunedì 30 marzo 2026

Food for thought

Nonostante l'involuzione dell'internet i blog restano un eccellente strumento per ragionare e per indurre sé stessi a ragionare. Le banalità che deposito in queste pagine mi aiutano a fissare le idee, e forse talvolta potrebbero aiutare qualcuno a fare un pochino altrettanto. Allo stesso modo, traggo ispirazione da blog che seguo da anni, argomenti di nicchia che trovo assai più interessanti dei siti web “specializzati” in notizie e spunti di riflessione. Ne ho cavato tante convincenti lezioni, alcune mi sono rimaste più impresse di altre.

La prima lezione è sul modo di scrivere. Desidero diventare sintetico come loro. Non ci riesco. Ho sempre la fissazione del dover essere il più chiaro possibile (cioè generoso quanto a precisazioni e spiegazioni), perché so che alla prima distrazione (cioè al primo sottinteso che non capisce al volo) il lettore si stufa e passa a leggere altro. Sono terrorizzato dall'attention-span cortissimo (era già decisamente corto prima dell'invenzione di TikTok). Mi urta non poco quando l'ennesimo asino viene a pontificare su ciò che dico, con l'aria del professorino pedante e nervoso, perché gli è sfuggito un singolo avverbio che cambiava il senso dell'intero paragrafo. Quando hai qualcosa di importante da dire, è meglio annoiare il lettore che distrarlo. Distrarlo significa che chiuderà la pagina browser. Annoiarlo significa che guarderà più avanti, per vedere dove si va a parare (ecco perché uso con tanta abbondanza “virgolette” e corsivi). A costo di sembrare io stesso il solito professorino che fa la predica.

Quei blog sono di nicchia proprio perché a buon intenditor bastano poche parole. E i loro autori desiderano continuare ad essere di nicchia perché sono già stufi del dover spiegare daccapo l'ABC ogni volta che un lettore distratto o stupido ha una reazione pavloviana. Beati loro, che non hanno quel terrore.

Attivai il blog diciannove anni fa[1] per poter riflettere “a carte scoperte” attorno a idee ed argomenti che almeno vagamente sfiorassero ciò che mi ha insegnato la “Cielle” (scrivere costringe infatti a rileggere e a ragionare) senza dover ribattere a frasi fatte e ad acrobazie verbali. I (pochissimi) lettori iniziali mi hanno poi dimenticato e il sottoscritto ha avuto diverse contestazioni (anche da preti e seminaristi) per ciò che ha osato scrivere e che da anni era sepolto in pagine ormai dimenticate. Probabilmente è anzitutto questo il motivo per cui sono ancora così verboso quando scrivo.

La seconda lezione è che l'informazione, al pari dell'insegnamento, oggi è trattata come un prodotto. Dacci oggi il nostro telegiornale quotidiano. Telegiornale di dimensioni prestabilite,[2] con scaletta pianificata, fraseggio standard (solo chi è rimasto sgomento a leggere 1984 di Orwell può capire bene). Già da ragazzino facevo notare come i titoli striminziti dei grossi quotidiani italiani fossero per gran parte rissumibili nello schema: “X contro Y: è scontro” (e sul giornale concorrente la stessa notizia: “Y contro X”, e su un altro: “X, guerra a Y, lo scontro si intensifica”…) e come fosse facile per il lettore medio sdegnarsi al solo titolo non concepibile dalla sua minuscola testolina.

Mi colpiva, molti anni fa, un serioso articolo sull'automazione totale dei portali di notizie. I testi pubblicati sul web e su carta erano talmente simili tra loro (come impostazione, apertura, contenuto, modo di esprimersi, chiusura, titolazione, argomenti… perfino le foto illustrative) che i redattori erano sostituibili da un software.[3] Ormai solo quelli come me si ostinano a scrivere senza farsi aiutare da un Chatgpt o equivalente. Come nei grossi aerei e treni, dove il pilota è solo un assistente tecnico di una enorme e complessa macchina programmata per guidarsi da sola e per porre automaticamente rimedio a tutte le emergenze conosciute, tutti subappaltano la redazione del testo ad una macchina.[4]

La terza lezione è che non basta essere chiari, precisi, sintetici. Occorre colpire l'uditorio, e il metodo comunemente accettato è quello di spararla grossa quel tanto che basta da catturare l'attenzione.[5] Gli acchiappacliccate esistono perché non s'è mai vista un'epoca con tanta diffusa pigrizia nel leggere. Il problema, oggi, ancor prima che l'eccessiva quantità di cose da leggere, è la sorprendente sete di intrattenimento dei lettori. Dai, notizia, stupiscimi già dal titolo, agguanta la mia curiosità. Se dal primo rapido sguardino fugace non si può giudicare con certezza che vale la pena di leggerlo, si volta pagina.[6] Un blog di nicchia è tale perché stuzzica la curiosità già da quel primo sguardino ma senza ricorrere a mezzucci come il far leva sulla pigrizia mentale del lettore.

Mi sia consentito di chiamarla “sindrome del seminarista”, giacché in vita mia tale pigrizia nel leggere l'ho massimamente notata in quella categoria di persone. Che ti guardano con aria furba e diffidente per dirti: non leggerò ciò che mi proponi perché so già dove i ciellini vanno a parare, so già cosa hanno i cattolici da dire,[7] so già che essendo etichettato “ciellino” mi proporrai un Piccole Tracce[8] imbottito di cose “cielline” che non voglio sentir nemmeno nominare perché “voi fate politica”, “voi privilegiate solo i vostri”, e insulsaggini del genere. Che ti scrutano da lontano selezionando le frasi fatte da somministrarti (così come un buon scacchista seleziona le contromosse e le contro-contromosse), inclusa la via di fuga del banalizzare, del buttare in caciara, del farti sentire in colpa per non essere abbastanza favorevole alla parrocchia. Che, con zelo degno di miglior causa, estraggono dalle tue parole una selezione di appigli su cui poggiare i preconfezionati capi di imputazione senza appello.[9]


1) Bei tempi!

2) Come i riempitivi delle Messe quaresimali: non sia mai che il tempo guadagnato dall'assenza del Gloria non venga riempito con altre forme di intrattenimento fedeli, non sia mai che la Messa duri un minuto in meno… Il clero televisionato non lo consentirà!

3) Il boom del ChatGPT è sbarcato anche in tv: la banalità espressiva e di contenuti è ritenuta invece geniale da gente che si esprime a frasette preconfezionate e politicamente corrette.

4) Col termine Big Data si indica il correlare analisi statistiche su vastissime quantità di dati acquisite dalle fonti più bizzarre. Ricordo un episodio tanto banale quanto significativo: parecchi anni fa un tecnico di una compagnia telefonica cellulare notava un elevato picco di SMS. La sola quantità di messaggi SMS circolati in quei pochi giorni indicava che stava per avvenire qualcosa a livello “popolare”. Infatti, con sorpresa dei governanti e dei servizi segreti di quel paese, ci furono dei moti di piazza. Il tecnico, dalla sola informazione “un picco di traffico SMS”, senza conoscere il contenuto, aveva dedotto “qualcosa di grosso e popolare”.

5) La leggendaria “sciabolata artica” è il meme anticipatore delle mille emergenze “climatiche”.

6) Non è che se uno è cattolico è automaticamente interessato a qualsiasi ponderoso articolo in cui si parli del Signore.

7) Si comportano così perché è esattamente il modo di comportarsi dei loro superiori e formatori. I quali, a loro volta, hanno appreso dalle eccellenze mitriate. Piscis primum a capite foetet.

8) Piccole Tracce è stata senza dubbio una delle migliori opere del movimento. Ne conservai copie da regalare a parrocchie/conventi/famiglie con bimbi piccoli, vedendole ogni volta trattate come generica carta colorata. A volte penso che in caso di mia morte improvvisa, il mio piccolo tesoro di riviste e libri finirà dritto al macero “per fare spazio”.

9) Sembra una fotografia troppo precisa? Beh, il seminarista che abbiamo in parrocchia, suo malgrado, è una delle colonne portanti del degrado della Chiesa. Un soggetto del genere, una volta ricevuti gli ordini sacri, sarà quello a cui chiedere di confessarsi (“spiaze, ma è venerdì mattina, e io confesso solo di giovedì sera”), quello più vicino a cui porre questioni di coscienza, quello che celebrerà le esequie dei tuoi cari… Non è un caso che tale genìa di chierici e di aspiranti tali sia quella più ostile all'umanità diversa che - almeno fino a tempi non lontanissimi - aveva caratterizzato la “Cielle”.

sabato 28 marzo 2026

Doc Ock, a che punto siamo?

Ho spesso lamentato che il popolo bue (ivi inclusi tanti buoi televisionati con tessera d'iscrizione alla Cielle) brama di sapere dai media ufficiali se Batman riuscirà a sconfiggere il Pinguino e a che punto sia la lotta tra Spiderman e il dottor Octopus.[1] Talmente abituati alla narrativa di moda al momento, che ci scommettono la propria esistenza. Vivono letteralmente in una realtà virtuale (fabbricata altrove) avendo maturato la capacità di riuscire a non svegliarsi nemmeno per sbaglio.

Un perfetto coglione ieri si vantava non solo di essere fiero di dar contro a Putin, ma di essere anche parte della “maggioranza” (sic!) di italiani che facevano altrettanto. Scommetterei che è lo stesso coglione che sbraitava come un ossesso quando ha ricevuto le bollette di luce e gas mentre andava a fare il pieno di gasolio dopo aver sgomitato con entusiasmo per essere tra i primi a farsi la terza, quarta, quinta dose dell'Elisir di Lunga Vita e Giovinezza. Di fronte a simili scene resto senza parole, con le braccia che più cascanti non si può, e con l'eco fragorosa del Darwin Awards dedicato (sarcasticamente) a coloro che migliorano la specie umana mettendosi volontariamente in condizione di morire o almeno di non aver figli.

Stamattina uno si vanta di provare indicibile fastidio ogni volta che sente dire “ma non trovi strano che”. È un fiero credente della narrativa del momento, e per restare tale ha un fondamentale bisogno di avere una pessima memoria a medio e lungo termine. Ma non è solo questione di Alzheimer autoindotto con religioso zelo. Non basta come spiegazione il voler rintanarsi nella comoda narrativa preconfezionata per gli zelatori del conformismo. È un problema di natura religiosa. Che biblicamente prendeva il nome di idolatria. Che don Giussani, con sorprendente anticipo, aveva saputo esprimere in termini comprensibili anche a chi è allergico alla religione: il rifiuto di riconoscere la realtà secondo la totalità dei suoi fattori.

Quei fattori sono oggi comunemente chiamati “complottismo”. Da piccolo mi meravigliavo a sentir la storia del popolo di Israele che all'improvviso, senza ragione, senza motivi “esterni”, si forgia un vitello d'oro (a proprie spese), e decide che è stato l'idolo a salvarli. Da piccolo mi chiedevo come si potesse essere così coglioni. Quel che la Bibbia non dice ma che si può facilmente supporre, è che il branco di coglioni si vantava di esser parte della “maggioranza” di ebrei che credevano al vitello d'oro, etichettando dispregiativamente quelli che non capivano come avesse fatto una statua fabbricata post factum a salvarli e ad avere pure il potere di assicurare magnifiche sorti e progressive.

Il donGius si è infaticabilmente speso sulla questione dello sguardo leale sulla realtà. Dovremmo riprendere seriamente anche l'aristotelico principio di non contraddizione: una cosa non può essere contemporaneamente vera e falsa. Ma ho sempre paura che sia troppo tardi. Ero già logorroico per carattere, sono anche peggiorato. Perché per spiegare qualcosa non devo solo elencare fatti e concetti. Devo anche prevedere le obiezioni più ridicole per porvi preventivamente rimedio. Devo esporre una scaletta di concetti adatta a chi ha una soglia dell'attenzione già alquanto bassa e un pregiudizio di fondo. Devo calibrare le parole per non toccare tasti dolenti. Devo perfino prevenire le reazioni tipo “ti ho scoperto, furbetto”. Spesso mi conviene gettare la spugna e passare al prossimo, perché sarebbe fatica sprecata. La pace è possibile solo agli uomini di buona volontà, non a quelli che avendo ancora automobile funzionante, pasto caldo a casa, cellulare funzionante, internet e pornografia a disposizione, credono di poter guerreggiare col mondo intero a forza di hashtag, downvote, link a youtube, ripetizioni acritiche dei titoloni sparati in prima pagina.


1) Questa paginetta è rimasta per diversi anni nel reparto Bozze del blog. Nel rileggerla nel 2026 trovo sorprendente quanto i temi di attualità dell'epoca - carburanti, Putin, memoria cortissima - siano ancora tristemente validi. Però, quanto a Doc Ock, c'è stato qualche film (e la vaccata del “multiverso”) a farci sapere come sta andando.

venerdì 27 marzo 2026

Frattaglie - 33

Per celebrare gloriosamente l'insignificante evento, mi somministrano una lunga animazione fatta dalla solita intelligenza artificiale. Cioè dovrei restar lì imbambolato davanti allo schermo a guardare con liturgica attenzione quella sbobba messa insieme da elaboratori ubbidienti al prompt di un proverbiale stagista sottopagato. Ai bei tempi era un video girato da qualcuno che in quei posti c'era davvero stato; poco importa che i social fossero strapieni di foto e video simili: almeno lui c'era stato per davvero.

Talvolta, durante i sogni, mi rendo conto di stare in un sogno perché qualcosa non rispetta le leggi della fisica. Me ne sono ricordato da un clip video di una supereroina che camminando spicca il volo: non si vede una continuità del movimento, né uno scatto determinabile solo da un atto della volontà, ma solo un generico staccarsi dal suolo. Chissà, magari non era un film di supereroi targetizzato ad un pubblico maschile e adulto. O forse non avevano abbastanza budget. Quando in sogno ho fatto qualche salto notevole è stata la stessa cosa. La “voce narrante” ha tentato ingloriosamente di cercare un compromesso: OK, facciamo il rewind a prima del salto, aggiustiamo la continuità, stavolta sembrerà reale. E secondo te io ora ci casco? Bye bye sospensione dell'incredulità all'interno del sogno.

Un'altra volta, in sogno, ho osato chiedere le specifiche tecniche del superpotere in questione, notando già delle contraddizioni. Da sveglio ho poi trascritto ciò che ricordavo, escludendo quelle che ledevano le leggi della fisica. Speravo ce ne fosse abbastanza da scrivere un racconto, ma anche in quel caso non bastava neppure come writing prompt.

Avere una finestra che dà sulla strada significa ascoltare tutti quegli scooteroni che ripartono dando all'improvviso tutta manetta, “braaamm!!” (con tanto di eco tra i fabbricati), il variatore che inizialmente dà tutta coppia e poca velocità, il “brraaaaamm!!” prosegue, finalmente la velocità è a due cifre, continua il “brrraaaaaaaaammm!!” per qualche altra decina di metri, e quando finalmente esce da questi cento metri di stradina riduce un pochino la manetta. All'ospite che cerca di celare il disappunto spiego, tentando di scherzarci su: “di quei veicoli bisognerebbe multarne il possesso”.

Mi dice: “ma io alle nove spengo la tv”. Resto basito. La tv, un cimelio preistorico: c'è ancora gente che vivendo da sola la utilizza come compagnia. E quindi lo spegnerla alle 21 me lo raccontano come un atto pressoché eroico, perché qualche reel aveva detto che per dormire bene bisogna togliere tv e social almeno un'ora prima di andare a letto. Il sottoscritto ha ancora i punti interrogativi lampeggianti attorno al cranio, come Paperino immerso nei dubbi, perché non riesce a concepire di dipendere da un aggeggio che trasmette idiozie senza poterne bloccare né la pubblicità, né l'indefesso ciarpame a tanti decibel.

Snervante attesa in un ufficetto al primo piano. Muri in tinta giallino pallidino, scrivania e mobiletto con carte e cartacce sparpagliate ovunque, un vecchio PC adeguatamente spolverato, un mouse di quelli da cinqueuri al negozietto cinese. Il ticchettìo sul mouse, a intervalli quasi regolari di un secondo e mezzo, il volto restaurato dell'addetta, le luci tremule al neon che le illuminano la peluria facciale. Passano interi minuti, il suo sguardo fisso sul monitor, occasionalmente interrotti da qualche suo “uhm”, “eh”, “ah”. All'improvviso parte la stampante-fotocopiatrice in corridoio, lei non dà minimo segno di scomporsi, ma potrebbero essere proprio i fogli che ha mandato in stampa lei. Nell'era digitale, produciamo carta stampata senza soluzione di continuità. Tutto in quell'ufficio sembra essere studiato per annoiare, intimidire, magari anche imbarazzare. Cerco di tener la bocca chiusa, perché ogni secondo in più di attesa mi snerva: sa quel che deve fare, sta certamente pensando a come vendicarsi della collega che le ha rifilato la seccatura. Si alza senza dir nulla, esce dall'ufficio, lasciandomi lì per un buon paio di minuti. Torna, nascondendo a malapena il disappunto - l'allegro caffè con le amiche di mezz'ora prima le si è già sbiadito -, mi dice finalmente che la soluzione “più veloce” è proprio quella che fin dal primo momento avevo sperato di evitare.

Cosa avrebbe reso accogliente quell'ufficio? Il sedersi, indicare nome e numero della pratica, e ricevere subito le indicazioni per la soluzione. Invece mi aveva fatto entrare, invitandomi ad accomodarmi, e passato il primo intero minuto a mettere insieme carte, graffettare, togliere e mettere carte da faldoni e raccoglitori. Ho pazientato in silenzio, guardando un punto a caso della parete, cercando di non pensare che una preoccupante percentuale della nostra vita è bruciata nell'attesa dei porci comodi della diabolica burocrazia (mi sarei lamentato meno se m'avesse detto di aspettare fuori). “Ah, sì, la collega mi aveva detto, ah, un momento… ah…”, e uno deve star lì, pronto a rispondere subito come uno studentello in debito formativo e alla sua ultima occasione col docente che più lo detesta. Alla fine ho dovuto prendere atto che non c'era verso e mi sono arreso: “per la soluzione che propone, suggerisce anche un giorno in cui…”. Quanta ampollosità, ai limiti del servilismo. È in loro potere bruciare un'infinità di ore di vita degli altri. Che se la prendano con chi ha voglia di litigare, lascino in pace me che mi sarei risparmiato molto volentieri questa stupida ordalia.

Ricevo occasionalmente qualche critica e il primo pensiero è sempre di dover cancellare qualche pagina di questo misero blog in cui avevo toccato gli argomenti oggetto di critica. Il più delle volte scopro che era solo un caso di analfabetismo funzionale e che per fortuna non c'entrava niente con queste scarne paginette. A cui ormai, dopo tanti anni, riconosco anzianità sufficiente da non considerare dolorosa l'ipotesi di doverle cancellare. Per depurare un altro mio ambientino on-line impiegai una settimana, lasciando solo ciò che ritenevo significativo: dopotutto non lo aggiornavo più. Dopo qualche tempo la piattaforma ospitante, senza preavviso, limitò la lettura ai soli miei follower. Ai bei tempi si diceva che ciò che butti in rete diventa “eterno” e incancellabile; la realtà si mostrò presto diversa, e i più presero docce fredde a gogò - come ad esempio la chiusura di Geocities prima e Splinder poi.

martedì 10 marzo 2026

Si può morire così?

Ci risiamo: le forche Caudine delle inevitabili visite di cortesia ai parenti. Il televisore campeggia nell'angolo più importante del salotto. A volume leggermente più alto della conversazione, e che nessuno osa abbassare. Resa cromatica a fondo scala, come in negozio, con quei blu che sono un pugno nell'occhio, quei rossi infuocati, quei verdi debordanti, perché deve sembrare tutto “vivido” e “dinamico”, anzitutto la pubblicità. È domenica pomeriggio e dunque stanno trasmettendo, come da tradizione, uno di quei lassativi e disturbanti variety dove donne abbigliate da squallide troione d'alto bordo e uomini abbigliati da frù-frù arricchiti si scambiano battute imbecilli e suggerimenti pubblicitari. Capita il quiz (che andrebbe intitolato “chiedetelo a Google, anzi, all'IA”), prosegue con la raccolta fondi, la canzonetta, il balletto, lo sketch, il patetico momento di finta cultura, tutto contornato da risate finte, applausi finti, sorrisi finti. Mi sforzo di tener bassa la mia voce, nella speranza che alla decima volta che mi chiedono di ripetere cosa ho detto si accorgano che è quel televisore a ostacore tutti. E mi sforzo di restare in argomento, visto che il minimo comun denominatore sono le trite banalità del giorno, l'idiozia a cui quotidianamente dare peso e onore, proprio come quel programma televisivo.

Si scende a dare un'occhiata alla cantina. Ormai è un rituale, a cui ho fortunosamente associata la funzione di luogo dove si possono dire cose che in salotto non sarebbe tanto facile, come il ricordare la necessità di accedere alla confessione (centesima volta che blandamente gliene parlo, magari alla millesima penserà che forse sarebbe finalmente il caso). Ma già scendendo le scale mi prende una fitta pensando alla persona anziana rimasta a sorbirsi da sola in salotto il tabernacolo del demonio: della trasmissione non gliene importa niente, ha solo dovuto convincersi che quelle voci intrise di ipocrisia e quei rumori di fondo sarebbero l'alternativa alla solitudine. Una fitta, a pensare a quante persone anziane sono tecnicamente carcerate davanti ad un televisore. Che magari non hanno neppure la forza di spegnere, o almeno di abbassare il volume, o almeno il canale. Come quel nonnetto che si sorbiva, nell'ultimo periodo della sua vita, le infinite trasmissioni sulle olimpiadi. Nella sua vita aveva seguito il calcio, guardato partite, persino andato qualche volta allo stadio a vedere la squadretta locale buscarle da un'altra squadretta altrettanto insignificante. Aveva quindi seguito dalla poltrona, dalla stanza ex-salotto adibita a sala tv, gare di improbabili sport di cui non gliene importava gran che, di atleti di cui cinque secondi dopo non avrebbe saputo ricordare il nome neppure dopo averlo letto e ascoltato, limitandosi a gioire per le grafiche che indicavano vincitori, tempi e punteggi.

Molti anni prima aveva criticato figli e nipoti per i videogiochi, cioè per dei pupazzetti colorati dagli strambi nomi che si muovevano su uno schermo, per poi spendere la parte più delicata parte della sua vecchiaia a osservare distratto e intontito quegli “sport” fatti di pupazzetti colorati dagli strambi nomi a muoversi su uno schermo (poco importa se bipedi umani anziché oggetti disegnati), a bordo di autovetture o in mutandoni atletici, magari con vista sui loro ridicoli tatuaggi. Una vera e propria maledizione, quella di spegnersi lentamente davanti a un televisore. Prima non riuscendo più a cambiar canale, accontentandosi di ciò che il telecomando ha accidentalmente sentito pigiare. Quindi non riuscendo più a cambiare il volume, accontentandosi ora di non capir niente, ora di decifrare solo la sterile pubblicità, ora un frastuono troppo alto che qualcuno a tarda ora deve accorrere a rettificare. Poi non riuscendo più neppure a staccare il ventilatore o spegnere la tv per dormire. Infine a guardare per giornate intere il soffitto, senza neppure capire cosa dice il tv acceso sul mobile alla sua destra. Quel soffitto leggermente scrostato che non riesce a prendere il posto del televisore, tranne quando qualche anima pia per un po' spegne il dannato aggeggio. Guardare il soffitto fino all'agonia, col respiro sempre più corto e affannato, mentre il resto del mondo va freneticamente avanti, in lontananza una lite del vicinato, dalla finestra il frastuono del traffico di una quantità di gente strafottente che ha una fretta del diavolo di vincere il gran premio immaginario, e in quel breve lasso sembra persino un sollievo rispetto alle plasticose banalità televisive. Si può morire così?

Il parroco passa a benedire le case. È tecnicamente l'unica volta in tutto l'anno che la Chiesa può inseguire bene la pecorella smarrita. Ma è indistinguibile dai frù-frù del penoso variety domenicale. Ha anche una fretta boia di sbrigare, incassare l'obolo, passare al prossimo “cliente”, che è in ritardo con la lista. E no, non può, no, nemmeno, no, neanche, però può iscrivere nella lista della “comunione agli ammalati” a domicilio una volta al mese, che magari la porterà un laico altrettanto frettoloso di sbrigare. Proposta inutile, visto che per tempo, salute, nausea, in tantissimi hanno smesso da almeno vari decenni di aver a che fare con una parrocchia che dedica sforzi titanici ad allinearsi ai canoni del variety.

La cantina è invecchiata velocemente dopo la morte dei due nonnetti che la utilizzavano come sala hobby. Scrostata, spaccature nei muri, infiltrazioni, un tubo che gocciola ogni volta che piove, un'infinità di robe vecchie conservate perché “magari possono tornare utili” (ma rovinate da umidità ed incuria), strumenti e materiali seminuovi ma distrutti da polvere, muffa e abbandono. Negli anni un qualche imprecisato disagio relativo alla cantina fa scalpitare interiormente il parentame, e un giorno la zia più isterica di tutte decide eroicamente che bisogna svuotarla perché quello spazio “serve”. Il tizio col furgoncino fa più viaggi portando via tutto “ma non le cose di quel soppalco”. Restano dunque solo le robe vecchie di nonne e zie. La cantina è vuota, finalmente c'è spazio, e (sorpresa!) si viene a sapere che con alcune decine di migliaia di euro si potrebbe reimbiancare e ripulire e finalmente riutilizzare per qualcosa di diverso dall'accantonarvi cose che semplicemente non servivano più. E così passano altri anni, i ricordi si sbiadiscono, qualche animaletto ci trasloca, la polvere si accumula, l'intonaco si scrosta, qualche macchia di umidità cresce, e quel vecchio soppalco semipericolante continua ad ospitare giocattoli rotti, abiti usati ma dimenticati, conserve scadute, tessuti bucati o strappati, biciclettine arrugginite, stoviglie graffiate e annerite, ricambi ancora nuovi ma con l'umidità penetrata al di sotto della pellicola protettiva…

Ecco perché vien voglia di “essere un frate quando il respiro manca”. Un frate preconciliare, cioè senza la compagnia obbligatoria e ineludibile del televisore o di altri aggeggi rumorosi, senza una cantina zeppa di cose pagate magari profumatamente, magari anche amate e desiderate e rispettate, ma dimenticate da tanti anni e senza più ricordare neppure di averle, col tabernacolo (quello vero) a poche decine di metri (anche se irraggiungibile per l'impossibilità di alzarsi dal letto), e soprattutto con attorno poca gente poco ciarliera e poco avvezza a parlare di idiozie.

martedì 3 marzo 2026

Tutto già pensato

Andrebbe scolpita nel marmo quell'espressione di Guareschi secondo cui all'italiano piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Spettacolarmente attuale, al punto che mi era sempre sembrata eccessiva l'enfasi data a quel detto di don Giussani secondo cui il prete dovrebbe avere sul comodino il breviario e il giornale. Il Giuss sperava di non avere preti che vivessero solo “sulle nuvole”, si è ritrovato (suo malgrado) a certificare un'incrollabile fiducia nella narrativa[1] mediatica: anche al prete piace svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”.

Tutto “già pensato”: anche i giudizi sulla realtà, anche il metodo, anche la selezione degli argomenti, anche il peso da assegnarvi… Col comodo sottinteso che chi sceglie dal menu dei media potrà darsi da solo una bella pacca sulla spalla complimentandosi con sé stesso per essere stato sagace, scaltro e perspicace, soprattutto quando ripete pedissequamente i proclami esalati da tale o talaltro giornalista “importante”, e avere il diritto di disprezzare come “complottari” coloro che non seguono nessuna delle voci del menu predefinito. In quel menu ci sono voci anche molto diverse fra loro ma sono come diversi componenti di un'orchestra, dove il tamburo ha stile e colore diversi dal violino, ma sono tutti intenti a contribuire alla stessa sinfonia. Superfluo aggiungere che a trovar tutto “già pensato” la riflessione cede il posto alla tifoseria, il dialogo cede il posto alla ripetizione del formulario della propria “squadra”, e l'emergere di contraddizioni viene percepito come un grave e immotivato affronto anziché come la necessità di rivedere onestamente qualche posizione.

Mi telefona un amico per una chiacchierata e tra la rava e la fava salta fuori la cronaca di certi bombardamenti in medioriente, di cui non gliene importava nulla ma aveva premura di commentare il commento di un certo soggetto politico. Una robusta suonata di palo mi sarebbe stata meno dolorosa. Un principio che sembra sfuggire ai più è che se degli innocenti vengono bombardati e ammazzati, è qualcosa di molto più grave delle affermazioni di un politico elargite ai giornalisti e magari drasticamente riviste (o semplicemente dimenticate) meno di una settimana dopo.[2] Se degli innocenti muoiono bombardati, mi si stringe il cuore anche se non sono cristiani; i cattoliconi dalla pancia piena, invece, si commuovono solo se i telegiornali lo comandano, ed infatti l'amico ha rincarato la dose con una battuta che avrei voluto fargli riascoltare al rallentatore per mille volte, per fargli notare quanto cinismo era stato in grado di esalare in una frazione di secondo ottemperante al “tutto già pensato”. Così, gliene ho cantate di tutti i colori, facendogli anche notare come fosse del tutto ignaro di altri eventi che influivano drammaticamente sul giudizio che stava vomitando, notare come arrancava tentando di cambiare discorso, notare come insistesse a volermi ripetere i capisaldi della narrativa ufficiale.[3] Non è da me, ma quando è troppo, è troppo.

Ironia della sorte, sono decenni - interi decenni - che si diceva d'accordo con me riguardo alle narrative preconfezionate, riguardo al non fidarsi troppo ciecamente di giornali e tv, riguardo ai danni fatti dal dimenticar facilmente le notizie che il giorno prima sembravano così importanti. Ma gli paceva troppo svegliarsi al mattino e trovar tutto “già pensato”. Ha sempre avuto come compagnia giornali e tv (“breviario e giornale sul comodino”), più i colleghi che commentavano giornali e tv, e a casa la tv perennemente accesa (“non la seguo sempre attivamente, ma mi tiene compagnia, spezza il silenzio”), e sui social l'onnipresente eco di tutto ciò che vomitano giornali e tv (e in parrocchia, le prediche del parroco che commenta il telegiornale del mattino). E così ha assunto una posizione eminentemente religiosa, addirittura talebana: di fronte a controargomentazioni non autorizzate dalla “sinfonia” mediatica, rispondeva come un bimbo capriccioso mortalmente offeso.

A gelarmi il sangue è il fatto che l'intero Paese (non solo l'amico) si sveglia al mattino bramando di trovar tutto “già pensato”, per darsi la canonica pacca trionfale sulla spalla. Basterebbe disintossicarsi un pochino, basterebbe tener spenti un po' gli schermi e gli altoparlanti, basterebbe cominciare ad avere la mezz'ora di silenzio quotidiana.


1) Uso il termine “narrativa” anziché “narrazione” perché quest'ultimo dà dignità ai media che ce la propinano. Molto prima del covidiotismo già lamentavo che il tipico italiano accende la tv per farsi dettare l'agenda del giorno, il tabernacolo del demonio a cui chiedere religiosamente: “di cosa dovrò preoccuparmi oggi?” Se ne vedeva tristemente traccia nelle assemblee di scuola di comunità, dove gli interventi dei singoli erano il commento al telegiornale religiosamente ascoltato a pranzo, così come le omelie domenicali erano praticamente il commento al tiggì della sera prima. “Il dottor Octopus ha minacciato l'Uomo Ragno!”, strillano i notiziari, agitando il pericolo che l'ente immaginario 1 pone all'ente immaginario 2, e i fedelissimi teleascoltatori hanno un momento di ansietta, a cui faranno eco commentando ai colleghi e ai parenti, anche solo come spunto di conversazione. Non importa che l'ente 1 e l'ente 2 abbiano di reale poco o nulla. L'importante è la preghiera quotidiana: “sacra tivvù, di cosa mi devo preoccupare oggi?”.

2) Chi desidera trovar tutto “già pensato” è perché ha la memoria corta o spenta, oppure non vuole consumare energie a tenerla accesa.

3) Già da ragazzino notavo l'assurda scaletta dei telegiornali dove il numero di parole dedicate a una situazione gravissima era uguale o inferiore a eventi mondani o irrilevanti. E che “bisogna pur riempire il telegiornale” non era una spiegazione sufficiente.